Seduti allo stesso tavolo

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Il nuovo romanzo di Stefania Convalle, sul mondo dell'editoria.

domenica 11 gennaio 2026

Numero 487 - Un ricordo di David Bowie (a cura di Tania Mignani) - 11 Gennaio 2026


Can you hear “us”, Major Tom? *

Dieci anni fa, il 10 gennaio 2016, David Bowie è tornato a risplendere, stella fra le stelle, e ci ha salutato proprio con una stella nera in campo bianco, la copertina del suo ultimo capolavoro “Blackstar”, uscito esattamente due giorni prima, l’8 gennaio 2016, giorno del suo compleanno.
L’uomo che ha fatto dell’arte la sua vita e ha reso la  sua vita arte sublime, con quest’ultimo atto ha concluso il suo passaggio sulla nostra terra. Dipartita annunciata nel video del brano “Lazarus” e scandita dalle parole:

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

Guarda quassù, sono in paradiso
Ho cicatrici che non possono essere viste
Vivo un dramma, non può essere rubato
Ora tutti mi conoscono

No, questa non sarà l’ennesima elegia dedicata a un artista che ho sempre amato; esistono innumerevoli e autorevoli biografie dedicate a Bowie, anche se basterebbe passeggiare nella sua immensa discografia per ripercorrere le tappe della sua vita.

Dieci anni fa, la mattina di lunedì 11 gennaio mi ero resa conto che il mondo, come l’avevo conosciuto, non sarebbe più stato lo stesso. 
Mi ero ritrovata con quella notizia fra le mani, incerta su cosa farne. Senza timore di esagerare, da grande appassionata di musica, posso affermare che avevo perso uno dei riferimenti più importanti.

Moltissimi anni prima sedevo nel soggiorno di casa mia insieme a mia cugina Donatella. Era un mercoledì sera e in televisione trasmettevano uno dei migliori programmi mai passati in RAI: “Odeon, tutto quanto fa spettacolo”. Quella sera andò in onda una lunga intervista a David Bowie, girata nei famosi Hansa Studio di Berlino. Avevo tredici anni e mia cugina quindici, condividevamo una grande passione per la musica, passione che si esternava nell’ascolto dei grandi gruppi rock con qualche concessione ai cantautori. Bowie, fino a quel momento, era stato, nel mio immaginario, una specie di alieno camaleontico, creatura al di là di ogni genere sia musicale che umano. Ma, soprattutto, un artista che aveva prodotto canzoni memorabili, brani che cercavo di registrare dalla radio con metodi rudimentali, melodie che mi facevano sognare di mondi lontani e ultraterreni: “Starman”, “Life on Mars”, “Space Oddity”…


A bocca aperta e occhi sgranati rimanemmo in silenzio a osservare le immagini di un uomo bellissimo, dal viso scavato e serio, capelli corti castani e  un giubbotto di cuoio nero che si aggirava nello studio spoglio e vuoto, fatta eccezione per un pianoforte a coda. Si raccontava con calma e serietà, e noi che lo avevamo conosciuto nei panni della multiforme rockstar Ziggy Stardust, dell’alieno con la famosa saetta disegnata in volto di Aladdin Sane o del decadente e mitteleuropeo Thin White Duke, eravamo al cospetto di un nuovo Bowie dalla bellezza disarmante. Incredule ascoltavamo ogni parola, cercando di assimilarne il contenuto. 
Poi, la musica è partita. Le note di quella che sarebbe diventata una delle colonne sonore della mia vita si diffondevano nello studio. Ed era una musica diversa; tutto era diverso perché tutto stava cambiando e lui, uno dei più grandi del nostro tempo, ne era l’artefice. Quelle note creavano la melodia di “Heroes” e, nonostante siano passati quarantanove anni, ogni volta che sento quel riff inconfondibile io sono ancora là, nel soggiorno di casa mia, davanti a un vecchio televisore in bianco e nero, seduta di fianco a mia cugina che, come me, fissa il video attonita.



Il giorno dopo io e Donatella unimmo i nostri risparmi e l’LP “Heroes” era nostro. La bellissima copertina del vinile, minimalista, in bianco e nero, così innovativa rispetto alla “moda” del momento, mostrava una nuova e iconica immagine di Bowie che non ci avrebbe mai più abbandonato.

Questa mattina, per rendermi meno antipatiche le pulizie di casa, ho scelto la playlist di Bowie e, mentre stonavo a squarciagola chiedendomi se ci fosse vita su Marte (cit.), mi sono resa conto della data odierna. E, no, non mi è bastato condividere l’ennesimo post sui social, ho sentito la necessità di raccontare il “mio” Bowie e spero che queste parole possano soddisfare chi, come me, ha sempre amato questo grande artista e incuriosire chi, per molteplici motivi, non è riuscito ad avvicinarlo.
Non aggiungo altro, vi saluto solo  con le parole  di “Sons of the silent age” (Figli dell’era silenziosa), dall’album Heroes:

They don’t walk,
they just glide in and out of life
They never die,
they just go to sleep one day

Non camminano, scivolano solamente
dentro e fuori la vita
Non muoiono mai,
un giorno si addormenteranno semplicemente

Arrivederci, Starman, continua ad aspettarci nel tuo cielo.


 
(*) citazione dalla canzone Space Oddity: can you hear me, Major Tom?


Grazie, Tania, per averci regalato questo sentito ritratto di David Bowie che tutti abbiamo amato.


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle




2 commenti:

  1. Grazie Tania per questo tuo sentito, appassionato e precisissimo intervento musicale.
    Sandra Morara

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  2. Linda Silvia Scarpenti11 gennaio 2026 alle ore 19:45

    Grazie Tania!
    Leggere la tua esperienza con la musica di Bowie mi ha toccata davvero. Io sono cresciuta con la musica italiana, ascoltata insieme a mia nonna, e il rock l’ho incontrato solo più avanti, quando ero già grande. Le tue parole e i brani che hai condiviso mi hanno fatto entrare in un mondo per me poco conosciuto, ma ricco di emozioni.

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