Lo specchio macchiato dal tempo

Lo specchio macchiato dal tempo
nuovo romanzo ordinabile sul sito Edizioni Convalle e su Amazon

sabato 14 novembre 2020

Numero 357 - Per la Rubrica "Parlo di me": Christian Polli - 14 Novembre 2020



Parlare di me, cari amici, è come descrivere un “cosmo marasmatico”: sono contraddittorio su molti aspetti della mia vita e, per questo, non riesco mai a trovare un equilibrio. 

Che cosa vorreste aspettarvi da un ariete con ascendente cancro? La risposta? Un poeta! 

Ho cominciato a scrivere poesie da quando ero molto piccolo: mi ricordo che una di esse parlava degli animali del prato e di come questo fosse un luogo magico ove scorgere sempre nuove realtà. Poi, lasciata la penna e preso dalle grandi fatiche del liceo classico (anni di “studio matto e disperatissimo”, direbbe il nostro Leopardi) prima, e dell’università dopo, ho lasciato momentaneamente perdere la scrittura a favore della cultura: la mia unica, vera grande amante nella vita. 

Sono follemente amante dei libri tanto che, quando ricevevo la paghetta dai miei genitori, almeno 20 euro al mese li spendevo alla libreria Libraccio per comprare saggi o romanzi. 

Oggi posso dire di avere almeno un’intera stanza strabordante di classici latini e greci, italiani e stranieri, saggi di storia, filosofia, arte, musica, e via dicendo. 

Il passaggio dalla fase “erudita” a quella “attiva”, però, è stata silenziosa e concomitante con gli ultimi anni universitari: è da lì che nascono le mie Aritmie spirituali e, soltanto grazie alla conoscenza di Stefania, mi sono lanciato in un agone poetico e di scrittura per tastare quanto le mie liriche valessero. E qualcosa valgono, se sono state pubblicate l’anno scorso da parte delle Edizioni Convalle: un successo, un umile orgoglio mesciuto di riconoscenza per la mia amica ed editrice Stefania Convalle, senza di lei non sarei qui ora a scrivere questo breve resoconto della mia vita letteraria. Ora spero, mr. Covid permettendo, che il mio primo romanzo veda la luce quanto prima: non posso dirvi molto, se non che è nato da una mia esperienza di vita e che è il frutto della fiducia che la medesima Stefania ha nutrito nei miei confronti come “romanziere”. Speriamo bene, dunque; e grazie per aver letto qualcosa di me, cari amici. 

Viva Edizioni Convalle, viva la scrittura che fa sgorgare ogni bellezza del cuore.

Christian Polli

E ora la parola all'editrice ;-)

Ho conosciuto Christian attraverso il Premio Letterario "Dentro l'amore", come spesso accade: il Premio mi porta sempre a contatto con penne interessanti e talentuose. 

La nostra conoscenza si è stretta tramite delle belle e succulente colazioni nel barino dove andavo sempre (prima di questa emergenza). Così ho avuto modo di apprezzare la cultura sconfinata di Christian, ma soprattutto la sua sensibilità e - diciamolo - la sua simpatia ;-)

Insieme abbiamo fatto delle Dirette indimenticabili, sulla Pagina di Edizioni Convalle, dove Christian - generosamente - si è messo a disposizione degli ascoltatori elargendo a piene mani tutto quello che sa su grandi scrittori e poeti della letteratura italiana. Indimenticabili le dirette/lezioni su Leopardi e su Manzoni. Bravissimo! 

Nel frattempo è uscita la sua silloge poetica "Aritmie spirituali": coraggiosa, intima, poeticamente elevata. L'avete letta? Se no, che aspettate?!

Quando poi mi ha detto di aver scritto un romanzo, ero curiosissima. Ho letto le prima pagine e devo dire che sono rimasta più che sorpresa: ho trovato un altro Christian, rispetto allo stile poetico. Nel romanzo la sua penna diventa moderna e ironica - a tratti - ma piena di pathos. Un romanzo che, quando vedrà la luce, non potrete fare a meno di leggere!

Un bell'incontro, il nostro.


Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle




mercoledì 4 novembre 2020

Numero 356 - Per la Rubrica "Parlo di me": Silvana Da Roit - 4 Novembre 2020


 

Vi parlo di me.

Salve, mi chiamo Silvana, nome scelto da mio padre che ringrazio infinitamente perché altrimenti mi sarei chiamata Robinia. Da piccola immaginavo che fosse una specie di paese intriso di robe piccole e grandi, ma sempre robe.

In seguito, mi è stato affibbiato il nomignolo Vana che fa di me una persona inconsistente; se poi vi dico che sono nata a Domodossola, unicamente conosciuta per la D dello spelling, la frittata è fatta. Inconsistente e poco interessante, insomma qualcuno da non conoscere.

Fortunatamente, mi posso aggrappare al cognome che contiene una sillaba magica: il Da.

Penserete che una preposizione non sia importante, invece no. Non si tratta di un semplice di che indica appartenenza, è un moto da luogo. Significa che sono arrivata da, ho fatto un viaggio, compiuto un percorso. Insomma, provengo da e non mi accontento di uno stato in luogo fossilizzante.

Sarà per questo che, approssimandomi ai sessanta, ho iniziato a scrivere? Mi piacerebbe rispondere di sì.

In realtà sono stata spinta da Facebook - mi sembravano tristi tutti quei Buongiornocaffè - e dalle ricerche storiche che stavo compiendo sui sotterranei della mia città.

Non si sa bene come, ho iniziato il laboratorio di scrittura creativa di Stefania Convalle. La prima volta che mi detto sei brava, avrei pianto. Anzi, ho pianto.

Praticamente, venendo dai buongiorno di Facebook, mi sono inoltrata nella scrittura di un romanzo.

Capito il destino insito in un da?

Capito la fortuna di aver conosciuto Stefania?

Silvana Da Roit


E ora la parola all'editrice ;-)

Silvana è Silvana.

Silvana è unica.

Ma si capisce già leggendo come ha scritto questo parlo di me. 

Una scrittrice vera che conosce bene il significato delle parole, quali umiltà, gratitudine, generosità.

Lei scrive perché non può farne a meno, è un bisogno e non è così facile convincerla che è proprio brava, a volte geniale! Come il suo primo romanzo: I tunnel di Oxilla.

Ricordo che quando ho letto il manoscritto, alla fine sono rimasta così colpita che le ho fatto un messaggio e le ho detto: «Ma perché fai il laboratorio? Sei bravissima!»

E lei, sinceramente modesta, ha risposto che aveva bisogno di me.

Che dire... Posso farle una dichiarazione d'amore qui? :-D

Silvana è proprio una scrittrice d'altri tempi, che intende la scrittura come una forma d'arte e porta in giro le sue opere con semplicità, mettendosi seduta a un tavolo di un bar con i suoi lettori. Non è certo una donna che si mette sul piedistallo (anche se ha i numeri per farlo) ma condivide con le persone la sua gioia di scrivere, un po' come la poetessa Wislawa Szymborska che, nonostante la sua grandezza, amava intrattenersi persino nei giardini a condividere le sue poesie con i passanti. Così, semplicemente.

E Silvana è così: grande nella sua semplicità.


Che altro dire... 

Se non l'avete ancora letto, il suo romanzo, fatelo...


...perché...


E ho detto tutto. :-)


Alla prossima

dalla vostra

Stefania Convalle









domenica 1 novembre 2020

Numero 355 - Per la Rubrica "Parlo di me": Venerina Gabriele - 1° Novembre 2020


 

Raccontarsi non è mai facile. Da dove iniziare… Cosa dire… Non posso raccontare di essere una scrittrice con esperienza alle spalle, questa è la prima volta che pubblico una mia produzione.

Allora racconto un po' di me. Inizio col dire che sono nata in un’isola e che ho sempre avuto la passione per la lettura. Sin da piccola era il mio passatempo preferito;  il libro Cuore, I ragazzi della via Pal, Tom Sawyer, i libretti di narrativa dell’Azione Cattolica erano il pane quotidiano.

Durante l’adolescenza scrivevo poesie, ho continuato a scrivere diari e qualche capitolo di romanzi che puntualmente riguardavo e stracciavo.

Più di vent'anni fa avevo iniziato a scrivere una storia partendo da  un sogno che mi ha indotto a imbastire  una trama sulle figure e le scene oniriche. Ho scritto di getto gran parte del romanzo, lasciandolo lì a metà per molti anni. Sono tornata nel tempo,  di volta in volta, a riguardare e aggiungere qualche pezzo alla storia finché,  invogliata dai miei figli, mi sono rimessa a scrivere arrivando al finale.

Cercando una casa editrice alla quale far leggere il mio romanzo mi sono imbattuta in Stefania Convalle, una persona gentilissima e straordinaria che dopo averlo  letto mi ha comunicato che la storia le era piaciuta e che era possibile la pubblicazione. Ancora oggi sono incredula ma felice, non mi sembra vero di poter vedere pubblicato il mio primo romanzo. Un sogno che diventa realtà non è di tutti i giorni. 

Grazie Stefania Convalle e grazie Edizioni Convalle.

Venerina Gabriele



E ora la parola all'editrice ;-)

Venerina è una persona che si fa scoprire un po' alla volta. 
Eh sì, esattamente come ha scritto questo suo "Parlo di me", poche parole, senza mostrarsi troppo, anche se quel poco che dice è autentico, come lei.
Ho imparato a conoscere col tempo questa  donna minuta (Venerina, siamo alte uguale?? :-D) ma tutta da incontrare dentro il suo profondo sé. 
Un profondo sé che incuriosisce e che, man mano si svela, sorprende e mostra una alla volta le mille sfaccettature della sua personalità, del suo pensare. Secondo me è un po' filosofa;-) Me la immagino, nella sua Pantelleria, che ammira il mare e la natura e intanto medita...
Venerina è una donna molto particolare, e se deciderà di abbandonare tutte le riserve, potrebbe davvero stupirci con una narrativa spaziale (in tutti i sensi).
Nel frattempo il suo "L'eco del Maestrale" ci dà un antipasto di lei, dell'attaccamento alla sua terra, della forza di quel Maestrale che - per me - rappresenta la forza del suo carattere. Un vento che sa dove andare, un vento che sa in che direzione soffiare, un vento che sa richiamare i cuori e ricondurli alle origini, come i personaggi del suo romanzo. Ho amato tantissimo Pietro e Carmela, i due personaggi dai quali parte la narrazione di questa saga familiare. Un uomo, una donna, il mare, la terra, l'amore vero. Commovente, la loro storia.
Commovente, come lei.


Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle





domenica 4 ottobre 2020

Numero 354 - Racconta una storia - 4 Ottobre 2020

ph. Giusy Steri
 

Qualche giorno fa ho rivisto una mia affezionata lettrice, Giusy Steri, a un firmacopie. Chiacchierando, ho scoperto che è anche una fotografa e così le ho proposto di fare qualche scatto che si collegasse al mio nuovo romanzo che uscirà a breve, "Lo specchio macchiato dal tempo", ambientato nella mia Milano.

Così Giusy è andata a spasso per le vie dove è ambientato il romanzo in compagnia della sua amata macchina fotografica.

La foto appartiene a questa serie di immagini immortalate dall'obiettivo della fotografa e ben rappresenta una parte della storia da me raccontata.

Purtroppo, per ragioni grafiche, non ho potuto utilizzarla per la foto di copertina, ma è talmente bella che ho pensato si prestasse al vostro immaginario, cari scrittori in erba e non, per scrivere un bel racconto.

Ormai questi appuntamenti di scrittura con il blog sono diventati una piacevole abitudine, un modo per condividere la nostra comune passione, un momento di visibilità per coloro che decidono di partecipare perché - diciamolo - si scrive per farsi leggere.

E quindi... Si riparte con una nuova tappa della voglia di scrivere che ci appartiene e che ci lega gli uni agli altri.

Scrivete un racconto di max 700 parole, ispirato a questa foto. Date vita all'immagine, osservate, fantasticate, curiosate: raccontate.

Dovrete poi inviare il vostro elaborato a steficonvalle@gmail.com, in allegato e in formato word.doc.

Non voglio mettere condizioni per partecipare, ma sarà apprezzato dalla regia ;-) l'acquisto di almeno un'opera di Edizioni Convalle, come feedback per il tempo dedicato da parte mia a questa iniziativa. L'eventuale ordinazione si potrà esprimere nella mail che conterrà il vostro racconto.

Scadenza? Mah... non lo so. Mai?


Alla prossima 

dalla vostra

Stefania Convalle




         UN NUOVO GIORNO         

Elisabetta Motta

 

Mi è sempre piaciuta Roma nelle prime ore del mattino.

I negozi sono ancora chiusi e le strade quasi deserte. L’aria è intrisa del profumo di cornetti caldi e fragranti che proviene dalle caffetterie.

Mi viene l’acquolina in bocca, anche se ho già fatto colazione. Alzo lo sguardo, sui balconi pieni di verde. Alcuni sono talmente belli che mi viene voglia di fotografarli. Come se fossi una turista, arrivata chissà da dove.

Con passo lento, lo zaino sulle spalle, mi avvio verso Campo dei Fiori.

Voglio gustarmi la mia passeggiata mattutina, accarezzata dalla tepida brezza che a quell’ora è ancora piacevole.

Il ciondolo che porto al collo oscilla sulla mia canotta nera, al movimento del mio incedere sulla via acciottolata.

Non è un ciondolo qualsiasi: è una lettera d’oro. La M, iniziale del nome Marco. Non mi separo mai da quel pendente, anche se ogni volta che lo stringo in mano, riemerge il mio vecchio dolore.

Eh, sì, perché la storia con Marco è finita già da un po’ di tempo.

Purtroppo.

Certo, i rapporti si concludono molto spesso, per svariati motivi. Ma per noi non doveva arrivare una fine.

Almeno non in quel modo.

Marco non c’è più. Non solo per me. Non c’è più per i suoi cari, per gli amici, per chiunque. Lui ha lasciato tutti, anche la sua stessa vita su quella maledetta strada, un mattino di un anno fa.  

Stava venendo da me, in moto, a portarmi quel regalo. Il ciondolo che adesso porto al collo.

Era il giorno del mio compleanno.

Dovrei strapparlo via quel pendente. E invece lo stringo. Lo avvolgo amorevolmente nella mia mano, perché mi fa sentire vicino il mio Marco.

Sono certa che lui mi accompagni ovunque.

E la sua presenza mi rende felice, malgrado tutto, come questa mattina.

All’improvviso, il mio cuore si apre di nuovo, insieme alle finestre dei palazzi che si spalancano, una a una, ricordandomi che è iniziato un nuovo giorno.


***

IL VOLTO

Alessandra Nobile


Teresa camminava per la via con i suoi sandali dorati, nuovi di zecca. Camminava su quel pavimento in ciottoli che, nei secoli, aveva accompagnato il rumore di tanti passi. Gli shorts e la camicetta nera, attillata, le davano la sicurezza che si addiceva ai suoi vent’anni. Chiunque l’avesse vista camminare così, da dietro l’avrebbe scambiata per una ragazza qualsiasi: forse una studentessa o una turista, capitata in quella strada assolata quasi per caso.

Ma se qualcheduno l’avesse guardata in faccia mentre lei si girava indietro, di scatto, per un rumore improvviso, ad esempio per un frastuono di bottiglie frantumate nel bidone di un bar, allora non avrebbe mai più potuto scambiarla per una ragazza qualsiasi.

Teresa non lo era, una ragazza qualsiasi. Teresa aveva un segno. Teresa era il suo segno.

Le persone lo sapevano: non è educazione fissare qualcuno, specialmente se quel qualcuno ha un segno sul volto. Le persone lo sapevano ma, se incontravano Teresa, non potevano fare a meno di guardarla. Gli occhi azzurrissimi, penetranti, e soprattutto quel che quegli occhi raccontavano, facevano sì che nessuno riuscisse a girarsi, imbarazzato, da un’altra parte.

Perché Teresa era consapevole di portare in viso “il segno” ma, a differenza di altri che lo portavano, quel segno non le faceva più paura.

All’inizio sì, le aveva fatto paura, e molta. All’inizio le era sembrato che il suo volto non le appartenesse più. Aveva dovuto imparare tutto da capo, con quel suo viso. Aveva dovuto far pace con lo specchio, imparare a ritrovare la sua pelle in quella pelle, dolorosamente ricucita. E quando, specchiandosi, era riuscita a riscoprire una dimensione sua, ecco che quella cicatrice, che da parte a parte le trapassava la guancia, le era apparsa semplicemente come uno dei tanti particolari del suo viso. Un particolare come gli occhi, come gli zigomi, come le sopracciglia: solo un po’ più vistoso degli altri.

Quello che Teresa non riusciva a digerire non era la perdita della freschezza di quel volto, perché il suo volto, pur deturpato, non aveva, inspiegabilmente, perso nemmeno un po’ della sua freschezza.

Quello che Teresa non riusciva a digerire non era nemmeno la perdita, dopo l’incidente, della sua spensieratezza di ragazza.

Stranamente quella spensieratezza non l’aveva mai abbandonata. Continuava a far parte di lei. Si era solo trasformata, divenendo qualcosa di più denso e maturo. Come quei fichi che, invece di venir colti in anticipo, cadono dall’albero quando è il loro tempo e, pur subendo il trauma della caduta, risultano più dolci e succosi.

No, quello che Teresa non riusciva a digerire era la sensazione di aver abitato, se pur per poco, in una zona limite: il limite tra la vita e la morte. Non riusciva a pensare di aver attraversato, scalza e immobile in un letto immacolato, quei giorni di Terapia Intensiva. Giorni di cui non ricordava proprio nulla, se non la luce fredda e intensa del reparto che, non sapeva come, era riuscita a penetrarle attraverso le palpebre.

Quella cicatrice sul volto, lei ne era consapevole, non era che un segno da sopravvissuta o, meglio, un segno che era lì a ricordarle che lei era ancora viva. Era lì a ricordarle che quello era ancora il suo volto. C’erano ancora gli occhi azzurrissimi, le sopracciglia curate, gli zigomi alti. C’era ancora, nonostante la cicatrice, forse grazie a quella cicatrice, tutto ciò che rendeva quel suo volto bello.

E così Teresa attraversava sicura quel viale del centro storico del suo paese ed era felice che la luce azzurra del giorno potesse ancora accarezzarle la pelle del volto. Non aveva paura di incrociare qualcuno e che quel qualcuno la guardasse in viso. Perché, lei lo sapeva, era il contrasto tra quella cicatrice e i suoi occhi azzurrissimi, pieni di vita, e consapevoli che tra la morte e la vita c’è solo un soffio, a rendere particolarmente bello il suo volto.

***

  IN UN ISTANTE

Alessandra D'Angella

 

Dopo accurate ricerche era riuscita finalmente a risalire a lui e, come ogni giorno nell’ultimo anno trascorso, anche quel venerdì mattina, Delia entrò alle sette in punto nel Caffè Beltrami, nel ghetto ebraico di Bologna alla via dell’Inferno numero 13.

Dopo aver fatto ingresso in quello stanzone profondo e cupo, alle cui pareti erano affisse le immagini di celebrità che rievocavano tempi decisamente più floridi e sembravano fissarla quasi presagissero qualcosa, la donna si portò con flemma serafica al bancone, pronunciando come di consueto le sole parole necessarie a formulare la sua ordinazione e consumare il solito caffè macchiato freddo che, anche in quell’occasione, Delia sorseggiò lentamente e in silenzio, guardando fisso in direzione della parete a specchio da cui poteva scorgere la cassa dietro cui sedeva Samuele, il titolare del locale. Era un omone sulla sessantina con l’aria ammiccante e il piglio del viveur, al quale però Delia, nonostante le molte lusinghe ricevute, non aveva in tutto quel tempo mai rivolto la parola, limitandosi a guardarlo fisso negli occhi e a consegnargli, ogni sacrosanto giorno di quegli ultimi dodici mesi, una moneta da due euro che tirava fuori dalla tasca dello zainetto e riponeva con delicatezza sul piattino posto accanto alla cassa, per poi uscire dal bar con la stessa tranquillità con cui vi era entrata, senza salutare né curarsi minimamente del richiamo di Samuele che le ricordava di prendere il resto. Al punto che questi, dopo un po’ di volte che la cosa si ripeteva, aveva persino smesso di dirglielo e quel singolare appuntamento fisso che ormai da tempo si consumava immutato e che in un primo momento aveva suscitato la sua curiosità e quella della figlia Adele, era diventato ormai così consueto da integrarsi perfettamente nella loro routine quotidiana.

Quel venerdì di agosto Delia gustò il caffè che Adele aveva preparato per lei più lentamente del solito, si asciugò le labbra e si recò alla cassa da Samuele, che l’attendeva per celebrare quella sorta di rituale al quale ormai non faceva neanche più caso.

Fu a quel punto che Delia aprì la bocca e gli rivolse la parola guardandolo dritto in faccia.

«Oggi ricorre l’anniversario della morte di mia madre.»

Samuele era sbigottito, non sapeva se credere a quanto aveva appena udito o se si trattasse di uno scherzo della sua immaginazione. Uno sguardo incredulo rivolto alla figlia Adele gli confermò che non stava sognando. 

«Mi spiace…» si limitò a rispondere l’uomo, malcelando l’imbarazzo.

«Sa» continuò Delia «avevo solo lei. Mio padre è morto prima che io nascessi in un incidente d’auto, non so altro di lui, la mamma mi ha raccontato solo questo; era evidente che soffriva e non ne parlava volentieri, pensi che non me lo ha mai mostrato nemmeno in foto. Per me è stato difficile vivere di un’idea, non poterlo abbracciare nei momenti in cui sembrava che il mondo mi cadesse addosso…Ma, mi scusi, cosa le sto raccontando?! Non ci conosciamo nemmeno, la prego di perdonarmi, non dovevo dirle queste cose, forse l’ho imbarazzata, è solo che questo è un giorno così triste per me, non so davvero cosa mi sia preso. Le pago il caffè e vado via. Mi scusi, davvero.»

«Non si preoccupi signorina…» le rispose incerto Samuele, a occhi bassi mentre la ragazza si apprestava a prendere il denaro per pagare il conto, ma fece appena in tempo a terminare la frase e a risollevare lo sguardo che Delia estrasse dallo zainetto una pistola e fece fuoco.

Boom.

Un colpo solo, secco, tra le arcate sopraccigliari, alla radice del naso. In un istante Samuele cadde privo di vita, riverso sul pavimento che si macchiò di sangue.

Delia si girò verso il bancone e guardò Adele, pietrificata dalla paura, tremante e incapace di emettere alcun suono. La fissò per alcuni istanti che parvero un’eternità, poi ripose la pistola nello zainetto e si voltò di nuovo verso Samuele.

«Addio, papà» gli disse con voce atona; e uscì dal bar camminando lentamente, per poi perdersi nelle vie del centro storico di Bologna.

***


 IL RISVEGLIO

Tiziana Mazza

 

Ambra aveva atteso con trepidazione quella data. Il 13 giugno 2020 Michele sarebbe tornato a casa, nel paesino che gli aveva dato i natali, lo stesso in cui lei viveva e che non vedeva l’ora di abbandonare per conoscere il mondo, proprio come aveva fatto lui. Michele era il figlio del possidente più conosciuto della valle e ben oltre quei confini; il ragazzo grande che aveva sempre sbirciato di nascosto con il batticuore, quello che segretamente aveva sempre sognato di sposare. Poi, un giorno, era partito per andare all’estero a frequentare una prestigiosa università che gli avrebbe consentito di occupare un posto di rispetto nel mondo. Ora era tornato e aveva organizzato una mega festa per celebrare la laurea conseguita con centodieci e lode, nonché il rientro in patria. Ambra non stava più nella pelle all’idea di rivederlo, chissà com’era diventato… Si sarebbe ricordato di lei?

Zaino in spalla, si era attrezzata con tutto l’occorrente per un appostamento lungo, nella speranza di riuscire a intercettarlo, e la sua costanza era stata premiata. Come nella più bella delle favole Michele aveva abbandonato il parco della villa in cui si era radunato il jet set della valle ed era uscito a bordo della sua spider proprio dal cancello dietro al quale si era appostata Ambra.  Quando aveva visto le sontuose inferriate aprirsi, la ragazza si era predisposta a fingere di passare da lì per caso, sperava ardentemente che Michele la riconoscesse e si fermasse a parlare con lei. L’incontro andò oltre le più rosee aspettative. Michele, infatti, la invitò a salire e ad andare a bere in un locale con lui.

«Ma… e la tua festa?» disse lei sconcertata.

«Non si accorgeranno neanche della mia assenza.»

«Dove mi porti?»

«È una sorpresa.»

Michele guidava e sorrideva mentre lei s’inebriava bevendo le bollicine direttamente dalla bottiglia che Michele aveva stappato prima di mettersi alla guida. L’aria le schiaffeggiava la faccia scompigliandole i capelli, le case e i prati si susseguivano. Ad Ambra sembrava di vedere la scena di un film, niente era reale, si sentiva leggera, poi la testa divenne pesante, gli occhi si chiusero e scese l’oblio.

Aprì gli occhi a fatica, la testa le doleva, si guardò attorno stupita, non riconosceva il luogo dove si trovava, non conosceva quel letto... All’improvviso rabbrividì nonostante i trenta gradi che il termometro segnava: sotto alle lenzuola indossava solo gli slip e il reggiseno, i suoi vestiti erano ordinatamente riposti su una seggiola ai piedi del letto. Di Michele nessuna traccia. Si alzò dardeggiandosi il lenzuolo addosso e, con circospezione, ispezionò l’appartamento. Non c’era nessuno, nel bagno trovò degli asciugamani puliti, d’istinto si precipitò sotto alla doccia per lavarsi via la sporcizia che si sentiva addosso: era stata violata? Lacrime di dolore le rotolarono lungo le guance confondendosi con lo scroscio della doccia. Possibile che il suo adorato Michele l’avesse drogata per approfittarsi di lei? Si sentiva ferita nel profondo della sua anima. Si strofinò l’asciugamano fino ad arrossare la pelle per provare la sensazione di essersi rigenerata, per cancellare il terribile sospetto di quello che poteva essere accaduto la notte passata. Poi raccolse i suoi vestiti e uscì di casa. L’accolse una strada deserta, l’atmosfera era irreale, dove erano andati a finire tutti? Mentre era addormentata erano arrivati gli alieni e avevano rapito tutti i terrestri? S’incamminò lungo la strada godendosi quella inusuale pace, stranamente non aveva paura. A un certo punto in fondo alla strada vide una spider rossa, il suo istinto le gridava di tornare indietro ma il cuore in subbuglio la obbligava a procedere: doveva sapere.

Così, lentamente, andò incontro al suo destino: era il 13 giugno 2120.

 ***


LA STELLA

 Maria Rita Sanna

 

«Samantha! Aspetta!»

«Oh, Giulia, esplodo dalla gioia! Ma ti rendi conto? Entrerò a far parte delle Rockettes, il famoso corpo di ballo del Radio City Music Hall, di New York.»

«Samantha, non sarà facile staccarsi dal nostro lavoro; noi apparteniamo a Tony e siamo a conoscenza dei suoi giri strani.»

«Giulia, perché fai quella faccia risentita? Tony è favorevole, è stato lui a dirmi che metterà una buona parola affinché passi la selezione. Capisci, a forza di ripetergli il mio desiderio di andare via, si è arreso.»

Samantha cantava e volteggiava nel vicolo assolato e deserto, quel giorno di fine agosto; aveva sempre tanto ottimismo da vendere, gioiva per ogni cosa e, soprattutto, la sua allegria era contagiosa. Tony l’aveva bene inquadrata e, sotto la sua protezione, la coccolava fino alla nausea. Oh, non che io fossi messa da parte, no, ma in un certo senso ero diventata per lui un po’ vecchia. Data la sua età, ormai prossimo ai sessant’anni, si era intenerito con quel pulcino di ragazza, appena ventenne, con tanti sogni per la testa. Ciò che mi faceva più rabbia stava nel vedere Tony assecondarla in tutto. A me regalava fiori, gioielli, appartamenti – ne avevo due - oggetti che desideravo, mentre con Samantha si comportava come un vecchio rimbambito, facendole fare tutto ciò che voleva.

A lei regalava la libertà.  

«Vieni, Giulia, laggiù c’è una zingara, mi farò leggere la mano.»

E corse fino all’angolo in cui il vicolo sfociava sulla strada trafficata dalla folla e le auto. Il mio nervosismo cresceva quanto aumentava l’euforia della mia amica. Eravamo amiche, sì, perché l’avevo presa sotto la mia ala, educata secondo le regole del Pyramid Night Club, svelando segreti su taluni personaggi, sostituendomi a lei quando questi le mettevano addosso occhi avidi di lussuria. Il tutto sotto le direttive e lo stretto controllo di Tony.

A lei la libertà, a me l’obbedienza.

Quando raggiunsi le due donne, era già tutto detto.

«Hai sentito, nella mia mano c’è scritto che sarò una stella! Cosa ti avevo detto? La mia carriera volerà in alto. New York, arrivo!»

Il sole picchiava forte sulla mia testa, mi stordiva, ma per Samantha sembrava fonte di energia. La stessa che faceva germogliare il grano e maturare l’uva del nostro paesino natale; qui in città, alla corte di Tony, avevamo trovato ricchezze, da sempre sognate. Samantha era ambiziosa, talentuosa e sapeva di avere almeno una possibilità. I suoi capelli profumavano ancora di grano, e nelle vene le scorreva un mosto acerbo; era una stella non ancora matura, ma formata per salire nel firmamento delle celebrità.  

«Samantha, smettila!»

Infastidita, l’afferrai per un braccio, costringendola a guardarmi negli occhi. Lo fece con quel sorriso quasi ingenuo e sincero. Lei ci credeva. Voleva quella fama e sapeva che Tony gliel'avrebbe concessa. Purtroppo me ne stavo convincendo anch’io. Non sopportavo la situazione, non accettavo la sua gioia.

«Giulia! Ho ventidue anni, è la mia grande occasione, Tony mi vuole bene, per questo mi aiuta. Anche tu sei stata la sua preferita, me l’ha detto lui. Dai, sorridi e incrocia le dita per me!»

Braccia al cielo, Samantha fece una piroetta, incastrandosi tra le auto parcheggiate, pronta per attraversare la strada. Anche tu sei stata, quella frase mi gelò il sangue, portando alle stelle la mia inquietudine. La urtai perché lei si fermò all’improvviso per far passare una macchina in corsa. Le stelle del firmamento brillano di luce riflessa ma nella mia testa ardevano le fiamme dell’inferno, maligne. Spinsi Samantha con una mossa decisa e furente, mentre l’auto in arrivo non ebbe il tempo di frenare. La colpì con violenza.

«Brilla sull’asfalto se ci riesci!»

Il capannello di persone dava spiegazioni alle forze dell’ordine, io guardavo scostata, come in trance. La zingara si avvicinò a me accompagnata dal poliziotto, mi puntò il dito in faccia.

«È stata lei a spingerla.»

 ***


LA DONNA DELLA DOMENICA MATTINA

 Tania Mignani

 

Lei è una donna della domenica mattina.

Una di quelle donne che esce da un portone troppo ben vestita e con il trucco sbavato per essere mattino presto. Percorre le vie ancora deserte maledicendo i tacchi della sera prima o quel drink di troppo cercando di ricordare il nome dell’uomo con cui ha trascorso la notte.

La puoi riconoscere da come si sistema la camicetta spiegazzata, dallo sguardo felice di andarsene o, a volte, triste perché in quella casa avrebbe voluto rimanere un giorno ancora, almeno fingere di aver dimenticato qualcosa, uno spazzolino o il rossetto.

Ti accorgi di lei mentre invia messaggi alle amiche rivelando dettagli piccanti di quella notte, con i denti che mordono le labbra e un mezzo sorriso malizioso. La vedi, furtiva, annusare una ciocca di capelli per sentire l’odore di lui.

È una donna della domenica mattina, passa indifferente davanti alle vetrine dei bar che stanno aprendo mescolandosi alle famiglie pronte per la messa.

Troppo ben vestita per essere mattino presto, apre la sua borsetta sfavillante di paillettes, le chiavi della macchina dovrebbero essere lì, tra un conquistato desiderio di libertà e un sogno ormai riposto.

 

 

 

 

 


domenica 27 settembre 2020

Numero 353 - Per la Rubrica "Parlo di me": Rosetta Spinelli - 27 Settembre 2020

Da dove cominciare?

Vediamo, magari dicendo che sono nata settantanove anni fa a Conegliano Veneto, in famiglia eravamo sette, compresi mamma e papà, e sono gemella di un maschio che a tempo perso fa il pittore. Ho avuto un’infanzia felice, amata soprattutto dai miei fratelli maggiori, tra noi infatti c’erano molti anni di differenza, ed educata da una madre severa che ci ha insegnato il senso del dovere e la dedizione allo studio.

Dopo la guerra in cui i miei hanno perso tutto, ci siamo trasferiti in Brianza perché mio padre aveva trovato lavoro in una azienda che intendeva sviluppare prodotti nuovi. Erano gli anni cinquanta e ci si avviava a quello che poi sarebbe stato il boom economico post bellico.

Io a scuola ero bravina, specialmente in italiano, e mi piaceva tanto leggere. Leggevo di tutto, anche i libri che i miei fratelli lasciavano in giro, anche se a volte non li capivo.

Ho scritto il mio primo “romanzetto” in terza media, è ancora conservato in soffitta e quando lo prendo in mano mi vengono le lacrime agli occhi: quanta ingenuità e innocenza!

Ho cominciato a lavorare presso una casa discografica che avevo diciannove anni. Un sogno, per me, patita come ero per la musica, soprattutto il “rock”. L’ambiente musicale era fantastico ma anche crudele e piuttosto “sessista”, tuttavia sono stati anni belli e indimenticabili. Ho lasciato il lavoro dopo la nascita del mio primo figlio, anche perché poi ne ho avuti altri due. Quando i miei figli hanno iniziato le scuole ho ricominciato a leggere finalmente qualcosa di diverso dalle favole. Ma la scrittura era ancora un miraggio, anzi, un sogno che forse stavo abbandonando per sempre. Invece, dopo essere andata in pensione, ho capito che era il momento giusto. Ho scritto il mio primo romanzo “La perfezione dei punti” in tre anni, non mi sognavo affatto di pubblicarlo, lo fecero i miei figli come regalo per i miei settant’anni. E da allora non ho più smesso.

Ho scritto tre libri per bambini e due per ragazzi e un  romanzo “La bambina della Via Mala”, fino ad approdare due anni fa alle Edizioni Convalle con “La lieve carezza del tramonto”.

Adesso sto scrivendo un nuovo romanzo, ma vado molto a rilento, forse sono diventata più perfezionista, o forse sono solo consapevole del fatto che non devo avere fretta se voglio fare le cose per bene. Anche se il tempo mi sta sfuggendo dalle dita con una velocità pazzesca. 

Ma so che continuerò fino alla fine.

Rosetta Spinelli


E ora la parola all'editrice ;-)

Quando ho conosciuto Rosetta Spinelli, mi sono trovata davanti una donna tutta d'un pezzo, ma siccome non mi fermo mai al primo sguardo né all'apparenza, sono andata oltre, entrando nell'azzurro trasparente dei suoi occhi.

Ho visto una donna forte, sì, ma fragile allo stesso tempo. E ho capito che, forse, più di altri, avesse bisogno di un abbraccio.

Abbiamo iniziato l'avventura relativa al suo romanzo "La lieve carezza del tramonto" che mi ha commosso in svariati passaggi, perché scritto davvero col cuore. Lei lo sa: amo quel romanzo. 

Abbiamo condiviso delle presentazioni insieme e ogni volta aggiungevo un tassello alla mia conoscenza di questa piccola grande donna.

E poi, quanto è stato bello telefonarle, quando la segreteria della Rassegna della Microeditoria mi aveva comunicato che al suo romanzo era stato attribuito il Marchio di Qualità!

Insomma, un percorso in punta di piedi, perché lei vive sottovoce: è un fiore delicato da proteggere.


Alla prossima 

dalla vostra

Stefania Convalle





 

venerdì 18 settembre 2020

Numero 352 - Per la Rubrica "Parlo di me": Tiziana Mazza - 18 Settembre 2020


 

Per i nonni ero un Terremoto  perché spesso combinavo guai; per gli amici una Radio perché non stavo mai zitta; per gli ex colleghi una Ballerina perché non stavo mai ferma.

Buongiorno, mi presento: sono Tiziana Mazza, ho cinquantotto anni e sono tuttora molto vivace.

Multitasking, un po’ pasticciona, ma molto volonterosa; fedele come Fido, affidabile come i pelati Cirio, allegra come Carmencita.

Ho conosciuto Stefania sui banchi di scuola alle medie.  Abbiamo condiviso il maestro di chitarra e, come risultato, lei ha imparato a suonare, mentre io ho continuato a… stonare. 

Poi le nostre vite si sono separate per rincontrarsi di nuovo quarant’anni dopo, complice Facebook, alla serata finale del suo primo premio letterario “Dentro l’amore” e, da allora, non ci siamo più perse di vista. La sua scrittura mi ha subito conquistata e così ho incominciato a frequentare il suo laboratorio di scrittura, a partecipare a gare di scrittura sui blog on line e ai Premi Letterari “Dentro l’amore”  edizioni 2017, 2019 e 2020 che mi hanno regalato grandi soddisfazioni.

La mia vita professionale è stata movimentata, e, come spesso succede, è trascorsa tra alti e bassi. Dopo aver compiuto studi umanistici con indirizzo in lingue straniere, ho lavorato per quindici anni nel settore delle televisioni private per lo più come promoter video, in seguito ho aperto un’attività in proprio. 

Da qualche anno mi sono trasferita a vivere a Sormano, un ridente paesino nel cuore del Triangolo Lariano, ed è proprio in questo territorio che ho ambientato il mio primo romanzo “Sulle Tracce di Lucifero”.

Tiziana Mazza



E ora la parola all'editrice ;-)


Partiamo da qui, perché la nostra storia parte da lontano, come potete constatare dalla foto ;-)
Le Medie insieme, dove eravamo amiche... come si dice... l'amica del cuore. Poi come spesso accade, le direzioni diverse degli studi successivi dividono e così dall'inizio del liceo non ci siamo più viste per quarant'anni, come ha già detto Tiziana.
Facebook è stato l'artefice del nostro ritrovarci e la prima edizione del premio letterario Dentro l'amore, l'occasione per rivederci.
Da lì, oltre a ritrovare il tempo perduto, Tiziana si è appassionata alla scrittura, dapprima iscrivendosi ai laboratori, partecipando al Premio Letterario con bei riconoscimenti relativi alle poesie e i racconti, e poi arrivando a una prima pubblicazione che ha fatto centro nel cuore dei lettori. La scrittura di Tiziana è un mix di ironia, di acume, di creatività frizzante, come nel caso di "Sulle tracce di Lucifero".
Che poi... sorrido perché Tiziana ha sempre detto: «Figurati se scriverò mai un romanzo! Non ne sarei capace!»
Ecco:

E poi, ve lo dico, la penna di Tiziana è una continua sorpresa. Voi l'avete conosciuta nella veste giallo-rosa luciferina, ma l'alter ego naviga nell'introspezione, nei thriller, nei noir, nei gialli: insomma, ce l'ha tutte lei! Ne vedrete delle belle ;-)

In conclusione, sono molto contenta di aver ritrovato un'amica, e di aver scoperto una scrittrice!



 Alla prossima

dalla vostra

Stefania Convalle





giovedì 17 settembre 2020

Numero 351 - La scuola ai tempi del Covid - 18 settembre 2020


 

 LA SCUOLA AI TEMPI DEL COVID


Il tema della scuola è all'ordine del giorno.

Ho chiesto a Lorenzo Armenio, giovane autore di Edizioni Convalle - la sua prima opera è prossima all'uscita - di raccontarci in una pagina di diario com'è stato per lui il ritorno a scuola che è coinciso col primo giorno al liceo.

Ecco qui la sua esperienza sul campo.


***


14 settembre 2020

Per la prima volta dopo mesi devo preparare la cartella. Prima liceo allo Scientifico Paolo Frisi. 

Durante l'estate mi sono esercitato per iniziare al meglio questa nuova avventura. Questa mattina mi sono svegliato presto, per essere sicuro di non dimenticare niente. Peccato che mi sia svegliato fin troppo presto, dato che ero molto stanco, ma non potevo farne a meno, essendo stato sia eccitato che preoccupato. 

Dopo essere uscito di casa mi sono incamminato verso la nuova scuola. Era la prima volta che facevo un tragitto così lungo per andare a scuola, sì, perché alle elementari i miei genitori mi accompagnavano in macchina fin davanti alla scuola, mentre alle medie... Beh, vivo accanto alla scuola media, quindi non dovevo faticare troppo! In ogni caso sono arrivato davanti al liceo con qualche minuto di anticipo e ho aspettato l'unica compagna che conoscevo: Ludovica. 

Questa giornata sarebbe stata una novità sia dal punto di vista scolastico, che da quello sanitario. 

Il primo giorno di liceo è un'esperienza particolare: nuove aule, nuovi compagni e nuovi professori, ma con l'avvento del Covid-19 le cose sono cambiate. Le classi infatti vengono divise in due gruppi, per ridurre l'assembramento; i banchi sono separati e non ci si possono scambiare gli oggetti come matite, gomme... Insomma, una cosa alla quale faticherò ad abituarmi. 

Alla prima campanella tutte le classi prime si ritrovano nel cortile della succursale, per essere smistati. Uno a uno si viene chiamati e si ritirano il badge per segnare la presenza, il libretto dello studente e le credenziali per accedere al registro elettronico. Naturalmente, per rispettare le norme statali, vengono distribuite mascherine a chi non ne è provvisto, si devono indossare in caso la distanza di almeno 1 metro non sia assicurata. Una volta entrato nell'edificio, scannerizzo il mio badge personale e mi dirigo verso la mia classe: 1 DSA. Dato che io e la mia amica siamo rimasti in fondo al gruppo, ci siamo ritrovati a doverci sedere nei posti di fronte alla cattedra: la mia solita fortuna! 

La prima ora di lezione passa senza problemi: la professoressa di disegno e storia dell'arte ci spiega come si  svolgerà quest'anno scolastico, le materie che affronteremo e soprattutto lo studio che faremo. 

Suona la campanella e arriva la professoressa di inglese, che introduce la prima lezione, dando come semplice compito la visualizzazione di un film-documentario: Life in a day, di Kevin McDonald, un film che raccoglie clip video da tutto il mondo che testimoniano la vita quotidiana nel 2010. 

Ancora una volta suona la campanella e, dopo la solita presentazione, la professoressa di fisica ci illustra le regole da seguire per evitare un qualsiasi contagio, togliendoci qualsiasi timore. La campanella suona per l'ultima volta per questa giornata e possiamo tornare a casa. 

Qualche giorno fa ero intimorito dall'inizio in questa nuova scuola, per il livello di istruzione richiesto, per le voci sulla difficoltà nell'intraprendere il percorso e soprattutto per il fatto che mi sarei sentito spaesato con tutte le novità e regole per la sicurezza, ma questa prima giornata ha fatto scomparire qualsiasi mia paura, facendomi capire che l'importante è dare il massimo.

Nella vita si possono incontrare migliaia di difficoltà che possono sembrare invalicabili, ma con l'impegno, l'aiuto e il sostegno di chi ti vuole bene, questi ostacoli sembreranno solo sassolini nella scarpa.

Lorenzo Armenio

***


Insomma, bravo Lorenzo!

Alla fine, i bambini e gli adolescenti sono spesso più saggi di noi adulti con la loro capacità di adattamento alle situazioni più complicate e difficoltose.

Buona scuola, dunque, a Lorenzo e a tutti gli studenti!

Ah... nella foto è col mitico Pepe! ;-)


Alla prossima

dalla vostra

 Stefania Convalle