venerdì 16 dicembre 2022

Numero 420 - Risultati finali Masterbook e racconto primo classificato - 16 Dicembre 2022


 

Ieri, 15 dicembre 2022, si è concluso il primo Masterbook.
Qualche mese fa mi era venuta questa idea, di creare un Premio Letterario un po' diverso - a eliminazione - attraverso varie Fasi e Prove diverse da quello che si è abituati a vedere.
Il risultato è stato eccellente: tanti partecipanti che si sono messi in gioco; tanto pubblico che ha partecipato anche al voto popolare; una bella condivisione tra le tante persone che amano scrivere e leggere. Il tutto in una bella atmosfera di competizione sportiva.
Desidero, dunque, ringraziare tutti coloro che hanno seguito questa nuova mia iniziativa. 
Un ringraziamento particolare alla Giuria tecnica, che ieri sera è stata rivelata ed era composta dal mio Team di collaboratrici: Cinzia Baroni, Silvana Da Roit, Tania Mignani, Tiziana Mazza e Maria Rita Sanna. Con estrema dedizione e serietà hanno impiegato tanto del loro tempo per leggere, rileggere e scegliere - a volte con difficoltà - i testi, e quindi i concorrenti da mandare avanti. Hanno investito anche i personali sentimenti ed emozioni, con un grande senso di responsabilità. Sono davvero speciali e le ringrazio.

La mia menzione d'onore va a 
BARBARA ROMANO
per il suo percorso all'interno del Masterbook 
e per la penna talentuosa.


I risultati finali GIURIA TECNICA


1° Classificata
Tatiana Vanini

2° Classificato
Stefano Buzzi

3° Classificata
Giuliana Degl'Innocenti

4° Classificata
Laura Tarchetti

Risultato finale VOTO POPOLARE

L'incipit che ha ottenuto più preferenze è stato quello di 
Tatiana Vanini

Complimenti alla vincitrice e a tutti gli altri finalisti, arrivare in finale in una competizione così strutturata è un ottimo risultato del quale andare orgogliosi!

In questo Blog riporterò i quattro racconti finalisti, nella loro interezza. 
Uno alla volta perché sono lunghi e quindi meglio dare uno spazio singolo a ognuno.
Procederò in ordine di classifica e quindi ecco a voi il racconto vincitore.

I MAZA PREVAT

di

TATIANA VANINI

 

Capitolo uno


Anno Domini 1706
 
Non so cosa mi abbia spinta a tornare, a lasciare il mio rifugio e le altre donne, per essere qui, oggi, al paese. Sono consapevole che non è sicuro, eppure ne ho sentita la voglia, la chiamata, come se fosse necessaria la mia presenza.
Un anno di esilio forzato, in cattività, di continue fughe tra una cascina malandata e un alpeggio vuoto, tra una grotta fredda e una stalla di fortuna, oppure un prezioso pavimento davanti al camino di chi, coraggioso, per una notte ti apre le porte. Questi eventi hanno cambiato e offuscato me, ma i ricordi sono netti e chiari.
 
Le strade, fatte di ciottoli, sono quelle di prima, forse più sporche, con la neve che si scioglie e rende tutto bagnato. Le case, strette le une alle altre, a sostegno, per contenere il calore dei magri fuochi all’interno, hanno gli usci sbarrati. Sembra un paese fantasma. No, mi sbaglio, è un abitato in attesa. Di cosa?
 
Le campane della chiesa risuonano, spezzano il silenzio e mi indicano la via. L’edificio del culto è un po’ discosto dal paese, non al suo interno, ma defilato a margine. È una caratteristica dei luoghi di qui: da una parte la vita umana, unita e stretta intorno alle botteghe; più in là il divino, raggiungibile solo camminando per una strada precisa, separato eppure sempre visibile.
O siamo noi a essere sempre sotto i suoi occhi?
È rispetto, questo mettere le chiese da sole, metafora del viaggio da compiere per arrivare alla perfezione di chi rappresentano, o è timore e diffidenza?
Prima dei fatti di cui sono stata testimone e vittima, vi avrei risposto che era un modo per onorare Dio: scegliere il luogo più bello, in alto, con la vista migliore, o più tranquillo, sereno. Raggiungere la chiesa era un lasciarsi alle spalle le preoccupazioni, per riunirsi con gioia e cantare al Signore, ma ora tutto questo non c’è più.
Le campane continuano a scandire i loro rintocchi. Mi avvio, non direttamente, no, i miei zoccoli sui ciottoli farebbero rumore, amplificato dalle mura delle case. Passo tra le piante, gli arbusti, i piccoli campi a margine, memore della mia condizione, avvezza al pericolo, dimentica della pace.
Nel prato antistante la chiesa, dove in un’altra vita si faceva festa insieme, la neve è bucata da spazi vuoti, neri, di legni bruciati.
Ho i brividi. Non per il freddo, a quello sono abituata, lo accolgo con gratitudine, perché l’alternativa non sarebbe meglio, ma per la consapevolezza di quello che rappresentano quegli sfregi nel manto immacolato.
Più vicina, trovo riparo dietro un’edicola, al suo interno una scena della Passione. Faccio una smorfia, mi sembra quanto mai indicata. Lo so bene quanto stiamo soffrendo e da quando.
Non riesco a credere alle mie orecchie. Sotto lo scampanio disperato che proviene dal campanile, sento chiare le voci di un canto femminile, di tante donne, accompagnate dalle note profonde degli uomini e, non mi sbaglio, le note dell’organo.
Sgrano gli occhi, mi pizzico incredula. I canti sono stati tra le prime cose vietate, negate. La musica dell’organo, zittita subito dopo. Non più modi di ringraziare, ma simboli di superbia, di orgoglio. Solo fedeli penitenti, consapevoli della loro fallibilità, supplici, questo dovevamo essere: certi del castigo, immeritevoli del premio, ubbidienti per tentare un’ammenda.
Le note dello strumento sono sgraziate, lo percepisco anche attraverso il muro di pietra e suono che le accompagna. Incerte, graffiano più che accarezzare. La polvere depositata nelle canne, la mancanza di cure nel tempo del non utilizzo, fanno boccheggiare l’organo, come qualcuno ormai annegato che spezzi il pelo dell’acqua e azzanni l’aria. È una musica violenta, come il canto che è rabbioso, urlato. Non c’è armonia, non c’è felicità, solo rancore.
Immagino le teste non più chine, ma sollevate, orgogliose. Le bocche aperte a testimoniare il diritto di essere. Uomini che avevano ancora un po’ di libertà, insieme a donne oppresse e guardate con sospetto. Cosa sta succedendo in questa chiesa, cosa ha scatenato quest’inno alla ribellione?
D’improvviso il portone si spalanca e il suono si riversa fuori, irruente. Mi aspetto di vedere la gente correre, folle, ma rimango delusa.
Il canto si spegne, come se fosse volato via, mentre le code della melodia si abbassano e scompaiono. Anche le campane si sono zittite, me ne rendo conto solo ora. 
Questo silenzio è peggio. 
Prima, nel suono, avvertivo una scelta, una posizione ancora da prendere. Ora è qualcosa di terribile. Non una minaccia, ma una decisione. Ferma. Ineluttabile.
Un mormorio raggiunge l’ingresso con le prime persone. Vestite di nero, rigorose, le donne avanzano e recitano la prima parte del rosario: «Ave, Maria, grátia plena.»
Dietro vengono gli uomini, abiti scuri senza scampo, recitando la seconda strofa: «Sancta Maria, Mater Dei…»
Guardano avanti e camminano. Mi chiedo dove vadano, quando lo sguardo viene richiamato al portone, dal quale esce la portantina della Madonna, quella usata per le processioni, quando potevamo farle. Sostenuta da otto uomini, divisi in quattro gruppi di due a reggere le barre, giunge nella grigia giornata di marzo. Non c’è la statua delle Vergine sopra, ma una figura distesa, bloccata da corde che l’avvolgono e girano sotto la portantina.
Mi sporgo, incurante, per cercare di capire chi sia. Non temo di essere vista, sono tutti così concentrati e tesi al misterioso obiettivo, che la mia presenza non riveste importanza.
Sono i capelli biondi, così chiari da essere prossimi al bianco, a dirmi chi è il prigioniero: è l’inquisitore, l’angelo freddo e insensibile, impossibile da imitare e accontentare, che ha gelato le anime bruciando i nostri corpi.
Gira il volto verso di me, i suoi occhi castani, di un colore così caldo, ma capaci di tanto sorprendente disprezzo, sembrano fissarsi nei miei.
Mi accusa, quello sguardo, lo fa dal primo giorno e io, di nuovo, senza motivo e senza comprendere, mi ritraggo facendo un passo indietro.
 
Il corteo si allontana, come una freccia scoccata dall’arco che può solo raggiungere la sua meta, portando via l’inquisitore domato.
Non so dove vogliano andare, che cosa abbiano intenzione di fare.
Li seguo. Devo sapere e, mentre cammino, il pensiero va indietro negli anni, riavvolge le immagini veloce, per rallentare in quel preciso giorno, quando tutto è cambiato. Una morte aveva chiuso un capitolo e un arrivo ne aveva iniziato un altro, del tutto diverso.
 
Capitolo due
 
Anno Domini 1703
 
L’orto ha bisogno di cure, come e più delle persone. Ci vuole attenzione, ma anche equilibrio: gli dai tutto, gli dai tanto e non produce nulla; te ne scordi un giorno e subito i fiori si seccano, le pianticelle avvizziscono, i germogli muoiono. È un gioco di pazienza e tenacia, un affare sporco, lo dimostrano le mie mani piene di terra, con le mezzelune delle unghie nere.
Mi guardo intorno nel giardino delle piante officinali. Questo, coltivo, riprendendo e mantenendo vivo il lavoro di mio padre, del nonno, della famiglia. Siamo una stirpe di erboristi, farmacisti. Siamo i curatori, le persone a cui i paesani si affidano per stare bene. Per loro, averci qui, nella piccola realtà del paese di Laino, è un vanto da sbandierare di fronte agli abitanti dei paesi limitrofi che, quando ne hanno necessità, sono costretti a fare strada e raggiungerci, perché da loro nessuno pratica l’arte, conosce la scienza e la natura.
«Caterina, Caterina, dove sei con la tua bella testolina?»
Pietro, la sua voce mi riporta indietro dalla strada dei pensieri che stavo percorrendo.
«Sono qui, a contemplare le mie mani e a disperarmi su come farle tornare pulite.»
«Ah, sei proprio una brava erborista, se ti perdi dietro a un problema così banale. A cosa servono i saponi alla lavanda che produci, se non ti puliscono dalla semplice terra? Comunque, ti sei dimenticata, vero?»
Lo fisso. Appoggiato con le braccia al basso muretto che divide l’orto dalla strada, ha i capelli perennemente spettinati, scuri e ribelli; le dita lunghe, perfette per suonare l’organo la domenica, quando suo padre gli lascerà il posto da maestro del coro, si muovono irrequiete. Mi restituisce lo sguardo, occhi chiari, in altri altrettanto limpidi.
«Certo che no e questa tua mancanza di fiducia in me, mi spezza il cuore.»
Ride.
«Tu non lo hai un cuore, solo pestello e mortaio. Va bene, visto che la tua memoria funziona a dovere, me ne vado e ti saluto. Non fare tardi, ma viste le tue attuali condizioni, direi che sei già in ritardo.»
Corre via, con gli zoccoli che sbatacchiano sulla strada al ritmo della sua risata e io resto qui, a domandarmi dove va, se dovrei andarci pure io, cosa sa lui che non ricordo. Accidenti alla mia testa impegnata in misure e quantità, erbe secche e nuove.
«Caterina, ma cosa fai ancora così conciata! Sarà qui a momenti, dovresti già essere in piazza, o almeno sulla via.»
«Enza, ma di che parli?»
«Del nuovo parroco, sciocca. Sbrigati, non vorrai essere l’unica a mancare al suo arrivo. Mövess tusa, muoviti ragazza!»
Mi era del tutto passato di mente. Il mese scorso il nostro amato prete, don Gaetano, si è spento all’incredibile età di ottant’anni. Molti, qui in paese, sono stati battezzati e accompagnati nell’ultimo viaggio da lui; tutti gli altri, come me, conoscevano una sola figura spirituale, la sua, da sempre. Perderlo è stato un freddo bagno di consapevolezza della morte e i giorni dopo il funerale sono stati un concentrato di incertezze. Le funzioni le celebrava il prete del vicino paese di Pellio, ma non erano né regolari né con gli orari di prima. Oggi avremo un nuovo parroco, non posso mancare al primo saluto.
Rientro in casa e la trovo vuota: di certo mio padre, con il nonno, è già uscito. Mi avranno anche avvisata, ma con l’attenzione altrove avrò perso saluto e richiamo.
Un cambio d’abito veloce, una sciacquata a mani, viso e collo e sono di corsa sulla strada. Trafelata, arrivo all’appuntamento, dove si è raccolto tutto il paese, intorno a un carretto già fermo. Ho ancora in mano il fazzoletto, col quale dovrei coprirmi la testa, e invece i miei capelli lunghi e sciolti mi volano dietro le spalle sussultando a ogni passo.
Nessuno nota il mio arrivo per nulla sobrio e inappuntabile, tranne una persona, che svetta sulla folla per altezza e prestanza. Biondo, serio, vestito di una tonaca del colore delle ali dei corvi dove il colletto bianco sembra vibrare nella sua tonalità pura, dove la luce del sole lo accende.
Il rumore dei miei passi lo ha distratto dalla gente festante. Subito i suoi occhi si puntano su di me, scuri, accusatori. È un muto rimprovero quello che mi riversa addosso, eppure non potrebbe essere più potente e diretto di un insulto gridato.
Il fiato mi si spezza, il passo incespica e mi fermo, poi indietreggio, colpita da un timore irrazionale, da un senso di colpa spropositato.
Non vedo calore, né amore, non avverto la gioia di essere in un posto nuovo tra paesani felici, per portare la parola del Signore, il conforto della fede. In un istante percepisco il suo rigore, la rettitudine, la distanza. Ho appena infranto la sua idea di perfezione terrena.
Non è un inizio di buon auspicio. Non so che il peggio deve ancora arrivare, ma ne avrò un assaggio nella prima messa, che si svolge poco dopo l’arrivo.
La chiesa è stata pulita da cima a fondo da noi donne, le più creative poi si sono prodigate in addobbi floreali dai mille colori e profumi. I petali setosi sono lucenti, sgargianti e rendono allegro l’ambiente raccolto, delle dimensioni appena bastanti ad accogliere la comunità. Il nostro organo, di certo l’arredo più bello e prezioso, emette una melodia incantevole sotto la guida del padre di Pietro. Il gruppo corale sta facendo del suo meglio, regalando una delizia per le orecchie, eppure, quando l’officiante prende la parola, il volto a stento maschera un’espressione di disgusto: «Vanità. Esteriorità. Superbia. Mancanza di controllo, di disciplina, di timor di Dio.»
Non ho mai sentito una tale apertura. Non un saluto, neppure il suo nome. Le prime parole sono un elenco di peccati.
«Quando ho ricevuto il mandato per venire nella vostra parrocchia, mi avevano detto che avrei potuto incappare in alcuni problemi legati alla fede e al decoro, ma mai la mia immaginazione avrebbe potuto arrivare a tanto. Dov’è la purezza, la modestia, il pentimento di un animo contrito? Qui vedo iniquità, sfarzo e spreco. Fiori che non servono a lodare il Signore, ma a graziare i vostri occhi. Bocche che innalzano inni alla propria bravura, di donne e di uomini insieme, non pudicamente separati. Musica, estratta da uno strumento costoso, che toglie forza alle opere di bene e inorgoglisce. Giovani ragazze che corrono, a capo scoperto, affannate, senza modestia o timore, prive del giusto accompagnamento ed esempio.»
È per me, l’ultimo rimprovero: nessun dubbio. Ad aggiungere forza alla certezza c’è il suo sguardo, che mi ha cercata, braccata, attraverso la navata, finché mi ha trovata e inchiodata alla mia colpa.
«Peccato, una pericolosa deriva della fede che sono chiamato a fermare prima che divenga eresia. Troverò altro? Prego di no, ma non chiuderò gli occhi, sappiatelo. Ho un ufficio: lo compirò. Ho un dovere: lo rispetterò. Sono Padre Giorgio, inquisitore per grazia di Dio e Santa volontà di Papa Clemente XI. Affidatevi, lasciatevi guidare e, forse, riuscirete ancora a salvarvi.»
Abituati alla dolcezza di don Gaetano, ai cortesi rabbuffi ai nostri comportamenti più che a vere e proprie prediche, coi discorsi che si attorcigliavano e perdevano, soprattutto negli ultimi anni, rimaniamo sgomenti di tale veemenza. Talmente sorpresi da dimenticarci di abbassare la testa, lo fissiamo con sguardi perplessi, guadagnando nuove sferzate verbali.
«Non avete un po’ di decenza! La imparerete. Che il coro si sciolga, uomini andate a sedervi. Donne, togliete i fiori e accumulateli fuori. Subito!»
Il primo fuoco è divampato. Mentre i fiori bruciano, torcendosi, i nostri cuori sprofondano nel petto, chiudendo la gioia in una stanza buia, inaccessibile. Non è possibile che padre Giorgio sia giunto da noi per caso, per veggenza da parte del Papa... Qualcuno ci ha denunciati.
Non siamo un paese modello, ci sono piccoli problemi, incomprensioni e litigi, ma non manca mai una parola di conciliazione, una mano che si tende nel momento del bisogno. Siamo uniti e nelle difficoltà di una zona montana che non perdona l’errore e la leggerezza; la nostra coesione ci ha sempre portato fuori dalle tormente, in una relativa serenità.
«Come San Giorgio schiacciò il drago, trafiggendolo con la sua lancia, io vi purificherò dal diavolo. Che Dio abbia misericordia di voi.»
Con queste parole, di promessa e sentenza, torniamo a casa. Annullati i sorrisi, i passi baldanzosi si fanno pesanti.
Senza accordarsi, quasi rispondendo a una muta richiesta di sostegno, Pietro e suo padre, il maestro Alfredo, Enza la sarta e Angela la levatrice, entrano uno alla volta nella nostra bottega, dove ho aiutato mio padre a condurre il nonno, incerto sulle gambe, subito dopo la strana messa.
Seduti intorno al tavolo, Carlo, il più anziano tra quelle quattro mura, prende la parola con voce limpida e pensiero lucido: «Lo sentite?»
«Cosa papà? Non sento nulla.»
«Esatto. Un giorno che avrebbe dovuto essere di festa, è silenzioso come un cimitero di notte. Siamo tornati a casa, spaventati come topi nel rifugio. Alcuni sono qui; di certo altri, come noi, saranno insieme e parleranno. Le menti più semplici non faranno altro che aumentare le paure. I vigliacchi, con l’astuzia che li contraddistingue, non ci metteranno molto ad andare dove tira il vento, dove c’è minor rischio, ora di domani mattina saranno alle spalle dell’inquisitore, a recitare preghiere e farsi delatori a comando. I dotati di ingegno devono invece prepararsi e prendere decisioni.»
Pietro scuote la testa e si intromette nel discorso: «Nonno, non posso pensare che ci sia da aver timore. Quel prete è inquietante, rigido, ma secondo me è tutto parole, buono a bruciare qualche fiore e basta. Siamo una comunità unita, numerosa, che mai può fare uno da solo, anche se ha l’autorità del Papa? Anzi, tempo un mese e vedrai che lo avremo conquistato e la domenica canterà meglio e più degli altri.»
«Sei giovane e sciocco, ottimista per natura. Quello ha il carisma dei profeti. Ti metteresti mai davanti a un cavallo imbizzarrito?»
«No, certo, ma che c’entra? Correrei via.»
«L’inquisitore vede solo colpa e peccato. I suoi occhi hanno così tanto rimirato il divino che nulla qui gli sembrerà adatto. Non vedrà bontà, né ragione, andrà per la sua strada e dietro lascerà macerie. Non di pietra, ma di carne.»
Ascolto mio nonno, le mani strette in grembo. È saggio, ha vissuto, ha sempre avuto uno sguardo acuto sulle cose, vede avanti, dove nessuno di noi può nemmeno immaginare di andare e, sopra ogni cosa, conosce l’animo degli uomini.
Alfredo lo interroga: «Cosa consigli?»
«Due cose: proteggere le donne e prepararci a chiedere aiuto. Dobbiamo entrare nello specifico. Angela, mi spiace, ma il tuo mestiere ti espone.»
«Carlo, che intendi? Sono sempre stata una buona cristiana. Aiuto le donne a far nascere i bambini, cosa c’è di maligno in questo?»
«C’è che a volte i parti vanno male: muoiono i bambini, a volte le madri, altre volte entrambi. La gioia della nascita viene spazzata via dal dolore della perdita e si cerca un colpevole. Non dirmi che non hai mai dovuto difenderti da accuse!»
«Sì, a volte si dicono parole grosse, ma è la disperazione a parlare. Non posso tutto, ma offro il mio meglio. Si accetta la volontà di Dio e si va avanti, come è sempre stato.»
«La disperazione diventerà denuncia e non sarai una donna che ha fatto il possibile, ma un strega serva del demonio, che ha sacrificato delle vite a Satana.»
Parole spaventose, che suscitano scenari di torture, processi e roghi. Qui siamo stati al riparo, ma voci terribili sono giunte da lontano e anche noi conosciamo le azioni dell’inquisizione.
«Cosa pretendi, Carlo? Che mi neghi? Che mi nasconda, la prossima volta che una donna entra in travaglio e il marito mi chiama? Sono una levatrice, come mia madre e sua madre prima di lei. È l’unica cosa che so fare. Mi ricorda ciò che sono e ciò che è la mia famiglia, proprio come voi che siete erboristi. Andrò avanti. Che il prete si muova come crede, non mi spaventerà, non mi piegherà, perché non faccio nulla di male.»
Fiera, coraggiosa, leale. Angela è questo e altro ancora, un’amica sincera, una donna di cuore. Mi viene istintivo abbracciarla, farle sentire la mia vicinanza. Sono parole che mi riscaldano, le sue, ma quelle che pronuncia il nonno subito dopo mi ghiacciano. 
«E sarai tra le prime a cadere. Pensa, ragazza, ragiona. Da morta non servirai a nessuno. Non posso obbligarti, ma prometti che ci mediterai, che quando le cose si metteranno male, non rinuncerai alla fuga.»
«Papà, perché dici quando e non se
«Perché è già successo e capiterà ancora. Perché l’uomo è un lupo tra gli uomini e le donne sono prede. Per questo ora parleremo di Caterina.»
Lo guardo. Scuoto la testa. 
«Io? Curo le erbe dell’orto come mi ha insegnato papà, preparo oli, pomate, polveri sotto la tua supervisione, faccio saponette e profumi portando avanti la memoria di mamma. Non c’è niente di cattivo in questo. Sì, sono più ribelle e libera rispetto alle mie coetanee, mi avete abituata alla curiosità, istruita e continuate a farlo, ma di sicuro il prete non può trovare il demonio in questo.»
«In un mondo migliore, certo, nipote mia. Nel mondo di domani forse, ma oggi no. Sei troppo
«Troppo? Nonno, dai, mi fai ridere. Che significa troppo?»
«Troppo intelligente, sapiente, giovane, bella. Non scuotere la testa. Anche la bellezza può essere una colpa, tentazione per chi non si domina, per chi vorrebbe, ma non può. Retaggio di Eva che ci ha condannati a perdere l’Eden. Irraggiungibile lei, presenti voi, le sue figlie: siete quelle che pagano.»
«Che fate allora, la nascondete in cantina? L’ha già vista il prete biondo, ho riconosciuto lo sguardo: l’ha segnata. Quindi?»
Carlo ascolta le parole di Enza e risponde: «Da oggi, per tutti e se viene qui l’inquisitore, perché questo è, non un prete qualunque, Caterina farà solo saponi. Basta profumi, basta anche saponette vezzose, alla camomilla, lavanda, rose o altro. Saponi semplici, magari grezzi, ma umili. Non ti azzardare a prendere mortaio e pestello: tu non fai medicamenti, non dai consigli, dimentica di sapere riconoscere i numeri e di leggere. Ti leghi i capelli, li copri con un fazzoletto nero ogni volta che metti piede fuori di casa e solo se tuo padre ti accompagna, o Enza che, coi vantaggi dell’età, può essere considerata degna di preservare la tua virtù. Pietro, se la vedi per strada, al massimo ti levi il cappello, non la chiami, la saluti solo con un cenno del capo, o non fai proprio nulla. Capito?»
«Sì» diciamo attoniti, ma il nonno non ha finito.
«Se le cose si mettono al peggio, le donne devono prepararsi a scappare. Il luogo migliore credo sia la zocca, sopra Schignano. È scomoda da raggiungere, abbastanza lontana da qui, perfetta come rifugio.»
Finita la riunione, ci lasciamo così, mesti e silenziosi, preoccupati, ma con un piano stabilito, da seguire. Non mi sento di condividerlo appieno, di certo anche altri come Pietro e Angela hanno delle perplessità, ma il nonno ha parlato e da sempre la sua è l’unica voce che si ascolta.
L’ingenuità, l’inesperienza, mi fa essere speranzosa, mi chiude lo sguardo tacitando la ragione. Se una cosa non l’hai provata non la capisci, non la insegni, non la sai prevedere.
 
Ho imparato.
 
Il sospetto ha sostituito l’unione tra i paesani. Se prima litigavi col vicino, magari ci facevi a pugni, gli urlavi contro, chiedevi a qualcuno di decidere chi avesse ragione. Adesso lo denunci come eretico o dici a tutti che sua moglie è una strega e che ti ha fatto il malocchio. Ha fatto così il sindaco, quando la cataratta gli ha offuscato lo sguardo: ha accusato una ragazza molto più giovane di lui di averlo maledetto, dopo che si era rifiutata di diventare la sua seconda moglie.
I canti che accompagnavano il lavoro al pascolo o nei campi sono finiti. Non manca chi sente una canzone e, per mettersi al riparo e farsi vedere puro, corre dall’inquisitore a raccontare di riunioni nei boschi, di balli senza vestiti sotto le stelle. Si cercano i colpevoli, no, le colpevoli e le si trova, indicando un neo sulla pelle, magari vicino al seno o sulla coscia, simbolo del bacio del diavolo durante amplessi schifosi.
Le messe vengono iniziate con controlli accurati. Se non si nota una riga scura sotto i polsini delle camice, ai lati del collo, sopra le ginocchia, significa che si sono toccate parti impure durante la pulizia. Si viene puniti, tradotti in stanze sotto la canonica. Gli uomini ne escono con qualche colpo, un’ammenda, l’ammissione della colpa e la richiesta di perdono. Le donne, con i piedi rotti, le gambe spezzate, le dita schiacciate.
Angela è morta.
La moglie del fabbro è spirata nel tentativo di far uscire il secondo bambino di un parto gemellare prematuro e inaspettato, portando con sé il figlio. Il fratello, nato prima, era comunque troppo piccolo per sopravvivere: dopo un paio di giorni li ha seguiti ovunque vadano gli innocenti nell’ultimo viaggio.
La levatrice si è presa la colpa e ha subito uno dei tanti processi farsa, dove l’imputata non può parlare, non ha nessuno che la difenda e può solo ascoltare mentre viene illustrata alle persone la sua collusione col demonio, dove una moglie devota e due bambini sono stati sacrificati per ottenere bellezza e fortuna.
Angela è stata bruciata.
Ha pensato di aiutare, di non abbandonare. Ha creduto che le cose non potessero andare così male, che nessuno sano di mente sarebbe arrivato a tanto, che la comunità che le si è sempre stretta accanto con affetto e gratitudine l’avrebbe protetta. Ha sperato che uno, non potesse valere come molti.
Angela è stata la prima.
Ottantasei donne, diciannove uomini, sarà il conteggio finale, ma lo saprò dopo, perché quando lei è stata presa, io sono scappata, insieme a poche altre, per raggiungere Schignano e salire alla zocca.
È andata bene per un po’, poi la peste chiamata Giorgio è dilagata oltre Laino, ha infettato altri paesi e non è sfuggita la comunità sempre più nutrita di donne che stava là.
Sono arrivati, improvvisi come un temporale, come solo in montagna sanno arrivare in fretta. Non tutti però sono stati contagiati dalla follia, le persone buone ci sono sempre, in ogni situazione e nelle difficoltà le riconosci. Ci hanno avvertite, in tante siamo scappate disperdendoci. Altre stanche, sono rimaste.
Sono state prese.
Bruciate.
Prima accendevi un fuoco e l’aria si profumava di pino.
Ora accendi un rogo e l’aria puzza, si fa spessa, serra la gola, scende nei polmoni e resta lì, a ricordarti la colpa dell’omicidio o di essere ancora viva.
Rimarrà nella storia il fatto della zocca. Un giorno le cambieranno nome, sarà la Zoca di Strii, la conca delle streghe.
È tempo di tornare al momento presente, a seguire una processione che porta un uomo legato.
 
 
Capitolo tre
 
Anno Domini 1706
 
Ho rivissuto gli anni passati, percorso gli eventi. Sono passata di nuovo attraverso il fuoco dei roghi, i sentieri delle fughe. Mio nonno, nel discorso di quel primo giorno, mi aveva detto che ero bella. Adesso non lo so, non ho modo di saperlo. Le privazioni sono state tante, quelli che porto non sono gli abiti che avevo, non sono nemmeno miei, e le loro condizioni lasciano a desiderare. Mi coprono e tanto basta. Non ho voglia di scoprire come sono diventata. Essere ancora qui, a seguire questa giornata che reca in sé un portento, positivo o negativo, è l’unica cosa che conta.
Ho capito dove stanno andando le persone col loro carico.
Sono diretti all’orrido sull’Ino, il fiume che, passando per il paese, gli dà il nome: Laino, là dove passa il fiume Ino.
Non capisco. Perché andare in quel posto? Eppure la via che hanno imboccato conduce lì senza dubbio.
È luogo di burroni, di scarpate. Nei secoli il fiume si è ridotto, ma un tempo doveva essere forte e molto più veloce. Ha inciso il terreno, con pazienza la pietra ha ceduto il passo alla sua tenacia e si è formato lo stretto canale, dalle rive scoscese, che chiamiamo orrido. È una gola buia, umida, profonda. Fa paura a guardarla dal basso, dall’acqua verso l’alto. Terrorizza rimirare il fondo, un salto verso l’abisso, il fiume e le rocce che affiorano.
La processione si ferma prima del ponte che scavalca il vuoto e conduce ai pascoli alti.
I portatori si liberano del carico.
Da dove sono non vedo quello che fanno, la portantina poggia a terra e la mole delle persone intorno mi preclude lo sguardo.
Non si è mai fermato il rosario, hanno scandito i loro passi con le preghiere che ora sono sottofondo per tutto quello che hanno deciso di fare.
Cerco e trovo una posizione migliore per seguire la scena, restando comunque isolata rispetto al gruppo. È da sola che lo vedo, lo scopo e l’epilogo di questo viaggio, ma non credo che avere accanto qualcuno diminuirebbe l’impatto della scena.
Alcuni uomini sollevano l’inquisitore e lo gettano nel vuoto.
Senza esitazioni, un gesto fluido, consapevole e definitivo.
Urla, padre Giorgio, vorrei tapparmi le orecchie, ma sono pesanti le mie braccia. Troppo presto il grido si interrompe, di colpo.
Finiscono anche le orazioni e c’è solo un vago rumore d’acqua che sale dal basso, si rinforza sulle pareti dell’orrido e porta tra noi un mormorio indifferente.
Due persone si staccano dal gruppo e si dirigono verso di me.
Sono uomini, ma solo quando sono abbastanza vicini li riconosco. Loro al contrario devono essere stati coscienti della mia presenza, perché si muovono sicuri. Mio padre e Pietro.
Mi abbracciano e mi conducono verso casa. Altri andranno a dire alle donne nascoste di tornare: è finita la caccia alle streghe con la cacciata del diavolo. Non colui che sono state accusate di adorare, ma quello umano, biondo, che nella promessa di salvarci ci ha uccise.
 
Pian piano è tornata la normalità nel paese e in quelli che hanno contratto la stessa follia. I delatori, colpevoli quanto l’inquisitore, ai miei occhi, se ne sono andati. Alcuni hanno chiesto perdono prima, altri hanno fatto i bagagli nella notte e semplicemente non ci sono stati più.
Eppure qualcuno non ha capito, non ha imparato e ha riprovato a far nascere un nuovo orrore.
Dopo un paio di mesi è giunto un altro prete. Non si sa da dove, non si sa chi lo ha chiamato, perché noi eravamo soddisfatti delle messe irregolari e delle prediche distratte di don Franco, che arrivava da Pellio quando poteva e se si ricordava.
L’uomo del Papa ha chiesto notizie di padre Giorgio, dove fosse, dichiarando di essere venuto per aiutarlo nella sua missione di fede, contro l’eresia e soprattutto il dilagare della stregoneria, dopo i preoccupanti rapporti ricevuti.
Non ci sono stati rosari né tempo perso. Gli uomini hanno mostrato a questo nuovo inquisitore dov’era finito il precedente. Un trattamento poco rispettoso, ma definitivo, chiara espressione del nostro pensiero riguardo alla loro gestione della fede. Non mi ricordo come si chiamasse, o forse non ha fatto nemmeno in tempo a dircelo.
Non ne sono arrivati altri.
Noi montanari siamo come i monti che ci circondano. Solidi, avvezzi alle asperità. Duri, ma capaci di insospettabili gentilezze. Diversi dagli altri, abituati alla solitudine. A volte buoni, a volte cattivi. Sappiamo sopportare, non ci piacciono i cambiamenti e ci adattiamo con il tempo. Siamo lenti anche nel prendere decisioni, ponderiamo e meditiamo, molti scambiano questa lentezza per stupidità e ci sottovalutano. A un tratto agiamo, e siamo come una valanga: inarrestabili e severi.
Non perdoniamo, ricordiamo e andiamo avanti.
Le vicende dolorose che ci hanno segnati e il loro finale ci ha fatto guadagnare un soprannome di paese. Ora siamo i maza prevat, gli ammazza preti.
Con noi non si scherza, ci considerano un po’ matti, forse hanno ragione, ma ci lasciano in pace.
Ora voglio solo vivere. 
Sono Caterina, l’erborista di Laino, il paese dei maza prevat.

The end

Che dire, cara Tatiana... Brava! 




Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle



 





mercoledì 7 dicembre 2022

Numero 419 - Finale di Masterbook! Votate gli incipit - 7 Dicembre 2022


Ormai ci siamo.

Il momento della finale del Masterbook è arrivato.

Quattro finalisti si giocano il titolo. Dovevano scrivere un racconto di 5000 parole, suddiviso in tre capitoli, che comprendesse anche dei dialoghi diretti.

Giovedì 15 dicembre, nella diretta su Facebook dalla Pagina di Edizioni Convalle, alle ore 21, sapremo chi avrà vinto!

La giuria tecnica è già al lavoro.

Ma ora tocca anche a voi, cara giuria popolare, votare per eleggere il concorrente che vi avrà colpito di più col suo racconto.

Per ragioni di lunghezza, posterò in questo numero del Blog solo il primo capitolo di ognuno.

Dovrete votare i vostri TRE incipit preferiti scrivendo una mail a steficonvalle@gmail.com per comunicarmi la vostra votazione, aggiungendo anche una breve motivazione per ognuno dei tre voti.

NON SARANNO PRESI IN CONSIDERAZIONI VOTI ESPRESSI NEL BLOG.

Il voto è segreto, anche per mantenere una certa attesa ;-), e ogni concorrente dovrà mantenere la riservatezza assoluta sul proprio testo, pena l'esclusione dalla gara

In sintesi: i concorrenti non possono dire ad amici e parenti di votarli ;-) sarebbe altamente scorretto.

Durante la diretta di giovedì 15 sapremo anche quale sarà stato il concorrente più votato in base all'incipit postato qui.

Posterò gli incipit in ordine di arrivo a me ed esattamente come mi sono giunti. Nessuna correzione da parte mia.

E quindi, si parte!

Leggete attentamente, e poi votate votate votate.

Le mail con i voti dovranno arrivare ENTRO giovedì 15 alle ore 12.

Vinca il migliore!


CONCORRENTE UNO


I MAZA PREVAT
 
CAPITOLO 1
 
Anno Domini 1706
 
Non so cosa mi abbia spinta a tornare, a lasciare il mio rifugio e le altre donne, per essere qui, oggi, al paese. Sono consapevole che non è sicuro, eppure ne ho sentita la voglia, la chiamata, come se fosse necessaria la mia presenza.
Un anno di esilio forzato, in cattività, di continue fughe tra una cascina malandata e un alpeggio vuoto, tra una grotta fredda e una stalla di fortuna, oppure un prezioso pavimento davanti al camino di chi, coraggioso, per una notte ti apre le porte. Questi eventi hanno cambiato e offuscato me, ma i ricordi sono netti e chiari.
Le strade, fatte di ciottoli, sono quelle di prima, forse più sporche, con la neve che si scioglie e rende tutto bagnato. Le case, strette le une alle altre, a sostegno, per contenere il calore dei magri fuochi all'interno, hanno gli usci sbarrati. Sembra un paese fantasma. No, mi sbaglio, è un abitato in attesa. Di cosa?
Le campane della chiesa risuonano, spezzano il silenzio e mi indicano la via. L'edificio del culto è un po' discosto dal paese, non al suo interno, ma defilato a margine. È una caratteristica dei luoghi di qui: da una parte la vita umana, unita e stretta intorno alle botteghe; più in là il divino, raggiungibile solo camminando per una strada precisa, separato eppure sempre visibile. O siamo noi a essere sempre sotto i suoi occhi? È rispetto, questo mettere le chiese da sole, metafora del viaggio da compiere per arrivare alla perfezione di chi rappresentano, o timore e diffidenza? Prima dei fatti di cui sono stata testimone e vittima, vi avrei risposto che era un modo per onorare Dio: scegliere il luogo più bello, in alto, con la vista migliore, o più tranquillo, sereno. Raggiungere la chiesa era un lasciarsi alle spalle le preoccupazioni, per riunirsi con gioia e cantare al Signore, ma ora tutto questo non c'è più.
Le campane continuano a scandire i loro rintocchi. Mi avvio, non direttamente, no, i miei zoccoli sui ciottoli farebbero rumore, amplificato dalle mura delle case. Passo tra le piante, gli arbusti, i piccoli campi a margine, memore della mia condizione, avvezza al pericolo, dimentica della pace.
Nel prato antistante la chiesa, dove in un'altra vita si faceva festa insieme, la neve è bucata da spazi vuoti, neri, di legni bruciati.
Ho i brividi. Non per il freddo, a quello sono abituata, lo accolgo con gratitudine, perché l'alternativa non sarebbe meglio, ma per la consapevolezza di quel che rappresentano quegli sfregi nel manto immacolato.
Più vicina, trovo riparo dietro un'edicola, al suo interno una scena della Passione. Faccio una smorfia, mi sembra quanto mai indicata. Lo so bene quanto stiamo soffrendo e da quando.
Non riesco a credere alle mie orecchie. Sotto lo scampanio disperato che proviene dal campanile, sento chiare le voci di un canto femminile, di tante donne, accompagnate dalle note profonde degli uomini e, non mi sbaglio, le note dell'organo.
Sgrano gli occhi, mi pizzico incredula. I canti sono stati tra le prime cose vietate, negate. La musica dell'organo zittita subito dopo. Non più modi di ringraziare, ma simboli di superbia, di orgoglio. Solo fedeli penitenti, consapevoli della loro fallibilità, supplici, questo dovevamo essere: certi del castigo, immeritevoli del premio, ubbidienti per tentare un'ammenda.
Le note dello strumento sono sgraziate, lo percepisco anche attraverso il muro di pietra e suono che le accompagna. Incerte, graffiano più che accarezzare. La polvere depositata nelle canne, la mancanza di cure nel tempo del non utilizzo, fanno boccheggiare l'organo, come qualcuno ormai annegato che spezzi il pelo dell'acqua e azzanni l'aria. È una musica violenta, come il canto che è rabbioso, urlato. Non c'è armonia, non c'è felicità, solo rancore.
Immagino le teste non più chine, ma sollevate, orgogliose. Le bocche aperte a testimoniare il diritto di essere. Uomini che avevano ancora un po' di libertà, insieme a donne oppresse e guardate con sospetto. Cosa sta succedendo in questa chiesa, cosa ha scatenato quest'inno alla ribellione?
D'improvviso il portone si spalanca e il suono si riversa fuori, irruente. Mi aspetto di vedere la gente correre, folle, ma rimango delusa.
Il canto si spegne, come se fosse volato via, mentre le code della melodia si abbassano e scompaiono. Anche le campane si sono zittite, me ne rendo conto solo ora. Questo silenzio è peggio. Prima, nel suono, avvertivo una scelta, una posizione ancora da prendere. Ora è qualcosa di terribile. Non una minaccia, ma una decisione. Ferma. Ineluttabile.
Un mormorio. Raggiunge l'ingresso con le prime persone. Vestite di nero, rigorose, le donne avanzano e recitano la prima parte del rosario:
«Ave, Maria, grátia plena...»
Dietro vengono gli uomini, abiti scuri senza scampo, recitando la seconda strofa: «Sancta Maria, Mater Dei...»
Guardano avanti e camminano. Mi chiedo dove vadano, quando lo sguardo viene richiamato al portone, dal quale esce la portantina della Madonna, quella usata per le processioni, quando potevamo farle. Sostenuta da otto uomini, divisi in quattro gruppi di due a reggere le barre, giunge nella grigia giornata di marzo. Non c'è la statua delle Vergine sopra, ma una figura distesa, bloccata da corde che l'avvolgono e girano sotto la portantina.
Mi sporgo, incurante, per cercare di capire chi sia. Non temo di essere vista, sono tutti così concentrati e tesi al misterioso obiettivo, che la mia presenza non riveste importanza.
Sono i capelli biondi, così chiari da essere prossimi al bianco, a dirmi chi è il prigioniero: è l'inquisitore, l'angelo freddo e insensibile, impossibile da imitare e accontentare, che ha gelato le anime bruciando i nostri corpi.
Gira il volto verso di me, i suoi occhi castani, di un colore così caldo, ma capaci di tanto sorprendente disprezzo, sembrano fissarsi nei miei.
Mi accusa quello sguardo, lo fa dal primo giorno e io, di nuovo, senza motivo e senza comprendere, mi ritraggo facendo un passo indietro.
Il corteo si allontana, come una freccia scoccata dall'arco che può solo raggiungere la sua meta, portando via l'inquisitore domato.
Non so dove vogliano andare, che cosa abbiano intenzione di fare.
Li seguo. Devo sapere e, mentre cammino, il pensiero va indietro negli anni, riavvolge le immagini veloce, per rallentare in quel preciso giorno, quando tutto è cambiato. Una morte aveva chiuso un capitolo e un arrivo ne aveva iniziato un altro, del tutto diverso.
(Continua)

CONCORRENTE DUE

VIAGGIO NELLA MENTE

 CAPITOLO I

La sala di attesa era avvolta da una gradevole penombra che sembrava avesse il precipuo scopo di distendere i nervi e predisporre l’umore al dialogo. Sedeva sul divanetto in velluto verde con la testa sostenuta dalle mani, mentre i gomiti poggiavano in modo sempre più pressante sulle sue ginocchia, vagando meditabondo ormai da una decina di minuti nell’oceano dei propri pensieri.
- Avvocato Maestrelli? Si può accomodare, il professore si è liberato. -
La voce squillante della segretaria del preclaro psichiatra lo raggiunse nell’istante in cui si trovava assorto nella contemplazione di un grande stampa, posta sulla parete dinanzi a lui: si trattava della riproduzione del quadro di Van Gogh intitolato Barche da pesca sulla spiaggia di Saintes. Si riscosse bruscamente.
- Oh grazie…, arrivo. -
La stanza dell’anziano terapeuta era arredata con cura, seguendo uno stile tradizionale ma non austero, probabilmente volto a indulgere i pazienti a una equilibrata ambientazione. L’immancabile lettino in pelle scura campeggiava di fianco alla scrivania dell’esimio docente e a Gabriele Maestrelli sembrò che quel sedile lo stesse aspettando da tempo e che lui fosse giunto a quarantasette compiuti lottando con tutte le sue forze per evitare di adagiarcisi. Chissà.
Dopo qualche breve convenevolo, il Professor Burchianti lo fece finalmente distendere e proruppe con voce pacata ma risoluta:
- Avanti Avvocato, tragga un bel respiro e poi inizi col raccontarmi ciò che la turba, cominci pure da dove desidera, l’ordine temporale non conta, contano solo i fatti. Proceda pure l’ascolto. –
L’Avvocato Maestrelli, allora, vinto l’imbarazzo cominciò.
- Innanzitutto, Professore, tengo a precisare che è la prima volta in tutta la mia vita che mi rivolgo a uno psichiatra. –
- Tutti abbiamo bisogno di aiuto presto o tardi, non lo sa? –
- Sì ma non necessariamente questo genere di aiuto. O almeno io pensavo di non averne bisogno. Sono un civilista e mi occupo di fallimenti e procedure concorsuali. Ho all’attivo numerosi successi professionali, sono sempre stato un uomo che si è conquistato tutto con le sue sole forze sa, non provengo insomma da una dinastia di legali come tanti miei colleghi. Fin da giovane, avendo perso presto i genitori, mi sono assunto grandi responsabilità, non mi fa paura niente e ce l’ho sempre fatta, cavandomela a testa alta. Ma questa donna mi ha messo davvero kappao e sono qui, ora che è finito tutto, per capire cosa mi è accaduto.  –
- Da quel che mi dice forse ha preteso troppo da se stesso. Non siamo invincibili. Ognuno di noi ha diritto ad accettarsi nelle proprie fragilità. Comunque, prosegua in tutta tranquillità. –
 
Iniziò tutto per caso. Gabriele Maestrelli viveva da quattordici anni assieme alla moglie in un quartiere periferico della città, praticamente sin da quando si era sposato. Un matrimonio d’amore, il loro, dal quale non erano nati figli ma che si era tuttavia strutturato all’ insegna del rispetto e della condivisione costante di ogni esperienza di vita. Roberta era una donna mite e tranquilla, anche se decisamente fredda e spesso assente emotivamente rispetto all’approccio vivace ed entusiasta che aveva lui nel modo di condurre l’esistenza. Comunque, tra alti e bassi erano sempre riusciti a non cadere, mantenendosi in equilibrio sul filo della quotidianità composta di compiti da correggere, essendo lei insegnante di lettere e atti da redigere e consegnare agli ufficiali giudiziari lui, dirigendo appunto da solo lo studio legale di cui era titolare.
Giunse il 2020, lo spartiacque dell’esistenza mondiale, ma anche il grande punto di svolta nelle vite di ogni singolo individuo. La pandemia infatti, con i suoi tentacoli sinuosi strinse nella morsa della paura dell’isolamento forzato chiunque, generando solitudine e obbligando ciascuno alla prova più dura: l’esame della propria dimensione introspettiva. Ebbene, Gabriele Maestrelli ne uscì sconfitto. Si era sempre ritenuto un uomo forte, amava definirsi un resiliente, invece il distanziamento sociale, la clausura e il timore diffuso, lo costrinsero a fermarsi e a ripensare alla sua vita. E si scoprì solo, vulnerabile e bisognoso di attenzioni. Roberta era sempre lì con lui, ma dava per scontate troppe cose e tutto quello che fino ad allora anche a Gabriele era sembrato naturale o che in ogni caso aveva accettato rimettendosi senza fiatare, adesso iniziava a pesargli come un macigno provocandogli un sempre più pressante desiderio di calore umano, intriso di vivo interesse, di accesa attenzione, di ardente apprezzamento. In poche parole, la vanità personale batteva cassa alle porte della coscienza dell’avvocato: ebbene, la dottoressa Manuela Lodovici rappresentò la risposta a questo suo bisogno inespresso.
Ma a quale prezzo?
L’aveva conosciuta a causa del suo lavoro, essendo lei dottore commercialista, curatrice fallimentare di molte procedure concorsuali di cui si era occupato. Lo aveva notato da tempo, ben prima del dilagare pandemico. Gli aveva messo gli occhi addosso proprio come sanno fare le donne quando vogliono qualcuno, o meglio nel caso di specie, quando intendono ottenere qualcosa da qualcuno. Iniziò con fare discreto a contattarlo dietro giustificazioni lavorative, sempre con modi eleganti ed estremamente gentili. Cominciò così una vivace frequentazione costituita da messaggi in chat e brevi appuntamenti per un drink presso il bar del tribunale in un clima che si andava facendo sempre più disteso e appagante. Per ogni dubbio giuridico più disparato, Manuela si rivolgeva a lui, chiedendogli lumi, conferme, spiegazioni e l’avvocato Maestrelli – immancabilmente - non disattendeva mai ad ogni richiesta della giovane contabile, lieto di venirle in soccorso. Sì, perché il punto debole di Gabriele era sempre stato la percezione di non essere apprezzato abbastanza, lei lo aveva capito e stava iniziando a tessere la sua tela donandogli apparentemente proprio tutta quella attenzione e stima di cui lui sembrava essere orfano da tempo. E così entrarono in confidenza. Il loro rapporto si sviluppò attraverso una stimolante amicizia, contraddistinta da un numero sempre più crescente di messaggi istantanei con le applicazioni più diffuse la quale non fece che accrescere in maniera esponenziale la necessità per l’avvocato di avere un confronto quotidiano con Manuela. Poi lei iniziò a cercarlo anche al di fuori dell’orario di lavoro, magari dopo cena, attraverso una sequela indefinita di vocali o comunicazioni in chat sui temi più vari, ai quali Gabriele rispondeva sempre con vivo interesse e con entusiastica sollecitudine. Gli era capitato di avere rotto con diversi amici recentemente perché aveva il brutto vizio di dire in faccia alla gente ciò che pensava e perché non amava piegarsi mai al compromesso della falsità, così la frequentazione con la giovane commercialista gli sembrò uno spiraglio verso l’opportunità di una nuova conoscenza e magari anche verso l’instaurazione di una sincera amicizia.

Finalmente una persona onesta e leale, con cui posso aprirmi e parlare di tutto.

Era sempre più convinto di questo, l’avvocato Maestrelli. E di conseguenza si fidò. Furono molti i fattori che determinarono il gioco, primo fra tutti il desiderio di essere compreso nella propria solitudine emozionale e in questo Manuela pareva una maestra di sensibilità ed empatico ascolto. Solo successivamente gli venne il dubbio che la giovane avesse studiato delle tecniche di programmazione neuro linguistica ma al momento le parve assolutamente spontanea e trasparente nelle sue dimostrazioni di interesse.
Tempo un mese e poi un sabato pomeriggio col suo fare apparentemente candido ma in realtà assai poco limpido gli propose in modo indiretto:
- Ciao, sono qui al mare, mi raggiungi? –
Roberta era impegnata nella correzione degli elaborati dei suoi studenti e ce ne avrebbe avuto per l’intera giornata, così Gabriele - che non aveva atti in scadenza da preparare - acconsentì all’invito e si mise a bordo del suo fuoristrada in direzione della litoranea. Durante quel primo incontro al di fuori del contesto lavorativo parlarono a lungo e soprattutto Manuela gli affidò diverse confidenze sul suo passato rivelandogli diversi particolari inerenti traumi psicologici ed emotivi che aveva subito in giovane età nonché lo mise a parte anche dei diversi problemi di salute che si trovava a fronteggiare da alcuni anni. Lo impietosì e lo fece sentire unico e importante avendolo, appunto, scelto tra tanti estranei per quelle esternazioni così intime e riservate. La vanità di lui ne uscì trionfante.
Decise di non parlare se non per lo stretto indispensabile di quella giovane donna a sua moglie almeno per il momento perché desiderava che quella amicizia che lo faceva sentire così tanto utile rimanesse una cosa sua e pertanto pensò di proseguire la sua vita in questo modo. Manuela gli aveva raccontato di essere single e di vivere da sola poco lontano dai genitori che la tormentavano sempre con mille angustie e problemi. Gli aveva detto che si era fatta carico di grandi responsabilità familiari fin dalla più giovane età e di essere sempre lei a dover risolvere le questioni più spinose della famiglia. Lui le aveva creduto. Era convincente, suadente, estremamente seduttiva nella capacità di persuadere l’interlocutore, chiunque esso fosse. E Gabriele ravvisò nelle asperità della vita di lei una forte rassomiglianza con le difficoltà che aveva incontrato lui stesso nel suo passato e così pensò sempre più seriamente di impegnarsi ad aiutarla.
 
- Mi scusi avvocato, se interrompo il suo racconto, ma in tutto questo che ruolo ha assunto sua moglie? –
- Gliel’ho detto l’ho lasciata fuori, perché non avrebbe capito. Non è come me, ha un carattere razionale, pragmatico, a lei non sarebbe mai capitata una cosa del genere. Io sono un emotivo, se sento che una persona ha bisogno di aiuto corro senza pormi troppe domande. -
- Vada avanti. –
(Continua)

CONCORRENTE TRE

PICCOLO INCANTO DI CITTA’

 I – La Locanda Centrale

Torino è una città speciale. Tutti conoscono i suoi simboli: la Mole Antonelliana, il caval ‘d brons nella sua Piazza San Carlo, la basilica di Superga che domina dalla collina, il castello fiabesco del Valentino. Appare a prima vista solenne, austera, schiva. Ma chi riesce ad avvicinarla davvero, andando a viverla e a conoscerla intimamente, superando la barriera della sua innata ritrosìa, scopre che la fitta trama che la compone è un ricamo prezioso e delicato di storia, segreti, emozioni. Sogno e realtà si stringono insieme, abbracciati nelle sue solide maglie. Alcuni angoli nascosti, sconosciuti e irraggiungibili ai più, emanano un’aura d’incanto che esalta il suo fascino storico. Questi sono il vero cuore della città.
Chi, per caso o necessità, si trovi a passare da Corso Moncalieri, lungo il Po, può osservare il doppio viale alberato che in ogni stagione ha un colore differente e i bovindi liberty dei palazzi nobiliari dai maestosi portoni. Se ha tempo, può fermarsi a godere della vista sul fiume da una delle numerose panchine al riparo del traffico. Chi invece prende l’autobus, alla fermata del 37, vede distintamente l’insegna della Banca Nazionale e, al tramonto, le luci invitanti del Ristorante dei Tre Re.  Ma c’è anche un piccolo albergo, poco distante dal Ponte Isabella, che si affaccia tra gli imponenti edifici ottocenteschi che caratterizzano il quartiere. Lo fa così timidamente da mimetizzarcisi. Alla Locanda Centrale, nessuno fa caso. Ha il nome di migliaia d’altri hotel, è qui, è dovunque e da nessuna parte. Questo, ci si creda o no, è un luogo magico.
La nebbia dicembrina scende insieme alla sera sul viale infreddolito, esattamente come il giorno in cui molti anni fa Mario è arrivato qui, cliente dalle tasche vuote e dall’anima in pena. Ora, affacciandosi dietro ai vetri appannati, sente che è una di quelle serate in cui deve accendere l’insegna luminosa. Un ospite speciale è in arrivo. Forse, addirittura più di uno.
Fa scattare l’interruttore e, mentre il neon prende coraggio iniziando a lampeggiare, accende il fuoco nel caminetto che domina l’accogliente salottino a fianco della reception e inizia a preparare il thè.
Anche Mario, come l’hotel che ora gestisce, è un uomo che si nasconde pur senza volerlo. Né alto né basso, né biondo né bruno, giovane e vecchio, si perde nella folla. Potrebbe essere il vicino di casa silenzioso, dalle persiane socchiuse, vestito di nero, forse grigio. Del quale non si rammenta il nome, che è un nome qualunque, come lui. Se anche ha una voce, dev’esser bassa, da sentirsi appena, in modo da non disturbare.
Quando lo si incrocia per strada, gli si passa accanto sfiorandolo, senza accorgersene. Chi è particolarmente sensibile può sentire un fruscìo discreto, ma è questione di un attimo, e già è dimenticato.
 
Giulietta, la ragazza che si occupa delle pulizie, ha terminato il turno. Mario la sente fischiettare allegra mentre scende le scale a passi veloci. Piomba nell’ingresso sorridente e spettinata come al solito. “Turbinosa”, è l’aggettivo che secondo Mario la inquadra meglio. 
- Capo, se non c’è altro, io vado.
Mentre raccoglie la borsa che lascia sempre sotto il bancone presidiato da Mario, si blocca un istante, alla vista del vassoio con le tazzine e la zuccheriera. L’espressione si fa interrogativa.
- Uhm…nuovi ospiti?
Mario sorride con un cenno d’assenso.
- Esatto, stasera, arrivi speciali.
- Devo fermarmi, Capo?
- No, vai a casa, Nathalie t’aspetta. Ci vediamo domani.
Visibilmente sollevata, Giulietta torna alla modalità turbine e vola verso la porta, lanciandogli un bacio con la mano.
- Grazie Capo, sei un grande. Poi mi racconti.
Un soffio d’aria gelida l’accompagna all’esterno.
Mario ha conosciuto Giulietta una sera d’agosto, nella calura della città oppressa dall’afa. Non era stato necessario accendere l’insegna. Aveva sentito delle voci concitate all’esterno, ed era uscito giusto in tempo per vedere un’auto rombante sgommare via verso le colline e una ragazza singhiozzare riversa sul marciapiede. Quella volta, era stata la locanda a recarsi dall’ospite.
Quando era guarita dalle pene di quell’amore malsano, le aveva offerto il lavoro. Mario aveva sempre avuto la tendenza ad affezionarsi ai clienti che per varie ragioni si trattenevano per una “vacanza lunga” e con lei, che avrebbe potuto essere anagraficamente sua figlia, non era riuscito a sopportare l’idea del distacco. Giulietta, dal canto suo, si rendeva conto che con tutta probabilità senza un impiego stabile sarebbe tornata presto a navigare in un mare di guai, e con lei anche la sua figlioletta. Così erano iniziati un sodalizio lavorativo e una preziosa amicizia.
Il bollitore inizia a sibilare e Mario si perde nei ricordi.
Sono diverse, le strade che portano alla Locanda e nessuna è segnata sulle mappe. Ognuno degli ospiti trova la sua, da sé. Ciò che accomuna tutti i percorsi è la tenue luce della speranza che dà il coraggio di procedere verso la destinazione, ignota fino all’ultimo.
Per lui, le indicazioni erano sbucate dal cappotto grigio che indossava quel giorno, una dozzina d’anni prima. In piedi, solo, davanti al parapetto proprio al centro del ponte, avvolto dalla nebbia fitta che la luce dei lampioni non riusciva a penetrare, scrutava le acque scure, tranquille e inesorabili del Po scorrere sotto di lui. Parevano chiamarlo, con il loro gorgoglìo sommesso, un canto dolce, come di sirena. Sembrava così facile: farsi abbracciare dai vortici del fiume, smettere di pensare, lasciarsi andare. Nessuno l’avrebbe visto, il traffico scorreva ignaro e ovattato al centro della carreggiata, nessuno l’avrebbe cercato. Forse così avrebbe potuto ritrovare Lilia, se fosse esistito un luogo lontano, oltre, per rimanere per sempre con lei.
Chiuse gli occhi, per concentrarsi sulla musica dell’acqua. Respirò profondamente l’aria umida e gelida senza sentire minimamente il freddo. Poi prese dalla tasca il cellulare e lo gettò oltre la balaustra. L’apparecchio scomparve in silenzio, regalandogli la piacevole sensazione d’essersi liberato di un peso. Ripetè la stessa azione con il portafoglio. Volando oltre le ringhiere, questo si aprì lasciando libere le poche banconote contenute e un minuscolo foglietto che, volteggiando, tornò verso di lui fermandosi ai suoi piedi. Inizialmente lo ignorò e si tolse il cappotto, appoggiandolo davanti a sé, sul parapetto. In maniche di camicia, il gelo gli mordeva la pelle. La nebbia gelava tra la sua folta barba, incrostandola in un fine merletto perlato.
Il desiderio di non lasciare alcuna traccia lo fece chinare a riprendere il pezzetto di carta sfuggito al proprio destino. Lisciandolo tra le dita intorpidite, vide che si trattava di un cartiglio, di quelli contenuti nei cioccolatini preferiti da Lilia. Erano bigliettini che recavano scritta una breve frase d’amore. A volte succedeva che lei, pur adorando il cioccolato, si dimenticasse persino di mangiarlo, quando scopriva un aforisma o un messaggio particolarmente toccante. Rimaneva sognante con il biglietto tra le mani, dimentica del mondo circostante. In quelle occasioni, Mario la prendeva in giro, fingendo di gustarsi il dolcetto ignorato. Poi, ridevano insieme. Magari facevano l’amore. Ora, non capiva come potesse trovarsi nel suo portafoglio. Il cuore prese a battergli furiosamente, mentre si portava sotto al lampione più vicino per illuminare le minuscole parole stampate.
Tremante, una volta letto il biglietto, chiuse gli occhi e pianse, travolto dall’ondata dei sentimenti. Quando li riaprì, dopo un tempo indefinito, vide nella nebbia una luce calda lampeggiante farsi largo tra le fronde degli alberi spogli, poco oltre il ponte. Gli pareva chiamarlo a sè. Ancora scosso dai singhiozzi, recuperò il cappotto infilandoselo a fatica, i gesti rallentati dal freddo, e si avviò verso il chiarore. Avvicinandosi, la luce diventò più nitida, trasformandosi nell’insegna di una locanda. Con un gesto della mano si asciugò le lacrime che gli tracciavano sentieri ghiacciati sul viso, preparandosi a entrare nella sua nuova, seconda vita.
Il thè è ormai pronto e il suono del cicalino dell’ingresso annuncia l’arrivo di una ragazzina pallida e minuta, una donna sulla trentina e un distinto anziano signore claudicante che varcano insieme, spaesati, la soglia dell’hotel.
Mario interrompe bruscamente il filo dei ricordi e, conoscendo l’importanza del delicato momento dell’accoglienza, va loro incontro. 
(Continua)

CONCORRENTE QUATTRO

LA SOLITUDINE NON È PER GLI ESSERI UMANI

 Uno. Cazzate

Anche oggi la sveglia suona alle cinque.
Anche oggi non serve per svegliarmi ma solo per farmi capire che è ora di alzarsi e mettersi in moto per andare al lavoro.
Da un po’ di tempo a questa parte non dormo, passo la notte a girarmi e rigirarmi nel letto avvolta nell’abbraccio dei fantasmi che occupano la mia mente. Proprio così: il lavoro che vorrei cambiare a tutti i costi, la biopsia di mio padre, la ribellione adolescenziale di Martina e, dulcis in fundo, Carlo.
Allungo il braccio e interrompo la suoneria pensando che è davvero assurda come situazione: nemmeno un pensiero per me, per la mia vita. Mi preoccupo per gli altri e offro ore di sonno come se fossi un distributore di energia.
Prego attaccatevi, ricaricatevi, succhiatemi quanto volete. Cazzate, sono stufa.
Mi volto verso Carlo che dorme beato, gli scorgo un mezzo sorriso sulle labbra che mi fa innervosire. Per lui è tutto tranquillo, per lui non ci sono problemi. A volte mi piacerebbe riuscire a prendere la vita come lui, ma poi penso che ridere come un matto davanti a un vecchio film di Stanlio e Olio non può essere la soluzione. Dice che la vita è una sola e che non ci si può fare schiacciare da quello che succede. Io lo schiaccerei sotto un treno quando fa il paladino del benessere mentale e quando si erge a filosofo da quattro soldi.
Resto qualche secondo a osservarlo, ci vedo almeno mezza vita trascorsa al suo fianco. Siamo sposati da venticinque anni e stiamo insieme da trenta. Una relazione normale, serena, di quelle che si potrebbero leggere nel manuale della coppia perfetta, anche se di perfetto alla fine non hanno niente. Come può essere giusta una vita senza intoppi? Mai un litigio serio e mai una crepa nel nostro rapporto. Cazzate anche queste, io dentro ho una voragine.
Ecco perché mi manda in bestia il suo sorriso stampato nel sonno: possibile che non si renda conto che non sono per niente felice di noi? Possibile non sentire il peso dei trent’anni insieme gravare sulle spalle e, peggio ancora, sull’anima?
Vorrei lasciarlo, ma per lasciarlo serve il coraggio e io non sono in grado neanche di voltare le spalle a un lavoro che non mi piace e che mi costringe a fare il bilancio della mia esistenza ogni volta che il sole inizia a far intuire il suo arrivo. Ogni mattina, come oggi, come ieri e come domani.
Decido che il momento dell’autoanalisi è finito, mi alzo.
Passo dalla camera di Martina e mi assicuro che dorma: la osservo macchiando tutto l’amore che sento per lei con due gocce di risentimento, dopotutto è anche lei a tenermi inchiodata in questa casa. Cazzate, e siamo a tre nel giro di venti minuti.
Vado in bagno e lo specchio, anche oggi, mi restituisce il volto di una donna che si sente la regina degli alibi, oltre che una pessima madre per i pensieri appena fatti davanti alla figlia avvolta nelle coperte. Passiamo la vita a cercare scuse per la nostra insoddisfazione quando basterebbe guardarci in faccia con lealtà e avere le palle di puntarci il dito contro.
Alle cinque e mezza esco.
Scendo al bar che c’è in fondo alla via e prendo il caffè. La mattina presto è la cartina tornasole delle persone: è raro vederle cantare felici di essere già fuori dal letto. Il dovere che vince sul volere.
Eppure a me piace, specie d’inverno, quando le strade sono ancora sommerse dal buio della notte che resta aggrappata al giorno che avanza. Mi piacciono le luci delle macchine che si incrociano e che vanno trasportando ognuna una storia. Adoro il silenzio del parcheggio quando arrivo al lavoro, quando ancora nessuna macchina si è imbucata alla festa. Arrivare così presto, ed essere la prima, mi fa sentire importante. Mi fa credere che la banca sia mia.
Ma sono solo cazzate. Vorrei con tutta me stessa restare a letto e, per Dio, dormire. Vorrei essere lontano duemila chilometri da questo edificio in cui tutte le mattine faccio le pulizie prima dell’apertura, vorrei non dover rendere conto alla famiglia, a me stessa, e poi vorrei che le mie giornate crogiolassero sotto il sole. Vorrei una vita senza il condizionale.
Pochi minuti dopo arriva Sergio, il mio collega. È lui il vero motivo di tanta fretta per arrivare qui, è lui l’unica cosa che mi piace davvero della mia giornata. Ogni mattina ci diamo appuntamento almeno venti minuti prima di iniziare il turno. Salgo sulla sua macchina e ci appartiamo nel parcheggio per i pullman che c’è appena girato l’angolo. È un ragazzo straordinario che vive in un mondo tutto suo, un mondo nel quale adoro immergermi ogni giorno per fuggire dai miei demoni. Ci entro lasciandomi andare tra le sue braccia e restando ad ascoltarlo incantata. Non abbiamo una relazione, tra noi non è mai successo niente in quel senso. Una volta soltanto ci siamo dati un mezzo bacio ed entrambi abbiamo convenuto che è stata una cazzata. Un apostrofo superfluo per il nostro rapporto. Stiamo bene quando siamo insieme. È la persona che meglio mi conosce al mondo – dopo mio padre – e quella che più mi comprende e mi capisce. Inoltre, soprattutto, è l’unico individuo a cui non posso raccontare storie. Posso mentire a me stessa e riuscire a cavarmela, ma non posso farlo con lui: deve essere l’incarnazione della mia coscienza. Vivrei volentieri con Sergio, da amica, o comunque da persone che stanno bene insieme senza per forza dover mettere un’etichetta al loro rapporto. Ogni tanto tra le sue fantasie con le quali mi rapisce, propone di rubare un po’ di soldi in banca e poi scappare. Dice che potremmo fare come in quella serie TV spagnola, e allora si nomina professore e mi chiede col nome di quale città vorrei essere chiamata. Puntualmente non so rispondere, non mi sento legata a nessun luogo in particolare. Lui ride e io penso che è meglio ridere per La casa di carta che per Stanlio e Ollio. Sergio batte Carlo anche nelle sciocchezze.
Quando mancano cinque minuti all’inizio del turno mi suona il telefono. Emergo dalle braccia del collega e frugo nella borsa: mio padre. Cazzo mio padre. Mi chiede se allora questo pomeriggio lo accompagno io al consulto col medico, gli dico di sì. Poi guardo Sergio negli occhi e non mi serve parlare. 
(Continua)

E ora tocca a voi! VOTATE!


Ci vediamo giovedì 15 dicembre
alle 21
in diretta dalla Pagina Facebook di Edizioni Convalle



sabato 26 novembre 2022

Numero 418 - Parlo di me, Eleonora Duranti - 26 Novembre 2022


Alla richiesta della cara Stefania, “Scrivi qualcosa su di te. Qualcosa che faccia capire alle persone come sei e, soprattutto, chi sei!”, la mia risposta è stata automatica: “Certo, cara Stefania, con piacere! Sfrutterò il week-end e ti invierò il tutto entro i prossimi due giorni!”.
Ripensandoci ora, riconosco che la mia convinzione, sul momento, mi ha fatto onore. Peccato che fosse infondata. Completamente, infondata.
Già, perché malgrado il mio ottimismo e il mio entusiasmo, i famosi due giorni di calendario non mi sono mica bastati per buttare giù anche poche righe stringate su di me. Piuttosto, mi sono serviti per fissare lo schermo del portatile e farmi realizzare di aver detto una grossa, grossissima cavolata. 48 ore non mi sarebbero mai state sufficienti per analizzarmi e raccontarmi. Con molte probabilità, avrei fatto prima a cavare un ragno dal suo buco. E a me, i ragni, terrorizzano. Questa considerazione, perciò, suppongo possa dare una vaga, vaghissima idea sulle difficoltà che ho incontrato nella stesura del mio “Parlo di me”.
Tuttavia, pensa che ti ripensa, alla fine sono arrivata a una conclusione (d’altronde, gettare la spugna non rientra nel mio stile) e mi sono posta la domanda suprema: “Chi sono io?”
Io sono una ragazza come tante. Mi piacciono le lunghe, lunghissime camminate con la musica che pompa negli auricolari, i viaggi, la fotografia, i pomeriggi dalla nonna, le chiacchiere al telefono con le amiche, le sorprese… E i libri. Sì, per i libri ho proprio un debole. Da sempre. Ed è grazie/a causa loro, se ho coltivato l’arte, altrettanto suprema, della scrittura. E l’ho fatta mia.
“Frammenti” è stata la mia prima creatura. La cara Stefania l’ha definita così e, con il senno di adesso, non avrebbe potuto optare per un termine migliore. “Frammenti”, infatti, mi rappresenta; racchiude tutto di me in sé, fra le sue pagine e tra i suoi personaggi un po’ beati e un po’ dannati.
“Frammenti” è la prova tangibile del mio costante bisogno di scrivere.
Scrivere, per me, è una necessità, un’abitudine, un rituale. Un po’ come il tè delle cinque per Mister Bean e compatrioti. Di scrivere, non posso fare a meno. Tanto che, quando sono in ufficio e mi sto occupando di fatture e buste paga, il mio stomaco freme e le mie gambe iniziano a tamburellare contro la scrivania, quasi pretendano che avvii il countdown per il rientro a casa e la mia dose giornaliera di caratteri Times New Roman.
Si capisce, quindi, che non ho fatto della scrittura il mio lavoro. Non ancora, almeno. Però, ne ho fatto la mia passione. La mia passione più grande. Più travolgente. Più soddisfacente. E mi sforzo di assecondarla sempre e comunque e di non farla mai sentire ignorata. O scontata.
Molto altro, a essere sincera, non faccio. La mia routine si divide tra casa e lavoro ed è parecchio monotona, in confronto a quelle che animano il poliedrico universo di “Frammenti”.
È la scrittura, il mio lasciapassare per l’isola che non c’è; per questo, me la tengo stretta. È un po’ la bacchetta magica che trasforma la mia quotidianità, monotona e per nulla speciale, in un’avventura. In una bella, bellissima avventura.
Di questo superpotere, le sarò grata per sempre. Come lo sarò nei confronti della cara Stefania e della sua preziosa CE Edizioni Convalle. Grazie a loro, ho avuto l’opportunità di condividere i miei frammenti di vita con qualcuno che fosse esterno alle mie quattro mura, con qualcuno che fosse estraneo al mio piccolo mondo ordinario. Grazie a loro, “Frammenti” è uscito da un cassetto e ha imparato a volare. Sulla scia dell’eterno Peter Pan.


E ora la parola all'editrice ;-)

Quando ho conosciuto Eleonora, ho avuto la netta sensazione che la sua opera, "Frammenti", che avevo già letto ed editato, fosse proprio lei. L'opera e l'autrice erano perfettamente sovrapponibili. Non capita così spesso! Eleonora sembra una giovane donna che vive fuori dal tempo, nel senso che in lei vivono gli anni duemila, ma anche le atmosfere dell'Ottocento che troviamo nel primo romanzo breve della sua opera - Lettere - come anche la forza delle donne immerse nella Roma del 1492 di Mulieres; ma l'ho ritrovata nella modernità dei racconti delle raccolte che fanno parte dell'opera.
Ma la cosa che più mi ha colpito di lei è la totale assenza di presunzione. Parlavamo di "Frammenti" e sembrava non rendersi conto della perla che aveva scritto.
Lei è la sua scrittura e la sua scrittura è lei. Punto.


E così me la sono immaginata, mentre cercavo l'immagine giusta per la copertina, come quella donna che un po' defilata scrive, immersa nel mondo delle sue parole, solo per il piacere di farlo, solo per una passione che deve esprimersi in modo totale.
Poco importa, dico io, se la scrittura occupa spazi limitati delle sue giornate, mentre la vita chiede anche la consapevolezza che si abbia bisogno di svolgere un lavoro diverso. A volte penso che la dimensione più giusta sia proprio questa, per far restare la scrittura un rifugio dove rintanarsi per esplorare il mondo, senza che nessuno ci disturbi.
Sono davvero contenta di avere Eleonora in Edizioni Convalle, una culla per la sua opera, con l'augurio che cresca forte e saggia.


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle

 

martedì 15 novembre 2022

Numero 417 - Masterbook, Fase 3, testi per il voto popolare - 15 Novembre 2022



E così siamo arrivati alla FASE 3 del Masterbook.

Gli 8 semifinalisti si sono sfidati con tre prove difficili.

Dovevano TRASFORMARE una poesia di Wislawa Szymborska in un racconto; dovevano scrivere una RECENSIONE della stessa poesia e, infine, scrivere LA LISTA DELLA SPESA, dando via libera alla propria creatività.

La prima prova puntava il riflettore sulla capacità del concorrente di mettere in prosa i versi di una poesia, senza togliere nessun elemento presente nella lirica, né aggiungerne di nuovi. Una prova difficile, ma di questo parleremo dopo perché sono nati dei problemi nell'esecuzione.

La recensione era finalizzata a valutare la capacità di analisi ed esposizione del concorrente.

La lista della spesa serviva a misurare la creatività.

Intanto voglio riportare qui di seguito la poesia della Szymborska.

AMORE A PRIMA VISTA

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

È bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella

Non conoscendosi, credono

che non sia mai successo nulla tra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro

se non ricordano -

una volta un faccia a faccia

in qualche porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

- ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio tempo

il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando una risata

si scansava con un salto

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o lo scorso martedì

una fogliolina volo via

da una spalla a un'altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

tra i cespugli dell'infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli

su cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti

è solo un seguito,

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.


Che dire... Meravigliosa.


Veniamo alle dolenti note ;-)

La prova numero uno, evidentemente, non è stata compresa

dai concorrenti che hanno confuso la parola TRASFORMARE 

con la parola ISPIRARSI. 

Solo in due si sono avvicinati a come doveva essere svolta la 

prova. Gli altri se ne sono andati per la loro strada ;-) e hanno 

scritto racconti che, seppur belli, non c'entravano con la

modalità della prova. 

Questo ha messo in difficoltà la giuria tecnica e infatti i tre

concorrenti che hanno passato il turno, andando in finale 

giovedì sera, sono stati selezionati in base alle sole altre due 

prove (recensione e lista della spesa).

Quindi, la votazione popolare verterà anch'essa su questi due 

elaborati che riporterò qui di seguito. 

Ricordo che la votazione ha subito una modifica:

si dovrà votare IN SEGRETO scrivendo a 

steficonvalle@gmail.com

esprimendo nella mail i TRE concorrenti votati, 

con la motivazione.

Votazioni diverse non verranno considerate. 

Si potrà votare fino a giovedì 24 novembre, ore 12.


CONCORRENTE NUMERO DUE

Recensione

I versi della Szymborska colpiscono come fendenti di luce e spazzano via il buio della coscienza vigile di ognuno di noi. I due soggetti descritti nella composizione, infatti, si scoprono innamorati all’improvviso, ma la Poetessa – sapientemente - descrive e rende partecipe il lettore del lungo percorso, invisibile agli occhi della realtà apparente, che ha condotto tuttavia, sotto traccia, all’affermazione del sentimento che unisce le anime rappresentate nel testo. A disegnare il sentiero del loro amore sono, appunto, gli incontri inaspettati quanto fuggevoli, il casuale sfiorarsi delle mani sui campanelli e sulle maniglie delle porte nei luoghi dove i due si trovano a passare per avventura del destino e ancora le foglie degli alberi che dispettosamente sembrano collegarli, posandosi ora sull’uno ora sull’altra, nell’ineffabile gioco seduttivo del fato. Per l’Autrice niente si realizza sul momento, bensì attraverso un sinuoso quanto logico e coerente svolgersi degli accadimenti che la sorte da un lato e l’arbitrio degli uomini dall’altro preparano in un susseguirsi di emozioni che conducono al perfezionarsi del sentimento più antico del mondo: l’Amore. Non a caso la Szymborska in chiusura rappresenta l’evolversi degli eventi come un libro sempre aperto a metà, a testimonianza appunto di come tutto ciò che accade in questa vita avviene a seguito di un prima che precede un inevitabile dopo e non si produce mai d’improvviso senza concatenazione tra i fenomeni. Molto intuitivi questi versi e assai fluidi riescono quindi a stigmatizzare in maniera eccellente l’acritico percorso del sentimento umano restituendo al lettore il gusto intimo di una ricercatezza emozionale che profuma di autenticità.

Lista della spesa

1) 1 confezione di zucchero per addolcire le mie giornate più aspre;
2) 1 barattolo di pelati per colorare di rosso i piatti scialbi di questa stagione invernale;
3) 1 cassa di birre per aprire la breccia all’entusiasmo alcolico che travolgerà le mie serate;
4) 1 pacco di sale fino per rendere sapida ogni circostanza che mi troverò a vivere;
5) 1 salame piccante per pungere la mia lingua restituendole il gusto del proibito;
6) 1 tavoletta di cioccolata per stimolare la fantasia più sfrenata nel godimento;
7) 1 stinco di maiale per soddisfare la mia voracità carnivora;
8) 1 kg di patate per dialogare hegelianamente con la mia voracità carnivora;
9) 1 bottiglia di olio evo per permettere alla sintesi hegeliana tra stinco e patate di estrinsecarsi;
10) 1 pacco di fettuccine per dipanare i crucci esistenziali nel soave rito della pastasciutta.

CONCORRENTE NUMERO TRE
Recensione

La lirica è costituita da otto strofe di disuguale lunghezza in cui si alternano parti narrative e riflessive. Essa si apre sottolineando l’imprevedibilità di un incontro tra due persone che si amano, convinte di essersi unite per un sentimento improvviso.

La poetessa introduce la sua voce sotto forma  di domande, ora insinuando il dubbio che in realtà mille potevano essere le strade o le occasioni in cui due si sarebbero potuti incontrare, ora riflettendo sul caso e la sua imprevedibilità.

Bellissimi i versi in cui, riferendosi al gioco del destino, l’autrice trasforma un lessico comune in pennellate sintetiche e suggestive. I diversi quadretti alludono alla misteriosità del caso che gioca con l’esistenza degli esseri umani. Presuntuosi gli uomini che si ritengono protagonisti e arbitri delle proprie scelte, mentre rientrano in un gioco enigmatico di incastri, contrattempi, sussulti, noti soltanto al destino!

La conclusione lapidaria, quasi ermetica “Ogni inizio è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà” non vuole dare risposte, ma solo suggerire, con leggerezza e ironia, domande su temi profondi e misteriosi, quali la bellezza di ciò che può accadere per caso e trasformare la vita, e l’amore, ancora più seducente, quando arrivi inaspettato.

Lista della spesa

Vorrei che Fernando e Marisa rivalutassero la mia abilità culinaria finora da loro poco apprezzata; il prossimo invito dovrà perciò essere un trionfo.
Un buon risotto flambé al cognac sarà una coreografia perfetta. Mi servono quindi riso Carnaroli, scalogno, burro, emmenthal, parmigiano reggiano e ovviamente dell’ottimo cognac. Comprerò confezioni standard e per le dosi seguirò le ricette.
Come antipasto preparerei dei bigné da riempire con gorgonzola, quindi occorrono farina e gorgonzola cremoso.
E aggiungere una torta salata? Servirà quindi una sfoglia Buitoni, una confezione di bacon Tulip, uova e panna fresca da utilizzare anche per decorare la torta di nocciole, che costano un occhio, ma con duecentocinquanta grammi riuscirò a creare un capolavoro.
Un brasato al Barolo mi farà ben figurare, quindi oltre al manzo, acquisterò carote, sedano e due bottiglie di ottimo Barolo, anche per pasteggiare.
Le patatine novelle al forno saranno l’ideale contorno: ne servirà mezzo chilo.
Per il bagno, devo ricordare la carta igienica profumata e una saponetta Atkinsons alla lavanda.
 Aggiungerò alla lista qualche scatoletta di tonno e alicette per il gatto.
Credo di aver pensato a tutto: ora devo concentrarmi sul risultato e prendere i miei suoceri per la gola.
Mi pregusto già il successo!

CONCORRENTE NUMERO QUATTRO

Recensione
Esistono soffi di vento che sussurrano ma non dicono, abbracciano ma non stringono. Provocano brividi che la razionalità non può comprendere. Perché dove transita l’amore, ancorché solo percepito, non c’è spazio per nessun tipo di logica.
E questa poesia ne è la rappresentazione. La avverti come un soffio, un sussurro, un volto dai contorni sfumati che non sai se hai visto nei sogni o, addirittura, in un’altra vita.
È una sorta di celebrazione dell’ignoto. Perché è proprio tale incognita che, aprendo la porta delle emozioni, ci dà invece la certezza di essere vivi, vibranti e con il cuore che batte.
Volendola tradurre in prosa, si potrebbe quasi definire un racconto rosa con i tratti beffardi e divertiti di un giallo che intralcia i finali troppo scontati.
Li stupirebbe molto sapere che, già da parecchio tempo, il caso stava giocando con loro. Non ancora del tutto pronto a mutarsi per loro in destino, li avvicinava, li allontanava, gli tagliava la strada e, soffocando una risata, si scansava con un salto.
È un’opera che parla d’amore. Un amore impalpabile come l’aria eppure ostinato, caparbio e volitivo. Un sentimento che nasce prima di noi e, molto meglio di noi, comprende la reale essenza della vita.
Ogni inizio infatti è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà.
Perché l’incertezza… ha sempre un orizzonte da scoprire.
 
Lista della spesa
Impossibile non odiare la lista della spesa. La scrivi con meticolosa attenzione e poi la dimentichi sul tavolo. Oppure la prendi e, in mezzo al caos del supermercato, la smarrisci fra i carrelli.
Del resto è un elenco sterile, nozionistico e senza un briciolo di anima. E siccome credo che il cibo, in quanto forma d’amore, sia nutrimento per l’anima ancora prima che per il corpo, ho deciso di dare un abito nuovo a questi elenchi, tanto necessari quanto odiati.
Come? Trasformandoli in arte dei suoni.
La musica evoca e, in quanto tale, fa ricordare senza bisogno di scrivere.
Quando ascoltiamo un brano musicale sollecitiamo i nostri sensi che, così, diventano “abili” a ricordare.
Udito= senso di ascolto. È quindi lui a introdurci in questa particolare “lista della spesa”.
Vista= natura. Frutta e verdura ne sono l’espressione.
Tatto= pelle. Articoli per igiene personale ne sono le coccole.
Gusto=piacere. Bevande, carne, pesce sono tutto ciò che compiace il palato.
Olfatto=risveglio. Profumo di caffè… e la colazione è salva.
Ascolta musica e guardati intorno. Scopri la bellezza di un brivido sulla pelle e gustane l’emozione fino al punto in cui… sentirai il profumo della vita che ti aspetta.


CONCORRENTE NUMERO CINQUE

Recensione
Emergono pennellate precise dalle parole di Wislawa Szymborska!
Chi ama l’arte della poesia, qui troverà un orizzonte di immagini nitide e di emozioni profonde. 
L’autrice prende per mano il lettore, lo porta dentro le sue frasi, gli mostra sentieri inediti e strade che non immagina.
Gli apre pian piano il sipario della vita in un disegno chiaro e trasparente; il tessuto della storia degli uomini non ha fili casuali o rattoppi mal cuciti. È tutto in ordine.
Come guardando il rovescio di un ricamo: si scorgono i passaggi, ma sono solo una traccia imprecisa che si svela nel momento in cui si gira il tessuto.
La poetessa scrive che quello che è sarà, ma non ora.
Non c’è un incontro mancato, ma solo rimandato, perché non è il momento giusto.
L’appuntamento avverrà in un giorno specifico, in un’occasione precisa.
Magari due persone si erano sfiorate, incrociate, viste già in altre circostanze, ma i loro fili erano slegati, i loro cuori non erano pronti.
L’incontro è evento unico, riservato a te, a noi, e a nessun altro. Irripetibile coincidenza.
Assumono valore allora le strade, le scale, i corridoi che sanno in anticipo che avverrà qualcosa di straordinario, deciso dal destino.
Il caso stava giocando con loro: ci si abbandona a quanto stabilito dal tempo, che ci tira tranelli, ci taglia la strada, ci scansa con un salto e una risata.
Il prima esisteva, era già pensato.
Poi, se è destino, il caso toglierà il velo e si mostrerà, l’occasione capiterà.
Nonostante la Szymborska abbia ironizzato dicendo che la poesia piace solo a due lettori su mille, un libro di poesie è da tenere sempre sul comodino.
E le sue riescono sempre a riempire l’anima come un dolce soffio.

La lista della spesa 

Manca poco. Non vedo l’ora che arrivi la collega del prossimo turno così finisco.
Devo scappare a fare la spesa e stasera voglio davvero stupire.
Menù: filetto in crosta e tiramisù.
Nel fogliettino ho scritto alcuni ingredienti. Ovviamente la carne e la pasta filo.
E il contorno? Prendo delle patate per fare il purè, mezzo litro di latte, del burro e del parmigiano.
Mi serve anche del pane, aggiungo magari dei grissini che fanno così chic: mi fermo dal panettiere, che, più che un panettiere, quello lì mi sembra un gioielliere, coi prezzi che ha. Vabbè!
E il vino? Una bottiglia di rosso, prendo l’Amarone o il Dolcetto Barbera? Chiederò all’addetto, io non ne capisco niente.
Mancano delle verdure crude: carote, sedano, rapanelli e finocchi, un pinzimonio e via.
Prendo uva bianca: una sciacquata ed è pronta, comodissima, e un melograno.
Savoiardi, uova, cacao in polvere, caffè; lo zucchero a casa ce l’ho; e… panna o ricotta? Meglio ricotta per il tiramisù: stiamo leggeri.
Prendo dei fiori da mettere al centro del tavolo.
Inizio a preparare, che fame! Ti aspetto…

 

 CONCORRENTE NUMERO OTTO

Recensione

Non esiste nulla di ordinario nella vita.
Sembra essere questo il leitmotiv che accomuna l’intera produzione della poetessa polacca Wislawa Szymborska, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1996.
Se è pur vero che i suoi componimenti toccano spesso argomenti di respiro etico, riflettendo sulla condizione degli esseri umani, anche a livello politico e sociale, il tratto più significativo dei suoi versi rimane tuttavia l’incanto, la meraviglia che sottende a ogni evento, la manifestazione del dono raro di saper rappresentare le piccole cose quotidiane in modo «stupefacente».
Ecco quindi che il poeta, nell’unicità del suo ruolo, attraverso la dote dello stupore, dell’ispirazione e dell’ironia, è in grado di trasformare il mondo da ordinario in straordinario. Perché, «nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di comune e normale» come precisa la poetessa stessa, nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Nobel.
Così la sua poesia vive della realtà abituale, attraverso l’uso di un linguaggio intelligibile ai più, perché diretto, semplice, ma non banale o superficiale.
Tale capacità di cogliere il lato trascendente dell’esistenza, espressa tramite il verso libero, la leggerezza formale, lo stile colloquiale che contraddistinguono le sue opere, si palesa anche in AMORE A PRIMA VISTA, che dà il titolo a una raccolta pubblicata da Adelphi nel 2017.
Il poema, elogio dell’inaspettato, indaga la casualità dell’amore e la sorpresa del primo incontro, focalizzandosi sull’unicità che ogni istante porta con sé. Viene raffigurato un sentimento che scaturisce da una serie di atti sospesi, irrealizzati, ripercorrendo a ritroso la storia di quel primo incontro attraverso una lunga serie di domande, alle quali non è possibile dare una risposta.
Un sentimento che, pur essendo autentico, appartiene a un destino imperscrutabile, a un gioco della sorte, di cui non si possono che scorgere enigmatici segnali. 
 
La lista della spesa
Ha smesso di piovere. Un timido raggio di sole fa capolino tra le nubi che, dopo aver liberato il loro grigio carico di ACQUA benefica sul mondo sottostante, galleggiano chiare, soffici, nel cielo. Sembrano quasi scolpite nel BURRO.
In punta di piedi è arrivato l’autunno. Il sentiero che attraversa il bosco, a ogni passo, restituisce un sentore di resina e FUNGHI dall’intenso odore terroso, mescolato all’aroma dolciastro delle ultime bacche dei MIRTILLI e delle MORE, che occhieggiano dai cespugli ancora grondanti.
Dietro una curva della stradina appare un fiumiciattolo; una nebbia leggera, evanescente, si sprigiona dalla sua superficie, rendendolo simile a un nastro di LATTE. Tra i ciuffi d’erba spicca la scura buccia lucente delle prime CASTAGNE, cadute dagli alberi che fiancheggiano il corso d’acqua.
Nei campi, dove cresce la ZUCCA, sorge una casupola. Sull’aia, invasa dalla fragranza del PANE in cottura, una contadina si fa largo tra le galline, in un turbinio di penne e schiamazzi, per raccogliere il dono prezioso delle UOVA.
Accanto all’uscio, un cesto di CACHI maturi profuma l’aria di serenità.
 
«Ciao, stasera faccio tardi. Passi tu dal supermercato? La lista della spesa è sul tavolo.»
«Lista della spesa? Pensavo fosse uno dei tuoi racconti…»
È  dura vivere con una scrittrice!

 

E ORA TOCCA A VOI, CARO PUBBLICO!

VOTATE, VOTATE, VOTATE!

Il concorrente più votato sarà il quarto finalista!


Vi ricordo di leggere bene la modalità per votare. 

I voti espressi nel blog non saranno validi.


Non posto in questo numero i testi dei tre concorrenti che 

sono passati in finale onde evitare confusione.


Nella diretta del 24 novembre (ore 21), nella Pagina Facebook 

di Edizione Convalle, saprete i nomi dei quattro finalisti!




Alla prossima 

dalla vostra

Stefania Convalle