Siamo arrivati alla terza tappa della gara di scrittura 800 METRI DI PAROLE.
Otto concorrenti in gara.
La prova di questa tappa consisteva nello scrivere un racconto di massimo 500
parole.
Nell'immagine un Jukebox (che bei ricordi) e i concorrenti dovevano scavare nella memoria individuando un ricordo legato a una qualche canzone.
Bisognava, quindi, romanzare quel ricordo, facendolo diventare un racconto dove la canzone fosse tra i
protagonisti, senza citare - però - le parole (nemmeno una frase) del testo
della canzone stessa, doveva comparire solo il titolo.
Qui di seguito gli otto racconti che dovevano rispondere ai requisiti sopra elencati.
Ora tocca a voi, cari lettori, leggere e votare i TRE racconti che vi avranno colpito di più per originalità e per capacità di emozionare. Ovviamente dovrete valutare anche la scrittura.
REGOLE PER VOTARE:
1: il voto va espresso in un commento in questo blog, scrivendo i titoli e i nomi relativi ai testi prescelti.
2: il commento deve contenere anche nome e cognome di colui che vota. NON VERRANNO CONSIDERATI COMMENTI ANONIMI o DOVE CI SIA SOLO UN NOME (senza cognome).
3: si potrà votare fino a mercoledì 3 Dicembre 2025, ore 20:00.
IMPORTANTE: tutti coloro che voteranno nel modo corretto ED ESPRIMENDO ANCHE LA MOTIVAZIONE DEL VOTO PER OGNI SINGOLO RACCONTO (è bello sapere da voi lettori il motivo delle vostre scelte, come cosa graditissima dagli autori che hanno scritto), parteciperanno a una estrazione durante la diretta del giovedì 4 Dicembre sulla Pagina Facebook di Edizioni Convalle.
Il fortunato estratto vincerà un libro di Edizione Convalle.
Cominciamo a leggere i racconti?
ALL THAT SHE WANTS
Tatiana Vanini
Manca un mese a Natale e Tatiana si muove nel centro commerciale alla
ricerca del regalo perfetto.
Concentrata, canticchia una canzone natalizia poi, dalle casse del
supermercato, parte un brano del 1992, All that She wants. All’improvviso non è
più adulta, ha quattordici anni e si trova nella stanza 6, quinto piano,
Collegio Orsoline di San Carlo a Como.
«Ho finito l’acqua» dice Tania capovolgendo la bottiglia che tiene in
mano.
«Prendi la mia, è piena» risponde Tatiana chiudendo lo zaino.
«Ma è gassata.»
«Embè?»
«Io la bevo naturale, per fare tanta plin plin.»
«È sempre acqua.»
«Non mi piace.»
Tania e Tatiana, sembra un barzelletta, eppure a settembre si sono
trovate appaiate così. Non si può dire che sia stato subito amore, ma sono
bastate poche settimane per diventare amiche.
Taty lancia uno sguardo alla sveglia sul comodino che segna le 22:00.
«Domani andiamo alla Standa e la compriamo.»
«E nel frattempo io muoio di sete.»
«Cosa vorresti fare, scusa?»
Tania la guarda, fa un sorrisino e sottovoce dice la frase che
trasformerà la notte in un’avventura.
«Andiamo giù in cantina e prendiamo una
delle bottiglie delle suore.»
Vanno a scuola dai preti, sono in convitto dalla suore e stanno per
indossare i panni di Lupin e Jigen. Ecco i risultati dell’educazione cattolica.
Aspettano mezzanotte, per essere certe che Suor Carmine stia dormendo ed
escono dalla stanza. Scarpe da ginnastica ai piedi, silenziose scivolano per il
corridoio dalla luce fioca, verso le scale. Di prendere l’ascensore non se ne
parla, troppo rumore. La strategia è banale: scendere dal quinto piano a terra,
raggiungere la cantina, prendere la bottiglia in vetro d’acqua naturale e
tornare in camera. Semplice, veloce, pulito.
Arrivano al quarto piano, Tatiana davanti, Tania dietro aggrappata alla
maglia del pigiama dell’amica.
«Vanini!» sibila Tania.
«Che vuoi, Buono?»
«Sento un rumore.»
«Ma figurati.»
Tania però ha ragione. Samantha esce dalla stanza per andare verso i
bagni comuni. Hanno appena il tempo di tornare indietro di un paio di gradini
per farsi nascondere dalla curva delle scale. Sam sta in bagno una vita, o
almeno sembra a loro, finché possono tornare a respirare e a scendere.
Terzo piano, salone comune. Tutto tranquillo. Secondo piano, la cabina telefonica,
tutto tace. Primo piano, piano terra e le luci di cortesia che le hanno
accompagnate fin qui finiscono: sono al buio.
«Vanini…»
«Buono…»
«Non vedo niente.»
«Idem.»
«E se ci sono i ladri?»
«In cantina?»
«Allora i topi.»
«Dalle suore?»
«Torniamo in camera.»
«E l’acqua?»
«Andiamo avanti.»
A tentoni, a memoria, raggiungono la cassetta dell’acqua e afferrano una
bottiglia prima di tornare indietro come due fulmini.
Al sicuro in camera ridacchiano di sollievo: missione compiuta.
«Vanini…»
«Oh mamma, Tania, cosa?»
«È gassata…»
Al buio hanno preso la bottiglia sbagliata.
Scoppiano a ridere nel ricordo e Tatiana, nel presente, ride di rimando.
Tutto quello che voleva Tania era una bottiglia d’acqua naturale. All
that She wants.
SENZA LUCE
Graziella Braghiroli
Non guardo quasi mai la televisione, ma stasera, mentre giro senza
entusiasmo tra i vari canali, mi fermo su un programma che trasmette spezzoni
di vecchi varietà. Cantanti, attori, complessi
come si chiamavano una volta le band di oggi, si susseguono con rapidità.
Canticchio vecchi motivi ormai dimenticati e poi… la sento e riconosco le prime
e inconfondibili note di Senza luce dei Dik Dik.
È incredibile come una canzone possa essere la chiave che apre porte che credi chiuse per sempre.
Non vedo più il salotto, non sento più il frigorifero che ronza.
Sono nella mia cameretta da ragazza, ho quindici anni e indosso jeans taglia 40 così stretti che ho dovuto sdraiarmi sul letto per chiudere la cerniera.
Ricordo quel pomeriggio come se fosse ieri.
Io e Elisa, la mia amica di allora, eravamo uscite di casa in punta di piedi perché i nostri padri non dovevano sapere che stavamo andando alla festina a casa di Angelo.
Ricordo la frangia che avevo sistemato in modo che coprisse il maledetto brufolo che mi era spuntato sulla fronte proprio quella mattina.
Ricordo quel misto di timidezza, spavalderia e speranza che solo a quell’età senti davvero.
E ricordo Guido. La mia prima vera cotta e in quel momento l'amore della vita.
Eravamo arrivate a festa già iniziata. La stanza era affollata, il tappeto arrotolato in un angolo lasciava lo spazio alle coppie che ballavano sulla musica che usciva dal mangiadischi.
Mi ero versata un bicchiere di aranciata già calda, cercavo Guido con gli occhi, mi importava solo di lui. E lui non c'era.
Poi, la porta si era aperta.
Guido era entrato, mano nella mano con una ragazza più grande, più bella e molto sicura di sé. Minigonna rossa e maglioncino d’angora bianco che avrei dato l'anima per avere.
Tutte le mie speranze erano crollate di colpo e avevo sentito il gelo della delusione per tutto il corpo.
Mi ero diretta a testa bassa verso il divano, dovevo sedermi, le gambe non mi reggevano.
Era stato in quel momento che erano partite le prime note di Senza luce.
Un ragazzo che conoscevo solo di vista e che non avrei mai guardato due volte, si era avvicinato e mi aveva chiesto: «Vuoi ballare con me?»
E io, con il cuore in tumulto, avevo detto sì.
Non ricordo il suo nome. Forse Marco? O Domenico?
Ricordo solo le sue mani calde, il modo in cui cercava di non stringere più del necessario, i suoi occhi che cercavano i miei, il suo sorriso.
Avevo quindici anni e quello era il mio primo lento.
È incredibile come una canzone possa essere la chiave che apre porte che credi chiuse per sempre.
Non vedo più il salotto, non sento più il frigorifero che ronza.
Sono nella mia cameretta da ragazza, ho quindici anni e indosso jeans taglia 40 così stretti che ho dovuto sdraiarmi sul letto per chiudere la cerniera.
Ricordo quel pomeriggio come se fosse ieri.
Io e Elisa, la mia amica di allora, eravamo uscite di casa in punta di piedi perché i nostri padri non dovevano sapere che stavamo andando alla festina a casa di Angelo.
Ricordo la frangia che avevo sistemato in modo che coprisse il maledetto brufolo che mi era spuntato sulla fronte proprio quella mattina.
Ricordo quel misto di timidezza, spavalderia e speranza che solo a quell’età senti davvero.
E ricordo Guido. La mia prima vera cotta e in quel momento l'amore della vita.
Eravamo arrivate a festa già iniziata. La stanza era affollata, il tappeto arrotolato in un angolo lasciava lo spazio alle coppie che ballavano sulla musica che usciva dal mangiadischi.
Mi ero versata un bicchiere di aranciata già calda, cercavo Guido con gli occhi, mi importava solo di lui. E lui non c'era.
Poi, la porta si era aperta.
Guido era entrato, mano nella mano con una ragazza più grande, più bella e molto sicura di sé. Minigonna rossa e maglioncino d’angora bianco che avrei dato l'anima per avere.
Tutte le mie speranze erano crollate di colpo e avevo sentito il gelo della delusione per tutto il corpo.
Mi ero diretta a testa bassa verso il divano, dovevo sedermi, le gambe non mi reggevano.
Era stato in quel momento che erano partite le prime note di Senza luce.
Un ragazzo che conoscevo solo di vista e che non avrei mai guardato due volte, si era avvicinato e mi aveva chiesto: «Vuoi ballare con me?»
E io, con il cuore in tumulto, avevo detto sì.
Non ricordo il suo nome. Forse Marco? O Domenico?
Ricordo solo le sue mani calde, il modo in cui cercava di non stringere più del necessario, i suoi occhi che cercavano i miei, il suo sorriso.
Avevo quindici anni e quello era il mio primo lento.
Sono passati quasi cinquant’anni
da allora e dentro di me sento qualcosa che non è solo nostalgia
ma anche tenerezza per quella ragazzina impacciata, nei suoi jeans troppo
stretti, preoccupata per il brufolo sulla fronte e convinta che quella festina
le avrebbe cambiato la vita.
§§§
LA RAGAZZA DEL JUKEBOX
Luigi Besana
Luigi Besana
C'era sempre una
ragazza nel Bar in fondo al viale, era sempre la stessa che teneva in funzione
il jukebox.
Quella ragazza, dalla notte accesa. Ci andavo quando calava il crepuscolo.
«Se potessi essere una moneta, m'infilerei nel jukebox e farei suonare una canzone per te» le dissi una sera, mentre gli amici ballavano beat dance nello spazio utile in fondo alla sala.
«Con gran piacere. Ti aspettavo, ora metti la tua canzone» rispose.
La mia canzone, quella che dava fuoco al cuore, era in quei giorni “Sognando la California” dei Dik Dik, versione italiana di California Dreamin'.
Quel tema dolce e ricorrente, l'aspirazione d'una partenza verso il futuro, cercando una felicità desiderata, ma sempre rinviata perché nella vita c'era lei che stava ad aspettare. Tutto ciò dava slancio ai miei sogni.
Sapevo bene che non ci sono luoghi splendenti, è soltanto uno stratagemma, o vizio, o sete di esistere, ma vale la pena di cercarle.
Ora che ci penso, con quella canzone tornano suoni, oggetti, persone che hanno avuto un significato. A quel tempo amavo la Beat Generation e la sua musica derivata dal Jazz e dal Rock and Roll. Essere Beat significava essere calati nell'abisso della personalità, vedere le cose dal profondo. Leggevo "Il pasto nudo" di Burroghs, intreccio di visioni, nebbie alla cocaina, e "Urlo" di Ginsberg, quindi Corso, Ferlinghetti, Kerouak. La poesia non era più solamente l'espressione personale di una élite ma diventava un linguaggio di tutti. Quel fermento anarcoide mi toccava profondamente. Si diceva che hashish, marijuana, Lsd aumentavano le potenzialità della mente: io, confinato lontano dalla grande città e dalle sue infinite possibilità, mi appagavo con lo studio e la comprensione della realtà coi suoi aspetti. Le mie agitazioni oscillavano fra "La vita nei boschi" di Thoreau e la rivoluzione di Che Guevara. Portavo comunque i capelli lunghi, volevo, in qualche modo, sentirmi parte degli Hippy o dei Figli dei fiori, in quanto mi davano l'emozione di appartenere alla rivolta che avrebbe cambiato il mondo.
Le note di una nuova canzone si alzarono e presero vita intorno a noi.
Mary, la ragazza del jukebox mi fissava e nel cielo la luna bianca, appena visibile tra le nubi, saliva verso la notte.
«Ti amo, Mary, perché sei un simbolo di questa epoca, perché il tuo corpo è un canto che mi sbaraglia e sei arrivata a essere la più bella della storia. Ci siamo cercati come due gatti on the road in questa città trascurabile e ci amiamo in mezzo a questo pulviscolo e a questa musica. E so che quando ci baciamo il vento scende sul jukebox e fa volare una lirica d'amore per il mondo. Alla fine del viale comincia il giorno le luci sulla strada sono sogni che si spengono. Fa che duri questo dolce fluido con questa tua delicatezza inventata per me. Ti amo, perché posso affondare i tuoi occhi nella mia poca gioia e consegnarti i miei in cambio della tua poca tristezza.»
Mary al jukebox, fece partire di nuovo la mia canzone.
Quella ragazza, dalla notte accesa. Ci andavo quando calava il crepuscolo.
«Se potessi essere una moneta, m'infilerei nel jukebox e farei suonare una canzone per te» le dissi una sera, mentre gli amici ballavano beat dance nello spazio utile in fondo alla sala.
«Con gran piacere. Ti aspettavo, ora metti la tua canzone» rispose.
La mia canzone, quella che dava fuoco al cuore, era in quei giorni “Sognando la California” dei Dik Dik, versione italiana di California Dreamin'.
Quel tema dolce e ricorrente, l'aspirazione d'una partenza verso il futuro, cercando una felicità desiderata, ma sempre rinviata perché nella vita c'era lei che stava ad aspettare. Tutto ciò dava slancio ai miei sogni.
Sapevo bene che non ci sono luoghi splendenti, è soltanto uno stratagemma, o vizio, o sete di esistere, ma vale la pena di cercarle.
Ora che ci penso, con quella canzone tornano suoni, oggetti, persone che hanno avuto un significato. A quel tempo amavo la Beat Generation e la sua musica derivata dal Jazz e dal Rock and Roll. Essere Beat significava essere calati nell'abisso della personalità, vedere le cose dal profondo. Leggevo "Il pasto nudo" di Burroghs, intreccio di visioni, nebbie alla cocaina, e "Urlo" di Ginsberg, quindi Corso, Ferlinghetti, Kerouak. La poesia non era più solamente l'espressione personale di una élite ma diventava un linguaggio di tutti. Quel fermento anarcoide mi toccava profondamente. Si diceva che hashish, marijuana, Lsd aumentavano le potenzialità della mente: io, confinato lontano dalla grande città e dalle sue infinite possibilità, mi appagavo con lo studio e la comprensione della realtà coi suoi aspetti. Le mie agitazioni oscillavano fra "La vita nei boschi" di Thoreau e la rivoluzione di Che Guevara. Portavo comunque i capelli lunghi, volevo, in qualche modo, sentirmi parte degli Hippy o dei Figli dei fiori, in quanto mi davano l'emozione di appartenere alla rivolta che avrebbe cambiato il mondo.
Le note di una nuova canzone si alzarono e presero vita intorno a noi.
Mary, la ragazza del jukebox mi fissava e nel cielo la luna bianca, appena visibile tra le nubi, saliva verso la notte.
«Ti amo, Mary, perché sei un simbolo di questa epoca, perché il tuo corpo è un canto che mi sbaraglia e sei arrivata a essere la più bella della storia. Ci siamo cercati come due gatti on the road in questa città trascurabile e ci amiamo in mezzo a questo pulviscolo e a questa musica. E so che quando ci baciamo il vento scende sul jukebox e fa volare una lirica d'amore per il mondo. Alla fine del viale comincia il giorno le luci sulla strada sono sogni che si spengono. Fa che duri questo dolce fluido con questa tua delicatezza inventata per me. Ti amo, perché posso affondare i tuoi occhi nella mia poca gioia e consegnarti i miei in cambio della tua poca tristezza.»
Mary al jukebox, fece partire di nuovo la mia canzone.
Forse era anche la sua nell’anno 1966.
§§§
DUE ETÀ NELLA STESSA CANZONE
Chiara De Mas
Anna spinse la
porta del bar, trattenendo il respiro per il solito colpo d'aria fredda. Era il
locale in cui si incontrava da anni con la sua migliore amica per l'aperitivo
del mercoledì, un appuntamento che nessuna delle due saltava mai. Stava già
cercando con lo sguardo il tavolino d'angolo quando qualcosa, improvviso e
inaspettato, le fece rallentare il passo.
Dalle casse, soffocata dal brusio dei clienti, partiva Sere Nere.
Una fitta le attraversò il petto. Bastarono le prime note a capovolgere tutto, come se una mano invisibile avesse premuto un interruttore. Il bar si sfocò, le voci si allontanarono, e Anna si ritrovò di nuovo lì, in un tempo che credeva archiviato.
Era seduta sul suo
letto, le ginocchia al petto, lo sguardo fisso sul vecchio televisore che
trasmetteva Radio DJ. Non guardava davvero lo schermo: era accesa solo perché
non sapeva dove appoggiarsi per non crollare. La stanza stretta e disordinata,
troppo angusta per contenere tutto il suo dolore.
Aveva appena lasciato il suo primo amore. Una storia ingenua, adolescenziale, ma che l'aveva fatta sentire viva come nient’altro fino ad allora. E ora le sembrava che tutto le fosse scivolato via dalle mani. Si sentiva fuori posto, sbagliata, come se l'intero mondo sapesse andare avanti senza di lei.
Fu allora che partì quella canzone.
Non ne aveva mai sentito nemmeno una parola, eppure, dalle prime battute, fu come se qualcuno le avesse aperto una finestra nel petto. La musica non la consolò; non prometteva soluzioni, non le tendeva la mano, ma era lì, ferma accanto a lei come un ospite discreto. Le faceva compagnia mentre cercava di mettere ordine al caos che le ribolliva dentro. Ogni accordo sembrava darle il permesso di respirare, fosse anche solo per pochi secondi.
Anna rimase immobile, come incantata. Il dolore non diminuiva, ma almeno non era più un deserto silenzioso: aveva una forma, un ritmo, una voce ed era forse la prima volta che si sentiva meno sola nel suo vuoto.
Quando la canzone finì, il silenzio le cadde addosso come una coperta troppo pesante. Ma qualcosa, impercettibile, era cambiato. Non capiva cosa, non ancora. Avrebbe avuto bisogno di anni per comprenderlo.
Il ritornello svanì
nelle casse del bar, e Anna tornò a sé con un leggero sobbalzo. La sua amica varcò
l'ingresso e lei si affrettò a raggiungerla, ma dentro sentiva ancora vibrare
un'eco assordante.
Solo ora, da adulta, capiva davvero. Quella canzone aveva preservato un dolore acerbo, l'aveva tenuto vivo ma lo aveva anche trasformato in memoria invece che in cicatrice.
Sere Nere non era più il rifugio solitario di una preadolescente ferita, era diventata un ponte: un passaggio tra ciò che era stata e ciò che era diventata, tra il buio di allora e la chiarezza di adesso.
Anna sorrise appena, senza che nessuno se ne accorgesse.
Certe canzoni non passano: aspettano. E quando tornano, ti trovano diversa.
Dalle casse, soffocata dal brusio dei clienti, partiva Sere Nere.
Una fitta le attraversò il petto. Bastarono le prime note a capovolgere tutto, come se una mano invisibile avesse premuto un interruttore. Il bar si sfocò, le voci si allontanarono, e Anna si ritrovò di nuovo lì, in un tempo che credeva archiviato.
Aveva appena lasciato il suo primo amore. Una storia ingenua, adolescenziale, ma che l'aveva fatta sentire viva come nient’altro fino ad allora. E ora le sembrava che tutto le fosse scivolato via dalle mani. Si sentiva fuori posto, sbagliata, come se l'intero mondo sapesse andare avanti senza di lei.
Fu allora che partì quella canzone.
Non ne aveva mai sentito nemmeno una parola, eppure, dalle prime battute, fu come se qualcuno le avesse aperto una finestra nel petto. La musica non la consolò; non prometteva soluzioni, non le tendeva la mano, ma era lì, ferma accanto a lei come un ospite discreto. Le faceva compagnia mentre cercava di mettere ordine al caos che le ribolliva dentro. Ogni accordo sembrava darle il permesso di respirare, fosse anche solo per pochi secondi.
Anna rimase immobile, come incantata. Il dolore non diminuiva, ma almeno non era più un deserto silenzioso: aveva una forma, un ritmo, una voce ed era forse la prima volta che si sentiva meno sola nel suo vuoto.
Quando la canzone finì, il silenzio le cadde addosso come una coperta troppo pesante. Ma qualcosa, impercettibile, era cambiato. Non capiva cosa, non ancora. Avrebbe avuto bisogno di anni per comprenderlo.
Solo ora, da adulta, capiva davvero. Quella canzone aveva preservato un dolore acerbo, l'aveva tenuto vivo ma lo aveva anche trasformato in memoria invece che in cicatrice.
Sere Nere non era più il rifugio solitario di una preadolescente ferita, era diventata un ponte: un passaggio tra ciò che era stata e ciò che era diventata, tra il buio di allora e la chiarezza di adesso.
Anna sorrise appena, senza che nessuno se ne accorgesse.
Certe canzoni non passano: aspettano. E quando tornano, ti trovano diversa.
§§§
LA RELIQUIA
Tania Mignani
(Canzone del jukebox: "Amico" di Renato Zero)
Tania Mignani
La strategia consisteva nell'arrivare all'interno del “barettino” per
prime. Potevano così scegliere la postazione migliore, vicino al jukebox, dalla
quale tenevano d'occhio la porta. Per Sara, Jenny e Milly era il rituale
necessario che riempiva i pomeriggi d'inverno prima di rientrare a casa alle
sei in punto. I ragazzi arrivavano più tardi, il loro coprifuoco non era così
tassativo, e quello era il momento in cui la giornata acquisiva, finalmente, un
senso.
Le tre amiche poggiarono sul
tavolino di latta gli spiccioli in condivisione, dovevano bastare per una spuma e per almeno tre canzoni. Quel
giorno un pacchetto di sigarette ancora sigillato faceva bella mostra di sé sul
tavolino, conseguenza di una nuova strategia.
Francesco e un amico fecero il loro ingresso nel bar. Le tre ragazze si
erano limitate a fingere la più totale indifferenza, ostentando persino
un'espressione annoiata. I loro cuori, al contrario, erano in subbuglio per
Francesco, da settimane ormai parlavano solo di lui, della sua celestiale
bellezza, di quel suo carattere scontroso, ma che, ne erano certe, nascondeva un
animo timido.
Sara si alzò e un istante più
tardi si udì il suono metallico della moneta introdotta all’interno del
jukebox. Decisa, premette i tasti delle sue scelte abituali e le note della prima canzone riempirono la
saletta del bar. Jenny alzò gli occhi al cielo fingendosi ancora più annoiata.
In realtà adorava quel brano e,
sola nella sua cameretta, spesso piangeva seguendone le parole.
Francesco si era avvicinato al loro tavolo attirato dalle sigarette.
«Me ne offrite una?»
Annuirono senza proferire parola, estasiate dal sorriso del ragazzo, il
quale con sicurezza aprì il pacchetto, ne estrasse una sigaretta e si allontanò
ringraziandole con un sorriso ancora più celestiale.
Era stata la svolta della giornata, ma il crudele orologio all'entrata segnava le sei
meno cinque, ora di andare.
«Cioè… ragazze ditemi che non abbiamo sognato…»
«Vi rendete conto? Lui ha toccato questo pacchetto, lui ha fumato una
sigaretta… Questo astuccio è stato nelle sue mani, non potremo più toccarlo…»
Jenny sorridendo sfoderò il suo colpo da maestra.
«E di questo cosa ne dite?»
Nella sua mano, avvolto da un tovagliolo di carta, un mozzicone di
sigaretta schiacciato.
«L'ho raccolto dal posacenere prima di uscire.»
«Ma tu sei un mito… Ora, però, dovremo conservarlo al meglio, come una reliquia.»
Jenny prese il pacchetto, lo svuotò dalle sigarette rimaste e vi posò
all'interno il mozzicone.
«Lo terremo una settimana a rotazione. Inizierò io e, fra una settimana,
lo affiderò a Milly…»
Le tre ragazze si separarono per raggiungere le loro abitazioni, ognuna
persa nei propri pensieri ma unite nel loro comune amore per Francesco.
Jenny raggiunse la sua cameretta, stringeva nelle tasche della giacca il
pacchetto con all'interno il prezioso contenuto. Accese la radio e nascose il
pacchetto nell'ultimo cassetto, sotto i fazzoletti, non prima di aver posato un
lieve bacio sulla scritta Marlboro. In quell’istante la radio passò la canzone
del jukebox e una prima lacrima le rigò il viso.
IL BACIO DESIDERATO
Silvana Da Roit
(Fiori rosa, fiori di pesco. L. Battisti)
Daniela fu la prima tra i suoi compagni a salire sul bus nel viaggio di
ritorno. Prese posto accanto al finestrino, calò la visiera del cappello sugli
occhi e cercò le caramelle alla liquirizia nella sacca di jeans, che usava come
borsa. Le dita incontrarono il metallo con la tipica scanalatura mezzana di un
gettone telefonico.
«Ma vai a quel paese» disse a mezza bocca.
«Con chi ce l'hai?» le chiese divertita la sua compagna di banco.
Conosceva Marina dal primo giorno del ginnasio e, per quanto si frequentassero poco, era l'unica che potesse definire amica.
«Con nessuno» le rispose alzando le spalle.
«Guarda che ti conosco. È tutto il giorno che ti osservo: non spiccichi una parola, sei assente, non hai voluto nemmeno assaggiare la fetta di torta che ho portato per festeggiare il tuo compleanno.»
«Non parlarmi del compleanno, ieri è stato uno schifo.»
«Non dirmi che Lorenzo si è comportato male…»
«Peggio, non si è presentato» rispose Daniela con la voce incrinata.
«Hai chiesto notizie a tuo fratello? Dopotutto, giocano nella stessa squadra.»
«Lui non deve saperlo, altrimenti, sai la presa per i fondelli da qui fino alla fine del mondo?»
Nel frattempo, altri compagni avevano preso i loro posti tra schiamazzi e battute demenziali e smisero di parlare. Marina le prese la mano, stringendola di tanto in tanto per darle conforto. Quando iniziarono i cori, ritornelli stonati delle canzoni che i ragazzi ascoltavano dal mangiadischi nell'intimità delle loro camere o dai jukebox dei locali più alla moda, Daniela le fece vedere il gettone.
«Avrei potuto chiamarlo, sono entrata e uscita dalla cabina non so quante volte, ma non ne ho mai avuto il coraggio. Se avesse risposto sua madre, che cosa avrei potuto dire? Signora, mi scusi, suo figlio è uno stronzo. Mi è stato dietro per mesi facendosi credere innamorato e poi, una volta ottenuto l’appuntamento e vedendomi cotta a puntino, si è dileguato. Ti pare che potessi dire così?»
«Decisamente no.»
«E sai cosa mi fa stare male? Il fatto di avere un anno in più per niente. Cosa m'interessa avere quindici anni, se poi non ho ancora un bacio da ricordare? Marina, la vita è proprio uno schifo.»
Una volta a casa, dopo avere risposto a com'è andata, ti sei divertita, disse alla madre che non voleva cenare.
«Ma cosa avete, tu e tuo fratello, da essere così musoni?»
«Io ce l'ho con il destino. Ieri pomeriggio, Lorenzo si è rotto un braccio e il portiere di riserva ne buscherà cinque, domenica» si giustificò il fratello.
A Daniela tornò l’appetito. Si sentì cattiva per avere pensato male di Lorenzo, anche addolorata per il suo incidente. Ma, soprattutto, pensò che il bacio tanto desiderato sarebbe arrivato presto.
«Ma vai a quel paese» disse a mezza bocca.
«Con chi ce l'hai?» le chiese divertita la sua compagna di banco.
Conosceva Marina dal primo giorno del ginnasio e, per quanto si frequentassero poco, era l'unica che potesse definire amica.
«Con nessuno» le rispose alzando le spalle.
«Guarda che ti conosco. È tutto il giorno che ti osservo: non spiccichi una parola, sei assente, non hai voluto nemmeno assaggiare la fetta di torta che ho portato per festeggiare il tuo compleanno.»
«Non parlarmi del compleanno, ieri è stato uno schifo.»
«Non dirmi che Lorenzo si è comportato male…»
«Peggio, non si è presentato» rispose Daniela con la voce incrinata.
«Hai chiesto notizie a tuo fratello? Dopotutto, giocano nella stessa squadra.»
«Lui non deve saperlo, altrimenti, sai la presa per i fondelli da qui fino alla fine del mondo?»
Nel frattempo, altri compagni avevano preso i loro posti tra schiamazzi e battute demenziali e smisero di parlare. Marina le prese la mano, stringendola di tanto in tanto per darle conforto. Quando iniziarono i cori, ritornelli stonati delle canzoni che i ragazzi ascoltavano dal mangiadischi nell'intimità delle loro camere o dai jukebox dei locali più alla moda, Daniela le fece vedere il gettone.
«Avrei potuto chiamarlo, sono entrata e uscita dalla cabina non so quante volte, ma non ne ho mai avuto il coraggio. Se avesse risposto sua madre, che cosa avrei potuto dire? Signora, mi scusi, suo figlio è uno stronzo. Mi è stato dietro per mesi facendosi credere innamorato e poi, una volta ottenuto l’appuntamento e vedendomi cotta a puntino, si è dileguato. Ti pare che potessi dire così?»
«Decisamente no.»
«E sai cosa mi fa stare male? Il fatto di avere un anno in più per niente. Cosa m'interessa avere quindici anni, se poi non ho ancora un bacio da ricordare? Marina, la vita è proprio uno schifo.»
Una volta a casa, dopo avere risposto a com'è andata, ti sei divertita, disse alla madre che non voleva cenare.
«Ma cosa avete, tu e tuo fratello, da essere così musoni?»
«Io ce l'ho con il destino. Ieri pomeriggio, Lorenzo si è rotto un braccio e il portiere di riserva ne buscherà cinque, domenica» si giustificò il fratello.
A Daniela tornò l’appetito. Si sentì cattiva per avere pensato male di Lorenzo, anche addolorata per il suo incidente. Ma, soprattutto, pensò che il bacio tanto desiderato sarebbe arrivato presto.
§§§
Come avrebbe potuto dimenticarla, Alessio. Giada
portava nello sguardo l'incanto e lo splendore di una foresta
tropicale, dove la magia di una bellezza naturale si confondeva con la fantasia
creando un'atmosfera surreale.
I suoi occhi raccontavano storie infinite che
andavano oltre la realtà. A un tratto tutto gli parve irraggiungibile anche il
sogno che ogni sera, con l'avvicinarsi della notte,
gliela riportava accanto. Quel suo attendere e cercarla oltre il buio gli recava un grande tormento.
Lacrime di solitudine incominciarono a scendere riempiendo rivoli che i segni del tempo avevano scavato sul suo volto non più giovane. Nella sua mente i ricordi riaffiorarono prepotenti. Prima fra tutti, l'immagine di loro seduti a gambe incrociate sul morbido tappeto dello studio dove erano soliti ritrovarsi, mentre si divertivano con quello strano gioco che avevano chiamato "bisticcio di parole". Si trattava appunto di trovare delle assonanze con le parole come "luce" e "amore", una dissonanza, più che un'assonanza.
Lacrime di solitudine incominciarono a scendere riempiendo rivoli che i segni del tempo avevano scavato sul suo volto non più giovane. Nella sua mente i ricordi riaffiorarono prepotenti. Prima fra tutti, l'immagine di loro seduti a gambe incrociate sul morbido tappeto dello studio dove erano soliti ritrovarsi, mentre si divertivano con quello strano gioco che avevano chiamato "bisticcio di parole". Si trattava appunto di trovare delle assonanze con le parole come "luce" e "amore", una dissonanza, più che un'assonanza.
Insomma, una rima
imperfetta. Per un attimo il pianto si mischiò al riso e, guardando oltre la
grande vetrata della camera le luci affievolite di una città quasi dormiente,
provò ancora più malinconia. Si sdraiò su quel tappeto dove tante volte aveva
dormito abbracciato a Giada e la immaginò con il volto rigato
di lacrime, come il suo. Sentì nel petto il cuore accelerare
i battiti e, una dopo l'altra, le parole che insieme mormoravano quasi
canticchiando fuoriuscirono dalla sua bocca a imitare la dolcezza di quel suono
che su quella di Giada acquistavano il gusto di una melodia inconfondibile.
Ed
è lì, "nel buio" che Alessio la ritrova. Persa in un altro tempo.
§§§
Oggi con un'amica abbiamo ricordato di quando eravamo ragazzine,
appena quindicenni, e andavamo al bar tabacchi per comprare le sigarette ai
nostri padri. Il negoziante conosceva noi e i nostri genitori, perciò ce le
dava senza fare storie. Capitava, a volte, di avere alcune monetine residue e i
nostri sguardi correvano dalle monete in mano al jukebox.
Era uno strumento potente, non solo per il volume assordante, ma perché a noi femmine non era consentito avvicinarci. Gli sguardi degli avventori, maschi per la maggior parte, ci avrebbero subito etichettato come ragazze poco serie. Se avessimo scelto una canzone d'amore sarebbe stato un segnale chiaro di disponibilità all'abbordaggio da parte dei maschi.
Le sigarette, però, non destavano alcun sospetto, ai padri non si poteva disobbedire.
Era uno strumento potente, non solo per il volume assordante, ma perché a noi femmine non era consentito avvicinarci. Gli sguardi degli avventori, maschi per la maggior parte, ci avrebbero subito etichettato come ragazze poco serie. Se avessimo scelto una canzone d'amore sarebbe stato un segnale chiaro di disponibilità all'abbordaggio da parte dei maschi.
Le sigarette, però, non destavano alcun sospetto, ai padri non si poteva disobbedire.
Rinunciavamo, quindi, a quel magico momento di scegliere
una canzone tutta nostra, gustarcela a tutto volume e sognare in santa pace.
Godevamo, comunque, dei momenti in cui potevamo ascoltare alla radio la nostra
canzone del cuore.
Un giorno, dopo il solito acquisto, con le monete rimaste avevamo comprato un pacchetto di chewing-gum.
«Nina, restano due monete. Le mettiamo nel jukebox? Che c'importa di quei due, nemmeno ci guardano.»
In effetti il locale era vuoto, se non per due signori seduti a un tavolo. Li reputavamo adulti perché ci avevano insegnato a portare rispetto, e timore, a chi non era nostro coetaneo. Comunque quei due stavano per i fatti loro, bevevano e fumavano.
Lo strumento sotto i nostri occhi brillava. Sulla parete rialzata, la fila di cartellini indicava le canzoni; sotto, un'altra fila di bottoni con lettere e numeri per selezionarle.
«Dai, Rita, metti la moneta.»
«Scegliamo Ti amo» dicevo io.
«Eh sì, poi ci guardano. Mettiamo Tu» rispondeva Nina.
Batti e ribatti, non decidevamo.
«Prima, Ti amo. Dopo, Tu. L'occasione è irripetibile.»
Le canzoni che ci piacevano erano tante, tutte belle e desiderate.
«Muoviti, Rita, prima che entrino altre persone!»
Prima la moneta, poi i bottoni. Alcuni ticchettii e deboli clangori annunciavano l’arrivo della prima nota. Un botto alle orecchie che ci aveva fatto vibrare; un’emozione forte che rivelava tutta la nostra innocente vittoria verso qualcosa di proibito.
Avevamo ascoltato ogni singola parola. Una volta a casa l'avremmo di nuovo snocciolata come le poesie, se non meglio, che studiavamo per la scuola.
«Buonasera signorine, quindi vi piacciono le canzoni d'amore.»
Io e Nina eravamo sbiancate. Che brutto risveglio dall’incanto!
Uno dei due uomini seduti al tavolino si era avvicinato a noi e voleva abbordarci, proprio come ci avevano ammonito tante volte le nostre madri.
Senza dire una parola, mentre quelle della canzone occupavano ogni silenzio libero, con la testa china, avevamo imboccato l'uscita. Nella strada avevamo iniziato a ridere come matte, senza però fermare la nostra fuga.
«Questa cosa che noi femmine non possiamo usare il jukebox deve finire» aveva detto Nina ridendo. Sapeva bene, come me, che non potevamo farci niente. Avremmo dovuto aspettare gli eventi del futuro.
Era già lì, d'altronde, a portata di mano. Bastava ancora una canzone.
Un giorno, dopo il solito acquisto, con le monete rimaste avevamo comprato un pacchetto di chewing-gum.
«Nina, restano due monete. Le mettiamo nel jukebox? Che c'importa di quei due, nemmeno ci guardano.»
In effetti il locale era vuoto, se non per due signori seduti a un tavolo. Li reputavamo adulti perché ci avevano insegnato a portare rispetto, e timore, a chi non era nostro coetaneo. Comunque quei due stavano per i fatti loro, bevevano e fumavano.
Lo strumento sotto i nostri occhi brillava. Sulla parete rialzata, la fila di cartellini indicava le canzoni; sotto, un'altra fila di bottoni con lettere e numeri per selezionarle.
«Dai, Rita, metti la moneta.»
«Scegliamo Ti amo» dicevo io.
«Eh sì, poi ci guardano. Mettiamo Tu» rispondeva Nina.
Batti e ribatti, non decidevamo.
«Prima, Ti amo. Dopo, Tu. L'occasione è irripetibile.»
Le canzoni che ci piacevano erano tante, tutte belle e desiderate.
«Muoviti, Rita, prima che entrino altre persone!»
Prima la moneta, poi i bottoni. Alcuni ticchettii e deboli clangori annunciavano l’arrivo della prima nota. Un botto alle orecchie che ci aveva fatto vibrare; un’emozione forte che rivelava tutta la nostra innocente vittoria verso qualcosa di proibito.
Avevamo ascoltato ogni singola parola. Una volta a casa l'avremmo di nuovo snocciolata come le poesie, se non meglio, che studiavamo per la scuola.
«Buonasera signorine, quindi vi piacciono le canzoni d'amore.»
Io e Nina eravamo sbiancate. Che brutto risveglio dall’incanto!
Uno dei due uomini seduti al tavolino si era avvicinato a noi e voleva abbordarci, proprio come ci avevano ammonito tante volte le nostre madri.
Senza dire una parola, mentre quelle della canzone occupavano ogni silenzio libero, con la testa china, avevamo imboccato l'uscita. Nella strada avevamo iniziato a ridere come matte, senza però fermare la nostra fuga.
«Questa cosa che noi femmine non possiamo usare il jukebox deve finire» aveva detto Nina ridendo. Sapeva bene, come me, che non potevamo farci niente. Avremmo dovuto aspettare gli eventi del futuro.
Era già lì, d'altronde, a portata di mano. Bastava ancora una canzone.
§§§
Ora tocca a voi!
Una raccomandazione: votate con serietà, perché ci sono 8 concorrenti che si sono impegnati per scrivere qualcosa di bello per voi e credo sia giusto e corretto leggere tutti i racconti e scegliere a seconda di quanto i racconti ci hanno coinvolto, giudicando i testi e dimenticandosi i nomi di chi li ha scritti. Mi sembra la cosa più giusta e rispettosa per gli 8 autori stessi.
Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle


Complimenti a tutti. Ho scelto i tre che mi hanno emozionato di più . Forse hanno toccato qualcosa in me .
RispondiEliminaLa ragazza del jukebox
Luigi Besana
Due età nella stessa canzone
Chiara De Mas
I tuoi occhi verdi
Adelia Rossi
—
Clara Pogliani
Grazie Clara per aver votato. Se vuoi anche partecipare all'estrazione di giovedì bisogna che tu aggiunga le motivazioni del voto per ogni singolo racconto, altrimenti resta qualcosa di generico e non di specifico.
EliminaCristina Bellavita
RispondiElimina1. "Senza luce" Graziella Braghiroli perché mi ha ricordato in modo vivissimo.le emozioni delle prime festine a 13 anni.
2. "Una canzone per crescere" M.Rita Sanna per avermi fatto comprendere quanto il semplice ascolto di una canzone avesse risvolti cosi complessi in un determinato luogo e tempo.
3. "La reliquia" di Tania Mignani per la fresca e divertente innocenza delle prime grandi cotte.
Il mio voto va a DUE ETÀ NELLA STESSA CANZONE di Chiara De Mas, IL BACIO DESIDERATO di Silvana Da Roit e SENZA LUCE di Graziella Braghiroli.
RispondiEliminaZANNONI ROBERTA
ZANNONI ROBERTA
Grazie Roberta per aver votato. Se vuoi anche partecipare all'estrazione di giovedì bisogna che tu aggiunga le motivazioni del voto per ogni singolo racconto.
EliminaIl mio voto va a La reliquia di Tania Mignani, Gli occhi verdi di Adelia Rossi e Una canzone per crescere di Maria Rita Sanna
RispondiEliminaNicoletta Mandaradoni
Grazie Nicoletta per aver votato. Se vuoi anche partecipare all'estrazione di giovedì bisogna che tu aggiunga le motivazioni del voto per ogni singolo racconto.
EliminaGramigna Elena Lucia
EliminaUna canzone per crescere - Maria Rita Sanna
I tuoi occhi verdi - Adelia Rossi
All that she wants - Tatiana Vanini
È stato difficile scegliere....ho scelto quelli che mi hanno emozionato un po' di più perché mi hanno ricordato episodi della mia adolescenza....
Rosy Pozzi
RispondiElimina-Una canzone per crescere di Maria Rita Sanna
-Gli occhi verdi di Adelia Rossi
-La reliquia di Tania Mignani
Rosy Pozzi
RispondiEliminaMolto bello anche LA RAGAZZA DEL JUKEBOX di Luigi Besana e... non si può scegliere, complimenti a tutti... Tutti racconti molto belli! Bravi.
Grazie Rosy per aver votato. Se vuoi anche partecipare all'estrazione di giovedì bisogna che tu aggiunga le motivazioni del voto per ogni singolo racconto.
EliminaSENZA LUCE di Graziella Braghiroli, perché mi ha accompagnata indietro nel tempo;
RispondiEliminaALL THAT SHE WANTS di Tatiana Vanini, perché è un racconto che mi ha fatto sorridere e pensare all'importanza della complicità;
LA RELIQUIA di Tania Mignani, perché mi ha permesso di ricordare amicizie del passato.
Marco Dall’Aglio
RispondiElimina——
Mi hanno un po’ tutti riportato alla mia gioventù . Le mie preferenze però sono
queste :
I tuoi occhi verdi
Adelina Rossi
Una canzone per crescere
Maria Rita Sanna
La ragazza del jukebox
Luigi Besana
Grazie Marco per aver votato. Se vuoi anche partecipare all'estrazione di giovedì bisogna che tu aggiunga le motivazioni del voto per ogni singolo racconto
EliminaRiprendo la mia votazione perché avevo sbagliato .Sono Nella Gerussi ,voto per "i tuoi occhi verdi"di Adelia Rossi,"senza luce"di Graziella braghiroli e "la ragazza del jukebox "di Luigi Besana.Ho votato questi racconti perché mi hanno emozionato molto.
RispondiEliminaGrazie Nella per aver votato. Se vuoi anche partecipare all'estrazione di giovedì bisogna che tu aggiunga le motivazioni del voto per ogni singolo racconto.
EliminaI tuoi occhi verdi di Adelia Rossi,
RispondiEliminaLa ragazza del jukebox di Luigi Besana
Una canzone per crescere di Maria Rita Sanna
Grazie Vincenzo per aver votato. Se vuoi anche partecipare all'estrazione di giovedì bisogna che tu aggiunga le motivazioni del voto per ogni singolo racconto
Elimina1 La reliquia di Tania Mignani
RispondiEliminaMi ha fatto fare un tuffo nel passato. Mi rivedo ragazza con le miei due amiche riunite in un piccolo bar in centro ascoltando canzoni dal yukebox sognando l'amore.
2 Senza luce di Graziella Braghiroli
Mi sono rivista in questa ragazzina timida che doveva ancora sbocciare
3 All That She Wants di Tatiana Vanini
Racconto divertente, mi ha fatto sorridere. Fresco come la bottiglia di acqua naturale che voleva Tania.
Boerchi Roberta
RispondiEliminaVoto per:
1° I tuoi occhi verdi di Adelia Rossi
2° Il bacio desiderato di Silvana da Roit
3° Senza luce di Graziella Braghiroli
Adelia Rossi occhi verdi
RispondiEliminaL’autrice intreccia bene passato e presente, lasciando emergere la tenerezza dei ricordi e la fragilità di Alessio. L’immagine finale, sospesa “in un altro tempo”, chiude con delicatezza e intensità.
UNA CANZONE PER CRESCERE Maria Rita Sanna
Un ricordo vivido e tenero che intreccia crescita, desiderio di libertà e le regole non dette di un tempo. Il racconto rende benissimo la tensione tra innocenza e proibizione. Un brano intriso di una gioventù che non c’è più.
Graziella Braghiroli senza luce
La chiusura è morbida, affettuosa, senza retorica: la distanza di quasi cinquant’anni resta la dolcezza e l’ingenuità dell’adolescenza riconoscibile da chiunque abbia vissuto gli stessi anni.
Sono Daniela Toffoletto e voto x: All that she wants, di Tatiana Vanini mi ha fatto passare la malinconia - I tuoi occhi verdi di Adelia Rossi e riuscita a tirami dentro al punto che ho chiuso gli occhi e mi son sentita trasportare in un lento - Due età nella stessa canzone di Chiara De Mas mi ha dato l idea di un piccolo mondo antico.
RispondiEliminaSono Roberto Roncastri voto x: Senza luce di Graziella Braghiroli - Una canzone per crescere di Maria Rita Sanna - I tuoi occhi verdi di Adelia Rossi - ho votato quelli che mi hanno più colpito.
RispondiEliminaSono Marta Martello
RispondiEliminaRacconti tutti belli ma, dovendo scegliere, queste sono le mie preferenze:
"Senza luce" di Graziella Braghiroli perchè nel suo racconto mi sono rivista adolescente, immedesimandomi in quella ragazzina. L'ho riletto ascoltando il brano "Senza luce" dei Dik Dik ed è stato emozionante.
"La ragazza del Jukebox" di Luigi Besana che mi ha molto emozionata anche per gli accenni alle letture, alle musiche e ai giovani di allora, nonché per le parole utilizzate per descrivere il suo amore per Mary.
"I tuoi occhi verdi" di Silvana Da Roit perchè nel suo racconto emerge come, spesso, gli equivoci o le verità che non si conoscono, possono potenzialmente far deviare il percorso del nostro "destino".
Bravi tutti!
Marta, devi rivedere la tua votazione perché c'è un titolo col nome di un altro autore: dovresti scrivere a chi va quel voto ;-)
EliminaScusatemi per l'errore...il voto va al racconto "Il bacio desiderato" di Silvana Da Roit
EliminaIl voto va al racconto "Il bacio desiderato" di Silvana Da Roit.
EliminaScusate per l'errore.
Marta Martello
Sono Tiziana Mazza, ho letto e riletto i racconti perché proprio non riuscivo a scegliere, ne avrei votati almeno quattro, ma il regolamento non lo prevede, quindi ecco le mie preferenze in ordine di pubblicazione.
RispondiEliminaLA RAGAZZA DEL JUKEBOX DI LUIGI BESANA: bello e poetico, oltre che ben scritto, con immagini vivide.
LA RELIQUIA DI TANIA MIGNANI:
Mi è piaciuto perché mi ha catapultata negli anni dell'adolescenza, facendomi rivivere le emozioni dei primi innamoramenti. È un racconto molto tenero.
UNA CANZONE PER CRESCERE DI MARIA RITA SANNA: Anche questo racconto ha reso molto bene gli anni '70, quelli del jukebox, ha descritto molto bene i sentimenti delle ragazze in età adolescenziale e gli usi e costumi dei tempi andati, bel finale.
In generale tutti i racconti sono molto belli e nostalgici. Complimenti a tutti.
Il mio primo voto va a Tatiana Vanini. Come per il racconto della scala, mi é piaciuto molto lo stile. Dialoghi che, messi uno in fila all’altro, formano, da soli, la storia.
RispondiEliminaIl secondo voto va a Tania Mignani, per avermi ricordato quanto siano belle le farfalle nello stomaco di un’adolescente.
Il terzo voto va a Silvana da Roit, perché ha ricordato a tutti che c’è stata un’epoca in cui si poteva essere all’oscuro di ciò che facevano i nostri amici. Mi ha fatto sentire la nostalgia, quella vera.
Bravissimi tutti, comunque
1- La reliquia - Tania Mignani
RispondiElimina2-Senza luce - Graziella Braghiroli
3-Due età nella stessa canzone - Chiara De Mas
Difficile scegliere !
RispondiElimina1) Chiara De Mas
Due eta' nella stessa canzone.
Mi ha colpito con quale semplicita' viene espressa la magia della musica . La chiusa proprio bella
bella bella.
2)Graziella Braghiroli
Senza luce .
Adoravo quel lento !
Come non sorridere ?
Tanta nostalgia.
3) Tania Mignani
La reliquia
L'adolescenza rivissuta in un istante con emozione sorprendente e quelle sigarette .....
Sono Katia Orlando voto e per : " Ituoi occhi verdi" di Adelia Rossi. E "La ragazza del jukebox" di Luigi Besana. Mentre li leggevo ripensavo alla mia gioventù.
RispondiElimina1) I TUOI OCCHI VERDI Adelia Rossi
RispondiEliminaGli occhi verdi di Giada diventano simbolo di un amore perduto ma ancora pulsante
Adelia intreccia bene passato e presente, lasciando emergere la tenerezza dei ricordi
L’immagine finale, sospesa “in un altro tempo”, chiude con delicatezza e intensità.
2) Senza luce Graziella Braghiroli
il testo considera il potere evocativo della memoria con semplicità
La chiusura è, senza retorica: la distanza di quasi cinquant’anni ha l’ingenuità di un’adolescenza riconoscibile da tutti quelli che hanno vissuto quel tempo.
3)UNA CANZONE PER CRESCERE Maria Rita Sanna
Un testo vivido che intreccia, desiderio di libertà con le regole non dette di un tempo in un’atmosfera limpida
Un brano nostalgico sulla gioventù d’altri tempi.
Dopo aver ascoltato e letto tutti i brevi racconti che sono tutti meritevoli di voto questa è la mia scelta:
RispondiEliminaSenza Luce - Graziella Braghiroli
"E' incredibile come una canzone possa essere la chiave....." dei ricordi.
Emozione universale. Bravissima Graziella
La Reliquia - Tania Magnani
Ho riso tanto per le scene descritte.
Quante scemenze fatte anche da noi adolescenti.
Mi è piaciuto anche come la scrittrice si pone alla pari con le amiche senza esserne gelosa e mi riporta indietro quando anche io baciavo i miei idoli nei poster.
I tuoi occhi verdi - Adelia Rossi
Tristezza, malinconia e solitudine descritte con sentimento dalla scrittrice.
Quante volte nel sentire una vecchia canzone, legata ad un antico amore ci riporta a momenti di malinconia e solitudine. Brava Adelia Rossi
Un applauso a tutti i partecipanti
Giacomina Fabiani
RispondiEliminaCosì Voto
I tuoi occhi verdi di Adelia Rossi.
Due età nella stessa canzone di Chiara De Mas.
All that she wants di Tatiana Vanini.
Ho scelto questi racconti perché mi hanno suscitato forti emozioni nel ricordo del passato
Il mio voto và, in ordine di lettura:
RispondiEliminaDUE ETA' DELLA STESSA CANZONE di Chiara De Mas, mi è piaciuta molto ho provato empatia per la protagonista e poi la chiusura è bellissima,
"Certe canzoni non passano: aspettano. E quando tornano, ti trovano diversa."
Quanto è vero!
LA RELIQUIA di Tania Mignani, mi ha portata indietro nel tempo, era proprio così, con la mia amica ci trovavamo al bar per vedere il ragazzo che ci piaceva, giocare a bigliardino e ascoltare le nostre canzoni preferite al Jukebox.
I TUOI OCCHI VERDI di Adelia Rossi
Anche quì sono tornata indietro negli anni in cui mia madre ascoltava questa canzone a tutto volume ovunque fossimo, era una delle sue canzoni preferite insieme a quelle di Luigi Tenco, sono stati gli anni più spensierati della nostra vita!
Mi sono dimenticata! Io sono Moresca Kathiuscia
EliminaComplimenti a tutti, ma il mio voto va a Chiara De Mas con DUE ETÀ NELLA STESSA CANZONE, Graziella Braghiroli SENZA LUCE e Silvana Da Roit IL BACIO DESIDERATO.
RispondiEliminaSono Zannoni Silvia
Buongiorno! Ecco i miei tre voti:
RispondiElimina1) Tania Mignani
Bellissima la rappresentazione delle emozioni fresche e pure della giovinezza. Racconto leggero e brioso ma anche, in un certo senso, commovente.
2) Luigi Besana
Perché, attraverso vari riferimenti e una scrittura decisamente “d’atmosfera”, è riuscito a rendermi palpabili anni che non ho vissuto, emozionandomi.
3) Chiara De Mas
Per la prospettiva con cui da declinato l’argomento. Per il modo in cui il dolore cambia forma negli anni, diventando dolce malinconia, e nel frattempo una canzone ci attraversa, cambiando anche lei assieme a noi. Finale splendido.
Complimenti a tutti, è stato come sempre difficilissimo!
Arianna Desogus
Sono Laura Pitteri e voto per:
RispondiElimina"La ragazza del jukebox " di Luigi Besana
"I tuoi occhi verdi " di Adelia Rossi
"Il bacio desiderato" di Silvana Da Roit. Sono quelli che più ho sentito miei.