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domenica 23 agosto 2020

Numero 346 - Borderline, Veronica (Rocca) - 23 Agosto 2020



Siamo tutti Borderline?

Prima di entrare nel romanzo di Veronica (oggi Veronica Rocca) mi faccio questa domanda perché alla fine penso che il confine tra una condizione normale e una patologica sia molto sottile. Basta guardare ciò che accade nel mondo, nella società, nei gesti folli che improvvisamente fanno diventare persino assassini persone fino ad allora definite normali.
Ci sarebbe tanto da dire sul concetto di normalità.
Ma questo è un altro discorso.

"Borderline" è un diario.
Un diario che parte da lontano, una donna che si racconta partendo dall'infanzia, per poi arrivare all'adolescenza, all'amore, al matrimonio e così via, fino ad arrivare alla nascita della figlia e da lì il ritmo cambia e diventa incalzante, di pari passo con le problematiche che emergono anno dopo anno.
Pennellate in capitoli brevi che raccontano una vicenda umana con stile discorsivo e fluido. 

Da lettrice, ho avuto diversi feedback rispetto alla protagonista, colei che racconta la sua vita, in effetti. 

Inizialmente ci si rende subito conto di quanto conti l'imprinting che ogni bambino ha nei primi anni di vita e di quanto esso possa condizionare la vita da adulti. Nel romanzo la protagonista deve affrontare, nella sua infanzia, momenti e distacchi affettivi duri da accettare, imparando la difficile legge della vita in fretta, e questo dà l'idea di quanto tutto ciò segnerà l'atteggiamento negli anni successivi rispetto agli eventi o alle relazioni.
Si solidarizza, dunque, subito con questa bambina e poi ragazzina. 
Ma poi c'è un piccolo black out nel processo di empatia - almeno per me lettrice - quando la stessa donna, diventando tale, tende a dipingere al negativo qualsiasi figura a sé vicina, anche quelle scelte personalmente, come il marito; è anche vero però, come spesso accade in taluni casi, che il matrimonio diventa una via di fuga.
E ancora, quando la storia narrata presenta i segnali grandi come una casa per i quali la donna dovrebbe solo prendere e andarsene, ci si ritrova a chiedersi più volte: ma perché non lo fa?
Subentra, però, un grande insegnamento di riflesso e cioè che non si deve giudicare. Eh sì. Siamo tutti bravi a parlare, quando non si è dentro le situazioni: io farei, io direi etc etc, ci si considera sempre migliori o più all'altezza quando si tratta di teoria e nella pratica si trovano gli altri. 
Quando poi l'attenzione si focalizza su Sara, la figlia, ecco che ci si stringe sempre di più, pagina dopo pagina, a questa madre che deve guardarsi allo specchio più volte, e quanto è difficile quando a mettersi in discussione è il nostro essere madri? 
Io non sono madre, ma credo sia come scalare l'Himalaya a piedi nudi, in certi frangenti.
Ma nonostante tutto, questa madre fa la sua scalata e non si arrende. Anche se scivola e cade giù. Si rialza e riprende il cammino e punta alla cima che è cercare una modalità di vita per la figlia. 
E si mette in discussione. 
Forse troppo dura, a volte, nei confronti di un marito che risulta essere un debole, ma per il discorso di prima, come si fa a giudicare dall'esterno?
Non si può fare altro, alla fine del romanzo, che avere l'istinto di abbracciarla, soprattutto nei giorni più difficili, quelli della fuga di Sara.
Sara... Un percorso difficile. E la madre dovrà fare i conti con ciò che le verrà detto dai vari psicologi, soprattutto uno: quello in cui lei crede.
Ma Sara ha evocato in me anche altri pensieri. Come la figura degli Arcani Maggiori, la carta numero zero, quella del Matto, indica un figura evoluta, quella che ha rotto gli schemi, quella che è illuminata e come tale affronta la vita. Oppure mi viene in mente la figura del Il Contrario che, per i Nativi Americani è un personaggio Sacro e gli vengono attribuiti grandi poteri, è rispettato al punto che i suoi interventi non vengono interpretati comicamente, ma fungono come stimoli di riflessione.
E se Sara fosse proprio questo?

Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle








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