Can you hear “us”, Major Tom? *
Dieci anni fa, il 10 gennaio 2016, David Bowie è tornato a risplendere,
stella fra le stelle, e ci ha salutato proprio con una stella nera in campo
bianco, la copertina del suo ultimo capolavoro “Blackstar”, uscito esattamente due giorni prima, l’8
gennaio 2016, giorno del suo compleanno.
L’uomo che ha fatto dell’arte la sua vita e ha reso la sua vita arte sublime, con quest’ultimo atto
ha concluso il suo passaggio sulla nostra terra. Dipartita annunciata nel video
del brano “Lazarus” e scandita dalle parole:
Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now
Guarda quassù, sono in paradiso
Ho cicatrici che non possono essere viste
Vivo un dramma, non può essere rubato
Ora tutti mi conoscono
No, questa non sarà l’ennesima elegia dedicata a un artista che ho sempre
amato; esistono innumerevoli e autorevoli biografie dedicate a Bowie, anche se basterebbe
passeggiare nella sua immensa discografia per ripercorrere le tappe della sua
vita.
Dieci anni fa, la mattina di lunedì 11 gennaio mi ero resa conto che il
mondo, come l’avevo conosciuto, non sarebbe più stato lo stesso.
Mi ero ritrovata con quella notizia fra le mani, incerta su cosa farne. Senza timore
di esagerare, da grande appassionata di musica, posso affermare che avevo perso
uno dei riferimenti più importanti.
Moltissimi anni prima sedevo nel soggiorno di casa mia insieme a mia
cugina Donatella. Era un mercoledì sera e in televisione trasmettevano uno dei
migliori programmi mai passati in RAI: “Odeon, tutto quanto fa spettacolo”.
Quella sera andò in onda una lunga intervista a David Bowie, girata nei famosi
Hansa Studio di Berlino. Avevo tredici anni e mia cugina quindici,
condividevamo una grande passione per la musica, passione che si esternava
nell’ascolto dei grandi gruppi rock con qualche concessione ai cantautori.
Bowie, fino a quel momento, era stato, nel mio immaginario, una specie di
alieno camaleontico, creatura al di là di ogni genere sia musicale che umano.
Ma, soprattutto, un artista che aveva prodotto canzoni memorabili, brani che
cercavo di registrare dalla radio con metodi rudimentali, melodie che mi
facevano sognare di mondi lontani e ultraterreni: “Starman”, “Life on Mars”, “Space
Oddity”…
A bocca aperta e occhi sgranati rimanemmo in silenzio a osservare le immagini di un uomo bellissimo, dal viso scavato e serio, capelli corti castani e un giubbotto di cuoio nero che si aggirava nello studio spoglio e vuoto, fatta eccezione per un pianoforte a coda. Si raccontava con calma e serietà, e noi che lo avevamo conosciuto nei panni della multiforme rockstar Ziggy Stardust, dell’alieno con la famosa saetta disegnata in volto di Aladdin Sane o del decadente e mitteleuropeo Thin White Duke, eravamo al cospetto di un nuovo Bowie dalla bellezza disarmante. Incredule ascoltavamo ogni parola, cercando di assimilarne il contenuto.
Poi, la
musica è partita. Le note di quella che sarebbe diventata una delle colonne
sonore della mia vita si diffondevano nello studio. Ed era una musica diversa;
tutto era diverso perché tutto stava cambiando e lui, uno dei più grandi del
nostro tempo, ne era l’artefice. Quelle note creavano la melodia di “Heroes” e,
nonostante siano passati quarantanove anni, ogni volta che sento quel riff
inconfondibile io sono ancora là, nel soggiorno di casa mia, davanti a un
vecchio televisore in bianco e nero, seduta di fianco a mia cugina che, come
me, fissa il video attonita.
Il giorno dopo io e Donatella unimmo i nostri risparmi e l’LP “Heroes”
era nostro. La bellissima copertina del vinile, minimalista, in bianco e nero,
così innovativa rispetto alla “moda” del momento, mostrava una nuova e iconica
immagine di Bowie che non ci avrebbe mai più abbandonato.
Questa mattina, per rendermi meno antipatiche le pulizie di casa, ho
scelto la playlist di Bowie e, mentre stonavo a squarciagola chiedendomi se ci
fosse vita su Marte (cit.), mi sono resa conto della data odierna. E, no, non
mi è bastato condividere l’ennesimo post sui social, ho sentito la necessità di
raccontare il “mio” Bowie e spero che queste parole possano soddisfare chi,
come me, ha sempre amato questo grande artista e incuriosire chi, per
molteplici motivi, non è riuscito ad avvicinarlo.
Non aggiungo altro, vi saluto solo
con le parole di “Sons of the
silent age” (Figli dell’era silenziosa), dall’album Heroes:
They don’t walk,
they just glide in and out of life
They never die,
they just go to sleep one day
Non camminano, scivolano solamente
dentro e fuori la vita
Non muoiono mai,
un giorno si addormenteranno semplicemente
Grazie, Tania, per averci regalato questo sentito ritratto di David Bowie che tutti abbiamo amato.



Grazie Tania per questo tuo sentito, appassionato e precisissimo intervento musicale.
RispondiEliminaSandra Morara
Grazie Tania!
RispondiEliminaLeggere la tua esperienza con la musica di Bowie mi ha toccata davvero. Io sono cresciuta con la musica italiana, ascoltata insieme a mia nonna, e il rock l’ho incontrato solo più avanti, quando ero già grande. Le tue parole e i brani che hai condiviso mi hanno fatto entrare in un mondo per me poco conosciuto, ma ricco di emozioni.