Manca ormai poco alla fine di questo torneo di scrittura: 800 Metri di
parole.
La sesta prova consisteva nello scrivere un racconto (di massimo 500 parole) che si doveva svolgere all'interno dell'immagina proposta.
La sesta prova consisteva nello scrivere un racconto (di massimo 500 parole) che si doveva svolgere all'interno dell'immagina proposta.
Allora cominciamo a leggere!
Ma prima vi ricordo che i testi saranno anonimi, non saprete chi ha
scritto cosa. Perché? Come ho già spiegato, lo scopo è quello di creare
maggiore suspense nella seconda parte della sfida e perché siano solo i testi a
parlare e non i nomi degli autori che, in qualche modo, condizionano sempre chi
deve votare (è umano).
Gli autori dei testi dovranno mantenere il segreto e sono certa che lo faranno.
E voi, cari lettori e fan, non cercate di corromperli per farvelo dire perché i concorrenti sono incorruttibili!
Saprete i nomi degli autori di ogni pezzo a votazione conclusa.
Gli autori dei testi dovranno mantenere il segreto e sono certa che lo faranno.
E voi, cari lettori e fan, non cercate di corromperli per farvelo dire perché i concorrenti sono incorruttibili!
Saprete i nomi degli autori di ogni pezzo a votazione conclusa.
Come si vota?
Dovrete scrivere a steficonvalle@gmail.com esprimendo TRE preferenze e dando una motivazione per ogni testo (facciamo le cose per bene).
Dovrete scrivere a steficonvalle@gmail.com esprimendo TRE preferenze e dando una motivazione per ogni testo (facciamo le cose per bene).
Avrete tempo di votare fino a mercoledì 11 Febbraio ore 20:00.
Potranno votare anche i concorrenti perché il voto è segreto.
RACCONTO UNO
MA LE ROSE NO
È il giorno del mio matrimonio. Il vestito e il velo sono appesi vicino
alla finestra, pronti per essere indossati. Sono gli stessi che hanno messo mia
madre, mia nonna e una prozia morta giovane. Sul comò, la coroncina di perle
che ho voluto al posto del diadema di famiglia, troppo pacchiano e pesante, e
il bouquet di rose color cipria e bianche che detesto. Il loro profumo
dolciastro mi dà la nausea, odorano di zucchero e rassegnazione. Io amo i
narcisi e i mughetti, fiori che sanno di primavera e di semplicità. Ma nessuno
ha chiesto il mio parere.
Madame Patricia mi gira intorno senza darmi tregua. È la parrucchiera più in voga del paese, arrivata di prima mattina con le sue preziose forcine e le mani sempre in movimento. Mi tira i capelli, li arrotola, li solleva in un'elaborata acconciatura. Mi sembra di avere una gabbia per uccelli in testa.
«Così sembri una vera sposa» dice soddisfatta. Io sorrido appena.
Non voglio sembrare una sposa.
Non voglio esserlo.
Ernesto mi aspetta in chiesa. Ernesto, bravo ragazzo, educato, con un lavoro sicuro e nessuna idea che non gli sia stata messa in testa da altri. Insulso da morire.
Dovrei essere felice, mi ripetono tutti. Invece non lo sono per niente. Vorrei essere altrove, in una grande città dove nessuno sa chi sono. Vorrei fare l’insegnante, guadagnare il mio stipendio, vivere da sola.
Ma, anche se il ventesimo secolo è appena iniziato con la sua ambizione di modernità, una donna perbene non lavora, sta in casa e non può scegliere come vivere.
Madame Patricia mi fissa dallo specchio.
«Sei pallida, ragazza mia, hai paura o non vuoi sposarti?»
La guardo e per un attimo penso di negare, come ho sempre fatto. Invece annuisco con le lacrime che mi pungono gli occhi.
«Forse me ne pentirò ma ti voglio aiutare. Fuori c'è mio fratello che mi aspetta per riportarmi a casa. Sali sul suo carretto e fatti portare alla stazione. Prendi questi soldi e parti. Al resto penserai dopo. E se ti stai chiedendo perché faccio questo per te è che anch’io ho dovuto lottare per avere una vita mia e quindi ti capisco. E adesso vai.»
Più tardi, quando mia madre entra per aiutarmi a indossare l'abito, il velo è sparito. Nessuno lo trova. Si crea confusione e con la scusa di un capogiro dovuto all'agitazione, chiedo di stendermi un attimo.
Esco dalla portafinestra, attraverso l'orto senza voltarmi. Il carretto è lì. Il fratello di Madame Patricia mi aiuta a salire e partiamo. Non fa domande, di sicuro sa già tutto.
Sono sicura che non rimpiangerò mai questa mia decisione. Farò l'insegnante in una grande città e, ogni primavera, metterò un mazzo di narcisi e mughetti sulla mia scrivania.
Ma le rose no.
Madame Patricia mi gira intorno senza darmi tregua. È la parrucchiera più in voga del paese, arrivata di prima mattina con le sue preziose forcine e le mani sempre in movimento. Mi tira i capelli, li arrotola, li solleva in un'elaborata acconciatura. Mi sembra di avere una gabbia per uccelli in testa.
«Così sembri una vera sposa» dice soddisfatta. Io sorrido appena.
Non voglio sembrare una sposa.
Non voglio esserlo.
Ernesto mi aspetta in chiesa. Ernesto, bravo ragazzo, educato, con un lavoro sicuro e nessuna idea che non gli sia stata messa in testa da altri. Insulso da morire.
Dovrei essere felice, mi ripetono tutti. Invece non lo sono per niente. Vorrei essere altrove, in una grande città dove nessuno sa chi sono. Vorrei fare l’insegnante, guadagnare il mio stipendio, vivere da sola.
Ma, anche se il ventesimo secolo è appena iniziato con la sua ambizione di modernità, una donna perbene non lavora, sta in casa e non può scegliere come vivere.
Madame Patricia mi fissa dallo specchio.
«Sei pallida, ragazza mia, hai paura o non vuoi sposarti?»
La guardo e per un attimo penso di negare, come ho sempre fatto. Invece annuisco con le lacrime che mi pungono gli occhi.
«Forse me ne pentirò ma ti voglio aiutare. Fuori c'è mio fratello che mi aspetta per riportarmi a casa. Sali sul suo carretto e fatti portare alla stazione. Prendi questi soldi e parti. Al resto penserai dopo. E se ti stai chiedendo perché faccio questo per te è che anch’io ho dovuto lottare per avere una vita mia e quindi ti capisco. E adesso vai.»
Più tardi, quando mia madre entra per aiutarmi a indossare l'abito, il velo è sparito. Nessuno lo trova. Si crea confusione e con la scusa di un capogiro dovuto all'agitazione, chiedo di stendermi un attimo.
Esco dalla portafinestra, attraverso l'orto senza voltarmi. Il carretto è lì. Il fratello di Madame Patricia mi aiuta a salire e partiamo. Non fa domande, di sicuro sa già tutto.
Sono sicura che non rimpiangerò mai questa mia decisione. Farò l'insegnante in una grande città e, ogni primavera, metterò un mazzo di narcisi e mughetti sulla mia scrivania.
Ma le rose no.
§§§
RACCONTO DUE
DI MADRE IN FIGLIA
La stanza trattiene il respiro come una fotografia. La luce entra obliqua
dalla finestra, addolcita dalle tende leggere, e scivola sul tavolo dove il
cuscino delle fedi riposa come un segreto custodito. Accanto, il bouquet di
rose pallide e foglie verdi profuma l'aria di giardini mattutini e promesse
appena colte. La madre passa la mano sul pizzo, lo raddrizza con un gesto che
conosce da sempre: è lo stesso con cui, anni prima, sistemava i colletti delle
camicie per il primo giorno di scuola.
La figlia è seduta davanti allo specchio. Nel riflesso, la stanza sembra più grande, come se l'emozione avesse bisogno di spazio. La madre le sta alle spalle, le dita attente che scorrono tra i capelli, li raccolgono, li liberano di nuovo. Ogni spilla che entra è una parola non detta; ogni nodo sciolto, un ricordo che trova pace. Sul manichino, l'abito aspetta, silenzioso, come una seconda pelle che ha imparato il corpo senza ancora indossarlo.
«Respira» dice la madre, e non è un ordine ma un invito. La figlia sorride appena. Nel sorriso c'è l’infanzia che si affaccia e l'età adulta che risponde. La madre riconosce quel confine: l'ha attraversato anche lei, una volta, in una stanza simile, con una donna che le teneva le mani ferme mentre il cuore correva avanti.
Sul tavolo, il cuscino delle fedi brilla di piccoli punti di luce. La madre lo prende, lo solleva, lo rimette a posto, come per assicurarsi che sia reale. Le fedi le legherà il testimone, più tardi. Per ora, su quel bianco e morbido altare, può riposare la coroncina alla quale il velo sarà attaccato e un nastro, con tre ciondoli d'argento, il qualcosa di prestato che arriva dal cuore di una sorella minore.
La figlia si alza. La madre le sistema l'abito, tira piano, liscia le pieghe. Il pizzo racconta una storia antica, fatta di attese e di mani che cuciono. Nello specchio, per un attimo, le due figure si sovrappongono: la madre vede sé stessa giovane, la figlia vede ciò che diventerà.
Dalla stanza accanto arriva un suono lontano, come un pianoforte che prova un accordo. Il tempo si rimette in moto. La madre appoggia la fronte a quella della figlia.
La figlia è seduta davanti allo specchio. Nel riflesso, la stanza sembra più grande, come se l'emozione avesse bisogno di spazio. La madre le sta alle spalle, le dita attente che scorrono tra i capelli, li raccolgono, li liberano di nuovo. Ogni spilla che entra è una parola non detta; ogni nodo sciolto, un ricordo che trova pace. Sul manichino, l'abito aspetta, silenzioso, come una seconda pelle che ha imparato il corpo senza ancora indossarlo.
«Respira» dice la madre, e non è un ordine ma un invito. La figlia sorride appena. Nel sorriso c'è l’infanzia che si affaccia e l'età adulta che risponde. La madre riconosce quel confine: l'ha attraversato anche lei, una volta, in una stanza simile, con una donna che le teneva le mani ferme mentre il cuore correva avanti.
Sul tavolo, il cuscino delle fedi brilla di piccoli punti di luce. La madre lo prende, lo solleva, lo rimette a posto, come per assicurarsi che sia reale. Le fedi le legherà il testimone, più tardi. Per ora, su quel bianco e morbido altare, può riposare la coroncina alla quale il velo sarà attaccato e un nastro, con tre ciondoli d'argento, il qualcosa di prestato che arriva dal cuore di una sorella minore.
La figlia si alza. La madre le sistema l'abito, tira piano, liscia le pieghe. Il pizzo racconta una storia antica, fatta di attese e di mani che cuciono. Nello specchio, per un attimo, le due figure si sovrappongono: la madre vede sé stessa giovane, la figlia vede ciò che diventerà.
Dalla stanza accanto arriva un suono lontano, come un pianoforte che prova un accordo. Il tempo si rimette in moto. La madre appoggia la fronte a quella della figlia.
«Vai» sussurra.
Non è un addio. È un passaggio. La luce,
allora, sembra più chiara, e la stanza, finalmente, lascia andare il respiro.
§§§
RACCONTO TRE
IL MATRIMONIO DI TITINA
Oggi la zia Titina si sposa. Abbiamo dormito insieme, non volevo
lasciarla sola nella sua ultima notte da nubile. In famiglia sono tutti
euforici per questo matrimonio, ormai si erano arresi all'idea che Titina non
se la prendesse nessuno, che sarebbe rimasta a casa, ora di uno ora dell’altro
fratello, per l’eternità. E va bene che qualche soldo lo guadagnava a ricamare
le lenzuola delle altre spose, ma rimaneva una presenza sempre più impegnativa
per gente che non se la passava proprio bene. Quando l’altro Natale è venuto il
Cecco a cercare moglie per un parente, emigrato in Australia, e ha chiesto se
la Titina fosse disposta, tutti sono balzati dalle sedie lasciando il baccalà
nel piatto, dicendo che sì, la loro Titina era più che disponibile. Solo lei è
rimasta seduta, con gli occhi bassi.
«Forse la signorina non è d’accordo» aveva detto il Cecco.
«Sì, che vuole, diglielo Titina che vuoi» suggerivano tutti.
Lei era arrossita e alzandosi aveva sollevato la gamba con il piede inguainato da una vecchia scarpa ortopedica.
«Il mio futuro sposo sa di questo?»
«Certo, che lo sa. Ha detto che nessuno è perfetto.»
E così la zia Titina aveva acconsentito. Erano seguiti scambi di lettere, qualche ritratto e si era designata la data del matrimonio per procura. Un'unione insperata per la famiglia, e oltretutto si risparmiava sul pranzo, perché non sarebbe stato educato mangiare senza lo sposo.
Questa notte, il futuro marito ci guardava dal comodino dove la zia aveva
appoggiato una sua fotografia.
«Proprio bello non è» le ho detto. «E quel riporto sulla fronte è ridicolo.»
La zia ha sospirato, persa in un mondo tutto suo.
«Ha scelto me, ha scelto proprio me, ti rendi conto?»
Me ne sono stata zitta, non le ho detto che quella richiesta di matrimonio era stata rifiutata da diverse donne. Ho fatto bene, perché da quando si è svegliata cinguetta come un cardellino innamorato e il suo andare da un angolo all'altro della casa, a controllare questo e quello, sembra seguire una melodia tutta sua, fuori tempo. Il sole di maggio intesse di luce le tende sottili, le trapassa e va a illuminarle l'incarnato roseo, mentre una cugina le sta arricciando la chioma con i ferri caldi. Le sue labbra hanno la pienezza delle rose del suo bouquet mentre sorride alla sua immagine riflessa. Lo stesso sorriso di quando ha provato l'abito cucito dalle sue dita gentili, quello che indosserà prima di sbarcare e che ora è ancora in posa sul manichino, ché in valigia si sgualcisce. Le porto il cuscinetto impreziosito dal tulle ricamato su cui ha posato il regalo dello sposo, una coroncina con gemme in zircone per ornare l'acconciatura.
«Forse la signorina non è d’accordo» aveva detto il Cecco.
«Sì, che vuole, diglielo Titina che vuoi» suggerivano tutti.
Lei era arrossita e alzandosi aveva sollevato la gamba con il piede inguainato da una vecchia scarpa ortopedica.
«Il mio futuro sposo sa di questo?»
«Certo, che lo sa. Ha detto che nessuno è perfetto.»
E così la zia Titina aveva acconsentito. Erano seguiti scambi di lettere, qualche ritratto e si era designata la data del matrimonio per procura. Un'unione insperata per la famiglia, e oltretutto si risparmiava sul pranzo, perché non sarebbe stato educato mangiare senza lo sposo.
«Proprio bello non è» le ho detto. «E quel riporto sulla fronte è ridicolo.»
La zia ha sospirato, persa in un mondo tutto suo.
«Ha scelto me, ha scelto proprio me, ti rendi conto?»
Me ne sono stata zitta, non le ho detto che quella richiesta di matrimonio era stata rifiutata da diverse donne. Ho fatto bene, perché da quando si è svegliata cinguetta come un cardellino innamorato e il suo andare da un angolo all'altro della casa, a controllare questo e quello, sembra seguire una melodia tutta sua, fuori tempo. Il sole di maggio intesse di luce le tende sottili, le trapassa e va a illuminarle l'incarnato roseo, mentre una cugina le sta arricciando la chioma con i ferri caldi. Le sue labbra hanno la pienezza delle rose del suo bouquet mentre sorride alla sua immagine riflessa. Lo stesso sorriso di quando ha provato l'abito cucito dalle sue dita gentili, quello che indosserà prima di sbarcare e che ora è ancora in posa sul manichino, ché in valigia si sgualcisce. Le porto il cuscinetto impreziosito dal tulle ricamato su cui ha posato il regalo dello sposo, una coroncina con gemme in zircone per ornare l'acconciatura.
«È ora di andare, zia. Ti aspettano in chiesa.»
Da seduta guarda dondolare la gamba più smilza, più corta. Calza la scarpa ben lucidata, quella che l'aiuta a tenere il passo tutti i giorni, e oggi quando attraverserà la navata gremita di parenti e curiosi sembrerà danzare.
Da seduta guarda dondolare la gamba più smilza, più corta. Calza la scarpa ben lucidata, quella che l'aiuta a tenere il passo tutti i giorni, e oggi quando attraverserà la navata gremita di parenti e curiosi sembrerà danzare.
§§§
Appena arrivata Franchina, la Colf,
Nora cercò nello specchio i suoi occhi per sincerarsi che non fossero
arrossati; poi sistemandosi con le bianche mani i capelli disordinati,
rimirò nello specchio uno sguardo compiacente al suo viso pallido e severo.
Dopo questo le parve di sentirsi più tranquilla.
Il riscaldamento aveva diffuso
un piacevole tepore nelle stanze. Sul tavolo del salottino, accanto a un
cuscino beige ricamato, era posata in bella vista un'armoniosa composizione
floreale.
L'Endocrinologo Dottor Beretta, appena entrato si guardò intorno e posò il cappotto e i guanti su una sedia.
«Ti hanno fatto abbastanza la corte, oggi?» rivolto alla moglie, ancora alla console. Lei si alzò repentina e lo fissò con lo sguardo acceso. Si sedette davanti alla finestra, la luce del tramonto filtrava dal chiaro e ampio drappeggio a illuminare il delizioso vaso di fiori.
«È forse una scena? Hai intenzione di farmi dei rimproveri?»
«Ma no, dico soltanto che quell'Avvocato Bernardis è quasi sfacciato con te.»
«Caro, quando ho saputo che tu avevi un'amante non ti preoccupavi se c'era qualcuno a farmi la corte…»
«Nora, lo sai che non è vero, sono calunnie di persone maligne. La mia era solo passione e zelo professionale per una paziente con una patologia grave.»
«Una graziosa e dolce paziente di vent'anni; tu andavi a farle visita ogni giorno, fino a quando è miracolosamente guarita!»
«Le cure innovative e assidue hanno funzionato sul suo organismo non ancora compromesso. Nora, malgrado ciò che tu pensi, io non ti ho mai tradita.»
Nora cominciò con lo stizzirsi di essersi umiliata con quel Bernardis, uomo verso il quale non sentiva nessuna attrattiva, aveva accettato l'omaggio botanico per fare un dispetto a suo marito; ora invece quel tributo, per quanto gradito, non era sufficiente a calmare il suo stato d'animo.
E se Andrea dicesse il vero? Se fossero voci infondate, maldicenze, invidie per il nostro rapporto sereno?
Intanto si erano seduti, stanchi e nervosi, sul piccolo divano. Andrea prese fra le sue le bianchissime mani della moglie, come per riscaldarle.
Quel contatto diffondeva in loro ondate di desiderio, erano ancora entrambi giovani. Andrea le parlava teneramente e Nora, che poco prima era fremente di gelosia, ora con le carezze di quelle parole ritrovava il fuoco puro dentro il suo cuore. Avvicinò il suo viso al volto di Andrea fin dove le loro labbra si unirono.
Nora si alzò, afferrò senza delicatezza il vaso di fiori, regalo dell’Avvocato e disse con piglio sicuro alla Colf: «Franchina, per favore, porta via queste erbacce!»
Quindi, tenendo nascosta una piccola lacrima, prese per mano il marito.
L'Endocrinologo Dottor Beretta, appena entrato si guardò intorno e posò il cappotto e i guanti su una sedia.
«Ti hanno fatto abbastanza la corte, oggi?» rivolto alla moglie, ancora alla console. Lei si alzò repentina e lo fissò con lo sguardo acceso. Si sedette davanti alla finestra, la luce del tramonto filtrava dal chiaro e ampio drappeggio a illuminare il delizioso vaso di fiori.
«È forse una scena? Hai intenzione di farmi dei rimproveri?»
«Ma no, dico soltanto che quell'Avvocato Bernardis è quasi sfacciato con te.»
«Caro, quando ho saputo che tu avevi un'amante non ti preoccupavi se c'era qualcuno a farmi la corte…»
«Nora, lo sai che non è vero, sono calunnie di persone maligne. La mia era solo passione e zelo professionale per una paziente con una patologia grave.»
«Una graziosa e dolce paziente di vent'anni; tu andavi a farle visita ogni giorno, fino a quando è miracolosamente guarita!»
«Le cure innovative e assidue hanno funzionato sul suo organismo non ancora compromesso. Nora, malgrado ciò che tu pensi, io non ti ho mai tradita.»
Nora cominciò con lo stizzirsi di essersi umiliata con quel Bernardis, uomo verso il quale non sentiva nessuna attrattiva, aveva accettato l'omaggio botanico per fare un dispetto a suo marito; ora invece quel tributo, per quanto gradito, non era sufficiente a calmare il suo stato d'animo.
E se Andrea dicesse il vero? Se fossero voci infondate, maldicenze, invidie per il nostro rapporto sereno?
Intanto si erano seduti, stanchi e nervosi, sul piccolo divano. Andrea prese fra le sue le bianchissime mani della moglie, come per riscaldarle.
Quel contatto diffondeva in loro ondate di desiderio, erano ancora entrambi giovani. Andrea le parlava teneramente e Nora, che poco prima era fremente di gelosia, ora con le carezze di quelle parole ritrovava il fuoco puro dentro il suo cuore. Avvicinò il suo viso al volto di Andrea fin dove le loro labbra si unirono.
Nora si alzò, afferrò senza delicatezza il vaso di fiori, regalo dell’Avvocato e disse con piglio sicuro alla Colf: «Franchina, per favore, porta via queste erbacce!»
Quindi, tenendo nascosta una piccola lacrima, prese per mano il marito.
«Andrea, usciamo stasera, comprami
una rosa, una sola come facevi una volta.»
§§§
LA PROMESSA
Il grande giorno è arrivato. Ti osservo dalla porta socchiusa, riflessa
nello specchio, nel pieno dei preparativi.
Il tuo volto, nonostante un velo di apprensione, è già radioso e bellissimo ancora prima dell'acconciatura e del trucco che, sono sicuro, lo renderanno incantevole.
Pur non scorgendolo da qui, so che, appeso all'anta dell'armadio, il romantico ed elegante vestito bianco non aspetta altro che ricoprire al meglio le tue esili membra.
L'abito, i cosmetici, la pettinatura elaborata sono solo ornamenti aggiunti alla bellezza che risplende sul tuo volto, alla luce piena di aspettative che brilla nei tuoi occhi.
Devo essere sincero e ammettere che, sì, sono geloso di quella speranza che rimbalza dal tuo sguardo allo specchio, dei sogni che stanno per avverarsi e dei quali, purtroppo, non sarò io il co-protagonista, ma la persona che hai scelto per condividere la tua vita da oggi in poi.
E che non si azzardi a farti soffrire un solo istante! Dovrà vedersela con me, in quel caso.
I preparativi stanno ormai terminando, trattieni il respiro per l'emozione mentre indossi l'abito, i tuoi occhi si riempiono di lacrime e, istintivamente, il tuo sguardo incrocia il mio, al di là della porta socchiusa.
So a cosa stai pensando, a quella sera in cui davanti al televisore, mi guardasti seria.
«Anche tu mi accompagnerai all'altare, un giorno. Vero, papà?»
Allora, emozionato, ti assicurai che l'avrei fatto, a patto che fossero passati molti anni prima di quel giorno.
E oggi sono qua, a onorare la mia promessa.
Ti osservo dal rettangolo incorniciato, tredici per diciotto centimetri su carta lucida, che ci ritrae insieme, sorridenti. Ringrazio tua madre per aver scelto questa foto e per averla posta sul pianoforte che, ormai, nessuno suona più, in direzione della tua camera.
Hai deciso che da domani la nuova collocazione di questa immagine sarà nella tua casa.
Ma ora sbrighiamoci, è vero che la sposa deve far attendere, senza esagerare, però…
Esci dalla camera e ti avvicini, il tuo bacio si posa sulla fotografia, sfiorando il mio volto.
Andiamo ora, bambina mia, lo sai che la mia anima non è in questa immagine, ma nel profondo del tuo cuore, dove rimarrà per sempre.
E, come promesso, oggi attraverserò al tuo braccio la navata della chiesa per condurti verso la tua nuova vita.
Il tuo volto, nonostante un velo di apprensione, è già radioso e bellissimo ancora prima dell'acconciatura e del trucco che, sono sicuro, lo renderanno incantevole.
Pur non scorgendolo da qui, so che, appeso all'anta dell'armadio, il romantico ed elegante vestito bianco non aspetta altro che ricoprire al meglio le tue esili membra.
L'abito, i cosmetici, la pettinatura elaborata sono solo ornamenti aggiunti alla bellezza che risplende sul tuo volto, alla luce piena di aspettative che brilla nei tuoi occhi.
Devo essere sincero e ammettere che, sì, sono geloso di quella speranza che rimbalza dal tuo sguardo allo specchio, dei sogni che stanno per avverarsi e dei quali, purtroppo, non sarò io il co-protagonista, ma la persona che hai scelto per condividere la tua vita da oggi in poi.
E che non si azzardi a farti soffrire un solo istante! Dovrà vedersela con me, in quel caso.
I preparativi stanno ormai terminando, trattieni il respiro per l'emozione mentre indossi l'abito, i tuoi occhi si riempiono di lacrime e, istintivamente, il tuo sguardo incrocia il mio, al di là della porta socchiusa.
So a cosa stai pensando, a quella sera in cui davanti al televisore, mi guardasti seria.
«Anche tu mi accompagnerai all'altare, un giorno. Vero, papà?»
Allora, emozionato, ti assicurai che l'avrei fatto, a patto che fossero passati molti anni prima di quel giorno.
E oggi sono qua, a onorare la mia promessa.
Ti osservo dal rettangolo incorniciato, tredici per diciotto centimetri su carta lucida, che ci ritrae insieme, sorridenti. Ringrazio tua madre per aver scelto questa foto e per averla posta sul pianoforte che, ormai, nessuno suona più, in direzione della tua camera.
Hai deciso che da domani la nuova collocazione di questa immagine sarà nella tua casa.
Ma ora sbrighiamoci, è vero che la sposa deve far attendere, senza esagerare, però…
Esci dalla camera e ti avvicini, il tuo bacio si posa sulla fotografia, sfiorando il mio volto.
Andiamo ora, bambina mia, lo sai che la mia anima non è in questa immagine, ma nel profondo del tuo cuore, dove rimarrà per sempre.
E, come promesso, oggi attraverserò al tuo braccio la navata della chiesa per condurti verso la tua nuova vita.
§§§
RACCONTO SEI
RISVEGLIO
Non ho dormito stanotte. Al di là
del buio c'è una nuova alba che mi aspetta, pronta a cacciare le ombre. È l’alba dei cambiamenti e delle
certezze.
Ed ecco farsi avanti il nuovo giorno.
Il battito del mio cuore, all'unisono con i rintocchi delle ore nel campanile di fronte, segnalano lo scorrere del tempo. Sulla vecchia cassapanca della nonna, sopra un cuscino elegantemente ricamato, ho deposto la coroncina, simbolo di spiritualità e forza interiore, che oggi adornerà la mia testa. In questa stanza lascio i miei sogni di giovane fanciulla per abbracciare il sommo bene. Poche ore, ormai, mi separano dal rito che mi unirà per sempre all'Eterno amore.
Porto la mano sul petto e in un intreccio di sentimenti profondi, lentamente la dirigo sul cuore.
Sembra impazzito quell'organo vitale. Ascolto ogni singolo battito e accarezzo quei palpiti d'amore con dolcezza infinita, mentre giunge la fantasia a riempire quella nuova promessa.
Poi...
Sento il risveglio farsi strada e portarmi via...
Chiudo gli occhi, giusto in tempo per udire quella voce mormorare: Ben arrivata Suor Maria.
Nessuno potrà mai proibire all'amore di raggiungere l'oasi del conforto. Lì, regna la pace.
Ed ecco farsi avanti il nuovo giorno.
Il battito del mio cuore, all'unisono con i rintocchi delle ore nel campanile di fronte, segnalano lo scorrere del tempo. Sulla vecchia cassapanca della nonna, sopra un cuscino elegantemente ricamato, ho deposto la coroncina, simbolo di spiritualità e forza interiore, che oggi adornerà la mia testa. In questa stanza lascio i miei sogni di giovane fanciulla per abbracciare il sommo bene. Poche ore, ormai, mi separano dal rito che mi unirà per sempre all'Eterno amore.
Porto la mano sul petto e in un intreccio di sentimenti profondi, lentamente la dirigo sul cuore.
Sembra impazzito quell'organo vitale. Ascolto ogni singolo battito e accarezzo quei palpiti d'amore con dolcezza infinita, mentre giunge la fantasia a riempire quella nuova promessa.
Poi...
Sento il risveglio farsi strada e portarmi via...
Chiudo gli occhi, giusto in tempo per udire quella voce mormorare: Ben arrivata Suor Maria.
Nessuno potrà mai proibire all'amore di raggiungere l'oasi del conforto. Lì, regna la pace.
§§§
RACCONTO SETTE
PRIMA DEL SÌ
La luce del mattino
filtrava dalla finestra con una delicatezza quasi irritante. Non aveva il
diritto di essere così calma. Sua madre aveva già finito di sistemarle
l'acconciatura. Lei era lì, in piedi davanti allo specchio, con il vestito appena
indossato e le mani ferme lungo i fianchi, come se muoversi potesse far
crollare qualcosa. Il tessuto bianco aderiva al corpo in modo preciso,
studiato, eppure le sembrava estraneo. Si osservò senza sorridere. Quella donna
riflessa aveva il suo volto, ma non la sua sicurezza.
Ripensò alle notti insonni e ai silenzi che a volte si erano infilati tra lei e il futuro sposo come lame sottili. Ai messaggi rimasti senza risposta, alle frasi dette a metà, alle discussioni finite senza un vero vincitore. Si chiese, non per la prima volta, se l'amore dovesse davvero fare così male a tratti. Se fosse normale sentire, proprio quel giorno, una paura così netta. Non la paura di perdere lui, ma quella di restare, scegliendo consapevolmente una persona imperfetta.
Osservò la tiara d'oro bianco poggiata sul prezioso cuscino, poi abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Tremavano appena. Pensò a tutte le volte in cui lui non aveva capito, a quelle in cui aveva sbagliato tono, tempo, parole. E alle volte, altrettanto numerose, in cui era stata lei a ferire, a pretendere, a chiudersi.
Si avvicinò allo specchio, fino a distinguere ogni piccolo dettaglio del viso: una ruga leggera accanto agli occhi, il rossore sulle guance, la stanchezza che nessun trucco riusciva a cancellare del tutto. Non era l'immagine della sposa che aveva immaginato da ragazza. Era più vera. E forse per questo più difficile da accettare.
Si chiese se fosse quello il momento in cui si capisce davvero che le favole mentono, quando resti sola davanti a uno specchio. Pensò che avrebbe potuto andarsene. Poteva, nessuna porta era chiusa a chiave, nessun passo era ancora stato fatto.
Poi, senza sapere bene perché, sorrise appena. Le tornò in mente una sera d'estate, lui seduto vicino a lei, parlando di progetti per ore. Ripensò al modo in cui sapeva ascoltarla quando smetteva di difendersi. Nonostante tutto, tornavano sempre a scegliersi. Non perché fosse facile, ma perché era autentico.
Capì allora che non stava cercando la certezza: stava cercando il coraggio. L'amore che avevano non era perfetto, no. Era fatto di crepe, tentativi, aggiustamenti continui, ma era reale.
Inspirò profondamente e raddrizzò le spalle. Non per diventare qualcun'altra, ma per restare sé stessa. Guardò ancora una volta il riflesso e riconobbe quella donna: imperfetta, dubbiosa, pronta.
In quel momento seppe che, proprio così com'era, quell'amore era perfetto.
Ripensò alle notti insonni e ai silenzi che a volte si erano infilati tra lei e il futuro sposo come lame sottili. Ai messaggi rimasti senza risposta, alle frasi dette a metà, alle discussioni finite senza un vero vincitore. Si chiese, non per la prima volta, se l'amore dovesse davvero fare così male a tratti. Se fosse normale sentire, proprio quel giorno, una paura così netta. Non la paura di perdere lui, ma quella di restare, scegliendo consapevolmente una persona imperfetta.
Osservò la tiara d'oro bianco poggiata sul prezioso cuscino, poi abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Tremavano appena. Pensò a tutte le volte in cui lui non aveva capito, a quelle in cui aveva sbagliato tono, tempo, parole. E alle volte, altrettanto numerose, in cui era stata lei a ferire, a pretendere, a chiudersi.
Si avvicinò allo specchio, fino a distinguere ogni piccolo dettaglio del viso: una ruga leggera accanto agli occhi, il rossore sulle guance, la stanchezza che nessun trucco riusciva a cancellare del tutto. Non era l'immagine della sposa che aveva immaginato da ragazza. Era più vera. E forse per questo più difficile da accettare.
Si chiese se fosse quello il momento in cui si capisce davvero che le favole mentono, quando resti sola davanti a uno specchio. Pensò che avrebbe potuto andarsene. Poteva, nessuna porta era chiusa a chiave, nessun passo era ancora stato fatto.
Poi, senza sapere bene perché, sorrise appena. Le tornò in mente una sera d'estate, lui seduto vicino a lei, parlando di progetti per ore. Ripensò al modo in cui sapeva ascoltarla quando smetteva di difendersi. Nonostante tutto, tornavano sempre a scegliersi. Non perché fosse facile, ma perché era autentico.
Capì allora che non stava cercando la certezza: stava cercando il coraggio. L'amore che avevano non era perfetto, no. Era fatto di crepe, tentativi, aggiustamenti continui, ma era reale.
Inspirò profondamente e raddrizzò le spalle. Non per diventare qualcun'altra, ma per restare sé stessa. Guardò ancora una volta il riflesso e riconobbe quella donna: imperfetta, dubbiosa, pronta.
In quel momento seppe che, proprio così com'era, quell'amore era perfetto.
§§§
RACCONTO OTTO
LO SPOSO AMERICANO
Non ho mai pensato che mia cugina Giulia fosse migliore di me, eravamo
solo diverse: lei bella e atletica, io studiosa e impacciata, lei timida, io
disinvolta. Siamo coetanee e siamo cresciute assieme.
Oggi si sposa, sono felice per lei.
Questa stanza profuma di fiori d'arancio. Sono curiosa di conoscere lo sposo.
Tempo fa mi ha telefonato per invitarmi alle nozze. Non la sentivo dal giorno in cui è scoppiata la bomba affettiva.
Durante la chiamata abbiamo parlato a lungo del problema, concludendo che ci siamo salvate la vita a vicenda.
Come simbolo della pace ritrovata le ho portato in dono una collana di perle.
Attraverso una porta la osservo mentre si pettina. È ancora bella come fosse adolescente, come quando mi confidò di essersi innamorata di Marco, uno studente che molte ragazze del liceo desideravano. Ma lui aveva scelto lei. Quando uscivamo in gruppo, però, notavo in lui sguardi e gesti rivolti a me. A Giulia non avevo mai confidato nulla, nemmeno quando decisi di incontrarlo da sola. Beh, alla fine lui mi piaceva e dedussi che quei segnali erano il principio del mio innamoramento. La nostra storia durò poco, il tempo per togliermi il capriccio. Nel contempo finì anche la loro storia e Marco mantenne il segreto, sparendo dal nostro giro.
Oggi si sposa, sono felice per lei.
Questa stanza profuma di fiori d'arancio. Sono curiosa di conoscere lo sposo.
Tempo fa mi ha telefonato per invitarmi alle nozze. Non la sentivo dal giorno in cui è scoppiata la bomba affettiva.
Durante la chiamata abbiamo parlato a lungo del problema, concludendo che ci siamo salvate la vita a vicenda.
Come simbolo della pace ritrovata le ho portato in dono una collana di perle.
Attraverso una porta la osservo mentre si pettina. È ancora bella come fosse adolescente, come quando mi confidò di essersi innamorata di Marco, uno studente che molte ragazze del liceo desideravano. Ma lui aveva scelto lei. Quando uscivamo in gruppo, però, notavo in lui sguardi e gesti rivolti a me. A Giulia non avevo mai confidato nulla, nemmeno quando decisi di incontrarlo da sola. Beh, alla fine lui mi piaceva e dedussi che quei segnali erano il principio del mio innamoramento. La nostra storia durò poco, il tempo per togliermi il capriccio. Nel contempo finì anche la loro storia e Marco mantenne il segreto, sparendo dal nostro giro.
«Adriana, portami il velo!»
La felicità di Giulia è contagiosa. Mi avvicino a lei e sorrido mentre le
porgo il velo.
«Quanto sono felice, Adriana. Quando conoscerai Johnny capirai come sono fortunata. Merito tuo!»
Annuisco, ma il sorriso mi si incrina. Ritorno in salotto, conto i fiori del bouquet: dodici. Che coincidenza! Sono gli anni trascorsi da quel giorno.
Eravamo giovani, Giulia lavorava e aveva una relazione con Simone. Quando lo conobbi e iniziammo a uscire tutti insieme, non esitai a riferire a Giulia alcuni dubbi su di lui: sguardi, mani, cenni… Pensavo di aver fatto la cosa giusta, ma in realtà mi resi conto di essermi infatuata di lui. Lo frequentai, il nostro rapporto divenne davvero intenso, ma quando Giulia lo scoprì non volle più parlarmi.
Ma le cose non sempre seguono strade segnate.
Simone si rivelò possessivo e violento. Fu proprio Giulia a salvarmi quando le rivelai il mio disagio, ospitandomi in casa sua per alcuni giorni.
Giulia continuò a non parlarmi, portava rancore. Decise di partire per l'America, di sparire per sempre dalla mia vita, raccomandandomi di non chiamarla più.
In dodici anni ho avuto modo di riflettere sulle mie azioni senza trovare veri sensi di colpa. È solo che le cose dovevano andare così. Non credo di innamorarmi delle persone sbagliate, sono loro a scegliere me.
Oh, ecco, la sposa è pronta. Lo sposo è giù in strada che aspetta, io romperò il piatto pieno di riso, petali, monetine. Esco e respiro la primavera americana: è inebriante.
«Quanto sono felice, Adriana. Quando conoscerai Johnny capirai come sono fortunata. Merito tuo!»
Annuisco, ma il sorriso mi si incrina. Ritorno in salotto, conto i fiori del bouquet: dodici. Che coincidenza! Sono gli anni trascorsi da quel giorno.
Eravamo giovani, Giulia lavorava e aveva una relazione con Simone. Quando lo conobbi e iniziammo a uscire tutti insieme, non esitai a riferire a Giulia alcuni dubbi su di lui: sguardi, mani, cenni… Pensavo di aver fatto la cosa giusta, ma in realtà mi resi conto di essermi infatuata di lui. Lo frequentai, il nostro rapporto divenne davvero intenso, ma quando Giulia lo scoprì non volle più parlarmi.
Ma le cose non sempre seguono strade segnate.
Simone si rivelò possessivo e violento. Fu proprio Giulia a salvarmi quando le rivelai il mio disagio, ospitandomi in casa sua per alcuni giorni.
Giulia continuò a non parlarmi, portava rancore. Decise di partire per l'America, di sparire per sempre dalla mia vita, raccomandandomi di non chiamarla più.
In dodici anni ho avuto modo di riflettere sulle mie azioni senza trovare veri sensi di colpa. È solo che le cose dovevano andare così. Non credo di innamorarmi delle persone sbagliate, sono loro a scegliere me.
Oh, ecco, la sposa è pronta. Lo sposo è giù in strada che aspetta, io romperò il piatto pieno di riso, petali, monetine. Esco e respiro la primavera americana: è inebriante.
Ecco lo sposo, è bellissimo in smoking grigio perla.
Lo guardo, i suoi occhi magnetici sono fissi su di me. Non mi conosce, ma mi
saluta sorridendo. È affascinante.
Avrò modo di conoscerlo, ne sono sicura.
§§§
Ora tocca a voi: leggere e votare!
Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle


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