venerdì 30 gennaio 2026

Numero 488 - 800 Metri di parole Quinta tappa - 30 Gennaio 2026


Riprende il torneo 800 Metri di Parole che era andato in vacanza per Natale.
La quinta prova consisteva nello scrivere un racconto o un monologo (di massimo 500 parole) o una poesia.
Il titolo l'ho dato io: LA ZONA GRIGIA 
I testi che andrete a leggere dovranno quindi avere un collegamento col titolo da me proposto.
Sono proprio curiosa di sapere cosa si saranno inventati i concorrenti! E voi?
Allora cominciamo a leggere!

Prima però vi segnalo che questa volta i testi saranno anonimi, non saprete chi ha scritto cosa. Perché? Per creare maggiore suspense nella seconda parte della sfida e perché siano solo i testi a parlare e non i nomi degli autori che, in qualche modo, condizionano sempre chi deve votare (è umano).

Gli autori dei testi dovranno mantenere il segreto e sono certa che lo faranno. 
E voi, cari lettori e fan, non cercate di corromperli per farvelo dire perché i concorrenti sono incorruttibili!

Saprete i nomi degli autori di ogni pezzo a votazione conclusa.

Come si vota?
Dovrete scrivere a steficonvalle@gmail.com esprimendo TRE preferenze e dando una motivazione per ogni testo (facciamo le cose per bene). 
Avrete tempo di votare fino a 
mercoledì 4 Febbraio ore 20:00.

Potranno votare anche i concorrenti perché il voto è segreto.

I testi vengono postati a seconda dell'ordine di arrivo a me.


RACCONTO UNO

La chiamavano la zona grigia perché lì niente era davvero illegale, ma nemmeno pulito. Un quartiere incastrato tra il porto e la ferrovia, dove le luci al neon tremavano come coscienze stanche e l’aria sapeva di pioggia vecchia e promesse non mantenute. Ci vivevo dentro da anni, anche se l'indirizzo sul documento diceva altro. Certi posti non ti lasciano andare: si infilano sotto la pelle.
La sera in cui tutto cominciò, stavo aspettando un uomo che non voleva farsi trovare. Si chiamava, o almeno così diceva, Giulio Rami. Contabile di giorno, intermediario di notte. Uno di quelli che non si sporcano mai le mani ma conoscono tutti i lavandini dove il sangue sparisce. Mi aveva chiamato perché aveva paura. Quando uno come Rami si spaventa, vuol dire che la bilancia sta per rompersi.
Lo incontrai in un bar senza nome, dove il caffè sa di ruggine e il barista non fa domande. Rami sudava freddo, anche se era febbraio. Mi passò una chiavetta sotto il tavolo.
«Qui c'è tutto» disse. «Appalti, favori, firme. Nessuno è innocente.»
Nella zona grigia l'innocenza è una valuta che non circola.
Non feci in tempo a rispondergli. Due colpi secchi, silenziatore scadente. Rami crollò in avanti, gli occhi spalancati come se avesse appena capito qualcosa di importante. Nessuno urlò. Il barista abbassò lo sguardo. Io rimasi seduto. In certi posti, reagire è il modo più veloce per morire.
Scappai dal retro e la pioggia mi accolse come una vecchia amica. Sapevo già che la chiavetta mi avrebbe messo un bersaglio sulla schiena. La zona grigia non perdona chi prova a fare chiarezza: vive di ombre, di mezze verità, di silenzi ben pagati.
Quella notte lessi ogni file. Politici, imprenditori, poliziotti. Tutti dentro, tutti sporchi. Non c'era un cattivo da consegnare alla giustizia, solo un sistema che respirava grazie alla corruzione. Capii che il problema non era scegliere da che parte stare, ma accettare che non c'erano parti giuste.
All'alba presi una decisione che non mi avrebbe reso migliore, solo vivo. Feci una telefonata, vendetti i dati alla persona giusta, o sbagliata, dipende dai punti di vista, e cancellai le copie. Quando il sole sorse, la zona grigia era ancora lì, immobile, indifferente.
Me ne andai, ma so che, prima o poi, ci tornerò. Perché certe zone non sono luoghi. Sono scelte. Una volta che le fai, restano con te per sempre.

§§§

RACCONTO DUE

Ancora una volta se ne stava immobile dinanzi alla grande finestra e osservava il mare di nebbia lattiginosa al di là del vetro.
La zona grigia, così l'aveva rinominata il giorno in cui, dopo essere scesa lenta ma inesorabile, si era fermata poggiandosi impalpabile e fitta sul mondo.
Vi immergeva lo sguardo per ore, a volte per intere giornate, senza sapere cosa scrutare perché, in fondo, nulla poteva essere scorto attraverso il denso grigiore. Solo le sbarre alla grande finestra lo isolavano proteggendolo persino dalla spaventosa zona grigia.
Eppure, c'era stato un tempo in cui il mondo si riempiva di colori, di voci, di grida, risate e pianti. Un mondo in cui il grigio era solo una fugace variante dalle mille sfumature. Un mondo in cui si viveva senza sbarre alle finestre e ci si sentiva liberi di respirare.
Lo immaginava, a volte, quel mondo. O forse erano solo sogni che si succedevano alla triste, agghiacciante e grigia realtà?
Non aveva più riferimenti, ormai, né di tempo né di luogo; solo il lento dilatarsi di ore dinanzi all'estesa zona grigia.
C'erano volte in cui sognava di affrontarla, di aprire la grande finestra e abbatterne le sbarre, reali o immaginarie che fossero. Avrebbe trovato la forza per farlo, ma poi?
Cosa sarebbe stato di lui di fronte alla zona grigia?
Sarebbe riuscito a guadagnare un varco per attraversarla?
Cosa avrebbe trovato al di là? Sempre che ci fosse stato un di là...
E se invece di ritrovare i colori, i rumori, le voci, si fosse reso conto che il grigio si sarebbe trasformato in nero, gelido, buio, profondo?
No, anche quel giorno non ce l'avrebbe fatta, sarebbe rimasto fermo, immobile dinanzi alla grande finestra, protetto dalle sbarre che tenevano a bada la zona grigia.
Ad aspettare… Che cosa? Non sapeva, forse che il denso grigiore si diradasse o che uno dei tanti sogni a colori si palesasse di nuovo.
Aspettava e basta, chissà, prima o poi un suono o una voce avrebbe abbattuto quella grigia barriera.

§§§

RACCONTO TRE

Alfio lavorava da vent'anni nella ditta che commerciava agrumi. Arance, limoni, mandarini partivano ogni notte su camion refrigerati diretti al Nord. Conosceva tutti gli odori del magazzino, il succo appiccicoso sulle mani, il rumore dei muletti all'alba. Era uno che arrivava sempre in anticipo e se ne andava per ultimo, senza mai farlo pesare. Lo dicevano tutti: Alfio era affidabile.
A casa lo aspettava una vita ordinata. Una moglie discreta, due figli che studiavano e portavano a casa buoni voti. Niente eccessi, niente sorprese.
Peppe era il suo esatto contrario. Lavorava al porto, turni irregolari, linguaggio colorito e in bocca la sigaretta sempre accesa. Si conoscevano da ragazzi, cresciuti nello stesso quartiere. Peppe rideva di Alfio ma lo faceva con affetto.
«Tu sei uno che non si complica la vita» gli diceva.
Alfio sorrideva, senza replicare.
Peppe aveva un figlio, Ciro, che amava il guadagno facile. Cambiava spesso lavoro, parlava di affari senza mai spiegare bene quali fossero.
«Se sei furbo, fai soldi senza spaccarti la schiena» ripeteva spesso.
Alfio lo ascoltava con quel senso di fastidio che si prova per quello che non si capisce ma s'intuisce pericoloso.
Una mattina, mentre stava controllando i documenti di carico, Alfio notò Ciro vicino ai camion in partenza. Parlottava con uno degli autisti, voce bassa, gesti rapidi. L'uomo si guardava intorno, nervoso. Poi infilò qualcosa nella tasca del giubbotto.
Alfio non sentì le parole, solo il tono, che non gli piacque.
Continuò a guardare le carte. In fondo, Ciro non lavorava lì e gli autisti erano gli stessi da anni. Forse era solo una richiesta per un passaggio, di sicuro una sciocchezza. Alfio era bravo a dare nomi rassicuranti alle cose.
Quel giorno tornò a casa con un peso addosso e nei giorni successivi notò altri dettagli.
Camion che partivano con ritardi inspiegabili, un autista mai visto prima, Ciro che girava nei dintorni del magazzino. Alfio vedeva ma non agiva.
A Peppe non disse niente. Continuavano a bere il caffè insieme, parlando del caldo insopportabile e del lavoro che stancava. Pensava che se gli avesse confidato quei sospetti sarebbe stato come provocare un incendio. Peppe avrebbe di sicuro difeso il figlio e fatto domande. E le domande chiedono risposte e le risposte portano conseguenze.
Così Alfio scelse la terra di mezzo. Continuò a fare bene il suo lavoro. Quando poteva, cambiava gli autisti, spostava i turni, rendeva le cose più difficili. Piccoli ostacoli, niente di evidente. Un modo per dire a sé stesso che stava comunque facendo qualcosa.
Una notte un camion non arrivò a destinazione, sparì con il carico. Arrivarono i controlli, le domande, le facce tese.
Peppe lo chiamò qualche giorno dopo. Era scosso. Ciro era sparito.
«Deve avere fatto una cazzata.»
Alfio lo ascoltò in silenzio. Avrebbe potuto dire lo sapevo, ti volevo avvertire. Non disse nulla.
Quando chiuse la telefonata, rimase seduto al tavolo della cucina, convincendosi che spesso la verità non serve a rimettere a posto le cose, anzi, le distrugge. Aveva scelto di proteggere la sua normalità. Sapeva di non essere del tutto innocente ma nemmeno colpevole e preferiva stare lì, in quella zona grigia dove ci si barcamena senza sporcarsi troppo le mani e dove si impara a convivere con quello che non si vuole vedere.

§§§

RACCONTO QUATTRO

Stavo lì, seduta nell'angolo più nascosto, nella penombra di quella stanza con le pareti dipinte di grigio fumo metallizzato: un equilibrio tra il bianco e nero. Un'oasi di tranquillità dove meglio riflettere e trovare momenti di pace. Accanto alla finestra, per meglio sfruttare la luce naturale, avevo posizionato una piccola poltrona e la scrivania con sopra gli strumenti da lavoro: un computer, fogli e quaderni per appunti, oltre a un portapenne con all'interno un numero indefinito di pennarelli indelebili, adatti a scrivere sui muri. A completare il tutto una Kenzia, una palma sempreverde, utile a purificare l'aria, oltre che a donare un tocco di eleganza a quel luogo diventato il mio rifugio. Avevo pensato di vivacizzare quelle pareti dipinte di grigio con mie poesie e metafore, destinate a restare nel tempo come tracce di un ricco vissuto. 
Poi a un tratto è successo: un semplice messaggio che ha riportato il buio nella mia vita così faticosamente ricostruita dopo varie avversità.
«Ciao Tiziana, ti do una triste notizia, è morto Francesco.»
Te ne sei andato così, senza far rumore. Tu, che tra il chiasso dei tuoi pensieri hai vissuto. Mi piacerebbe conoscere le tue ultime riflessioni, prima che i tuoi occhi si chiudessero per sempre. Le avrà chiesto perdono?, mi domando,  rivolgendo il pensiero a "lei", la moglie, mentre una fitta mi trafigge il costato. Non lo saprò mai e forse è meglio così. Ma se c'è qualcuno a cui dovevi chiedere perdono, quella sono io: "l'altra."
Non ho dimenticato le tue parole, quando dubbiosa del tuo amore, mi tranquillizzavi dicendomi: «Ricordati, puoi anche non credermi, ma comunque andrà, il mio ultimo pensiero si chiamerà Tiziana.» 
Chissà se davvero è andata così. Non lo saprò mai.
La rabbia mi avvolge, mentre lentamente mi alzo e avvicinandomi alla scrivania sfilo dalla scatola dei pennarelli, quello dorato. Voglio che brilli la luce in ogni parola che andrò a scrivere per spogliarmi di quella rabbia che la tua morte mi lascia. Non più parole tra di noi, non più la possibilità di chiarimenti, ma solo un silenzio per sempre, un distacco dove nulla più può essere recuperato e ogni parola si estingue.
Ciao Francesco, resterai qui per sempre, nella stanza dei ricordi assopiti. La tua vita si è conclusa come hai sempre vissuto. Specchio della tua esistenza. Temporeggiare, attendere che qualcosa potesse accadere secondo i tuoi desideri, era il tuo motto. Hai sempre lasciato che fosse il tempo a lavorare per te. 
Un rapporto irrisolto, il nostro, ma forse meglio dire il tuo. Nonostante i tanti anni d'amore trascorsi nell'attesa del domani, oggi, pensando al tuo corpo avvolto dal gelo della morte,  riesco solo a provare frustrazione, una rabbia luttuosa che non mi permette di avere risposte, mai più.
La punta del pennarello scorre veloce sul muro, mentre le parole che pure d’amore parlano, fluiscono spinose. 

§§§

RACCONTO CINQUE

Viene a trovarmi ogni notte, si insinua nei miei sogni, sotto le coperte, nelle mani.
Da tre mesi faccio ogni notte lo stesso incubo: strangolo Sara.
Ci eravamo conosciuti sul ponte Carlo, a Praga. Ero arrivato da poco in città come ricercatore universitario e quando l'ho vista sporgersi dal parapetto non ho resistito a parlarle. Poche battute mi erano bastate per capire che era una ragazza vivace. I capelli lunghi biondi le si impigliavano spesso tra le labbra unite come un bacio, che a tratti apriva in un sorriso malizioso. Il mio primo pensiero era stato di baciarla ma non mi ero permesso di farlo anche perché lei spesso si voltava indietro come se cercasse qualcuno o qualcosa. Ma il desiderio mi si era appiccicato addosso come la neve di quei giorni.
Faceva la guida turistica, ci vedevamo ogni sera dopo le cinque sotto la statua di San Giovanni, sul ponte; poi, camminavamo entrando nei caffè e nei musei. Parlava molto, Sara, tanto da confondermi. E proprio l'ultima sera, prima che sparisse per sempre, mi aveva fatto un discorso singolare su come fare un furto epocale nel Museo Nazionale, in piazza San Venceslao. Mentre parlava vedevo brillare la neve sul parapetto del ponte, luccichii riflessi nei suoi capelli, tutto il viso era luminoso. La baciai. Avevo provato una forte emozione ma lo sguardo severo di un ragazzo piantato su di me mi aveva riportato alla realtà. D'un tratto sorrise e si presentò: era il fratello di Sara.
«Dove andate?» chiese incuriosito.
«Al Museo Nazionale» risposi guardando Sara con aria complice.
Senza dire una parola ci seguì tra le vie, indifferente al mio disappunto.
Ecco, a questo punto del ricordo inizia il mio incubo.
Tra queste mura grigie, e per tanto tempo, ho avuto modo di ricostruire ogni particolare dei miei giorni insieme a Sara, la sua camminata, le sue idee e quel modo di unire le labbra, sempre pronte a baciare. Domani lascerò questo edificio, un luogo tanto grigio e squallido da avere impregnato la mia anima.
Sarò di nuovo libero.
Quella ragazza, complice il fratello, è riuscita a incastrarmi, ha compiuto il furto di pietre preziose lasciandone qualcuna nelle mie tasche; non avevo capito che cosa stesse combinando, si muoveva da una teca all'altra sfiorandole con le dita, spariva e ricompariva. Mi sembrava una farfalla impazzita e bellissima, tanto ero infatuato.
Poi, è sparita. Per sempre.
Sono rimasto immobile, sono certo di avere avuto un sorriso ebete e incredulo, mi hanno circondato e infine portato via.
Il tempo e la durezza di questa prigione mi hanno fortificato. Ho osservato una dedizione maniacale alla pulizia e alla forma fisica, sono diventato insensibile alle luci e agli odori. In testa ho solo il volto di Sara, grigio come un cielo d'inverno, come quello che porto dentro.
Io sono pronto. Le mie mani non stringeranno più l'aria. E tu, Sara, sei pronta?
Preparati, perché vengo a cercarti. 

§§§

RACCONTO SEI

Tira sempre aria da queste parti. A mia madre ho detto che andavo a fare un giro con il cane, povero Gipo, sempre costretto in un appartamento angusto.
«Non hai neppure mangiato; la domenica ti alzi tardi e sparisci, vai pure avanti così…»
Il resto del discorso è rimasto dietro la porta. Si preoccupa delle interrogazioni, ché la media conta, di cosa mangio, e poi non vede i particolari. Tipo i segni sulla faccia, le nocche spellate, da quando ho ricominciato a uscire il sabato sera.
Nei pressi del fiume ho sguinzagliato Gipo. Se la gode, lui. Corre come un matto, raccoglie un ramo e me lo porta, poi saetta lontano e da dietro un arbusto rinsecchito abbaia festante. Sento la voce del Nero che gli parla, mi paralizzo.
«Il tuo cane è più coraggioso di te» dice.
Bella forza, lui non sa che le cose sono cambiate dalla scorsa estate, e il Nero lo conosce da una vita. Anch'io lo conoscevo, eravamo amici. Ieri sera ci è andato giù duro, con un pugno rabbioso mi ha quasi spaccato il labbro.
«Dai, vieni a sederti. Non ti faccio niente.»
«Hai detto che non devo avvicinarmi a te, neanche per sbaglio.»
«Qui non conta quello dico.»
Già, qui non conta, gli credo. Qui c'è ancora il respiro di Marco.
Spegne nel fango indurito l'ennesimo mozzicone e rimane in silenzio a guardare il letto del fiume, tutto sabbia e sassi, niente in comune con le acque gonfie dell'estate. È un silenzio spesso. Mentre mi siedo a terra Gipo gli si accuccia accanto, strofinando il muso contro il suo viso. Tra i capelli corvini che gli coprono la faccia, gli occhi si serrano prima di diventare acqua. Per pudore guardo oltre, con la gola serrata. Non ho mai visto il Nero piangere, neppure quando il corpo di Marco è stato trovato nel fondo di quell'ansa, dove stiamo guardando adesso.
«Può essere stato un incidente» dice.
«Sì, lo penso anch'io.»
Sappiamo entrambi di mentire, ma abbiamo bisogno di assolverci perché non avevamo capito che Marco non le sparava grosse tanto per dire, e se diceva di stare male, stava male davvero.
Se solo quel giorno fossimo andati anche noi al fiume, se non avessi convinto il Nero a passare da casa per provare il nuovo gioco della Play Station, se non avessimo dimenticato l'appuntamento.
Se, se...
«Dovresti ritornare a scuola, come sto facendo io» gli dico.
Si alza, pulisce i palmi sui jeans.
«Ecco perché devi starmi alla larga. Ogni volta che apri la bocca, finisci sempre col farmi imbestialire.»
Basta poco per farlo arrabbiare, è sufficiente essere vivi.
«Non ti mollo, capito?» gli urlo, mentre se ne va.
Lo vedo allargare le braccia come a dire fai tu, non m'importa. Ma lo so, lo so che domenica prossima ci troveremo ancora qui, nella nostra zona grigia.

§§§

RACCONTO SETTE

Il crepitio dell'asfalto ghiacciato sotto le scarpe trasmetteva in Alice un senso di solitudine e pace. Il buio iniziava a farsi strada tra le viette del paesino e lei sapeva bene che mamma la voleva rincasata prima dell'accensione dei lampioni.
Camminava ancora immersa negli accattivanti discorsi fatti con l'amica del cuore, ripensando alle risate e alle confidenze, quando alzò lo sguardo e lo vide: un piccolo uccellino marrone dentro a una minuscola gabbia di plastica verdastra. Il cuore le si strinse all'istante.
Si avvicinò con cautela, come se un movimento brusco potesse peggiorare la situazione. Quando si rese conto che quella prigione era talmente piccola… Troppo piccola. Una delle ali si era spezzata, probabilmente in un disperato tentativo di volare via.
Lo sguardo le si indurì. Non era solo tristezza: era impotenza, rabbia, ingiustizia.
Scomparve dietro l'angolo come un'ombra, trattenendo il fiato. Quei piccoli occhi neri le avevano chiesto aiuto; come avrebbe potuto far finta di nulla?
Corse a casa dove la madre e la sorella erano alle prese con le loro faccende quotidiane.
«Mamma, Erica, venite subito qua!»
«Che succede, tesoro?»
«C'era un uccellino con un'ala rotta dentro una gabbia grande così!» gridò mimando una minuscola scatola.
«Non possiamo lasciarlo lì!»
«Ferme un attimo, voi due, stiamo pur sempre parlando di commettere un furto…»
«Sì, ma pensa a quanto deve star male lì dentro!» ribatté con impeto la sorella maggiore.
La donna rimase in silenzio per qualche secondo. Poi annuì piano.
«Non posso che darti ragione, cara.»
Le due sorelle si vestirono di nero, presero un sacco della spazzatura vuoto e partirono per la loro missione segreta.
Alice faceva strada mentre Erica scrutava gli angoli bui che si alternavano alla luce calda dei lampioni.
Arrivarono e, per un istante, nessuna delle due si mosse. Alice teneva con le mani tremolanti il sacco aperto, Erica staccò con decisione la gabbia dalla recinzione e la infilò dentro al sacco nero, poi si dileguarono a passo rapido, scambiandosi sguardi complici. Missione compiuta.
Arrivarono a casa tutte sudate e ancora in preda all'eccitazione, dove la mamma aveva già riadattato la gabbia del porcellino d'india che avevano un tempo. Arredata cotanto di rami e foglie, praticamente un resort.
«Domani lo porterò dal veterinario e vedremo cosa ci dirà.»
Erica e Alice liberarono l'uccellino nella sua nuova casa, che rimase immobile per un momento, poi iniziò a cinguettare e saltellare da un rametto all'altro.
Alice si accorse che stava sorridendo senza rendersene conto.
«Abbiamo fatto bene a rubarlo! Lo chiamerò Chip» esclamò Erica tutta fiera.
La madre, commossa da quel cinguettio si rivolse alle sue figlie: «Non sempre al mondo è tutto bianco o nero. Esistono molte sfumature di grigio nel mezzo.»
Per la prima volta Alice comprese che fare la cosa giusta non significava sempre seguire una regola, ma assumersi il peso della scelta.


§§§

RACCONTO OTTO

I fatti che sto per raccontare, si riferiscono ad avvenimenti dei quali non ho mai saputo trovare una spiegazione ragionevole.
Mi chiamo Franco Villa. Per quindici anni sono stato Ispettore Capo delle forze di Polizia di Stato. In questo tempo, non ho mai pensato che Michele Rota non fosse normale. I nostri incontri erano sempre collegati allo Studio Legale dove Rota era impiegato come Praticante. Egli non mi ha mai fatto cenno, neppure vagamente, a qualche pericolo che lo minacciava, o a qualcosa di negativo nei propri riguardi. Neppure adesso, dopo tanto tempo, ho la minima idea di come possa essergli accaduto tutto ciò che lo ha portato alla sua fine, all'età di ventisette anni. Quello che è stato possibile sapere è rivelato in un manoscritto trovato nell'abitazione accanto al suo cadavere. Il corpo presentava alcuni ematomi, ma di lieve entità. La causa del decesso, dopo qualche indagine senza risultati, venne archiviata come morte naturale per infarto miocardico acuto.
 
Versione stampata del manoscritto originale di Michele Rota.
È da tanto tempo che non riesco a trovare la calma sufficiente per scrivere la mia storia. Ma in questi ultimi barlumi di lucidità che ancora mi restano, prima che le tenebre discendano per sempre, voglio rivivere quei giorni infernali nel mio piccolo cuore di polvere.
Sono stato sempre soggetto a sogni terribili fin dall'infanzia. Mi smarrivo in luoghi dalle mura colossali, statue aliene, simulacri di creature d'altri mondi. Questi incubi hanno sempre afflitto i miei sonni e hanno generato in me un'avversione profonda al dormire. Per questo, ogni sera vagavo per le strade semideserte, mi fermavo in qualche birreria, aspettando che la stanchezza e l’alcol mi spingessero a rincasare, sperando che il sonno mi chiudesse gli occhi e la mente.
Accadde in una di quelle sere, nei locali poco illuminati di un lontano bar di periferia che incontrai Lilith.
Come ogni persona solitaria ero piuttosto timido e poco disposto alle amicizie, mi avvicinavo agli altri con difficoltà, ma rimasi incantato da quella donna, la più bella fra quante mi era capitato d'incontrare. Era snella, dai movimenti leggeri e languidi, la carnagione bianchissima, i lineamenti minuti, gli occhi scuri e lucenti, i capelli soffici di un nero intenso e profondo.
Fu lei a prendere l'iniziativa e cominciammo a frequentarci. Io mi sentivo folgorato dalla sua risolutezza, era solita gettarmi le braccia al collo per attirarmi verso di sé, mentre mi sussurrava parole, un suono come una nenia inebriante.
«Il tuo cuore è ferito, io vivo della tua calda vita…»
Versi ignoti, ma così musicali che bevevo come un narcotico, mi sentivo precipitare in spazi sconosciuti. Avevo smesso di farle domande alle quali non rispondeva, non le chiedevo perché veniva da me solo di notte, per non vedere lo sguardo acceso dei suoi occhi, ormai temevo ciò che nascondevano, qualcosa di fondamentale, la soluzione di un mistero.
«Questa tua vita che ora mi appartiene, dovrai riviverla ancora innumerevoli volte. Ogni dolore e piacere dovrà fare ritorno a te. Io voglio che tu viva ancora per me. Il tuo ingenuo amore d'uomo sarà mio diletto fino a quando lo vorrà il Creatore di tutto.»
Con forza Lilith premerà la sua bocca sulla mia penetrando nella carne, un terrore abbagliante esploderà nel mio cervello, spalancando un abisso incomprensibile. 
E quell'abisso m'inghiottirà.

§§§

Ora tocca a voi, cari lettori!

Leggete, votate come spiegato all'inizio di questo numero del Blog e divertitevi!


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle


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