Anime Antiche

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nuovo romanzo ordinabile sul sito Edizioni Convalle e su Amazon

venerdì 28 agosto 2020

Numero 348 - E così vorresti fare lo scrittore? Charles Bukowski - 28 Agosto 2020




Amo leggere le poesie. Non da sempre, ma da diversi anni coltivo questa passione che mi ha insegnato tanto anche per la mia narrativa.
La poesie è un mondo a parte, ma  un mondo per tutti. Non deve intimorire. Falsa l'idea che annoi! La poesia non annoia. Una poesia alla volta. 

Un giorno ho comprato "E così vorresti fare lo scrittore", una silloge di Bukowski. La prima poesia che ho letto è stata questa ed è stato colpo di fulmine, perché è proprio così, e se si è davvero scrittori dentro, sembra appartenerci.



e così vorresti fare lo scrittore?

se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto dal
 cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla 
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai solo per soldi o per 
fama,
non farlo.
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene  lì seduto  a
scriverlo e riscriverlo,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun 
altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un 
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos'altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.

non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall'auto-
compiacimento.
le biblioteche del mondo hanno 
sbadigliato
fino ad addormentarsi 
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall'anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all'omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.

quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da 
sé e continuerà 
finché tu morirai o morirà in 
te.

non c'è altro modo.

e non c'è mai stato.

Charles Bukowski

(Traduzione fedele all'originale, compresi gli "a capo" e la scelta della minuscole.)

Alla prossima
dalla Vostra
Stefania Convalle




giovedì 27 agosto 2020

Numero 347 - George Simenon, Tre camere a Manhattan - 27 Agosto 2020



Ho letto questo romanzo insieme alle autrici che frequentano il mio laboratorio di scrittura ed è stata una bellissima esperienza di lettura condivisa. La lettura risale a un paio di mesi fa e quando si legge tanto come me, sia per lavoro sia per diletto, è solo la buona letteratura (celebre o no) a restare dentro. 
Pensavo proprio a questo, oggi. 
Sempre più spesso l'attenzione mi cade sui vari gruppi di lettura che nascono come funghi su Facebook (e questo è un bene, intendiamoci), ma dai commenti osservo che sempre più persone divorano romanzi comuni, diciamo così, e quando si trovano per le mani un'opera della letteratura dichiarano di trovarle pesanti, ridondanti e di non riuscire a proseguire. La cosa mi lascia molto perplessa. 
Sia chiaro: ognuno legge ciò che vuole e merita rispetto, ma non sarà che si sta perdendo la qualità nella letteratura in questa massa di opere pubblicate - a volte, purtroppo non proprio belle, diciamo così - e alla fine non si è più capaci di apprezzare la vera e buona scrittura? D'altronde, se in Italia escono non so quante mai opere al giorno (sembra che tutti abbiano un romanzo nel cassetto) è anche intuibile che solo una piccola percentuale sia degna di nota, in quanto gli scrittori - gli artisti - non sono certo la maggior parte di chi pubblica.
Detto questo, credo che nutrire il cervello con opere che sono entrate nella letteratura sia una scelta importante per affinare il proprio palato. 
Come dire... Non accontentiamoci della mediocrità. Questo lo penso in ogni campo della vita, e anche nella letteratura. 
Personalmente cerco di nutrirmi di belle opere che trovo nella grande letteratura, ovviamente, ma anche nelle opere di autori contemporanei o no che non hanno avuto la fortuna di arrivare al grande pubblico. Leggere la letteratura di alto livello è anche un ottimo mezzo per riconoscere le opere di valore tra quelle degli autori esordienti ed emergenti. 
Per me, un'opera che si possa definire tale, è quella che in primis è scritta perfettamente, che - ancora più importante - non sia un clone di nessuno o di una corrente, e che resti nel cuore e nella testa anche dopo tanto tempo.
Le belle cose non le dimentichi, non passano e vanno.
"Tre camere a Manhattan" non passa e va. A distanza di qualche mese ne avverto ancora l'eco, quando ci penso.
Una storia semplice, tutto sommato. Un uomo, una donna, New York, l'amore.
Detto così, quanti libri potremmo trovare con questi elementi? Ma come dico sempre, la storia è secondaria. Ciò che conta è la mano che scrive, è la capacità dello scrittore, è l'arte.

Kay Miller e François Combe s'incontrano in un bar di New York e cominciano a camminare nella notte, si raccontano; entrambi malati di solitudine, ognuno con un passato fallimentare alle spalle, sia in amore che nella professione, non riescono più a separarsi. Camminano, camminano, fanno di una stanza in un hotel qualsiasi la loro tana. Si studiano e un passo dopo l'altro s'innamorano. Se all'inizio sembra essere solo sesso e passione, si ritrovano col tempo a capire di amarsi davvero. In mezzo, luoghi, camere, comparse che con i loro piccoli ruoli contribuiscono a fare chiarezza nei loro rispettivi cuori.
E la paura. La paura di perdere quell'isola trovata nella metropoli. Come dimenticare la pagina in cui François Combe esce dalla camera d'albergo, cercando una boccata d'ossigeno dopo ore e ore, giorni, insieme a Key, per poi farsi prendere dal panico appena fuori, per la paura che tornando lei possa essersene andata...

Kay continuava a dormire. La guardò - aveva il labbro inferiore un po' gonfio, come sempre - e sorrise con un'aria di vaga condiscendenza. Era chiaro che quella donna aveva occupato uno spazio nella sua vita. Che senso aveva pretendere di misurare fin d'ora l'entità di tale spazio?
Se non avesse temuto di svegliarla, le avrebbe posato un bacio tenero e indulgente sulla fronte.
«Torno subito» scrisse in fretta su una pagina del suo taccuino, che poi strappò e mise sul portasigarette.
E anche questo lo fece sorridere, perché, mettendolo lì, era sicuro che lei avrebbe trovato il messaggio.
Appena uscito sul pianerottolo caricò la pipa, e prima di accenderla premette il pulsante di chiamata dell'ascensore.
Passò davanti al bureau senza fermarsi, si piantò sul marciapiede e respirò a pieni polmoni.
Fu quasi sul punto di sospirare: «Finalmente!»
E Dio solo sa se ebbe la tentazione di non tornare...
Dopo qualche passo si fermò, poi fece ancora pochi metri.
A un tratto fu colto d'ansia, come uno che senta di avere dimenticato qualcosa di importante ma non ricordi che cosa.
Si fermò di nuovo, proprio all'angolo di Broadway, e alla vista delle luci spente e dei marciapiedi inutilmente larghi si sentì raggelare.
Che cosa avrebbe fatto se, al ritorno, avesse trovato la camera vuota?
Quell'idea gli era appena balenata che già lo faceva star male, e lo gettava in un tale stato di smarrimento e di panico che si voltò bruscamente per assicurarsi che nessuno stesse uscendo dall'albergo.
Qualche istante dopo, sulla porta del Lotus, vuotò la pipa che scottava ancora battendola contro il tacco.
«Ottavo piano, per favore» disse alla ragazza dell'ascensore che lo aveva appena accompagnato giù.
E si rasserenò solo quando vide che Kay stava ancora dormendo e che nella camera non c'era niente di cambiato. 

Non sapeva se lei lo avesse visto uscire e subito dopo rientrare. Quell'istante gli provocò un'emozione così profonda e così sottile che non osò parlargliene. Mentre si spogliava , e anche mentre scivolava sotto le lenzuola, Kay sembrava addormentata.
E sembrava dormire anche quando cercò il suo corpo per rannicchiarvisi contro.
Non aprì gli occhi. Appena un battito delle palpebre, senza scoprire le pupille, che gli ricordò il battito d'ali di un uccello troppo pesante per poter spiccare il volo.
Pesante, e lontana, anche la voce, che gli diceva senza biasimo, senza tristezza, senza un'ombra di malinconia:
«Hai cercato di andartene, vero?»

Quanta eleganza, quanta maestria nello stile di Simenon. Leggendolo s'impara a scrivere. 
Un romanzo che respira l'aria di un'America dell'immediato dopoguerra. Le strade di New York, quanto fascino in quelle passeggiate notturne. E la solitudine umana. Siamo tutti soli al mondo, eppure certi incontri possono cambiare la vita e farci di nuovo respirare la profondità dell'amore.

"Tre camere a Manhattan", un romanzo che non si dimentica, che resta nel cuore e nella testa.

Una curiosità: la storia tra i protagonisti è ispirata ai primi incontri clandestini tra lo stesso Simenon e la segretaria Denyse Ouimet. I due saranno dapprima amanti, poi si sposeranno per poi divorziare.
Nel 1965 uscì il film tratto dal romanzo, Key fu interpretata da Annie Girardot.

Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle








domenica 23 agosto 2020

Numero 346 - Borderline, Veronica (Rocca) - 23 Agosto 2020



Siamo tutti Borderline?

Prima di entrare nel romanzo di Veronica (oggi Veronica Rocca) mi faccio questa domanda perché alla fine penso che il confine tra una condizione normale e una patologica sia molto sottile. Basta guardare ciò che accade nel mondo, nella società, nei gesti folli che improvvisamente fanno diventare persino assassini persone fino ad allora definite normali.
Ci sarebbe tanto da dire sul concetto di normalità.
Ma questo è un altro discorso.

"Borderline" è un diario.
Un diario che parte da lontano, una donna che si racconta partendo dall'infanzia, per poi arrivare all'adolescenza, all'amore, al matrimonio e così via, fino ad arrivare alla nascita della figlia e da lì il ritmo cambia e diventa incalzante, di pari passo con le problematiche che emergono anno dopo anno.
Pennellate in capitoli brevi che raccontano una vicenda umana con stile discorsivo e fluido. 

Da lettrice, ho avuto diversi feedback rispetto alla protagonista, colei che racconta la sua vita, in effetti. 

Inizialmente ci si rende subito conto di quanto conti l'imprinting che ogni bambino ha nei primi anni di vita e di quanto esso possa condizionare la vita da adulti. Nel romanzo la protagonista deve affrontare, nella sua infanzia, momenti e distacchi affettivi duri da accettare, imparando la difficile legge della vita in fretta, e questo dà l'idea di quanto tutto ciò segnerà l'atteggiamento negli anni successivi rispetto agli eventi o alle relazioni.
Si solidarizza, dunque, subito con questa bambina e poi ragazzina. 
Ma poi c'è un piccolo black out nel processo di empatia - almeno per me lettrice - quando la stessa donna, diventando tale, tende a dipingere al negativo qualsiasi figura a sé vicina, anche quelle scelte personalmente, come il marito; è anche vero però, come spesso accade in taluni casi, che il matrimonio diventa una via di fuga.
E ancora, quando la storia narrata presenta i segnali grandi come una casa per i quali la donna dovrebbe solo prendere e andarsene, ci si ritrova a chiedersi più volte: ma perché non lo fa?
Subentra, però, un grande insegnamento di riflesso e cioè che non si deve giudicare. Eh sì. Siamo tutti bravi a parlare, quando non si è dentro le situazioni: io farei, io direi etc etc, ci si considera sempre migliori o più all'altezza quando si tratta di teoria e nella pratica si trovano gli altri. 
Quando poi l'attenzione si focalizza su Sara, la figlia, ecco che ci si stringe sempre di più, pagina dopo pagina, a questa madre che deve guardarsi allo specchio più volte, e quanto è difficile quando a mettersi in discussione è il nostro essere madri? 
Io non sono madre, ma credo sia come scalare l'Himalaya a piedi nudi, in certi frangenti.
Ma nonostante tutto, questa madre fa la sua scalata e non si arrende. Anche se scivola e cade giù. Si rialza e riprende il cammino e punta alla cima che è cercare una modalità di vita per la figlia. 
E si mette in discussione. 
Forse troppo dura, a volte, nei confronti di un marito che risulta essere un debole, ma per il discorso di prima, come si fa a giudicare dall'esterno?
Non si può fare altro, alla fine del romanzo, che avere l'istinto di abbracciarla, soprattutto nei giorni più difficili, quelli della fuga di Sara.
Sara... Un percorso difficile. E la madre dovrà fare i conti con ciò che le verrà detto dai vari psicologi, soprattutto uno: quello in cui lei crede.
Ma Sara ha evocato in me anche altri pensieri. Come la figura degli Arcani Maggiori, la carta numero zero, quella del Matto, indica un figura evoluta, quella che ha rotto gli schemi, quella che è illuminata e come tale affronta la vita. Oppure mi viene in mente la figura del Il Contrario che, per i Nativi Americani è un personaggio Sacro e gli vengono attribuiti grandi poteri, è rispettato al punto che i suoi interventi non vengono interpretati comicamente, ma fungono come stimoli di riflessione.
E se Sara fosse proprio questo?

Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle








sabato 22 agosto 2020

Numero 345 - John Fante, A ovest di Roma - 22 Agosto 2020


Per John Fante ho, da quando l'ho scoperto tanti anni fa, un debole.
Dapprima mi sono appassionata al suo alter ego Arturo Bandini, lo scrittore, protagonista del romanzo "Aspetta Primavera, Bandini" e poi nel più famoso "Chiedi alla polvere". Ma non solo.
In questo romanzo "A ovest di Roma" ho conosciuto invece il nuovo alter ego da uomo maturo: Henry Molise, scrittore in crisi nel lavoro, padre di famiglia che vive con moglie e figli in una casa a forma di ypsilon.
Si aggiunge anche un cane che trova loro, e non il contrario, prendendo possesso del divano e di una casa dove pare che in diversi lo osteggino, ma Stupido - così viene chiamato il cagnone - viene adottato da uno dei figli.
Il romanzo inizia con Stupido e finisce con Stupido, in una scena piena di amarezza per Henry. E girando la pagina, dopo quel momento crepuscolare dell'animo del protagonista, ci si aspetta di leggere un seguito, qualcosa che ci faccia capire come va a finire la storia... Ma invece si trova l'inizio di un racconto, quello che poi dà il titolo all'opera: "A ovest di Roma", che nulla pare c'entrare col romanzo. Ma di questo parleremo dopo.
Dicevo di quella delusione voltando la pagina... O per meglio dire, più che delusione, un senso di sospensione che mi ha ricordato lo stile di Carver, con i suoi finali che non sono né definiti, né aperti, ma... sospesi, appunto. Come in questo caso.
Certo è che i due stili divergono: Fante è un sanguigno, per questo mi piace. Carver è un chirurgo che seziona freddamente l'animo dell'essere umano. Spietato nelle sue analisi, ma che senza dubbio ti cattura.
Ma ora non stiamo parlando di Carver, era solo un piccolo excursus.
Torniamo al nostro Henry Molise, al suo rapporto con Harriet, la moglie. Che dire... Sembrano sempre sul punto di lasciarsi, ma si evince la forza del rapporto coniugale forte di tanti anni insieme...
Le dissi arrivederci e mi avviai verso il garage. Jamie giocava  a basket e Stupido dormiva sul prato. Sembrava già uno di noi, in perfetta armonia con l'erba e gli alberi, faceva parte del caldo pomeriggio di gennaio. Uscendo dal garage in retromarcia con la mia Porsche sentii la piatta vuotezza della mia guancia, quel posto dove Harriet  non mi aveva dato il bacio d'addio. Per un quarto di secolo l'abitudine del bacio d'addio era stata parte delle nostre vite. Ora mi mancava nello stesso modo in cui a un monaco manca un grano del rosario.

E poi il conflitto con la sua scrittura e dell'influenza del cane su di essa.
Lui mi faceva bene. Dopo un mese dal suo arrivo iniziai un romanzo. Niente di strano. Cominciavo romanzi tutti i momenti, riempiendo il tempo fra le sceneggiature che dovevo scrivere. Ma si esaurivano per mancanza di fiducia e di disciplina, e li abbandonavo con un senso di sollievo. 
Scrivere sceneggiature era più facile ed era più remunerativo, una maniera di scribacchiare unidimensionale, che richiede all'autore solo di tenere in movimento i personaggi. [...] 
Ma quando cominciavi un romanzo la responsabilità era spaventosa. Là non eri più solo lo scrittore, ma la star e tutti i personaggi, il regista, il produttore e il cameraman. Se la tua sceneggiatura non andava c'erano moltissime persone cui dare la colpa, dal regista in giù. Ma se il tuo romanzo era un fiasco, soffrivi da solo.
Avevo scritto quindicimila parole del mio romanzo, non c'erano sintomi di collasso, quando mi tornò l'antica smania di abbandonare la famiglia. Le pagine volavano, e io avevo voglia di stare da solo.

E infine il suo rapporto con i figli espressi in due passaggi, a mio giudizio, memorabili.

La faccia con un occhio solo tentò un sorriso fratturato. 
-Addio, papà. Grazie di tutto.
Così. Grazie di tutto. Grazie per avergli dato la vita senza il suo permesso. Grazie per averlo messo forzatamente in un mondo di guerre, odio e bigotteria. Grazie per averlo spedito in scuole dove gli avevano insegnato a ingannare, a dire bugie, i pregiudizi e la crudeltà. Grazie per avergli imposto il fardello di un dio in cui non aveva mai creduto, e dell'unica vera Chiesa, che tutte le altre siano dannate. Grazie per avergli inculcato una passione per le macchine che un giorno avrebbero potuto distruggerlo. Grazie per un padre che scriveva sceneggiature superficiali dove il ragazzo incontra la ragazza e i buoni trionfano sempre sui cattivi. Grazie di tutto.
- Addio, ragazzo. Non perdiamoci di vista.


E ancora... 

Ascoltavo e mi stupivo di quanto poco l'avessi capito e che mistero fosse improvvisamente diventato. Così avevamo un altro martire in famiglia. Dominic che s'immolava sull'altare di Katy Dann, e ora Jamie che si dedicava ai bambini storpi. Com'erano diversi dal loro padre, che scriveva stupide sceneggiature per millecinquecento dollari la settimana (quando aveva lavoro)! Non c'era da meravigliarsi che non riuscissi più a finire un romanzo. Per scrivere bisogna amare, e per amare bisogna capire. Non avrei più scritto fino a quando non avessi capito Jamie e Dominic e Denny e Tina e, quando li avessi compresi e amati, avrei amato tutto il genere umano, e la mia dura visione del mondo sarebbe stata ammorbidita dalla bellezza intorno a me e sarebbe fluita liscia come elettricità attraverso le mie dita sulla pagina.


Voglio concludere qui, con questi meravigliosi passaggi. 
Per scrivere bisogna amare, e per amare bisogna capire. 
Straordinariamente vero.

Del rapporto padre-figlio del racconto A ovest di Roma, beh... quello lo leggerete personalmente se lo acquisterete. Altro racconto dal finale carveriano.

Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle


mercoledì 5 agosto 2020

Numero 344 - La voglia di scrivere - 5 Agosto 2020




LA VOGLIA DI SCRIVERE 

Una strana estate, quella che stiamo vivendo. Il Covid ha scombussolato tutto e viviamo in un'atmosfera sospesa. Credo che questo dipinto di Nigel van Wieck, pittore definito da alcuni l'Hopper del XXI secolo rappresenti il momento psicologico attuale di molti di noi. La postura della ragazza, i pensieri che evoca, ciò che la circonda.
E siccome penso che la scrittura sia sempre un ottimo antidoto contro la paura, ansie varie, preoccupazioni, proviamo a scrivere un breve racconto (massimo 600 parole) ispirandoci a questo quadro.
Insomma, anche se è un'estate singolare, non ho voluto farvi mancare il consueto appuntamento del gioco estivo con le parole. 

Come si partecipa?
Inviando il proprio racconto in allegato formato word.doc a steficonvalle@gmail.com e io lo posterò nel Blog, in questo numero.

Condizioni per partecipare:
1) Mettere il LIKE alla Pagina di Edizioni Convalle su Facebook.
2) Essere lettori delle opere di Edizioni Convalle, aver letto almeno una delle nostre opere. Se non l'avete fatto, per partecipare è necessario acquistarne almeno una, tra l'altro c'è un'offerta per tutto il mese che vi consente di avere uno sconto del 15% sul prezzo di copertina su qualsiasi opera, a patto che si ordini scrivendo a edizioniconvalle@gmail.com
Nella mail che invierete per partecipare, oltre ad allegare il vostro racconto ispirato al dipinto, dovrete anche segnalare le opere lette di Edizioni Convalle; per coloro che risulteranno i lettori più attivi di questa casa editrice, ci sarà una piccola sorpresa.

La giuria
Sceglierò, insieme a due consiglieri esperti in materia, tre opere che risulteranno le più meritevoli. 

Cosa si vince?
Scriverò una nota critica per ognuna di loro, con eventuali consigli di scrittura, in qualità di Writer Coach.

Quando termina questo gioco?
Il 31 Agosto, in concomitanza con l'offerta su tutte le opere.

Non resta che accendere il pc e scrivere il racconto, giusto? :-)

Vi aspetto, 
Stefania Convalle



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 IL NUOVO INIZIO
di
Wilma Coero Borga


Delusa la mente si aggira in un groviglio di pensieri, per scoprire di che cosa non mi sono mai accorta davvero.
Ricordo la dolce emozione del tuo primo bacio, la casa dei tuoi, in cui, come una principessa, in uno spiraglio di romanticismo, in ginocchio, mi hai chiesto di sposarti, stringendo delle stupende rose rosse, anche se in verità, desideravi il consenso per iniziare a frequentarmi. Ingannata da quella prima tenerezza che mi ha fatto sentire unica e importante, per un attimo, ho creduto di essere in Paradiso.
I mesi scorrevano e, nonostante le nuvole passeggere, mi convincevo che saresti stato per sempre.
Mi sono spesso interrogata sul significato dei tuoi silenzi che invece, ad ascoltar bene, raccontavano più di mille parole. Ho conosciuto la freddezza dei sentimenti, il gelo delle risposte, che ti rendevano sordo a causa del tuo orgoglio e della saccente unicità dei tuoi pensieri a totale senso unico.
Sei stato una fiamma che non dà calore, mani che sfiorano ma non abbracciano e sottintesi mai pronunciati.
Mi hai stremata sino a condurmi a dubitare di me stessa e dell’amore. Io sbagliavo, tu mai. Ma dietro le parole non dette, dietro i sentimenti non rivelati, dietro lo sguardo senza scintilla, dietro l’egoismo più cieco, si celava il vero te, la realtà che non volevo vedere e in cui mi hai fatto sentire di troppo, perché gli impegni e gli obbiettivi da raggiungere, sono sempre stati più importanti.
«Pretendi attenzioni che non ti posso dare» mi hai detto, buttando alle ortiche la nostra relazione, che ti costava fatica e impegno, perché nella tua scala di valori, era marginale.
Un angolino non mi basta. Uno spiraglio di tempo non è amore.
Ho pianto sino a star male ma, il tuo passatempo si è svegliato e non si confonde più col resto delle suppellettili. Mi è chiaro che non hai mai apprezzato la sostanza, perché ti gratifica l’apparenza che, con gli anni, lascia il vuoto dietro di sé, quello che tu hai dentro.
Sei transitato sul mio cammino per un breve tratto, affinché possa capire qual è il vero amore. Ho imparato a non nascondere i sentimenti e li ho amplificati per colmare le tue mancanze. Le parole contano perché sono come chiodi piantati su un legno e dai gesti comprendi chi vibra alla tua stessa frequenza.
Per amarti ho smesso di volermi bene, però mi rialzo dal torpore e dallo sbigottimento che mi è giunto come una sberla inattesa. Non mi interessa farti capire ancora dove sbagli e sbaglierai, perché non vivi più dentro di me.
Ti lascio andare come un treno perso che rincorrevo senza fiato, come il vento che è appena passato e imbocco la strada del nuovo inizio. Siamo due rette che non si incontrano, due regioni che non confinano. Ora so che la mia anima è lontana anni luce dalla tua, perciò sollevo il capo e mi dirigo gioiosa tra i colori della mia nuova esistenza. 

Grazie a Wilma per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere una nostra lettrice.
Opere lette da Wilma: 
"Anime Antiche" di Stefania Convalle

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L’ASSENZA
di
Alessandra D'Angella


Il tragitto del ritorno ha, nella percezione del viaggiatore, una durata decisamente più breve del suo percorso fatto all’inverso. Tornare non è come andare, significa aver acquisito una consapevolezza in più su quella che è la propria esistenza, un bagaglio di esperienze su cui poter fare un bilancio, positivo o negativo che sia, poco importa.
Ammesso che si sappia dove tornare. 
E Tea questo non lo sapeva davvero.
Certo, sapeva che la sua casa era lì, al piano attico di via Fiume 23, sapeva che se avesse infilato le chiavi che giacevano sul fondo della sua borsetta nella toppa della porta, questa si sarebbe aperta per lasciare spazio a uno spaccato domestico impeccabilmente acchittato nel quale ormai da anni si svolgeva la sua invidiabile routine fatta di apparenze, ma che da tempo sembrava non appartenerle più; sapeva che, data l’ora, sul divano del salotto – quello di pelle bianca che aveva acquistato in uno di quei momenti in cui a prendere il sopravvento era la sua tendenza psicotica allo shopping compulsivo, solo perché lo aveva visto su quella rivista di case da mille e una notte che collezionava perché si confaceva a una signora del suo status – ci avrebbe trovato Guido, che si era appisolato davanti al televisore acceso, aspettandola, come ogni sera.
Come poteva guardarlo negli occhi dopo quello che era successo? Avrebbe tanto voluto fingere che tutto ciò non fosse accaduto, ma era accaduto eccome e non c’era verso di riportare indietro le lancette del tempo, né lei lo avrebbe voluto.
A ogni modo in quella casa non voleva più tornare, non era più in condizione di affrontare la sua vita sgualcita in quella camera a gas con le pareti rivestite di carte fiorate, che sembravano urlare a chiunque varcasse la soglia che lì c’era felicità da vendere, che ogni cosa occupava esattamente il suo posto e che tutto andava per il verso giusto, quando di fatto non era così.
Non ne poteva più di fingere che tra lei e Guido le cose fossero perfette, senza grinze, così come pensavano tutti; gli amici, i colleghi al lavoro, la domestica filippina – anche questa si confaceva al gradino sociale di alto-borghese cui si fregiava di appartenere – e persino sua madre, donna incapace di provare sentimenti autentici, che continuava a ripeterle che il suo matrimonio con il tributarista più quotato della città l’aveva elevata: da semplice attricetta di provincia che si ostinava a inseguire il sogno di poter vivere della sua arte, era diventata una donna raffinata e invidiata; l’aveva resa ricca, talmente ricca da poter avere tutto ciò che desiderava, senza dover dare nulla in cambio, solo interpretare il ruolo della moglie perfetta, capace di restare nell’ombra e camminare sempre mezzo passo più indietro di quel grande uomo d’affari che era suo marito. Questo, secondo sua madre, le aveva consentito di ipotecare il suo avvenire, come se il futuro fosse un contabile con cui fare calcoli.
Accasciata sul sedile di quel vagone desolato del metrò alla sua ultima corsa notturna, i pensieri di Tea erano scanditi dallo stridulo e assordante fragorìo delle ruote che strisciavano sui binari; ma per quanto si sforzasse di raccogliere le idee e di prendere una decisione sul da farsi, era il senso di vuoto ad avere la meglio, il senso di vuoto che accompagna la rinuncia, che rallenta il tempo, che ovatta lo spazio circostante, rendendo cedevole l’equilibrio.
A prevalere era l’assenza, quella mancanza di contatto umano essenziale che l’uomo definisce convenzionalmente solitudine, l’abbandono volontario, e pur non voluto, di quanto portava in grembo.

Grazie ad Alessandra per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere una nostra lettrice.
Opere lette da Alessandra: 
"Scrivere" di Stefania Convalle
e di prossima lettura
"Anime Antiche" di Stefania Convalle
"I tunnel di Oxilla" di Silvana Da Roit

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ABISSO
di
Maria Rita Sanna


Mi guardo i piedi, e vedo l’abisso. 
Penso a lui come un elemento o un alimento di cui non potrei fare a meno. Non vedo altro che i miei pensieri tumultuosi rotolare giù. Le responsabilità sono divenute colpe, i successi per la buona riuscita degli impegni si sono trasformati in cose inutili. Tutto ha perso significato.
Oggi un Dio non ho, così cita una canzone, mi rimbalza in testa da quando mi sono svegliata. Sì, Dio oggi non esiste, per me. Eh... Lui può mandarmi il Bene sotto forma di cuori tra il verde delle piante o la fredda terra, tanto non gli credo se poi percepisco movimenti alle spalle; mi guardo intorno e tutto è fermo. Quindi dietro di me c’è il Male? Fa i dispetti con le allucinazioni.
Qualche giorno fa ho trovato un gattino davanti a casa, piccolo e con la rogna. Me ne sono presa cura, il pelo si sta rinfoltendo. Ho pensato fosse il Bene, venuto a guarire anche me. Invece mi ritrovo punto e a capo con i pensieri negativi. Il Male si sta divertendo alle mie spalle.
La tua legge qui non rispetterò. Oggi un Dio non ho.
No, non rispetterò nessuna legge del Bene senza un piccolo grazie, non splenderà nessun sole finché avrò il buio nella testa. Se ci fosse vento e si scatenasse una tempesta sarebbe più semplice gridare per la rabbia, invece è arrivato il Male a farmi compagnia durante questa afa estiva, silenziosa e ferma. No, negli abissi miei non ti cercherò, non saprei più come fare.
Mentre cado giù trovo appigli, difficili sporgenze per le mie dita ormai stanche. Quei piccoli uncini sembrano il Bene, offerta speciale per un prodotto in scadenza. Sembrano confermare quell’ultima invocazione della canzone, Madonna madre mia non andar via che io morirò. Il vortice risucchia l’anima, è così facile lasciarsi andare. Mi guardo i piedi e vedo l’abisso. 
Ne ho paura.

Grazie a Maria Rita per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere una nostra lettrice, cosa apprezzatissima ancora di più in quanto Autrice di questa CE.
Opere lette da Maria Rita: 
praticamente TUTTE.


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I PENSIERI NON VIAGGIANO DA SOLI
di 
Costanza Trotti con A. B.


Mi chiedi di raccontare insieme la storia di una grande prova.
Sedute accanto a  lei, ci precipitiamo a raccogliere la penna scivolata dalle mani tremanti.
Tante le cose fatte da quelle mani sapienti! Hanno intrecciato relazioni, hanno amalgamato i sapori della nostra terra, hanno accarezzato i dolori di altri cuori, hanno legato fili spezzati, hanno impastato farina e lacrime, hanno stretto i valori della famiglia, hanno vibrato in alto all’unisono con le brezze dell’infinito.
La penna riprende vita, consigli scritti, ricette, raccomandazioni di madre e pensieri profondi, ciò che resta del fiato sottile di una voce che parla ai sogni.
Cerchiamo di tessere le trame della speranza, parola dopo parola senza stancarci, non può l’angoscia cancellare l’arco prezioso dell’alba e del tramonto di una vita.
E così raccogliamo cocci di memoria, scriviamo pagine di un diario a quattro mani, senza seguire un ordine preciso.
Il vento soffia sul balcone della vecchia palazzina a ridosso della strada principale che collega le scuole al grande giardino. Gli alberi ondeggiano solenni, la pianta affacciata alla ringhiera scuote le foglie,  il profumo di basilico riempie l’aria e la mano stretta in un pugno. Il pranzo è pronto, pasta al pomodoro nei piatti, le parole sono annidate nelle fessure dei muri come le voci dei ricordi nei pensieri.
Ora parlano solo gli occhi, non riusciamo a capirti e dondoli sconsolata la testa.
Un canto a fil di voce nel soffio caldo di scirocco anima lo sguardo assente, le mani immobili si uniscono alle nostre, si levano verso il cielo, Salve  Regina Madre di misericordia. Preghiere scorrono tra le dita come grani di rosario, il barlume di un momento felice, il desiderio di continuare e noi non smettiamo, ci stringiamo ancora, pure l’Angelo Custode sorride, c’è anche Lui nel girotondo di anime.
La stanza è piena di te, la sedia che ormai non lasci più è il trono dei tuoi giorni. Le note intonate da Rosina ti accendono il cuore, Con te partirò di Bocelli e la mano si fissa lì, all’incrocio dei sogni.
Indichi la dieci dita, i segni prendono il posto delle parole, mamma che vuoi dire, dieci minuti, no no fai cenni con le mani, devo fare qualcosa alle dieci, ancora no, mamma scrivi, così capiamo.
Subito quaderno e penna in azione, prendi dieci euro dal comò per la piccola Giulia.
La mano tesa, il tuo regalo troppo grande per una bambina spaventata.
Sto Lasciando Amore, ecco nell’acronimo del male oscuro il tuo messaggio.
La mano tesa al mondo. Sto Lasciando Amore.
Il giorno si spegne all’orizzonte come un occhio che, al sopraggiungere della notte, abbassa le palpebre.
Occhi di figlia fissi nella meraviglia dell’universo, un vibrare di luci e sfumature di arancio e indaco sembrano dire: ciò che si muove attraverso l’alito di vento è vita.
E della vita di una madre scorrono senza freni le parole non dette.
Tenacia, istinto di sopravvivenza, la volontà di restare a galla quando ogni cosa, giorno dopo giorno, ti porta a fondo, ti toglie tutto, la forza, la dignità e l’intelligenza di una donna nata negli anni trenta del secolo scorso, poco più che analfabeta, che ha parlato di libertà anche quando sembrava servile e asservita.
Hai profuso amore e ogni sospiro d’amore seppelliva il dolore custodito dentro, ti sei mostrata in tutta la tua fragilità, perché tu sai più di qualsiasi aforisma di psicologia che siamo fragili, che tutti noi abbiamo un punto di rottura e da un momento all’altro possiamo infrangerci.
Hai condiviso con tutti, hai usato sempre le tue mani per tenerti ad altre mani in una catena di condivisione.
Riposate le vostre notti
il silenzio placa il pianto,
tintinnio di cuori rotti
intona al cielo il canto.
E una nenia da lontano
culla i sogni dalla stella,
una madre tende la mano
sorridete la vita è bella.                    

Grazie a Costanza per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere una nostra lettrice. 
Opere lette da Costanza: 
tutte quelle di Stefania Convalle, Tania Mignani, Fortunata Barilaro, Riccardo Simoncini, Veronica Rocca, Michele Fierro.                               

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L'ATTESA
di
Tania Mignani


Nell’attesa ti immagino, seduta scomposta nel vagone della metropolitana. Indossi il corto kimono che ti portai dal mio viaggio a Tokyo. La seta purissima ti accarezza la pelle nuda, è il nostro gioco. Non appena arriverai allenterai la sottile cintura che ti stringe la vita e lascerai scivolare sulle spalle abbronzate il variopinto indumento che cadrà ai tuoi piedi. E rimarrai così, di fronte a me, con i lunghi capelli castani che ti coprono il viso nascondendo a malapena il tuo sorriso malizioso, coperta solo dalle piccolissime mutandine di pizzo nero. Mi racconterai degli sguardi lascivi che ti ha lanciato l’uomo seduto di fronte a te in metropolitana mentre, con fare pensieroso, te ne stavi seduta come una bambina sciatta e discola, con le gambe divaricate e le punte dei piedi che si guardano.
È il nostro gioco preferito, immaginare gli sguardi degli altri uomini su di te, come se ce ne fosse bisogno, come se non bastasse il tuo profumo, i capelli che ti lambiscono le spalle, la morbidezza della tua pelle, il suono della tua risata a farti desiderare ogni giorno di più.
Nell’attesa immagino i nostri corpi abbracciati, rotolare sul letto o immersi nella vasca da bagno, la stanchezza che ti coglie dopo l’amore e il fumo della sigaretta che si leva dal comodino.
Allungherò il braccio e ti porgerò il piccolo astuccio di velluto blu. Tu solleverai le palpebre quasi addormentate chiedendo: e questo, cos’è? Lo aprirai, già immaginando cosa contiene e, in quell’istante, io ti chiederò di sposarmi. Tu mi abbraccerai e i tuoi occhi, ormai completamente svegli, si riempiranno di lacrime. Ti terrò stretta a me convinto che da quel momento non uscirai più sola dalla mia casa, che non percorrerai più il tragitto in metropolitana per raggiungermi. Da quel momento saremo sempre insieme, io e te.
E così, nell’attesa, ti immagino.
Ti immagino scendere dal vagone della metropolitana seguita dagli sguardi di quell’uomo.
Salire di corsa le scale e riemergere sul marciapiede sorridente, anche tu immaginando il momento in cui varcherai la soglia di casa mia e allenterai la cintura del kimono che ti regalai in occasione del mio ultimo viaggio a Tokyo.
Allungare il passo, impaziente di percorrere gli ultimi metri che ti separano da casa mia.
Nell’attesa immagino il tuo sorriso mentre pensi a cosa inventerai da lì a pochi minuti, quando mi racconterai di come sedevi scomposta nella metropolitana e dello sguardo lascivo di quell’uomo seduto di fronte a te. Ti immagino sovrappensiero, attraversare la strada e poi girarti sorpresa, mentre i tuoi lunghi capelli castani volano nell’aria quasi a rallentatore, i fari dell’autobus vicini, troppo vicini, ti abbagliano e il tuo sorriso, quel sorriso meraviglioso, fermo per sempre.
Nell’attesa, ti immagino.
Da vent’anni.
Vent’anni che ti aspetto con un piccolo astuccio di velluto blu ormai pieno di polvere, solo, in questo appartamento che non raggiungesti mai.

Grazie a Tania per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere una nostra lettrice, cosa apprezzatissima ancora di più in quanto Autrice di questa CE.
Opere lette da Tania: 
praticamente TUTTE.


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NON TI VEDEVO
di
Giulia Landini


Eppure mi guardavi ma io non ti vedevo.
Osservavi disinteressato, un’occhiata appena accennata, nascosta da battiti di ciglia.
Stavo persa nei riflessi di quello che sarebbe stato l’ultimo giorno, senza forse apprezzarlo a pieno.
L’ufficio appena lasciato, la scrivania carica di scartoffie che mi avrebbero aspettato l’indomani, la voglia frenetica di chiudere tutto e andare via.
Ovviamente non sapevo che quello sarebbe stato proprio l’ultimo, magari l’avrei vissuto diversamente; la verità è che non pensiamo mai alla fine, finché un giorno questa arriva e ci ritroviamo dentro.
Non sapevo che proprio quel volto, rimasto nella mente, si sarebbe ripetuto all’infinito dentro di me.
Avido, immenso, dopo quell’incontro si sarebbe preso tutto: ogni momento, ricordo, giorno.
Non avevo mai riflettuto su come fosse andarsene, sull’ultima volta delle cose, mi muovevo nella vita come un’immortale, di gran carriera, assaporando tutto, ma il destino e tu in particolare, avevate altri piani per me.
Che strana geografia hanno gli incontri, salivo sulla metro per tornare a casa e ci siamo sfiorati, credo che l’avessi scelto, da buon predatore. Mi avevi toccata appena, sfiorandomi di sfuggita la spalla, così che io mi girassi e ricordassi di te dopo, nell’eternità.
Mi sono seduta a gambe larghe in un posto in fondo, disinibita e un po’ sguaiata nell’afa dell’estate, mi dondolavo strisciando i piedi stretti nelle ballerine nere, quelle scarpe basse tanto belle che avevo comprato a Roma l’anno scorso e pensavo al bucato, alla cena; quanto ero chiusa in quella routine che si scandiva ripetitiva da anni e che forse non amavo.
Tra la gente c’era lui, con un fiato pesante sulla mia spalla attendeva il momento per agire silenzioso, paziente, malato.
Credo che mi seguisse da giorni, forse ore, non lo saprò mai, so solo che non avevo capito quanto mi cercasse tra le persone e bramasse il nostro momento.
Delle fermate della metro abitavo a un chilometro a piedi dalla penultima, quindi finito il lungo tratto di quaranta minuti seduta, mi avrebbe aspettato un altro quarto d’ora di passo svelto fino a casa, stretta nella mia borsetta.
Quella sera avevo fatto tardi a lavoro e mi ero convinta che se avessi continuato così, mi avrebbe privato di tutto.
Lo sapeva Lui che avrei sbagliato fermata? Se lo sentiva? L’aveva calcolato?
La metro continuò la sua corsa e io persi la mia uscita, ridestata subito dall’errore e lievemente in preda al panico mi accorsi che avrei allungato molto la mia passeggiata, o dovuto attendere la metro di ritorno.
L’abitacolo era vuoto, tranne per quell’uomo con quella giacca verde chiaro, che stava seduto qualche posto dietro di me.
Scendemmo insieme e notò la mia difficoltà, avessi solo saputo che l’aveva scorta e che rapido aveva già deciso di approfittarne, sarei stata meno ingenua.
Presi la decisione di tornare a piedi, anzi no, di non tornare mai più, fu come se in una gara col destino avessi scelto la morte senza saperlo.
Fu rapace, sensuale e letale come un vampiro, arrivò da dietro e mi strinse una corda intorno al collo, lo sentii gemere di piacere mentre espiravo via la vita e soffocavo, intorno a quella fermata c’era solo il parco, me e quell’uomo.
Avevo quarantatré anni e nemmeno una buona ragione per morire, non lo conoscevo, ma mi aveva scelta; chissà se per colpa dei capelli biondi, degli occhi chiari, della velatura rosea delle mie guance, o magari per il corpo sinuoso di donna.
Morii così, con l’illusione cattiva che la responsabilità fosse mia e non sua.

Grazie a Giulia per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere una nostra lettrice.
Opere lette da Giulia: 
ben 24 opere! Non scrivo i titoli altrimenti viene fuori un altro racconto :-D


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 A ME GLI OCCHI
di
Claudia Gabrieli


Da tempo non sorrideva più, difficile dire da quanto, forse settimane o mesi. La verità era che non ricordava quando fosse stato il suo ultimo momento felice.
Era scappata da Milano senza sapere dove andare, fuggire era stata l’unica soluzione che le era venuta in mente; ormai aveva toccato il fondo sia dal punto di vista lavorativo che emotivo. Aveva lasciato il suo posto di assistente sociale e si era decisa a partire. La sensazione di angoscia era talmente opprimente che le sembrava di non avere aria sufficiente nei polmoni per far battere il cuore, sempre che ne possedesse ancora uno. Il suo era finito in pezzi settimane prima quando si era resa conto di non aver mantenuto le promesse fatte a un bambino che le aveva dato fiducia.
Appena arrivata alla casa mobile dei nonni aveva avvertito un’iniziale sensazione di gioia, forse per i ricordi dell’infanzia o forse per il fatto di essere tornata lì, poi la realtà aveva preso il sopravvento.
Affranta, col viso fra le mani, seduta scomposta nel carrozzone, le tornarono alla mente alcune immagini orribili delle settimane precedenti.
L’arrivo improvviso della nonna riuscì a distrarla. Vestiva un abito a fiori e un grande cappello, era davvero una donna singolare tanto che Francy si trovò a pensare che se non avesse tolto il cappello e liberato la chioma, pochi avrebbero riconosciuto Madame Cherie, colei che un tempo, durante le fiere itineranti, aveva predetto il destino di molti.
«Tuo cugino Paolo ha bisogno di aiuto e tu devi distrarti; nelle tue vene scorre sangue gitano, da ragazza avevi la capacità di ipnotizzare e volevi farlo» disse la nonna
«Già, ho studiato ipnoterapia, alcuni terapeuti la utilizzano per aiutare i pazienti.»
Un velo di tristezza la colse, i suoi pazienti erano bambini che gli venivano assegnati dai servizi sociali e avevano gravi problemi da risolvere.
Con la nonna c’era poco da discutere, sapeva che avrebbe dovuto aiutare Paolo negli spettacoli durante i tour estivi. Mansione stabilita: ipnotizzatrice.

Francy viaggiava da settimane e ormai si era abituata a quel lavoro, divenuto lo spettacolo più redditizio della fiera.
Quell’uomo dallo sguardo magnetico la fissava con insistenza; lei avrebbe dovuto ipnotizzarlo e farlo parlare, eppure… Eppure erano quegli occhi a incatenare i suoi, Francy avvertì lunghi brividi percorrerle la schiena. Non le era mai capitato, parlavano a toni bassi e il pubblico assisteva silenzioso allo spettacolo. Al termine della serata se lo trovò alle spalle.
«Vorrei conoscerti, non ricordo bene cosa ho detto durante l’ipnosi, ma probabilmente una dichiarazione d’amore devo averla fatta, sai, mi interessi molto, vorrei conoscerti, frequentarti.»
«Non sai nulla di me, meglio se mi lasci perdere, non posso coinvolgerti nei miei problemi.»
Senza rendersene conto iniziò a raccontare del suo lavoro di assistente sociale, del dolore per non essere riuscita a salvare un bambino al quale aveva promesso che non sarebbe più tornato dai genitori che lo maltrattavano. Il Tribunale, nonostante verbali, fotografie, lastre delle fratture, aveva riaffidato Marco ai genitori perché erano riusciti a dimostrare di aver smesso di drogarsi e di bere. Il giudice aveva ritenuto inviolabile il valore della famiglia e, senza tener conto della sua testimonianza, aveva permesso ai genitori di riportarlo a casa. Il corpo del piccolo, dopo poche settimane, era stato ritrovato senza vita nell’auto della madre. 
Lei aveva fallito, non era riuscita a salvare quel bimbo innocente.
«Francy, io ho un figlio piccolo, sono vedovo.»
«Dopo quel che è successo non credo di essere in grado di star vicino a dei bambini, ancor meno avere figli.»
Lo sguardo sincero dell’uomo trasmetteva sicurezza. 
Forse doveva fidarsi, riprovare a vivere.

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Opere lette da Claudia: 
un numero incredibile, praticamente quasi tutte,  41 opere! E' quasi una collezionista delle opere di Edizioni Convalle. TOP!


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NIENTE COME DI PESCE ANDATO A MALE
di
Riccardo Simoncini


E adesso?
E adesso niente.
È un niente strano, che non sa di vuoto assoluto, ma soltanto di pesce andato a male. Puzza. È un niente che in realtà è qualcosa. Qualcosa di brutto. È un retrogusto rancido, come quello che ti resta in fondo alla gola dopo che hai vomitato anche l'anima.
L'ho aspettato. L’ho aspettato tutta la sera e l'ho aspettato anche tutta la notte.
Verrò, mi aveva detto. L'amore sei tu.
E allora deve avere rinunciato all'amore e deve aver deciso di tenersi quella comodità che aveva accanto.
L'amore in fondo è scomodo. È appuntito. Non ti fa mai rilassare del tutto.
O forse la colpa non è dell'amore ma del nostro amore, che è stato sbagliato, che voleva essere a tutti i costi. C'era già lei, io lo sapevo. E nonostante questo ho creduto di poterlo avere, di poterla battere, di poter vincere questa battaglia impari.
Ogni giorno ho dovuto assopirmi sugli spigoli dei suoi racconti. Ogni giorno ho dovuto massaggiare i calli dell'umore martoriato dalla gelosia. Gelosia di che, poi? Del sentire sua madre che gli parlava di lei? E perché avrebbe dovuto fare altrimenti? Non sa neanche della mia esistenza. Lui mi ama, ha detto. Ma al suo fianco ha lei, tutti vedono lei, tutti sanno di lei. Io non esisto, se non nelle nostre notti di luna e nelle lettere d'amore che mi scrive.
Esisto in un mondo che è solo mio e suo e di cui nessuno sa nulla.
Mi aveva convinto. E forse lo era anche lui.
Aspettami, mi ha detto.  Stasera la vedo, le parlo, la lascio e poi vengo da te da uomo nuovo, libero, tuo.
Io me lo ricordo ancora quel tuo. Sebbene abbia sempre dovuto prendere con le pinze tutto quello che, in buona fede o meno, mi ha detto, a quella parola ci ho creduto. Era morbida, comoda. Come un cuscino. È stato un assaggio di ciò che dovrebbe essere l'amore. 
Ma ha vinto lei. Lui non è venuto. Non ha chiamato, non ha scritto. Non è venuto. Magari adesso stanno facendo l'amore e io mi ritrovo le frecce acuminate di questa ossessione conficcate in ogni parte sensibile del mio essere. Ha vinto lei. E a me non resta che prenderne atto.
Mi aveva dato degli indizi. Mai una parola su di me. Con nessuno. Neppure col suo migliore amico. Non riusciva a parlarne, diceva. E io rimanevo sospesa nel niente di un rapporto solo nostro che confondevo con tutto.
Perché per me lui è tutto.
Mi basta.
Mi è bastato sempre.
E non mi accorgevo che lasciavo tutto. Tutto, per muovermi verso di lui. Adesso dovrò parlare con la mia, di mamma. Dirle che non c'è più. Perché non ho fatto come lui. Io con mamma ci ho parlato. Ho parlato con le mie amiche e con quasi tutte le persone alle quali tengo, sognando di presentarglielo, di mostrarmi orgogliosa al suo fianco.
Ha vinto anche lui. Non dovrà cancellarmi da nulla se non da se stesso. Mentre a me toccherà spiegare, raccontare, affrontarlo ancora negli occhi ammonitori di chi mi diceva te l'avevo detto.
E torno nel niente.
E torno sola.
Senza di lui.
Che magari l'ha lasciata e stava correndo da me quando ha avuto un incidente. Forse è in ospedale. Magari è morto. E io non ho nessuno che possa avvertirmi, nessuno che mi telefonerà, perché nessuno sa di me.
E resterò con la convinzione che stiano facendo l'amore.
Questo è niente.
Questo è essere niente.
Credere di avere tutto, sapere tutto, sentire tutto tra le braccia di un amore che non è mai stato mio se non per noi due e basta. Che se ne va e non avrà bisogno di dire niente a nessuno. Neppure a te.
Questo è niente.
Un niente che non è proprio niente, ma è più puzza di pesce andato a male.

Grazie a Riccardo per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere un nostro lettore, cosa apprezzatissima ancora di più in quanto Autore di questa CE.
Opere lette da Riccardo: 
praticamente (quasi) TUTTE. Ben 33 titoli in suo possesso! Super.


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SALA D'ATTESA
di
Tiziana Mazza


Sola, seduta in questa sala d’attesa vip della stazione centrale, ripasso in rassegna tutta la mia vita. Faccio una sorta di bilancio, come quando in ufficio mi chiedevano di valutare i pro e i contro delle eventuali scelte aziendali.
Da una parte metto tutto quello che sono riuscita a ottenere nella mia seppur ancora giovane vita: laurea in economia e commercio con centodieci e lode, rapida gavetta in un prestigioso studio di commercialisti e conseguente raggiungimento di una posizione di potere come associata del suddetto studio. Sull’altro piatto della bilancia le “piccole” rinunce che ho dovuto fare per centrare l’obiettivo: abbandonare la passione per la pittura, che razza di sbocco mi avrebbe offerto? Mi sarei ridotta a fare la barbona dipingendo ritratti ai turisti per le strade di un’affollata metropoli; rinunciare all’amore per Riccardo, non sapeva accontentarsi degli scampoli del tempo che potevo dedicargli; posporre all’infinito il progetto di maternità, in fondo chi l’ha detto che una donna per realizzarsi debba diventare madre? Di sicuro un uomo.
Nella mia mente visualizzo la bilancia e il piatto delle “piccole” rinunce pende a dismisura. Non mi capacito del perché, non mi ero mai soffermata a ragionare. Anni e anni a stilare bilanci per gli altri e non ho mai fatto quello della mia vita. Certo è perché sono ancora giovane, ho solo quarantacinque anni, non è ancora tempo di tirare le somme, mi dico. E allora, perché mi sento così sola? Cosa significa questo senso di insoddisfazione che mi assale giorno dopo giorno? Ho già raggiunto la fase di menopausa con i famosi scompensi ormonali? Non io. Non ho tempo per stupidi sentimentalismi, non ho bisogno di nessuno, io. Ho già tutto quello che mi interessa dalla vita, io.
Nel silenzio della sala d’attesa mi giunge il suono di un guaito, alzo lo sguardo dal pavimento e vedo due occhioni dolci che mi osservano. La mia mano si muove da sola senza aspettare il comando del cervello e corre ad accarezzare il morbido manto peloso del cucciolo di Labrador. Sembra gradire, scodinzola e mi lecca la mano. Il mio primo istinto è quello di ritrarla, la lingua è ruvida e bavosa, ma non ci riesco: quel contatto diventa all’improvviso necessario, non so rinunciarci. Siamo così simili lui e io: due anime sole, bisognose d’affetto.
Il cuore, quello strano muscolo che si era anestetizzato, mi grida di portarlo a casa. La ragiona sussurra: ma sei matta? Lo sai che tutte le mattine e le sere lo dovrai portare fuori a fare i suoi bisogni, dove trovi il tempo?
Di nuovo il cuore: ma vuoi mettere quando torni a casa nel tuo squallido asettico appartamento e trovi Batuffolo ad accoglierti? La mente, a mia insaputa, gli ha già trovato un nome, mentre mi mostra di nuovo la bilancia in equilibrio instabile.
Il cuore ingaggia una battaglia all’ultimo sangue con la ragione, poi all’improvviso, come in un film, entra in campo il cucciolo peloso e il piatto della bilancia su cui si accoccola tocca subito terra.
La sala d’attesa si riempie di gente, tutti dotati di ventiquattrore e tablet, in procinto di partecipare a qualche riunione di lavoro dall’altra parte dello Stivale.
D’istinto mi alzo e, senza smettere di accarezzare il mio nuovo amico, gli dico: «Vieni, Batuffolo, andiamo a casa, è tempo per me di farti un ritratto.»

Grazie a Tiziana per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere una nostra lettrice, cosa apprezzatissima ancora di più in quanto Autore di questa CE.
Opere lette da Tiziana: 
praticamente  TUTTE. Alcune addirittura prima di essere pubblicate, in quanto parte del team che mi aiuta a selezionare le opere! Super.

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L’ULTIMA CORSA
 di 
Alessandra Nobile


Donata soleva prendere sempre le ultime corse della sera. Specialmente d’estate, non le piaceva mescolarsi alla folla accaldata del giorno e sentire ancor più forte il senso di vuoto e inesistenza che, ormai, facevano parte di lei. Scendeva leggera le scale che conducevano alla metropolitana, ma sulle spalle aveva il peso del mondo, o piuttosto di una vita: la sua.
Era sempre sprovvista di biglietto, d’altra parte il biglietto non le serviva; anche senza varcava senza alcun problema il tornello d’entrata. Meglio sarebbe dire che passava, con tutto il suo corpo, attraverso il tornello chiuso. Con il suo corpo che, ormai da anni, non era più un corpo. Era visibile solo a lei, esisteva solo per lei.
Andava sempre a sedersi nello stesso posto, nel vagone di coda. Sempre lo stesso posto, da quel giorno, che era stato l’ultimo giorno della sua estate. Faceva ogni volta lo stesso tragitto e scendeva ogni volta alla stessa fermata. Ricordava tutto di quei momenti che avevano preceduto il punto di non ritorno, nella sua esistenza.
Si era vestita e truccata con cura. Aveva indossato quell’abito raffinato, dai colori vivaci, dal taglio orientale. Quell’abito che aveva amato fin dall’inizio, da quando lo aveva visto scintillare in una vetrina elegante del centro di Milano. Se l’era messo per la cena aziendale. Sapeva che a quella cena ci sarebbe stato “lui” e Donata aveva sperato, inutilmente.  E invece nemmeno un rifiuto da parte di “lui”. C’era stato qualcosa di peggiore del rifiuto. C’era stata l’indifferenza. E il gelo dell’indifferenza aveva scavato ancor più dentro Donata, là dove, già da molto tempo, un dolore sordo stava scavando, in lei. Lei che aveva sempre vissuto appesa agli sguardi altrui, come fossero stampelle, senza accorgersi che stampelle non erano, ma trampoli sospesi nell’aria.
Quella sera, dopo la cena aziendale, aveva detto di no a un passaggio in auto da parte delle sue colleghe. Era corsa giù per le scale della metropolitana, lontano da loro e da quella serata, verso le luci anonime della stazione. Aveva preso il treno per casa, ma poi, guidata da un istinto ancora indecifrabile... la decisione di fermarsi prima. E di scendere a quella fermata, quella dove ogni sera continuava a dirigersi, da allora. Lì, all’arrivo dell’ultimo treno, superata la linea gialla di sicurezza quasi con un passo di danza, aveva volteggiato fin laggiù, nell’assordante oscurità dei binari. Per un attimo si era sentita leggera, si era sentita finalmente libera, libera dal peso del dolore, libera da quel corpo che la inchiodava a terra, condannandola alla malinconia. Quel corpo reale che ora tanto le mancava. Nessuno, in ufficio o nella sua cerchia di amicizie, si era spiegato il perché di quel gesto. Nessuno la conosceva davvero fino in fondo o, meglio, a nessuno lei aveva mai concesso di conoscerla fino in fondo. Solo agli amori impossibili e alle amicizie superficiali lei si era concessa. Si era concessa in quel modo, per non rischiare di concedersi mai, a nessuno.
Così, ogni sera, Donata ripercorreva quel tragitto incompiuto, il tragitto interrotto della sua vita. Lo ripercorreva in quel corpo che non era più un corpo. Lei, che aveva vissuto appesa agli sguardi degli altri, ora non poteva più esser vista da nessuno. Adesso sì, finalmente, poteva toccare con mano la sua inesistenza, non quella attuale, ma quella passata. Poteva toccare con mano che non si era mai concessa di esistere per davvero, di esistere per sé stessa e di amare qualcuno che fosse nelle condizioni di ricambiare il suo amore. 
E davanti ai binari, ogni sera, superava nuovamente la linea proibita. Gettava uno sguardo nel vuoto, dove aveva volteggiato anni prima. S’inebriava di quel vuoto, pensando a tutto ciò che si era illusa contenesse. 
Non era finito un bel niente. Tutto doveva, per sempre, ricominciare.

Grazie ad Alessandra per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere una nostra lettrice.
Opere lette da Alessandra: 
"Madri Illuse" di Silvia La Chiusa
... e speriamo che la lista si allunghi!

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E ADESSO…?
di
Stefano Buzzi


Non ho avuto neanche la forza e la voglia di cambiarmi, tanta è la preoccupazione che mi porto a casa dopo questa giornata al mare che francamente era meglio evitare.
Ma è più forte di me.
Non riesco a pensare ai miei bambini nelle mani del loro padre per più di due giorni, figurarsi se potevo resistere sapendoli con lui per una settimana intera in Romagna. Così stamattina, in barba agli accordi presi con Marco ho preso il treno e sono scesa a controllare che tutto andasse per il meglio.
Ciao mamma! Che bello che sei qui anche tu! Mi hanno detto i miei angeli vedendomi arrivare in spiaggia, mentre lui, invece, mi ha fulminato con gli occhi. Devo dargliene atto: anche questa volta nessuna scenata davanti ai bambini, anzi mi ha salutata con una finta gentilezza e li ha invitati a corrermi incontro per abbracciarmi.
Non è giusto che i bambini paghino il conto dei nostri errori, lo sappiamo entrambi.
Ci abbiamo provato, più di una volta abbiamo rimesso insieme i cocci del vaso rotto, ma un restauro non ha mai la magia e la forza dell’opera originale, e noi in passato siamo stati una di quelle opere da considerarsi patrimonio dell’umanità.
Poi l’ho tradito.
In un momento di fragilità in cui sentivo l’universo darmi contro, sono salita sull’astronave delle bugie, guidata dal ragazzo che sta all’ultimo piano del palazzo dove abita mia mamma. Giorni e momenti in cui ho riscoperto la Via Lattea e quanto può spingere oltre il desiderio di sentirsi nuovamente giovane, desiderata e riempita di attenzioni.
Oltre. Fino a rovinare tutto.
Fino a rovinare la vita intera.
E ora sono qui, di ritorno da una giornata al mare, con indosso ancora il costume che mi lascia una sensazione di umido sulla pelle.
Non erano questi gli accordi, mi ha detto Marco non appena i piccoli si sono estraniati, alle prese con una galleria nella sabbia per farci correre dentro le biglie.
Ha tremendamente ragione.
Non dovevo farlo.
Ma la mia storia mi sta dimostrando che sono una campionessa delle cose da non fare.
Non dovevo fare esplodere la nostra famiglia.
Non dovevo andarmene via di casa.
Non dovevo fare questa visita a sorpresa oggi.
Perché Marco, questa improvvisata, se l’è legata al dito, e ora ho paura che possa farmi la guerra per l’affidamento dei miei bambini: l’unico appiglio solare che mi è rimasto in questa vita tutta sbagliata e piena di nuvole.
Non l’ha detto, ma me l’ha fatto capire con i suoi occhi.
O forse è solo una paranoia mia, figlia del senso di colpa per non aver rispettato i patti. Figlia del pensiero straziante di un futuro senza le mie due pesti che riempiono di gioia il mio quotidiano.
Una settimana di vacanza con i suoi figli è addirittura nulla se penso al male che gli ho fatto e a come lui ha reagito senza mai farmi soffrire.
Un atteggiamento conciliante che mi ha fatto sentire ancora più vile, fino a spingermi ad andarmene di casa, lasciando che restasse lui a godere di quel bell'appartamento che abbiamo costruito con l’amore.
Pensavo fosse una giusta ricompensa.
Non per lui, ma per me, per alleviare il senso di colpa.
E invece no.
Ha lasciato anche che io tenessi i bambini senza rimostranze e poi…
Poi mi ha chiesto di non esistere più. Non esistere più come donna nella sua vita, ma essere solo la madre dei suoi amati bambini.
Ruolo che, da stupida, ho preso anche troppo alla lettera, stamattina.
Rovinando tutto.
E adesso…?




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IL PESO DELL’ESISTENZA
di
Giuliana Degl’Innocenti


È  curioso come nei momenti più impensati, magari mentre sei immersa nel traffico assordante dell’ora di punta a bordo di un autobus strapieno, la tua mente riesca a mettere a fuoco in un istante interi stati d’animo che hanno contraddistinto la tua vita. In una frazione di secondo il tuo cervello è capace di attingere dal campo della memoria disseppellendo immagini, voci, profumi che credevi di avere definitivamente affidato alla terra dell’oblio e invece eccoli là: saltano fuori tutti all’improvviso e subito riassapori lo specifico sentimento con il quale hai vissuto quei momenti. È tutto lì e si distende dinanzi alla tua psiche, chiaro e presente, pronto a condurti verso la tua vita passata che riemerge con un nitore strabiliante.
Mentre una sconosciuta ti urta con una borsa ingombrante per sistemarsi nel posto accanto e il tuo stomaco è assalito da uno spasmo di nausea dovuto al rollio del mezzo, la tua mente si trova, al contrario, pervicacemente ancorata al ricordo della tua prima lezione universitaria, nel lontano millenovecentonovantaquattro, la quale segnò il limite tra le acque sicure e inconsapevoli della giovinezza e quelle tempestose ma coscienti dell’età adulta. E ti ritorna alla memoria quell’amore inespresso che tanto sconvolse la tua anima ma che ti permise di sopportare il peso dell’esistenza di quegli anni di studio arido e fitto, gli innumerevoli disturbi di salute, i pensieri angosciosi, via via le perdite degli affetti più cari, guidandoti con tocco soave sino all’età matura.
E così ti accorgi che tutto ciò che hai vissuto non va mai perso, ogni singola emozione che hai provato, ogni persona che hai incontrato con la quale hai condiviso qualcosa, ogni accadimento che ti è capitato è subito pronto a riemergere per ricordati chi sei, il cammino che hai percorso, spronandoti a portare a termine il viaggio che hai iniziato molti o pochi anni fa, imparando da ogni esperienza che hai sperimentato.
Insomma, per via di un idiota a bordo di uno scooter che ha tagliato la strada al pullman, l’autista ha inchiodato e sono rovinata completamente addosso al tipo seduto davanti a me: speriamo non abbia il virus.
Ecco.

Grazie a Giuliana per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere una nostra lettrice, cosa apprezzatissima ancora di più in quanto Autore di questa CE.
Opere lette da Giuliana: 
"Anime Antiche" di Stefania Convalle.
"Antologia 2019"
"Antologia 2020"

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SUBWAY
di
Valter Manunza


A un certo punto ho dovuto correre. La giornata ha perso tutte le ombre allimprovviso. I grattacieli della Quinta Strada non riflettono più e una pioggia fine, gentile e non invadente, schiaccia i colori dell’autunno caduti dagli alberi di Central Park.
All’altezza del Rockfeller sono sceso per la metro diretto a Soho. Ho aspettato la gialla, la 55.
Mi sono seduto accanto a una giovane coppia, lui ha un bambino nel marsupio che gli tira la barba e ride. Lei lo guarda con il viso stanco mentre una mano felice gli accarezza la schiena.
Alla fine del buio si aprono le porte, entrano gli odori e gli annunci. Entra la musica di un sax che suona un ragazzo di colore coi capelli rasta, sulla piattaforma. Nella custodia, poggiata in terra, qualche dollaro.
Madison Square.
Un uomo con l’abito grigio, brizzolato, azzimato, seduto curvo sul suo portatile è chiuso nella sua bolla. Entra un ragazzo alto con le braccia sottili sotto la canottiera rossa dei Knicks, sistema le cuffie nelle orecchie, dondola la testa a ritmo. Ha gli occhi chiusi.
Un bambino in fondo al vagone piange. Lo guardo, gli faccio le facce e lui mi risponde con occhiate furtive mentre si aggrappa alla gamba della madre nascondendosi.
Il buio scorre veloce.
Una donna elegante si guarda riflessa nel vetro, stretta nel suo impermeabile. Su una spalla tiene una borsa grigia col nome stampato di una palestra di Time Square. Un vecchio legge il giornale con gli occhi a fessura.
Si aprono le luci al neon. Un mondo si rovescia fuori. Un mondo entra. Si incrociano indifferenti.
Union Square.
Una donna grida, al collo ha appeso un cartello che annuncia che tutto sta per finire e che ti devi svegliare. Tre giapponesi di porcellana, in piedi la guardano fissa. Due ragazzi si parlano e ridono. Hanno gli zaini e gli skate sotto braccio, i pantaloni molto larghi e le felpe, hanno le guance arrossate e i denti bianchi. I capelli sulle spalle.
Una coppia litiga, seduta di fronte a me. Lei gli toglie il cellulare dalle mani, lui nella sua t-shirt nera, stretta sul collo che gli guizza, la prende per un braccio e la scuote nel suo vestito rosso e blu. Gridano.
Lei piange.
Ancora la fine del buio. Gli umori che entrano. Gli umori che escono. I rumori di fondo.
Greenwich.
L’uomo che grida esce col suo cellulare. La donna che piange rimane.
Soho.
Non esco. Continuo a girare e a guardare le schiene che vanno e le facce che vengono. Esistenze che corrono e scorrono.
La donna che piange rimane. Il vestito rosso e blu è stropicciato e sottile. Si tiene i capelli neri con la mano perché non le cadano sugli occhi. Le gambe piegate sulle ballerine delicate.
Il buio e la luce. Gli odori, le voci, gli occhi che insistono, le mani che sfiorano.
Ho perso il senso del tempo che è  andato veloce.
Le porte si aprono, il ragazzo di colore è ancora lì e i capelli rasta suonano il sax, solo qualche dollaro in più nella custodia.
Mi alzo per uscire.
La ragazza che piange rimane. Gli porgo un fazzoletto di carta. Lo guarda esitante e mi guarda. Lo prende con la mano leggera e sorride.
Esco e riemergo.
La pioggia è finita. I grattacieli riflettono l’autunno e i colori.

Grazie a Valter per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere un nostro lettore. 
Opere lette da Valter: 
"Anime Antiche" di Stefania Convalle.
"Il canto dell'allodola" di Veronica Rocca
"Antologia 2020"

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 RITORNARE
di
Alessandra Parabelli


Diciotto agosto, salgo sulla 94. Milano deserta, lontana dalla frenesia che ricordavo. Il tram è vuoto, cosa mi aspetto con questo caldo, mi siedo, fuori dal finestrino piazzale Dateo, sulla mappa neo canta Calcutta. È una città dai mille volti. Il pensiero ritorna lì, sempre lì. Penso a quando sei venuto a Milano, anni ’50. Città in piena evoluzione, realtà diversa da quella che immaginavi, seppur difficile ambientarsi pensi possa darti un’opportunità, sicuramente ti offre più del piccolo paese da cui vieni. Lavori sodo, pensi ma chi me lo ha fatto fare, si lavora tanto in queste fabbriche, è il prezzo da pagare se vuoi vivere da solo in città e costruire qualcosa.
Impari a conoscere Milano come le tue tasche, ogni singola strada e via, sai andare ovunque ormai, carichi e scarichi, consegni, e non torneresti indietro. E l’affetto? Quello ti manca, eccome se ti manca. La famiglia. Pensi che non sei il primogenito e ti è toccato lasciare tutto, così hanno voluto. Hanno scelto gli altri per te, ti senti l’ultima ruota del carro per questo. Solitudine, lo zio ti ospita e ti vuole bene ma non è come tuo papà. Non lavori e basta, ti diverti anche, frequenti le sale da ballo e ti innamori. È proprio questo il bello. È la persona giusta? Sì, lo è. Chissà dove hai imparato a giocare a carte, in questi bar? Sei un campione, vinci medaglie e persino coppe.
Un via vai di pensieri mi riempie la mente, un misto di introspezione e sentimento, il passato continua a prevalere sul presente... un contenitore di ricordi questo tram di Milano. Scendo, anzi no, rimango su e continuo a sognare il giorno in cui ci rivedremo, agli occhi di me nipote sarai sempre tu a ritornare.

Grazie ad Alessandra per aver partecipato, di aver messo il LIKE alla Pagina Edizioni Convalle su Facebook e di essere una nostra lettrice. 
Opere lette da Alessandra: 
"Come biglia in equilibrio precario" di Riccardo Simoncini