- la gara è aperta a TUTTI, compresi gli autori di Edizioni Convalle. Insomma, è un gioco e tutti possiamo giocare. Quasi quasi partecipo anch'io ;-)
- per partecipare bisogna inviare un racconto di massimo 500 parole (titolo escluso) o una poesia di massimo 30 versi. Ma se volete potete partecipare sia con un racconto che con una poesia.
- il tema è libero.
- dovete inviare l'elaborato in formato word all'indirizzo steficonvalle@gmail.com ENTRO il 6 gennaio 2025.
- gli elaborati devono essere inediti e mai pubblicati neppure sui social.
- la partecipazione è gratuita MA è gradito e apprezzato l'acquisto di un'opera di Edizioni Convalle. Questo gioco comporta un impiego di tempo da parte mia e quindi credo sia carino da parte di ogni partecipante ricambiare regalandovi una bella opera da leggere.
- tutti gli elaborati verranno pubblicati in questo numero del Blog, man mano che li riceverò. Questo vi darà modo di leggere con calma i vari testi, ed eventualmente di rileggerli, per poi arrivare alla votazione con le idee chiare.
- la votazione si potrà fare quando tutti i testi in concorso saranno pubblicati nel blog, e cioè dal giorno 8 gennaio 2025.
- la votazione si svolgerà nel seguente modo: dovrete scrivere in un commento a questo numero del blog quali sono i vostri TRE testi per voi più belli. Il commento dovrà comprendere il nome e il cognome di chi lo sta facendo. Non si accettano commenti anonimi.
- il giorno 16 gennaio 2025, nella diretta del giovedì sera (ore 21) nella Pagina di Edizioni Convalle, verranno letti i racconti che saranno saliti sul podio, ma anche i più meritevoli (a mio giudizio).
- io assegnerò il PREMIO DELLA CRITICA e lo sapete... Sono cattivissima! ;-)
- I vincitori eletti dal voto popolare e quelli che avranno ottenuto il premio della critica riceveranno una nota critica del testo, una sorta di scheda di valutazione che comprende l'analisi dei punti forti e dei punti deboli (se ce ne sono). La scheda di valutazione ha un valore importante perché rientra nei servizi editoriali. Inoltre, i testi vincitori e i relativi autori avranno una puntata del blog a loro dedicata. Una bella vetrina, mi permetto di dire.
Avete letto tutto per bene? Mi raccomando!
Quindi possiamo partire!
Qui di seguito potete cominciare a leggere i testi già arrivati, ma per votare, attenzione, dovrete aspettare la data indicata nel regolamento.
§§§§§§§§
il primo di cento.
Marianna ha quindici anni più di me che sono il più giovane. In mezzo ci sono, o meglio, c’erano altri tre fratelli, tutti maschi. Lei ci ha fatto da mamma. La nostra è morta quando avevo cinque anni e non me la ricordo. Per noi l'unico punto di riferimento è sempre stato Marianna. Grazie a lei abbiamo avuto una famiglia. Chissà se lei ha mai desiderato averne una tutta sua? Non ce lo siamo mai chiesto.
Ricordo che per un periodo - avrà avuto una trentina d'anni - ha frequentato un certo Gregorio. Faceva il maestro nella scuola del nostro paese e veniva spesso a casa nostra. Né io né i miei fratelli lo sopportavamo. Gli trovavamo tutti i difetti e ne parlavamo malissimo a Marianna. Ma lei non ci ascoltava. Era radiosa. Non penso di averla mai più vista felice come allora. Era cambiata. Canticchiava mentre faceva i lavori di casa, non si arrabbiava più per il nostro disordine e, cosa inaudita, si metteva un velo di rossetto sulle labbra e qualche goccia di lavanda Coldinava, la sua preferita, dietro le orecchie. Quando avevo capito che mia sorella si profumava per Gregorio, ero corso in camera sua e con tutta la cattiveria dell'adolescente che ero, avevo scagliato la boccetta contro il muro, lasciando a terra tutti cocci. Non ho mai dimenticato lo sguardo di Marianna mentre, senza dire una parola, raccoglieva i resti del suo profumo.
Qualche mese dopo quell'episodio, Gregorio era stato trasferito in un'altra scuola e non avevamo più saputo nulla di lui. Marianna era tornata a essere quella di sempre, anche se, a volte, la sorprendevo a fissare il vuoto con un'espressione triste che non le avevo mai visto prima.
Gli anni sono passati. Io e i miei fratelli ci siamo sposati, abbiamo avuto figli e nipoti. Marianna è sempre rimasta il nostro porto sicuro. Per lungo tempo, le domeniche e le feste comandate, la famiglia al completo arrivava alla cascina e lei cucinava per tutti. Divoravamo i casoncelli fatti a mano, l'arrosto, le patate al forno che si fondevano in bocca, la sua torta paradiso. Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di sentirne il profumo.
Col passare del tempo, gli inviti si erano fatti più rari per poi scomparire del tutto.
I vecchi se ne sono andati e i giovani hanno di meglio da fare. Siamo rimasti soli, io e Marianna. Ormai, mi riconosce a stento. L'onda la sta portando via. E io l’accompagnerò, tenendole la mano, come lei ha fatto per tutta la vita.
CENTO ANNI
Camilla Terso
§§§§§§§
Cesare Sordi
dei muscoli la forza a riplasmare
un esercizio nuovo mi accalora
le sue movenze provo ad imitare.
Quadrupedica è or la posizione
tutto il busto si appoggia sulle braccia
slancio una gamba con retroversione
e anche l’altra non so come si faccia.
Un mezzo ponte tento con l'addome
mano dietro la testa e l’altra al volo
le gambe incrocio ancora non so come
mentre la schiena torna stesa al suolo
sento stridere le articolazioni
i muscoli cominciano a tremare
devo frenare tutte le emozioni
ma non posso smettere di pensare.
Nei miei ricordi torna quando amore
era passione ed anche sentimento
e la fisicità punto d'onore
resister fino allo sfinimento.
Più di una donna magica ho incontrato
ricca di qualità ed inventiva
però questa a cui ora son legato
sicuramente è la più impegnativa!
§§§§§§§
Perché avevo paura, sai. Una grande paura che quel buco nero ti avesse inghiottito in via definitiva, senza lasciare alcuna traccia di te. Così cercavo, cercavo… Ma non vedevo mai niente che mi facesse pensare alla tua presenza qui, accanto a me.
Così, alla fine, ho creduto che tutto ciò che desideravo vedere nella natura fosse solo una speranza costruita dalla mente per non rassegnarsi al fatto che tu non c'eri più e ho lasciato, purtroppo, che la rabbia si impossessasse di me.
Quel giorno eri uscito di casa allegro come sempre e, come sempre, avevi inforcato la tua bicicletta rossa. Era la stessa strada, lo stesso percorso, la stessa ordinaria quotidianità. Ma in fondo alla strada non c'era il come sempre perché quell'itinerario così conosciuto, quel giorno, si era interrotto. Un enorme automezzo lo aveva fermato senza preavviso, insieme alla tua vita.
Perché quel gigantesco furgone è passato di lì?
Questa era la domanda che mi batteva in testa in continuazione poiché dalle nostre parti non avevo mai visto veicoli di quelle dimensioni.
Poi qualcuno mi disse essere appartenente alla ditta di trasporti che si stava occupando del trasloco della famiglia americana; gli acquirenti dell'imponente villa degli Smith, da anni disabitata.
Li ho odiati con ferocia e ho desiderato il peggio per loro. Fanculo i loro soldi e la loro smania di grandezza. Erano solo tre persone. Che cazzo ci facevano in una casa così grande? Loro potevano avere tutto mentre io non avevo più niente, nemmeno gli occhi per piangere. L'unico sentimento che riuscivo a provare era la rabbia che si tramutava in urla aggressive verso chiunque tentasse di rivolgermi la parola.
Tua madre, per contro, era inerme. Io urlavo, lei taceva. Non so dove la nostra sofferenza trovava più accoglienza, se nella mia ira oppure nel suo doloroso silenzio.
Un tempo non quantificabile trascorso in balia del nulla.
Ieri è successo qualcosa di speciale.
Uscendo da casa, per raccogliere il giornale lasciato dal portalettere, ho visto una bicicletta rossa. Allora il mio cuore, in letargo forzato da anni, mi ha ricordato della sua esistenza. Quella bicicletta, identica alla tua, era appoggiata alla struttura che sorregge la cassetta della posta. Ho pensato di sognare e impazzire nello stesso momento. Poi una voce, che con tutta probabilità tentava un contatto già da alcuni secondi, mi ha riportato nel presente.
«Signore, signore. Mi scusi…»
Davanti a me, una ragazzina bionda. Gioiosa e piena di vita.
«Sì, dimmi.»
«Mi si è rotta la catena della bicicletta. Può aiutarmi, per favore?»
Ritmo.
Il ritmo cubano genera allegria e fa muovere piedi, gambe, bacino e spalle.
Le labbra sorridono. Gli occhi sorridono. Il cuore sorride.
Tutto nel locale grida allegria.
Le luci soffuse stridono con il rumore delle voci, dieci decibel oltre il normale tono, per farsi udire sopra la musica avvolgente e coinvolgente.
Mentre osservo, i piedi si muovono in autonomia. Mi succede sempre così. Il richiamo della musica è atavico. Arriva dal passato. Forse in un'altra vita ero una tarantola.
Niente inibizioni.
Le ho lasciate chiuse nello sgabuzzino di casa insieme a scopa e paletta.
La pista brulica di corpi sinuosi, coperti solo da piccoli pezzi di tessuto. Gocce di sudore luccicano sulla pelle come perle preziose. In mezzo alla pista una ragazza catalizza l'attenzione del pubblico. Le spalle ruotano indietro, veloci. Sembrano svitarsi dal corpo. Il bacino ondeggia a destra e a sinistra in sincronia con quello del suo partner, è il ritmo della clave che detta il tempo. Intorno tutti si mettono in cerchio, battono le mani e poi uno a uno si sostituiscono ai ballerini. Danzatori provetti e tronchetti di legno prestati alla pista.
Il divertimento è democratico.
È una perfetta livella per tutti. Esperti e neofiti. Belli e brutti. Fighi e sfigati.
È il mio turno. Raggiungo il centro. Non conosco i passi. Non ho ancora iniziato il corso. Mi muovo al ritmo della musica.
Improvviso.
Niente timidezza. Il battito delle mani detta il ritmo. È sempre la clave che batte il tempo.
Pensiero libero in un corpo libero.
È il momento del cambio. Devo abbandonare il centro della pista. Il cerchio si allarga per accogliermi.
Le mani continuano a battere il ritmo.
Il ritmo dell’allegria.
Il ritmo della vita.
§§§§§§§
Ricordo ancora oggi la sera che Roberta, mia figlia, ti ha portato a casa. Il tuo arrivo era previsto, avevamo comprato una bella cuccia e del cibo, ma quello che non sapevo ancora era il giorno in cui Roberta ti avrebbe fatto entrare nelle nostre vite.
Era una sera tiepida di fine aprile, mia figlia era uscita con un'amica, e quando rincasò: sorpresa… Sotto la sua felpa ho visto spuntare un musetto bellissimo e tenerissimo. Eri tu, la nostra bionda bassotta. Mi sono innamorata subito dimenticando che ero stata indecisa se averti o no. Avevi appena due mesi, una cucciola.
“Ecco Luna, meraviglia delle meraviglie, ci rallegrerà la vita” ti presentò Roberta.
Essendo la prima volta che avevamo un cane, non eravamo esperte, ma tutto ci venne spontaneo, dettato dal cuore. Un veterinario ti visitò accuratamente, e poi a sei mesi ti feci sterilizzare. Mi dispiacque molto farti una cosa del genere, ti avevo levato la possibilità di procreare, da te sarebbero nati degli splendidi cuccioli. Ma le nostre vite erano un po' complicate, io lavoravo e Roberta faceva le superiori, come avremmo fatto a curare la tua cucciolata in un appartamento? Già restavi da sola per ore e questo fu un dispiacere. Non sei diventata mamma ma eri felice, inconsapevole di tutto.
Noi umani passiamo la maggior parte della vita a lamentarci, gli animali sono sempre contenti. Tu scodinzoli quando ti metto la carne nella ciotola, mi guardi con riconoscenza e nei tuoi occhi vedo le cose più belle. Sono passati quattordici anni da quando sei arrivata, ma non mi sono mai pentita di averti presa, anzi, adesso che sei diventata anziana ti voglio ancora più bene e mi preoccupo per la tua salute.
Lo so che c'è un inizio e una fine, c'è per ognuno di noi, ma ancora non sono pronta a perderti. Ah, se potessi fermare il tempo…
Da quattro anni siamo rimaste sole, la tua sorella umana vive con il compagno, ma nel suo cuore ci sei sempre e quando ti viene a trovare i suoi occhi brillano d'amore.
Luna, anche ora che sei anziana, sei bellissima e io ti sto immortalando in tante foto per averti sempre con me. Anche nelle giornate tristi tu illumini la mia vita.
Sei un cane amato, lo sei sempre stata e sempre lo sarai, anche dopo che avrai attraversato il ponte dell'arcobaleno dove ti unirai a tanti altri e correrai felice sopra le nuvole per l'eternità. Luna, grazie di esistere, hai reso più belle le nostre vite.
Mamma Antonella e sorella Roberta
§§§§§§§
accelera il battito senza stelle,
il silenzio scruta lontano,
non un bagliore, una fiammella
anche tenue può bastare
allo scricchiolio di ossa
che girano e rigirano il cuscino.
Lunga è la notte
nella voragine che si apre
e i piedi sbattono l'aria
in cerca di un appiglio,
una folata di vento chiude gli occhi,
il sonno sfinisce la stanchezza
mentre sgrana preghiere dimenticate…
“Sentiamo.”
“Sembra che per loro siano fondamentali dei semplici, fragilissimi coriandoli. Sì, ha sentito bene, coriandoli. Rettangolari, con sopra alcuni disegni. Numeri, sempre; immagini, spesso. I numeri più o meno sono gli stessi, ma le immagini cambiano da una parte all'altra del pianeta: può trovare prospetti facciali, strutture varie… Cose così. Per me è impossibile capire il senso di questi disegni, ma non creda che gli umani siano meno confusi! Ne ho interpellato diversi, fermandoli per strada, mostrando loro i coriandoli e chiedendo cosa rappresentasse il disegno. Beh, pochissimi sapevano rispondermi, ci crede? E chi rispondeva dava informazioni incomplete o era incerto. Tutto ciò mi sembra assurdo, considerando quanto sono fondamentali per loro questi coriandoli.”
“Continui a ripetermi fondamentali, ma ancora non mi hai spiegato perché.”
“Ora ci arrivo, signore. Fondamentali perché – ci credereste? – sembra non possano fare nulla se non li possiedono. E quando dico nulla, intendo davvero nulla. Nella stragrande maggioranza dei casi non possono nemmeno mangiare! È assurdo, comandante! Deve venire a vedere di persona. Ci sono posti in cui ammassano un'incredibile quantità di nutrimenti: vanno in questi posti per rifornirsi, scelgono e all'uscita devono consegnare un po' di coriandoli in cambio dei nutrimenti. Se non consegnano i coriandoli, non possono portarsi via niente! Insomma, sembra che questi coriandoli servano per fare scambi.”
“…Scambi? Come si possono scambiare nutrimenti essenziali con fragili coriandoli?”
“Comandante, non lo chieda a me, io le riferisco solo ciò che ho visto. Il fatto scioccante è che non sembra contemplato che possano prendere cose senza dare in cambio questi coriandoli. Ha presente la serie inaudita di cenci colorati che mettono sulla pelle? Ecco. Oppure le carabattole con cui si spostano? Ah, a proposito. C'è anche un’altra cosa. Spesso, per avere oggetti molto grossi oppure molto piccolini ma per loro importanti – tipo quegli schermetti che hanno sempre a presso – usano un pezzo di carta rigido e minuscolo che dovrebbe contenere, mi sembra di capire, una gran quantità di quei coriandoli.”
“Che razza di follia è mai questa?”
“Gliel'ho detto! E insisto, deve venire a vedere. Perché temo che la loro vita si svolga tutta in funzione di questi coriandoli. E non le ho ancora riferito la cosa più assurda. A quanto pare, devono scambiare anche il posto in cui vivono con un certo numero di coriandoli. E non ha idea di quanti.”
“Aspetta, aspetta. Vuoi dire che se non hanno coriandoli non hanno un posto in cui vivere?”
“È esattamente ciò che sto dicendo. Infatti portano avanti delle attività per procurarsi il numero più alto possibile di coriandoli. Attività che occupano la maggior parte del loro tempo. E poi scambiano i coriandoli che ricevono con le cose di cui hanno bisogno, tipo i nutrimenti, il posto in cui vivono, le carabattole con cui si spostano. Ma li scambiano anche con cose assolutamente inutili. Quello che gli resta? Pochi coriandoli e poco tempo per fare le cose che davvero vorrebbero fare.”
Pertanto alla luce dei fatti, la cicala vive come sa vivere, godendosi il presente, e non si preoccupa di un futuro che non le appartiene e che non è mai stato nei suoi piani. Il suo motto è quello di vivere alla giornata e di non guardare cosa fanno gli altri. Si sente libera come l'aria che respira e di godersi la più bella e calda stagione dell’anno, secondo il suo punto di vista. Non ha regole da rispettare e si sposta da un ramo di albero all’altro, senza interferire o cooperare mai con nessun gruppo di simili.
Farebbe, piuttosto, bene a insegnare agli avari che accumulano ricchezze, senza godersele, che la vita è troppo breve e non si può fermare il tempo. Costoro resteranno, poi, con un pugno di mosche, quando si renderanno conto di avere accumulato denaro, ma hanno sciupato il loro tempo. A quel punto è ormai è troppo tardi per rimediare, in quanto ogni stagione hai i suoi frutti e ogni cosa va fatta a suo tempo. Capiranno che è meglio vivere ricchi che morire ricchi. Al loro posto gli eredi godranno delle loro ricchezze, che scialacqueranno i proventi dei loro sacrifici, in quanto non sudati.
Sappiano gli umani che il giusto equilibrio è quello di vivere come formiche pensando al futuro, senza dimenticare che c'è anche un tempo per lavorare e un altro per riposare e per divertirsi. Le cicale lo fanno.
Un uomo buontempone un giorno disse: invidio i maschi delle cicale; loro cantano come vogliono e possono e non devono sopportare le cicale femmine, perché sono mute e non li disturbano con le loro pretese e proteste. Poi aggiunse: Se devo parteggiare per le formiche o le cicale, scelgo queste ultime perché, almeno, d'estate rallegrano le giornate col loro canto e, a differenza delle formiche, stanno alla larga dagli umani, non invadendo le loro case. È risaputo che le cicale quando sentono qualcuno che si avvicina a disturbare il loro concerto, smettono di cantare per non essere localizzate e restano immobili mimetizzate.
Una donna buontempona si allacciò al discorso del buontempone e così replicò: vorrei vivere per tutto il tempo, che mi concede la vita, come una cicala, divertirmi tutto il giorno e avere, nel contempo, un marito come una formica che lavori indefesso per me e mi mantenga.
Un vecchio, stanco, barba incolta, avanza lento appoggiandosi ad un bastone. Passa rasente i muri, ci si strofina contro, è impaurito da ogni movimento o rumore.
Trema, forse anche per il freddo pungente.
Cerca un angolo appartato in cui riposare, si rannicchia dentro il suo ampio cappotto.
Frotte di ragazzini si divertono ad esplodere botti creando parapiglia e frastuoni assordanti.
Il vecchio, brancolando, riprende affannosamente il cammino.
Giunge in una grande piazza gremita di gente.
Ne ha terrore, si sente in trappola, ma d’un tratto tutti si fermano.
Mancano solo pochi secondi al nuovo anno.
Cinque, quattro, tre…
Gli scoppia la testa, il petto pulsa all’impazzata.
Cerca una via di scampo prima che il boato gli squassi il cervello e il cuore.
…due, uno, zero!
In quell’attimo esatto un giovane, poco più che un bambino, gli compare davanti.
Senza proferire parola estrae un’arma e spara un colpo mortale.
Il vecchio si affloscia senza vita, senza un lamento.
Il giovane si aggiunge alla folla festante ma immediatamente intervengono le forze dell’ordine che hanno assistito alla scena.
L’indomani si svolge il processo per direttissima.
L’avvocato difensore ha ascoltato attentamente il giovane ed ora è pronto a farlo scagionare.
- Signor giudice, l'imputato ha diritto alla piena assoluzione sebbene abbia compiuto quello che appare come un crudele misfatto. Ho certezza che il vecchio in gioventù sia stato a sua volta un assassino ed ha poi vissuto operando nel bene e nel male. Anche il mio assistito ha dunque diritto alle stesse opportunità. Signor giudice, gentile giuria, guardate dentro la vostra anima, ripercorrete con la memoria la vostra vita vissuta. Chi di voi, con cuore sincero, può dire di non aver compiuto un'azione riprovevole o un fatto malvagio? Leggo nei vostri occhi smarrimento e timore. Se voi condannate questo giovane dovrete pure condannare voi stessi. È vero, non avete compiuto un atto estremo e vigliacco come l'uccisione di un povero vecchio, ma nessuno puoi dirsi scevro da atti impuri.
Il giudice fa rintronare il suo martello sul tavolo:
- Avvocato, lei sta farneticando! Tenga per sé le considerazioni sulle vite dei giurati. Inoltre, mi auguro che abbia le prove inconfutabili per affermare che il vecchio è stato a sua volta un assassino. Detto questo rimarco con forza che la richiesta di assoluzione si basa su dati inconsistenti.
- Vostro Onore, perdonate il mio ardire. Il mio assistito conosce ogni dettaglio della vita del vecchio e l'uccisione è stata legittima. Ed ora vi spiegherò il motivo.
Un brusio si leva dal folto pubblico presente.
Il giudice dice solamente:
- Prego, ne ha facoltà.
- Il motivo è semplice: il giovane qui accanto è…
- È…?!? - esclama il pubblico in sala.
- È…?!? - chiede il giudice sporgendosi in avanti.
- È il nuovo anno che tutti abbiamo acclamato poche ore fa! Credetemi non aveva altra scelta che quella di eliminare il vecchio.
Io no di sicuro e come me tanti altri.
Avevo compiuto 28 anni, il buio e il freddo mi avviluppavano come una sciarpa, ma l'aria che si respirava e le scintille intorno a me suggerivano che qualcosa di eccezionale stava per accadere.
Da poco avevano trasmesso il telegiornale quando è iniziato a formarsi qualche capannello, insolito sia per l'ora che per la temperatura: era novembre.
Le persone che si avvicinavano dapprima erano circospette, ma poi via via divenivano sempre più audaci: molte erano a piedi, altre in bici, qualcuna in auto.
Avvertivo su di me una pressione, un peso crescente di cui curiosamente riuscivo però a riconoscerne anche la leggerezza.
Il brusio sommesso che percepivo crescendo diventava assordante e poi… poi è iniziato il solletico: lo sentivo dappertutto!
Mi avevano bagnato l'acqua degli idranti, poi gli spruzzi di spumante e dopo scorrevano fiumi di birra.
Tutti erano ubriachi di gioia e di libertà.
Tutti quegli sguardi fissi su di me mi emozionavano e dire che ad essere al centro dell'attenzione ci ero abituato, agli inizi però a squadrarmi erano stati occhi increduli e spaventati, cui erano seguiti saluti, traboccanti disperazione, che si inseguivano da una parte all'altra.
Per troppo tempo mi era toccato ascoltare latrati, spari, urla.
Mi odiavano, lo so, ma io non ne avevo colpa.
Con pazienza avevo raccolto pensieri, proteste, desideri che avevano preso forma di slogan e disegni colorati.
Quella notte invece intorno a me si respirava euforia: c'era spazio solo per sincere strette di mano, abbracci attesi a lungo e radiosi sorrisi; erano finite le corse disperate di inseguiti ed inseguitori, basta divise e basta sangue.
Quante emozioni e quante storie mi hanno avvolto quella notte che nessuno voleva finisse mai perché temeva di doversi risvegliare da un sogno.
"Die Mauer ist weg".
"Il muro non c'è più" era la frase che, prima sussurrata con timidezza e poi gridata con orgoglio, rimbalzava di bocca in bocca.
Ora sono a pezzi, ma felice di esserlo.
Sono un ragno e faccio dei fili perfetti. Sono la migliore tessitrice di tutta la Sardegna. Guardate che bella tessitura, ammirate i rettangoli perfetti, consecutivi, che formano la spirale; sono stata così brava che nemmeno il vento può portare via il mio capolavoro. Ho scelto un angolo perfetto sopra questo olivo. Spesso cadono foglie a disturbare l'azione dell'agguato e la convivenza con altri esseri viventi non è sempre piacevole. Dovreste vedere come sono gelose le cornacchie! Sempre a mettere il becco su ogni cosa mi capiti tra le maglie.
«Ehi, Ciccia Pasticcia! Con chi parli?»
Ecco, che vi dicevo? Parli di piume e spunta il becco. Ora gliene dico quattro.
«Senti un po', vecchia zombie, mangiati una caramella balsamica. Ah, già, le tue caramelle preferite sono i topi morti! Ora smamma, vecchiaccia, che ho da preparare il pranzo.»
Oh! Guardate come fa ondeggiare il ramo; è permalosetta la signora. Sapete perché mi ha chiamato così? Ora vi racconto.
Spesso viene a farmi visita un'umana, passeggia nel giardino, osserva, fruga la terra. Un giorno c'era forte vento e la donna si è fermata proprio sotto di me a fissarmi; tutta imbacuccata com'era faceva pure paura. Ogni tanto sorseggiava qualcosa da una tazzina che aveva tra le mani. Io ero preoccupata a rafforzare i miei fili portanti, penzolavo da un punto all'altro, quando all'improvviso mancai la presa e caddi giù, proprio dentro quella tazzina, annaspando nel caffè. Capite, era proprio caffè! Non dimenticherò mai la faccia schifata di quella stupida umana e men che meno l'effetto che quel malefico liquido ebbe su di me. La donna, comunque, tanto stupida non era, perché mi rimise sopra l’albero ma, ormai, della mia ragnatela non rimaneva più niente, era volata col vento. Sentivo, però, dentro di me una forza inaudita, una smania di muovermi in tutte le direzioni, avevo fretta. Con frenesia iniziai una nuova ragnatela, stavolta il vento agevolava i miei lanci da un punto all'altro, secernevo seta e fibra viscosa in gran quantità ma non riuscivo a tenere un ordine preciso; perciò, anziché creare rettangoli perfetti, vennero fuori quadrati di varie misure, una spirale che aveva la forma di un trapezio, tutto deformato e sbilenco. Sì, ero proprio indemoniata. Avevo capito che quel liquido schifoso era la causa del mio pasticcio; figuriamoci l'effetto che poteva avere sulla donna!
Anche la vecchia cornacchia mi fissava, si fece vicina sussurrandomi: Tela sbronza non è ganza! Scoppiò a ridere volando e raccontando in aria il fatto.
Da quella volta sono molto più attenta e quando vedo l'umana assumo il mio peggiore colore da farle paura.
Ma torniamo al pranzo, venite, ve lo mostro. Eccolo qui, avvolto come una mummia, è un bel moscone e mi è costato ore di attesa e di snervanti punture. E ora, buon pranzo a me.
Non so perché ho scelto questo disco ma la mia mente è ancora frastornata da quanto è successo.
Dopo quattordici giorni di attesa, dopo che avevo ormai attraversato le fasi classiche della crisi in cui mi ero immerso e quasi sprofondato, hai mandato un segnale, finalmente.
Ma mi piace pensarci e rifletterci e fare congetture prima ancora di sentire la tua voce.
Hai scritto ieri sera poco prima di mezzanotte, quando avevo ormai spento il cellulare. Posso chiamarti? Questo vento mi inquieta.
E io non ho potuto risponderti, non dormivo ma ero già andato via con la mente, non ti ho percepita e mi ricordo solo che prima di addormentarmi ho pensato che ormai era passato abbastanza tempo.
Ho pensato che ti avrei chiamata lunedì sera e ti avrei forse scritto: Come va là dentro, nel tuo cuore? E forse tu mi avresti risposto o forse no.
E invece stamattina uscendo per andare fuori città ho acceso il telefono davanti al box e ho visto comparire come per miracolo il tuo messaggio!
Il mio cuore ha battuto tre colpi molto più forti e la mia mano ha scritto subito, prima ancora che il cervello agisse da censore, tre lettere di risposta, TVB, e via, come fanno gli adolescenti quando giocano a innamorarsi.
L'ho fatto senza esitare, senza sapere cosa avresti risposto, senza chiedermi da che parte stava oggi il mio destino, quella del futuro o quella del passato, quella di vivere o di aspettare, aspettare cosa ?
Dopo otto lunghissimi minuti la risposta più fantastica che avrei mai potuto desiderare. Temo anch'io.
Bella per l'anch'io, bellissima per il Temo.
Positiva per l'anch'io, dolcissima per il Temo.
Vuol dire che "ti voglio ma ho paura di quello che comporta, vuol dire che ci sono ma mi devi aiutare e che cosa ci può essere di più commovente e intrigante di una richiesta di aiuto di un innamorato?"
Poi mi hai chiamato a casa, subito dopo, chissà con quale spirito o con quale ansia, ma l'ho scoperto solo adesso al mio ritorno, dalla segreteria.
E io non c'ero, ero fuori e non ho potuto risponderti neanche questa volta.
La seconda dopo tutti questi giorni!
Il caso mi fa sembrare crudele, fa sì che ti ignori e che lasci in sospeso la tua richiesta.
Eppure in fondo mi piace questa situazione che si è creata, questo improvviso vuoto che sarà presto riempito.
Non c'eri e ora ci sei, in quale modo non importa, ti chiamerò stasera e sarà buffo trovare le parole, anche se sarà facile ascoltare i suggerimenti da dentro.
Non so cosa ci abbia riservato il destino e scrivo apposta prima di sentirti.
E prima che il disco dei Pink Floyd sia finito ho già riempito con le tue tre parole gli ultimi quattordici giorni quasi vuoti della mia vita.
A Rovaniemi, come a Londra, Mosca, Tokio, Pechino, Lima, Rio De Janeiro, Caracas, Barcellona, Oslo, Rabat, Londra, Giacarta, Osaka, e poi…
E chissà quali altri luoghi: Bagdad, Nuova Delhi, Vienna, Parigi, Riad, Canberra.
Dove, mettici un treno blu con le scritte e i finimenti alle carrozze tutti d’oro, le luci di natale tutte intorno… Immagina poi di essere tra la gente allegra a salutare, in ogni stazione, ai passaggi a livello, con la neve, e perché no sotto un magico cielo stellato. Anche i Re Magi fecero un lungo viaggio sai?! E credo che i cammelli sbuffanti ricordino ancora nel loro immaginario un lungo gioioso percorso. Un viaggio magico sulle linee dell’Orient Express, del Polar Express, sul Santa Fe, o lungo la cordigliera delle Ande… Tra canti, balli e stazioni colorate. Se ancora potessi, come ogni fanciullo, sognare quel misterioso treno, e parlo esattamente di quello raccontato nei romanzi correre veloce nella steppa innevata… Ma questi erano e sono i sogni di un bimbo capostazione, di un fanciullo camionista che lungo la Route 66 tira ancora il cordino delle trombe bitonali del Coca Cola Red Truck che insegue La slitta di Babbo Natale… Naturalmente un certo Xi Yang io me lo ricordo sai: con i baffi alla mongola e il libro rosso sotto braccio, dove lui annotava tutti viaggi magici delle sue fiabe inventate. Per la miseria nessuno, tanto meno un bambino curioso, innamorato e sognante come me avrebbe osato affermare che quell’uomo dal suo misterioso libro rosso non stesse cavando e raccontando tutta la verità. Rovaniemi, signori! E come ogni anno, casa Santa Claus! C’è un posto fatato dentro le speranze di ogni adulto tornato anche solo per un istante bambino. E adesso se ci avete accompagnati sin qui sappiate che sul nostro treno, siedono dei maghi che nell’attesa del Natale viaggiano l’innevata Irlanda, approdando magicamente a Londra, binario Nove e tre quarti… Beh! Ma ditelo che sognate felici di vedere quel treno lungo un minuscolo mondo incantato… Perché ogni cuore fatato, ancora viaggia, sul San Nicolas express.
La parola più piccola del vocabolario e così terrorizzante.
Sì.
Per tutta la vita.
Per sempre.
Finché morte non ci separi.
Faccio ancora in tempo a scappare?
Guardo le vie di fuga. Vedo solo gli occhi dei parenti seduti in prima fila, i sorrisi degli amici.
Ma da una parte, quasi nascosta da una colonna di questa chiesa c'è lei.
L'altra donna.
L'unico amore.
Per sempre.
Per tutta la vita.
A Natale
la luce è contagiosa.
Stasera faccio la timida,
le mani sulle labbra
come farebbe un bambino
e poi,
un attimo dopo,
la accolgo
e la faccio mia.
A Natale
dovremmo regalarla la luce
e i cuori non sarebbero più
racchiusi
nel guscio della solitudine.
Nell'aria e nell'animo,
un lieve e coraggioso impulso
chiamato gioia.
Prendo il bastone, mi fa sentire più sicuro e procedo lento verso la spiaggia. Il cuore è sempre un passo avanti, ma le gambe, beh, le gambe sono tutta un'altra storia, mi rallentano, ma io non demordo. Proseguo fingendo di sentire ancora il tepore del tuo braccio accostato al mio.
Ma tu non ci sei più.
Assaporo l'odore del mare e vado a pesca di ricordi. Il mio sguardo si perde tra il blu dell'acqua e la linea infinita dell'orizzonte e i pensieri si fanno pesanti, difficili da ascoltare, quando un rumore improvviso mi riporta alla realtà.
Una ragazzina coi pattini a rotelle ha urtato la nostra panchina. Quella panchina che è stata testimone dei nostri sogni fino a pochi giorni fa, quando te ne sei andata.
La piccola, distesa a terra, alza lo sguardo velato di lacrime.
«Ti aiuterei ad alzarti, ma non vorrei trovarmi a gambe all'aria come una vecchia tartaruga.»
«Mi scusi, non è un bel modo di presentarsi a un colloquio, ma volevo fare presto così ho pensato di usare i pattini.»
«Colloquio? Non sei un po' giovane per lavorare?»
«Ma lei non è il signor Adriano? Nell'annuncio c'era scritto di presentarmi qui domenica mattina e che l'avrei riconosciuta per via del giornale e del bastone. Io sono Greta, piacere.»
«Quale annuncio? Io sono in pensione e non ho idea di cosa tu stia dicendo.»
Greta mi porge un foglietto. Riconosco subito la calligrafia: Cercasi anima gentile disposta ad accompagnare il signor Adriano durante la passeggiata della domenica mattina e a trascorrere del tempo con lui. Il signor Adriano avrà con sé un giornale e un bastone da passeggio. Compenso da concordare.
Stringo il prezioso pezzetto di carta tra le mani e avverto la fragranza a me più cara, una impercettibile nota di gelsomino e per un istante mi sembra di averti di nuovo qui.
«La prego, la mamma mi ha promesso di comprarmi la bicicletta se per l'estate avessi trovato un piccolo lavoretto, anche gratis. Non so cosa potrei fare, con le faccende di casa sono un disastro ma mi piace chiacchierare, adoro leggere e so anche stare zitta quando serve.»
«Beh, non sarò certo io a impedirti di avere di avere quella bicicletta! Vieni, facciamo due passi.»
«Grazie, signor Adriano, grazie mille. Prima di andare possiamo aspettare la mamma? Sarà qui nei paraggi per accertarsi che lei sia un uomo per bene, ma io già lo sapevo. La signora che mi ha consegnato il biglietto era tanto bella e gentile anche se sembrava affaticata.»
«Andiamo a conoscere la tua mamma, nel frattempo se ti piacciono le storie e gli intrighi d'amore ti racconterò di quella incantevole signora che si chiamava Agnese.»
Ecco, un altro ricordo che bussa, ma questa volta prendo Greta sotto il braccio e sorrido, pensando che, anche da lassù, hai trovato il modo di prenderti cura di me.
Tipico da parte tua, almeno non ti avrei interrotto, sai quanto ci tenga alla mia igiene orale. Hai elencato una serie di motivazioni, peraltro sensate, alle quali avevi pensato per tutta la notte. Sarebbe bastato dire scopo con un'altra e avresti risparmiato molte ore di sonno.
La mattina che te ne sei andato ho svegliato i bambini come ogni giorno e tu ti sei offerto di accompagnarli a scuola e di preparare loro la colazione. Ne sono rimasta piacevolmente colpita.
Ho aperto Facebook, una coppia che conosciamo aveva pubblicato una foto annunciando a tutti la fine del loro rapporto rassicurandoci che il loro amore non era finito, si era solo trasformato. Avevano già ricevuto centotrentadue like e molti commenti, la maggior parte dei quali diceva “siete speciali, vi lovvo”.
La mattina che te ne sei andato mi sono chiesta, in tutta sincerità, come fanno quelle coppie a capire quando è il momento giusto e, contemporaneamente, essere così fotogenici.
C'era un sole stupendo, quella mattina, mai successo quando si decideva di fare una gita al mare…
I bambini hanno fatto colazione diligentemente e io ho provato un gran tristezza.
Prima di uscire hai detto: Vabbè, allora ciao.
Ho portato la spazzatura in giardino, ma i recipienti non riuscivano a contenere tutto quello che avevo bisogno di smaltire.
Sarebbe servito un contenitore per le delusioni, uno per le giornate storte, uno enorme per la rabbia, da svuotare almeno tre volte al giorno. Un altro per gli sbagli e per le frasi taglienti, uno per i rospi ingoiati, per i nodi alla gola, per certi ricordi che non mi lasciavano in pace.
La mattina che te ne sei andato ho cominciato ad aspettare che arrivasse la sera.
1- «Buongiorno, mi scusi se la importuno, ma sono sue le scarpe che indossa?»
2- «Ma parla con me?»
1- «Certo che parlo con lei, le ho chiesto se sono sue le scarpe.»
2- «Ma certo che sono mie, ma a lei cosa interessa?»
1- «Va beh, ma non si arrabbi, era una semplice curiosità. Sa le ho anche io quelle scarpe.»
2- «Eh quindi? Sa quante scarpe uguali a queste ci sono in giro?»
1- «Certo, ha perfettamente ragione, mi scusi se le sembro invadente.»
2- «Ma roba da matti, tutti io li trovo quelli strani. Senta non ho tempo da perdere io, vada a rompere le scatole a qualcun altro.»
1- «Ma gli altri non hanno le mie scarpe.»
2- «Ancora con questa storia, ma la vuole capire che queste scarpe sono mie, perché dovrei indossare le sue scarpe?»
1- «Ah, non lo so me lo dica lei?»
2- «Senta adesso mi ha proprio stufato, non ha nient'altro da fare?»
1- «No, a dire il vero non ho proprio nulla da fare, tranne cercare le mie scarpe che non trovo più da una settimana.»
2- «Beh, provi a cercarle altrove. Vada, vada!»
Aveva pensato che lei avesse cancellato quel segno dalle scarpe come per cancellare la loro storia d'amore oramai agli sgoccioli. Invece “l'altro” si era sbagliato, nella fretta aveva preso le scarpe macchiate, e aveva lasciato le sue, perfettamente identiche, ma senza quella traccia d'amore che ora era il segno del tradimento.
Si tirò su il bavero della giacca si avviò a piedi verso il centro, Non sarebbe tornato a casa. Voleva andare in un negozio a comperarsi un paio di mocassini. Quelli che aveva ai piedi li avrebbe buttati via, come avrebbe fatto con il suo matrimonio. Guardò il cielo che stava scurendosi, e sollevando le spalle penso che, comunque quel cassettone verde, a lui non era mai piaciuto.
“Perché quel grugno sulla faccia?”
Il campanello della porta aveva suonato non una, nè due, ma ben tre volte.
“Non potevi che essere tu! Il segnale era inconfondibile!”
“Non sei felice di vedermi?”
“Ci siamo sentiti questa mattina al telefono... non mi hai detto che volevi venire.”
“Sai che amo improvvisare!”
“Già! Tu e le tue stranezze. Dai entra.”
“Ho sentito che eri giù di corda e ho pensato di passare a trovarti. Tutto qui.”
Si accomodarono in salotto. La casa non era grande e i muri emanavano solitudine e desolazione.
“Cosa c'è che non va?”
“Bah. Sai l'Inverno avanza, le feste ormai finite, le luci sono spente e gli animi malinconici languono. Vuoi un caffè?”
“No grazie. Piuttosto vestiti, andiamo fuori a passeggiare. Uscire non potrà che farti bene.”
I due camminarono fianco a fianco, a lungo in silenzio, sul viale alberato che portava verso la periferia. Solo il rumore dei passi sull'asfalto interrompeva la quiete dell'insieme.
“Sei diventato un segugio?”
“Perché?”
“Stai con il naso all'insù e fiuti l'aria.”
“Penso che fioccherà. Non senti anche tu il profumo della neve?!”
“Le tue stranezze non finiranno mai di stupirmi.”
“Perché non chiamarle semplicemente eccentricità?”
Il percorso oscurava... incupendosi lentamente.
“Cosa c'è da fischiettare come un fringuello? Guarda che tristezza. Tutto è già in ombra.”
“Le ombre e le luci si alternano sempre nelle pieghe del tempo. C'est la vie! ”
“La tua filosofia non mi è di grande aiuto, purtroppo.”
“La mia riflessione si chiama Speranza. Come fai a essere sempre così pessimista? Guardati intorno quanta bellezza c'è.”
Philippe girò più volte su se stesso, sbuffando.
“Questa la chiami bellezza? È tutto rinsecchito, anche gli alberi sono morti!”
Marcello guardò in alto, le nuvole si stavano raddensando, e sorrise.
“No, amico mio. Gli alberi dormono... e stanno sognando la Primavera.”
Ci sono sguardi che non sanno andare oltre.L'anima resta imprigionata dalla parvenza dell'esseree tu vorresti squarciare quel velo che ricopre l'essenza
delle cose.Come può essere lunga e scoscesa la strada, amore mio.Tutto è iniziato prendendoci per mano,poi ci siamo persi nelle pieghe del tempo,nelle innumerevoli stanze tappezzate da specchi ingannevoli.Ci siamo allontanaticon l’anima graffiatama con la volontà inconfessata di ritrovarci.Quanto tempo è passato?Non so.So solo che un giorno hai ripreso la mia mano e io ne ho riconosciuto il calore.Ho cercato il tuo sguardo di tanto tempo fa e l'ho ritrovato sentendomi finalmente in pace.So che verrà la notte e ci ritroverà insieme e mai cielo sarà più chiaro.
L'anziana signora seduta di fronte a me aspetta il suo turno sventolandosi con un ventaglio nero, somiglia tanto alla nonna che ne usava uno simile, mentre guardava la televisione nelle calde sere d'estate; io, sdraiata sul suo seno generoso, godevo di riflesso di quella frescura inaspettata, mentre di sottofondo le gemelle Kessler si esibivano nel loro famoso “Dadaumpa”. La serenità di quei momenti strideva con le storie raccontate spesso dalla nonna circa la sua vita durante la guerra e subito dopo.
Durante quei racconti, i suoi occhi chiari si velavano e il mento tratteneva a stento un piccolo tremore.
Sapevo quanto aveva sofferto per quel figlio tanto bello e pieno di vita che a sedici anni aveva dovuto, suo malgrado, arruolarsi in marina, durante la seconda guerra mondiale.
Aveva da poco superato i sedici anni ed era stato impiegato come artificiere nel deposito polveri da sparo di un cacciatorpediniere. La nave, dopo pochi giorni di navigazione, era stata silurata dalle forze nemiche e lui era stato fatto prigioniero dopo essere stato ripescato con una brutta ferita alla testa.
In prigione non aveva ricevuto le cure appropriate e alla fine del conflitto era stato rimandato a casa con la diagnosi tanto sbrigativa quanto drammatica di schizofrenia acuta.
La nonna aveva sperato con tutte le sue forze di poterlo accudire a casa, ma il nonno sapeva bene che ciò non era possibile, lo vedeva dai suoi atteggiamenti: la sua mente si era fermata a quando stava sulla nave, andava scalzo per casa e si metteva tutto il giorno in vedetta dal balcone.
Non riconosceva più nessuno dei familiari e in alcuni momenti diventava pericoloso e violento anche con le sorelle.
Così erano stati costretti a prendere l'amara decisione di portarlo in una struttura specializzata e, pur andando a trovarlo spesso, non avevano mai assistito a nessun miglioramento, lo zio si era chiuso nel suo mondo, dove nessuno mai era stato capace di entrare.
Del ragazzone bello, che prendeva fra le braccia la sua mamma per farla danzare fino a farle girare la testa, non era rimasto niente e gli occhi della nonna, ancora dopo tanto tempo, si colmavano di lacrime.
Mi alzo, dalla vetrata della finestra guardo la strada, delle foglie secche si rincorrono, formano un mulinello che il vento solleva per poi lasciarle ricadere.
«Dopo mi ha spinta contro il muro e ha iniziato a baciarmi.»
«E tu, ci sei stata?»
«È stato bello, era difficile respingerlo.»
«Tu sei pazza. Cioè, spiegami bene, ti sei fatta prendere dalla passione nel corridoio dell'ufficio, in pieno orario di lavoro?»
«Smettila Michael, sembra che abbia fatto chissà cosa. È stato solo un bacio.»
«Con il tuo titolare, Masha. A pochi metri dall'ufficio della sua segretaria, tra l'altro.»
Tace.
Vorrei tanto riuscire a decifrare i pensieri che sballottolano nella sua mente.
«Hai ragione, sono un disastro.»
«Il disastro arriverà adesso. Come farai a fare finta di niente o a evitarlo?»
«No, questo non è un problema. Non viene quasi mai in ufficio. L'altro giorno è stato un caso. Poi, posso gestirlo, sono due mesi che…»
«Due mesi? Amica, cosa aspettavi a dirmelo?»
«Sapevo di questa reazione da inquisitore e allora ho evitato.»
«Masha, ti porti a letto chi ti dà i soldi per pagare il mutuo…»
«Guarda che me li guadagno. Non è che mi dà una mancia perché è gentile.»
«Non è questo il punto. Stai rischiando grosso. Masha, c’è di mezzo il lavoro.»
Tace di nuovo. Prende una pausa per digerire la mia accusa.
«Lo so, hai ragione. Però Josè mi piace. Mi fa sentire bene e l'adrenalina di questo, come dici tu, rischiare, mi dà la sensazione di esserci ancora.»
«C'è rischio e rischio. E poi, cosa significa esserci ancora?»
«Oh, smettila. Tu non rischi neanche quando ordini una pizza. Da quando ti conosco ti ho sempre visto mangiare una Margherita. Per non parlare della tua storia d'amore con Claudia che sembra…»
«Che sembra?»
«No, Michael. Lascia perdere. Ti odio quando mi giudichi, lo sai.»
La pausa questa volta me la prendo io. Penso a Claudia e a come può sembrare la nostra storia vista da fuori: un mare piatto in una mattina senza vento.
Masha ha ragione. Sono uno che non rischia mai e che si è adeguato alla mediocrità di un'esistenza dominata dalla routine. A volte invidio le sue follie, anche se, a me sembra che non l'abbiano portata da nessuna parte.
Come se io, invece, fossi arrivato a chissà quale traguardo.
Mi chiedo chi tra noi due sia più felice.
Come si fa a imparare il modo giusto di vivere?
«Masha, ho solo detto che devi stare attenta. Non volevo giudicarti.»
«Vai al diavolo, Michael.»
«Siamo così diversi che a volte mi domando come sia possibile essere così uniti.»
«È dai tempi del liceo che va così. Io non direi diversi, abbiamo solo due modi differenti di vedere la vita.»
«Qual è quello giusto? Chi sta meglio tra me e te?»
«Lo vedi perché ti voglio bene, Michael? Perché vuoi razionalizzare e misurare sempre tutto. Questa cosa mi diverte e forse, ogni tanto, mi serve per fare ordine nel mio casino.»
Evita di rispondere.
«Quindi, Masha?»
«Cosa?»
«Chi può dire di essere più felice?»
«La domanda giusta è: chi può davvero pensare di esserci ancora?»
Già, chi?
Foglio bianco vuoto,
invito a liberare ciò che da tempo
è prigioniero in un cuore stanco.
su polverosi ripiani
chiamano invano all'opera.
nulla rispondo,
nulla desidero,
scrivere perché?
nel profondo, ciò che si vive,
si soffre o si ama.
batte il tempo mentre
veleggiano in cielo
minacciose nuvole.
generoso, per donare alla terra
il suo vitale dono.
L’attesa è finita: si accende di nuovo
la scintilla della poesia,
dono prezioso!
Ne siamo attorniati continuamente ma non se ne parla spesso. Preferiamo soprassedere e non darle l'importanza che meriterebbe, come per un ospite indesiderato.
Sappiamo bene com'è forte il suo potere, come possa portarci via tutto di coloro che abbiamo amato.
Tutto tranne i ricordi.
Quelli no: restano indelebili dentro di noi.
Possono torturarci se sono spiacevoli lungo tutto il corso della nostra vita, talvolta.
Possono regalarci veri momenti di felicità, se solo sappiamo gestirli.
Cosa saremmo senza ricordi? Orbite vuote, cuori avvizziti, foglie secche.
Ecco perché non dovrebbe essere definita crudele, benché sia definitiva.
Sì, sto parlando proprio di lei. Ineluttabile, spesso indecifrabile, di cui tutti dobbiamo farne esperienza.
La Nostra Vecchia Amica, La Grande Mietitrice, La Falce Nera… Quanti appellativi per non chiamarla semplicemente: La Morte.
Una sera, mi salutò per andare a letto. Eravamo tutti in montagna. Stavo giocando a carte con mia madre, non sollevai neppure lo sguardo e, distrattamente, gli dissi:
«Buonanotte papà.»
È stata l'ultima frase che poté sentire da sua figlia.
La mattina dopo non c'era più.
Le lenzuola erano scostate come se, in un ultimo impeto di vitalità, avesse voluto alzarsi. Forse stava male, forse voleva chiamarmi… Chissà.
Il corpo era lì ma lui non era più mio padre. Era carne fredda e disumana, qualcosa di abbandonato in attesa di altra destinazione.
Lo guardavo immobile, impietrita, incredula.
Il mio corpo fu talmente percosso dagli eventi che la schiena si bloccò e, durante tutto quell'affanno, quel disbrigo di faccende burocratiche, quell'andirivieni frenetico – così anacronistico rispetto all'immobilità del suo corpo – lottavo contro il dolore fisico.
Era come se la mia attenzione avesse dovuto essere assorbita da qualcos'altro, dato che la realtà circostante era divenuta insostenibile.
Di quei momenti ricordo solo il male ai lombi e l'impossibilità di toccare quel manichino rigido e freddo.
Tutto il resto è rimasto soffuso, come una scena occultata da una leggera coltre di nebbia.
Il dolore vero arrivò dopo, nelle lunghe notti durante le quali non potevo darmi pace e riposare le membra, quando dormire era impossibile, un miraggio, qualcosa di tanto agognato e sempre più irraggiungibile.
«Papà, sono trascorsi tanti anni ma, se ancora puoi sentirmi, vorrei dirti che non è passato quasi giorno senza il rammarico per non averti guardato in faccia quella sera mentre ti davo la buonanotte, per non averti donato un briciolo della mia attenzione e, chissà, magari anche un accenno di sorriso.»
per penetrare lo specchio d'acqua che mi riflette, inquieta,
e scorgere il riverbero del sole
su piccoli ciottoli chiari e tondi.
raccogliere un sasso, a caso, uno qualunque.
Ha una patina melmosa ed un arco di muschio verde
che si infila sotto le unghie.
Passo il polpastrello sulla pietra, è ruvida.
Assente la forza dell'onda bianca e schiumosa
che sospinge i sassi a riva, levigandoli.
Qui il movimento è breve e lento, le pietre sono aguzze,
grosse, aspre.
Pungono.
Lo inspiro intensamente, gli occhi chiusi,
tuttavia non mi cattura né mi rapisce.
sogno che possa scivolare lungo la curva della terra
e rotoli su di essa, tendendo la fune alla quale sono agganciata,
seduta su un piccolo arco di stoffa,
un paracadute rosso a consentire il mio volo.
gonfia di vita e di emozione,
l'aria che mi accarezza con le sue dita fredde,
la terra che rimpicciolisce fino a perdere il suo peso,
la mente sgombra come una stanza vuota con le finestre spalancate,
senza domande né paure né vuoti.
Me ne stavo in disparte, per assaporarti meglio, anche stamani. Pensavo che fosse brutale sopportare la vista di quelle radici nude, fitte e avide di nutrimento, cosa che non rispecchia la morte. Ma il tremendo è arrivato dopo, nella figura di un vecchio che mi ha accartocciato i sensi; quel vecchio era tuo padre, piegato in due dagli anni, dal dolore. Si è ancora più fragili alla sua età.
E anch'io ero piegata in due, sai? Il suo sguardo era ancora giovane sotto gli occhiali spessi, non una ruga a violarne l'aspetto, hai preso da lui la tua pelle liscia. Avrei voluto sedermi accanto, stringergli la mano e insieme guardare la terra che veniva gettata nel buco insieme alla nuova pianta. Non ne ho avuto il coraggio.
C'era un odore buono, questo l'ho sentito. C'era profumo di te.
Si era girato e rigirato nel letto più volte, fino alle cinque del mattino.
Una volta preso sonno, aveva sognato sua sorella Margherita, come quando era bambina.
Stava dando la manina a una signora… No, forse, la piccola non era sua sorella, bensì Giulia, la sua nipotina. Ma la donna chi era? Sembrava quasi sua madre, morta un paio d'anni prima.
Le figure, sovrapposte, confondevano le idee di Giuseppe che, nel sonno, non riusciva a capire chi fosse chi.
«Sono io, Giuseppe, sono venuta a prenderle… Salutale, dai!» gli disse quella donna. E prima di svegliarsi di soprassalto, sentì le labbra di Margherita sfiorargli la fronte e dirgli: «Adesso devo andare, Giulia e la mamma mi aspettano… Farò i compiti, promesso.»
Aprì gli occhi di soprassalto, rendendosi conto di essersi addormentato e di aver sognato. Guardò l’orologio, erano le 06:10 del mattino – orario di New York; le 12:10 in Italia, pensò.
Il telefono di casa squillò. Si alzò per rispondere, era il marito di sua sorella.
«Giuseppe, c'è stato un incidente alla stazione di Bologna, Margherita e Giulia sono state portate all'ospedale Maggiore… Sono gravi, vieni…»
«Che cosa è successo, Ettore? Che incidente?»
«Giulia sarebbe dovuta andare in gita con la scuola estiva, e Margherita era uno dei genitori che avrebbe accompagnato i bambini. C'è stata un'esplosione in stazione… Io sono qui all'ospedale, ti chiamo se ho notizie.»
«Prenderò il primo volo utile.»
Era da Natale che non li vedeva, da quando aveva passato le feste a casa della sorella.
Molti i ricordi di quando erano bambini, di quando lei voleva imparare a scrivere e lui – non sempre – l'assecondava facendo il maestro, e rimproverandola per non aver fatto i compiti. Minore di cinque anni, Margherita era proprio la sua sorellina.
A settembre, l'avrebbe raggiunto a New York con la sua famiglia, il marito Ettore e Giulia, la loro bambina di sette anni.
Ma che cosa sarà successo di preciso, continuava a domandarsi Giuseppe… Dio, fa che non accada l'irreparabile!
Atterrato a Milano, cercò un telefono pubblico e chiamò Ettore a casa, che non rispose.
Ritirò l’auto a noleggio prenotata, e partì per Bologna.
Accese la radio quando al notiziario riferivano in merito a quell'attentato di matrice terroristica, accaduto il giorno prima, il 2 agosto di quell'anno maledetto, il 1980: una data che gli sarebbe rimasta impressa nella mente e nel cuore per sempre.
Arrivato all'ospedale, intravide suo cognato attraverso la vetrata, in mezzo ad altre persone.
Gli corse incontro con la speranza che tutto fosse stato un incubo… Ma non era così.
Ettore uscì, e lo abbracciò piangendo. Singhiozzando, gli disse che Giulia era morta una mezz’ora prima della sua mamma.
«Ho sperato che almeno tua sorella non mi lasciasse, continuavo a guardare l'orologio: più il tempo passava, e più potevo sperare… Ma poco dopo, alle 12:10, è spirata anche lei.»
Giuseppe capì che sua sorella, la sua sorellina, aveva voluto salutarlo, prima di andarsene.
Devo essere in ufficio alle otto per rendermi presentabile e raggiungere l'azienda con l'auto serve al massimo un'ora. Sarebbe logico mettere la sveglia alle sette, sette meno cinque per puntiglio.
Dopo un po' di tempo, prima di addormentarci sotto l'accogliente piumone, mia moglie me lo ha chiesto.
Una buona domanda merita una buona risposta.
Nel 1981 mi impiegai in un laboratorio di analisi cliniche. La mia famiglia viveva nella zona collinare di Napoli e il laboratorio era a Castellammare di Stabia, un'operosa cittadina tra il Vesuvio e il Monte Faito, famosa per le terme e i cantieri navali.
Senza automobile toccava scendere alla stazione di Piazza Garibaldi con l'autobus, il treno era il direttissimo per Sorrento in partenza alle sei e cinquantasei che giungeva alla mia fermata alle sette e quaranta in punto.
Venti minuti a passo veloce, anche d'inverno, per aprire la sala di aspetto alle otto e stilare l'elenco dei prelievi di sangue. Feci carriera, dopo un anno bucavo i pazienti meglio del neo dottore assunto in seguito, ma il front office restava un lavoro troppo snervante o a me inadatto.
I volti operai solcati dagli anni, che affioravano nel mio dormiveglia del viaggio, mi irritavano con discorsi di previdenza, ingiustizia e insicurezza sociale.
In quel periodo il Clan Giuliano a Napoli aveva mollato il tradizionale contrabbando delle sigarette inondando la città di droghe pesanti, monetizzando anche l'inquietudine del cuore dei giovani. Avere vent'anni perlopiù fa schifo!
Alla fine sarei invecchiato facendo anch'io gli stessi discorsi? Per cosa?
Solo due ore più tardi, in quello stesso autobus, il panorama cambiava: impiegati incravattati dai volti distesi e scherzosi studenti. Perché ero su quell'autobus così signorile e frequentato da volti ormai estranei? Con le energie residue non avrei mai potuto continuare gli studi.
Perché non ero rimasto uno di loro?
Alcune fermate dopo, la risposta arrivò con l'apertura delle porte.
Si fece largo una vecchina ripiegata su sé stessa alla quale cedetti il posto e che rimase seduta col portamento rigido e lo sguardo fisso davanti a sé.
Quella figura femminile mi gelò il sangue! Era Eleonora!
Non era facile riconoscerla perché di lei era rimasta solo l'espressione degli occhi e il naso, era ridotta quasi uno scheletro! Lo sguardo lasciava intravedere la consapevolezza dell'imminente vuoto.
Il fiore che avevo idealizzato due anni prima aveva i petali disseccati dall'eroina e il poco altro tempo l'avrebbe ridotto in polvere, troppo fine da trattenere con le dita. Forse fu un condizionamento inconsapevole tra esseri umani, una sorta di entaglement quantistico tra particelle.
Mi decisi a lasciare quel lavoro e tornai alla Facoltà di Farmacia, poi altri anni di esperienza full time in centri di accoglienza. Migliaia di giorni son passati.
Oggi esco di casa al mattino ed entro in macchina, la portiera fa sss-clack quando si chiude, vado incontro al mio giorno. Domani è già venerdì, ancora sveglia alle sei e cinquantasei in ricordo di quel famigerato direttissimo!
I paesi tutti attorno erano grigi. Uno strato di fumo verniciava le case. Il fumo che usciva dalle ciminiere delle enormi fabbriche che sfamavano quel territorio. A Monte Fiorito quel fumo non arrivava, si fermava prima, e le case, ciascuna dipinta di una diversa tonalità pastello, parevano sempre imbiancate di fresco. Là nessuno lavorava in fabbrica né lamentava mai la fatica dei giorni. Vivevano tutti di mestieri gioiosi e la fatica non esisteva o, se esisteva, gli abitanti fingevano di non sentirla.
C'era un unico giorno triste: quello della fioritura.
Sì, perché a Monte Fiorito si coltivava soltanto una pianta: il Sedum. Grassa, per non intaccare la felicità degli abitanti con la fatica d'annaffiarla. E il Sedum ogni sette maggio fioriva. Erano fiori robusti e gialli che scendevano dai vasi, dai balconi, dai muri pitturati di fresco delle case più belle, e penzolavano giù: mani voraci, impazienti di toccare quella terra mai infelice.
Il giorno della fioritura il paese brillava. Ma diventava un deserto. Se ne andavano tutti. O quasi.
Destino volle che un sette maggio rimanesse a Monte Fiorito il giovane maestro, da poco assegnato alla scuola. Per anni il paese ne era stato privo e le persone, tutte istruite sino al massimo grado d'istruzione, si erano arrangiate a far studiare i figli in casa. Con l'arrivo del maestro le cose cambiarono. I bambini avevano compiti, ogni pomeriggio, invece di correre per le felicissime strade del paese.
La gente diceva tante belle cose del giovane maestro, parlando di lui con un sorriso largo sulla bocca. Un sorriso che non si spegneva mai. Dicevano che le ossa se le doveva pur fare. Allora meglio un maestro così a Monte Fiorito che in uno qualsiasi dei paesi attorno. Tanto nessuno avrebbe potuto scalfire la felicità dei loro figli. Fosse finito in uno di quei paesi grigi che la nebbia, d'inverno, se li mangia a morsi, avrebbe reso i bambini tanto infelici da divenire adulti inservibili persino per la catena di montaggio.
Anche quel sette maggio il Sedum spalancò le sue pupille gialle sul paese. E il maestro, rimasto là, si chiese perché la sua voce risuonasse vuota, nei corridoi. Perché il giallo pungente del Sedum, sul davanzale della scuola, fosse fiorito tutto d'un colpo.
Poi smise di chiederselo, per sempre.
La morte del maestro andò ad accavallarsi alle altre che intaccavano, ogni sette maggio, la felicità indeteriorabile del paese.
Ci si doleva per la perdita, e si sussurrava che solo chi voleva morire osava rimanere il sette maggio. E se qualcuno obiettava che il maestro non poteva sapere, i sorrisi larghi dei paesani divenivano ancora più larghi.
Là, avevo conosciuto alcuni ragazzi, ma non avevo legato con nessuno.
Nella loro cerchia non c'era posto per il figlio di un pecoraio, oltre tutto gay.
Non so chi lo intuì per primo, ma questo determinò uno scontro.
In quella scuola non c'era posto per il “diverso”, così, una sera finii in infermeria con il divieto di parlare e con un braccio rotto.
Dopo quell'episodio ce ne furono altri, fino a quando la mia pazienza arrivò al limite.
Era una sera d'estate quando decisi di partire. Non ne potevo più di quel posto, e mentre pensavo sul letto, in compagnia di una zanzara maledetta che continuava a ronzarmi nelle orecchie, decisi che era arrivato il grande momento: quello di lasciarmi tutto alle spalle e iniziare una nuova vita.
Presi solo uno zaino che riempii con pochi abiti, uno spazzolino e un dentifricio e iniziai a fare l'autostop. Vidi passare molte auto prima che si fermasse il Pick up di Luis, un francese balordo con il vizio di bere e il desiderio di vedere tutto il mondo.
Dopo quella sera non ci siamo più divisi, abbiamo viaggiato in lungo e in largo per tutti gli States, senza risparmiarci in niente.
Abbiamo riso e pianto. Ci siamo drogati, ubriacati, presi a scazzottate, incazzati e poi abbracciati. Non ci siamo più divisi, fino a quando è arrivata lei.
All'inizio eravamo semplicemente amici, anche se mi ero accorto subito che Lolo, questo era il suo nome, si era innamorata di Luis e di certo non la biasimavo, visto che anche io lo ero.
Ma il mio era un amore platonico, fatto di silenzi e di sguardi non ricambiati; un amore che non chiedeva niente se non quello di stargli accanto.
Facevamo insieme tutto e apparentemente questa situazione sembrava funzionare, ma non era così.
Una sera d'inverno, davanti al camino e a un bicchiere di Vermouth, Luis ci disse che non poteva più continuare quel viaggio, non sopportava più di sostare nei motel che trovavamo sulla strada e voleva finalmente fermarsi in una casa normale con Lolo.
Non so cosa mi prese, ma mi sentii immerso in un vortice di emozioni: la rabbia, il senso di abbandono, la paura presero il sopravvento e li uccisi.
Sì, cazzo! Li ho uccisi perché mi avevano portato via tutto.
Guardai il fuoco, gettai il coltello, presi lo zaino e uscii senza guardare indietro. Mi accorsi che pioveva e pensai a quella notte serena di tanti mesi prima, quando ero partito chiudendo le porte al vecchio mondo. Lasciai il motel alle mie spalle, guardai avanti pensando che non c'era nulla se non il deserto del Nevada. Nessuna stazione di servizio, nessuna macchina, solo il nulla.
Forse passerà un altro Pick up o forse no, di sicuro non mi farò più fregare da nessuno.
Questo è il pensiero che ho avuto quella sera… il resto, è un'altra storia.
In questa stanza dove il ritmo del tempo
ha lasciato tracce indelebili
mentre uno zefiro d'aria pura mi riporta
il rintocco ripetuto di una campana.
Si annuncia così,
il trascorrere della vita.
In un oblio d'intensa dolcezza.
Odo ancora i tuoi passi
nel silenzioso battito del mio cuore.
E lì,
davanti a quella porta chiusa
si accende la fantasia.
Ha le maniche affusolate la mia giacca, mi cinge il petto alla perfezione come fece col predecessore. È incredibile quanto possa essere lungo un abbraccio, quello che mi sento quando la porto. Mio padre non ne ha mai dati, al massimo erano radi calci in culo, ma significativi. Non mi ha mai nemmeno ignorato però, anzi, con le sue massime mi spronava, sicché mi sentivo come quando riesci a vestire tutto abbinato e hai un impegno importante. Ha pianto per me papà, perché gli dispiaceva vedermi giù, probabilmente anche di aver sottovalutato certi lati del mio carattere. Un po' come con gli spacchi nella giacca che te la compri e dici va be’, li scucirò dopo, il dopo non arriva mai e tu vai in giro coi fianchi ingessati. Non te la so dire la consistenza della giacca di mio padre, di un bel marrone, di quelli che hanno dentro la luce; se passi la mano in contropelo cambia colore, di certo ha gli spacchi scuciti; la pelle, sotto la superficie, è quasi secca per gli anni, sembra cartone, forse è la fodera: quando la indossi crepita. Il contropelo è strano, come fosse un modo diverso di affrontare una questione, più arioso, quello che avrebbe voluto avere lui con me.
Se penso alla giacca nell'armadio forse la farò appena accorciare, per indossarla più spesso, per passarmi una mano su un braccio e immaginare sia un suo moto di incoraggiamento, quelli che imbastiva solo a parole. Se la immagino animata da una gruccia penso che ci serve a volte essere sorretti, sospinti in alto, verso il cielo.
Vado in camera, faccio scorrere l’anta dell'armadio sui binari, prendo la giacca di papà, me la diede mamma qualche anno fa, ormai resterà qui per sempre. La prendo col bastone con l'apposito gancio, è un fantasma che faccio volare. Oggi mi sento in forma, si sposa mia figlia, da lontano vedo il suo profilo slanciato, è alta quasi come me, anche a lei andrebbe lunga. Peccato non ci sia più lui, peccato non abbia capito che anche così andava bene, come la sua giacca che si abbottona dall'alto sul petto, e non lascia infreddolito il cuore.
Lo si vedeva là tutte le mattine, a volte anche al pomeriggio.
Chi passava gli lanciava uno sguardo distratto. Alcuni pensavano che fosse un altezzoso snob perché aveva sempre il giornale tra le mani e passava tutto il tempo a leggere.
Non iniziava mai una conversazione. Se ne stava in silenzio, coi suoi pensieri e le notizie.
Ogni tanto girava le pagine e si immergeva nelle parole.
Capitava a volte che dei ragazzini chiassosi, giocando tra loro, lanciassero il pallone e un tiro finisse contro la panchina.
Allora lui si destava dal suo torpore assorto, guardava il pallone rimbalzare, seguiva il suo rotolare e un lieve sorriso gli illuminava lo sguardo.
Anche quando il vento scompigliava le foglie e i capelli, lo vedevi là, alla panchina, seduto al suo posto.
D'estate, d'inverno, in ogni stagione lui c'era. A leggere il suo giornale, attento e concentrato.
Quante cose sapeva quell'omino? Quante notizie aveva assorbito con tutto quel leggere?
Chi passava, magari gli diceva un buongiorno di cortesia o d'affetto.
Ma nessuno aveva mai sentito la sua voce.
Lui rispondeva solo con un cenno del capo o un saluto con la mano. Nulla di più.
Un giorno, il posto della panchina rimase vuoto. Anche il giorno seguente, come tutta la settimana dopo.
Qualcuno appoggiò là un'epigrafe che diceva:
"È mancato all'affetto e alla vicinanza di tutti gli amici del parco l'omino del giornale.
Solitario e silenzioso ha lasciato questa terra. Ringrazia chi gli ha donato uno sguardo, chi gli ha regalato un saluto, anche chi non si è accorto che aveva il giornale al contrario perché lui non era mai andato a scuola e non sapeva leggere.
Stare vicino alle persone nel parco lo rendeva vivo, anche senza il contatto diretto con la gente: questo gli bastava.
Non fiori, ma relazioni di bene."