Dipende da dove vuoi andare

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venerdì 28 luglio 2017

Numero 288 - Partiamo da un dipinto ;-) - 28 Luglio 2017


(Robert Gnievek)

Ormai sapete che questo Blog offre ospitalità ad autori ai quali piace mettersi in gioco e divertirsi con le parole.
Abbiamo già fatto diversi esperimenti di scrittura multipla che ha prodotto risultati interessanti, dove avete avuto modo di conoscere scrittori diversi tra loro nello stile e nel modo di raccontare storie.

E oggi parte una nuova storia che sarà raccontata dagli autori che usciranno prossimamente con opere personali per la Edizioni Convalle.

Alcuni già li conoscete, altri li leggerete qui per la prima volta. Avrete quindi l'opportunità di assaporare "un antipasto" relativamente alla loro bravura, abilità e passione. 

Cominciamo a presentare colui che inizierà "a giocare" 
Stefano Galardini.
Una penna davvero molto molto interessante!
Un giovane autore che pubblicherà ad inizio autunno un romanzo che non dovrete farvi scappare, da leggere assolutamente! 
Ma di questo vi terrò informati work in progress. 

Al momento godiamoci il suo incipit, basato sull'ispirazione che gli procurerà questo dipinto di un pittore americano.

Quale storia comincerà a raccontarci?
Sono curiosa!

Il bello di questo "gioco" è che lo scrittore è allo stesso tempo anche lettore, vive la creatività di dover scrivere una storia, ma vive anche l'attesa di leggere cosa scriveranno i compagni di avventura; tutto questo senza accordi, senza un canovaccio, senza quasi conoscersi!
Beh, bisogna essere davvero bravi! 

Ma del resto, come ben sapete, Edizioni Convalle pubblica solo belle opere, autori che hanno qualcosa da dire e da dare al pubblico;-) Ne avete avuto già un assaggio con le prime opere pubblicate da Febbraio ad oggi.

Quindi partiamo col capitolo 1 di una storia di cui ancora non sappiamo niente, sappiamo solo da dove parte, da quell'immagine, e sappiamo chi la scriverà.
Forza, Stefano Galardini: sorprendici!

Si comincia!


Capitolo 1
di 
Stefano Galardini


Paul fischiò. Carl e suo fratello Pete si voltarono a guardare nella direzione del suo sguardo, per riuscire a cogliere quale grazia mai avesse potuto farlo reagire così. Sam, come al solito, non staccò gli occhi dal vetro opalescente della sua pinta di birra. Era raro che interagisse con gli altri, smozzicando tutt'al più qualche mezza parola. La sua testa era sempre incastrata da qualche altra parte, a inseguire un pensiero che velava il suo sguardo, come fosse sempre impegnato a tentare di scorgere qualcosa all'orizzonte. Non era mai stato di molte parole nemmeno prima, ma un turno in Vietnam lo aveva restituito a casa a corto, oltre che di una gamba, anche di molti argomenti.
Durante la Summer of Love, il 1969, in un gruppetto di quattro persone almeno uno era certamente un hippie capellone o un reduce. Da qualsiasi parte degli Stati Uniti. Persino nel Wisconsin.
«Che c'è, chi hai visto?» fece Pete. Era il più giovane del quartetto e come suo fratello maggiore era un agricoltore. Come lo erano almeno sette persone su dieci, nel raggio di cinquecento miglia a sud-ovest di Eau Claire.
Paul sghignazzò, continuando a succhiare il fiammifero stretto tra i denti: teneva sempre un fiammifero in bocca, come memento, diceva, da quando aveva smesso di fumare sette anni prima. I capelli biondo fieno su una faccia butterata e glabra, una volta passati i quaranta, avevano cominciato a diradarglisi sulle tempie; si notava, nonostante li tenesse rasati quasi a zero. Li aveva sempre portati così.
«Guardalo, come va in fregola il ragazzo!» lo prese in giro, mantenendo quel ghigno strafottente sul viso: «Le macchine, ragazzo. Parlavo delle macchine parcheggiate qua fuori. Sembra quasi ci sia un raduno.» 
Aveva ragione. Carl guardò fuori e se ne rese conto anche lui. Riconobbe immediatamente una Pontiac Firebird 400, nuova di zecca. Nera, un contrasto perfetto con le finiture e i cerchi cromati. Una vera bellezza. Ne aveva letto un articolo di recente, nella bottega del barbiere. Il ragazzino che gli faceva da aiutante gli aveva aperto la pagina davanti agli occhi, eccitato come se fosse stato il paginone centrale di Playboy.
«Ma sentilo! Io di fica ne ho vista sicuramente più di te, Paul!» frignò il più giovane, causando un altro accesso della risata aspra di Paul. 
Si passavano cinque anni, ma Peter “Pete” Sanders aveva sempre fatto parte della cricca di Bowery Lane. La madre, sua e di Carl, era stata irremovibile, con il fratello maggiore: «O ti porti anche tuo fratello, o in giro non ci vai proprio!» 
La signora Sanders era convinta che fosse prerogativa del maggiore, prendersi cura del fratellino. Così, non senza un'iniziale reticenza, il bambino era stato accolto nel gruppo di ragazzi più grandi, la cui amicizia era cresciuta, includendolo, durante gli ultimi vent'anni. Peter non aveva però mai perso, nemmeno ora che di anni ne aveva trentasei, il carattere di chi deve costantemente dare prova di qualcosa, di sé, forse, della propria legittimità all'appartenenza. Di contro, non aveva nemmeno mai guadagnato abbastanza cervello da non stare alle prese per il culo di Paul Butler, e così la vecchia storia si ripeteva ancora, e ancora, sempre uguale, lungo tutto l'arco della loro amicizia. Erano come un cane e un gatto che vivono nello stesso appartamento: continueranno a stuzzicarsi in eterno, anche dopo  essersi abituati, e affezionati, l'uno all'altro.
«Quella cos'è? Una Cadillac?» fece Carl, per nulla interessato al loro ennesimo battibecco. Paul e Pete si voltarono all'unisono a guardare fuori, ma fu Sam a parlare per primo: «Sì, una Lowrider. Del '60 o '62.» disse, nel suo tono di voce privo di timbro, prima di tornare a riflettere sulle gocce di condensa della sua birra. Ne bevve un sorso, lentamente, come un gesto studiato e progettato a lungo.
«Sì, mi sembra» aggiunse Carl grattandosi il mento «e la Charger è del figlio degli Smith, la riconosco.»
«E la bellezza laggiù è la Oldsmobile di Casey, là al banco.» Pete fece schioccare le dita, indicando l'uomo anziano, curvo su una pinta di Stout, qualcosa di fiero in fondo allo sguardo, proteso in avanti come le sue spalle.
«E la Mustang?» Carl indicò una macchina più defilata, parcheggiata oltre l'ingresso.
«Quale?» Paul si girò di novanta gradi, cercandola con lo sguardo.
«Laggiù, quella bianca. A fianco di dove ho piazzato il mio camioncino.»
«Il nostro, camioncino.» precisò il fratello minore. Carl non lo degnò nemmeno di uno sguardo.
«Una mustang bianca decappottabile. Auto da femmina, sicuro.» disse Paul dopo averla individuata.
«Cazzate» gli rispose il maggiore dei Sanders «io me la comprerei.»
«Ma tu sei una checca, Charlotte.» Paul digrignò di nuovo i denti in una mezza risata alla sua battuta, ma Carl non era come il fratello. Aveva capito da parecchio che l'arma migliore contro Paul era una serafica indifferenza.
«Stavolta hai visto giusto, Paul.» Rosie si avvicinò al tavolo. «Un altro giro, ragazzi?»
«Sto a posto, Rosie» fece Carl «parlavi della macchina?»
Paul alzò il bicchiere pieno solo di schiuma: «Un altro giro per me, Rosie. Paga il ragazzo.» disse, strizzando l'occhio al membro più giovane del gruppo.
Mentre versava  la birra chiara dalla brocca, Rosie li informò: «Una tizia arrivata più di un'ora fa, poco prima di voi. Si è chiusa in bagno e non l'ho ancora vista uscire. In effetti forse dovrei andare a dare un'occhiata, magari si è sentita male!»
In realtà la donna non si era sentita affatto male e di lì a poco sarebbe uscita dal bagno e avrebbe sconvolto le vite di tutti e quattro gli uomini a quel tavolo. Sam, soprattutto, ne sarebbe stato colpito.

Perché lui quella donna la conosceva. La conosceva molto bene...


Capitolo 2
di
Serena Donvito



Per Sam, l'impatto con gli occhi di Leah fu devastante ma riuscì comunque a ricomporsi e a non lasciar trasparire alcuna emozione davanti ai suoi amici.

Si voltò e tornò a fissare la sua birra, come se quegli occhioni azzurri non gli avessero fatto tornare in mente la parte più felice della sua vita, come se quei capelli biondo scuro, lisci e morbidi, non gli avessero riacceso emozioni che da tempo cercava di tenere sepolte nell'angolo più remoto della sua mente e del suo cuore.

«Caspita!» esplose Paul «e quella dea da dove salta fuori! Non è di queste parti altrimenti l'avrei notata prima e sicuramente adesso farebbe parte delle mie conquiste.»
Carl rise sguaiatamente alla battuta dell'amico, ma Pete no. Pete era stato l'unico a notare la reazione di Sam alla vista della ragazza e ad aver colto l'irrigidimento delle sue mani intorno al boccale di birra alle parole di Paul.


Leah si era immobilizzata e aveva fissato Sam, sorpresa dalla sua presenza. Il cuore le era schizzato fuori dal petto per quella minuscola frazione di secondo in cui i loro sguardi si erano incontrati. Lui aveva immediatamente rivolto altrove i suoi occhi, per lei invece non era stato così facile. D'altronde era sempre stata la più debole tra i due, nonostante i fatti dimostrassero il contrario.

Leah uscì dal locale in preda alle sensazioni più tumultuose. Doveva andare via da lì, dimenticarsi di Sam una volta per tutte. Aveva avuto l'ennesima dimostrazione che lui non desiderava rivederla né tantomeno addentrarsi con lei nel buio che li circondava e che aveva attanagliato le loro vite.

Entrò nella sua Mustang bianca nuova di zecca come una furia. Era arrabbiata, ferita, distrutta e... odiava quella macchina.
Cosa le era saltato in mente quando l'aveva comprata? Veramente pensava che usare quei soldi per comprarsi una macchina nuova li avrebbe ripuliti da tutto il dolore che celavano?
Non riusciva a smettere di tremare e cominciò ad analizzare la situazione. Analizzare la situazione... proprio quello che le avrebbe suggerito di fare Leanna.
Certo, essere stata colta da uno dei suoi soliti attacchi di panico, proprio all'altezza di quel locale non poteva essere stata una coincidenza. Un segno del destino, forse?
Una mano invisibile, che conosceva il suo dolore e il suo bisogno di Sam, l'aveva guidata lì?
Non riusciva a pensare in quell'arido parcheggio, così mise in moto e si avviò verso l'unico luogo in cui si sentiva a casa.


«Ma no! La mia dea è andata via prima che potessi offrirle da bere e dichiararle il mio amore e la mia fedeltà eterni!» esclamò divertito Paul.

«Sì, certo, soprattutto la fedeltà, Paul, quella è uno dei tuoi principali pregi» rise Carl.

«Sembrava aver visto un fantasma» l'affermazione di Pete riportò il silenzio «non avete visto la sua espressione? Il suo viso ha perso colore ed è uscita da qui come se qualcosa l'avesse sconvolta.»
«Oh cavolo, Paul! Lo sapevo! Ci sei sicuramente tu di mezzo. Hai cercato di accalappiarla in qualche locale con i tuoi modi diversamente galanti e adesso non ti ricordi più di lei!» disse Carl fingendo di essere scandalizzato.
«Dal modo in cui è scappata direi che deve essere stato durante una serata in cui ho dato il meglio di me, sfoggiando il mio irresistibile repertorio…» si pavoneggiò Paul.

Paul e Carl, troppo presi dai loro futili discorsi e dalle loro risate, non si accorsero che Sam si era alzato ed era uscito dal locale.

Pete lo osservava attentamente dalla finestra, invece. 

Sam era sempre stato più serio e taciturno rispetto agli altri due, ma anche e soprattutto misterioso.
Quando qualche anno prima si era unito per caso al loro gruppetto, non aveva raccontato quasi nulla di sé e alle domande aveva sempre risposto in modo vago cercando di deviare il discorso su qualsiasi altra cosa che non riguardasse lui. 
Ora Pete ne era convinto. Sam nascondeva qualcosa.


Non ne poteva più di stare dentro al locale. Paul e Carl erano simpatici ma in quel momento era arrivato quasi a odiarli. Ma in fondo non era colpa loro. Nessuno dei suoi amici sapeva di Leah, nessuno conosceva la storia che li univa e che li aveva dolorosamente separati.

Finalmente era arrivata. Parcheggiò la macchina, scese, varcò il grande cancello e percorse il vialetto fino al punto in cui passava molte ore della sua giornata. Si inginocchiò e passò teneramente la mano sulla superficie liscia e linda della lapide di Leanna Davis.

«Ciao sorellina, sono tornata.»




Capitolo 3 
di
Floriana Naso


Non posò dei fiori né pianse. 
Spolverò la foto di sua sorella con una carezza gentile: «Non so più cosa devo fare e tu non ci sei più. Non voglio infrangere la promessa eppure sento che sto per smarrirmi, non so se avrò la forza per…» chiuse gli occhi e si raccolse in un angolo, stringendo le ginocchia al petto. Si lasciò cullare dall’odore del legno annaffiato dalla pioggia. Cipressi morti spiccavano tra i cespugli inselvatichiti dal tempo. Era un luogo abbandonato come le anime che vi abitavano; una penosa landa desolata per molti eppure, a Leah, rievocava il passato di una vita serena anche se difficile.
Leanna aveva sempre guardato il mondo a modo suo. Non c’era clemenza nei suoi gesti. Tutta disciplina e rigore. Impegno e risolutezza. Era una donna di poche parole, ma che sapeva far rispettare. Aveva dovuto imparare a cavarsela da sola già a quattordici anni, quando il destino decise di infliggerle la punizione più crudele strappandole i genitori: si schiantarono contro un camion, sulla Harding Avenue. Tuttavia non si diede per vinta e iniziò la lotta con il mondo: c’era Leah a cui badare e far crescere.
Nessuno la conosceva bene, era come un animale selvatico: scontrosa e irascibile. Solo Leah sapeva distinguere, attraverso tutti gli strati severi che si era cucita addosso, la donna amorevole, dolce, premurosa e attenta qual era sempre stata: «Io farò tutto ciò che è necessario per proteggerti» le ripeteva spesso. E l’aveva fatto, fino a quel tragico venerdì di un anno prima: «Devi promettermi che non incontrerai mai più Sam, promettimelo!» Leah l’aveva guardata piena di lacrime e, stringendole la mano, aveva promesso.
Quel ragazzo si era intromesso nelle loro vite come un ciclone tra i filari di una vigna.
Si erano conosciuti durante una manifestazione contro il Vietnam. Lui, sbilenco e taciturno, l’aveva incuriosita subito. In seguito, le sue carezze e le sue ambizioni l’avevano catturata. Da sempre ammirava la determinazione, forse perché rivedeva in lui il carattere forte di Leanna e quindi una persona a cui affidarsi. Non aveva mai ammesso a se stessa quanto fosse prioritario trovare una guida, un faro da seguire. Sam le sembrò subito la persona giusta. Si frequentarono per diversi mesi, ma quando Leah lo presentò a sua sorella, quest’ultima, da brava poliziotta qual era, la mise subito in guardia: «La tenacia di quest’uomo, mi pare più un’ossessione».
«Come puoi dirlo? Lui vuole solo un futuro migliore, nient’altro. È un crimine, per caso?»
«L’ambizione non è un crimine, quando è sana.»
«E cosa ti fa pensare che non lo sia?»
Leanna si limitò a fissarla obliqua. Le labbra, inasprite dai troppi no che avevano dovuto pronunciare, trattennero a stento le parole e si bloccarono in una smorfia contrita dalla rabbia.
Cosa aveva scoperto Leanna che lei non sapeva?
Il dubbio divenne ancora più feroce quando una sera di qualche mese dopo, Sam, si presentò da lei con trentamila dollari in contanti: «Dove li hai presi?».
«Ma come? Non sei contenta?»
«Certo e che, sai, non sono abituata a vedere tanto denaro tutto insieme. Non ti hanno licenziato, giù al ranch, vero?»
«Ma no, che dici? E poi non me la sarei mai guadagnata una liquidazione così, - si pentì subito di averlo detto e aggiunse di fretta - È l’eredità di uno zio che non ho mai conosciuto. Mi ha voluto lasciare tutto, sai, per via d-dell’incidente…»
Leah volle fidarsi e gli buttò le braccia al collo commossa: «Saranno per la nostra casa!».
Ma poi, dopo qualche settimana, Sam scomparve dalla sua vita, senza un biglietto. Una parola. Vapore dissolto nel nulla. Le rimasero solo i soldi e un mucchio di promesse in sospeso. All’inizio pensò di tenerli fino a quando non fosse ricomparso, ma poi, logorata anche dai continui litigi con Leanna, decise che un giorno li avrebbe spesi per sé.
«Alla fine ho fatto la pazzia.» Ricominciò ad accarezzare la foto di quel volto invecchiato prematuramente. Si stese sulla lapide, come volesse abbracciarla: «Sai, oggi l’ho rivisto, - parlava a voce alta, fendendo il silenzio disturbato solo dal vento - Non me l’aspettavo. Ma è bastato quel secondo per…». Un fremito la scosse e si mise seduta, con le mani abbandonate sul grembo.
«Perché il destino si è accanito con ferocia contro di noi, perché?». Ripensò a quando Leanna fu ferita da quello sconosciuto. L’aveva aspettata davanti a casa in una notte senza stelle e senza luna, di quelle il cui nero ti risucchia nelle sue profondità. Due colpi, dritti al petto.
«Scoprirò chi è stato, te lo giuro, a costo di metterci tutta la vita, ma tu devi darmi una mano, okay? Avevi detto che non mi avresti mai lasciata, che mi avresti sempre protetta… - guardò le nuvole correre a est - Sì, so che lo farai, anche da lassù.»
Si asciugò gli occhi incamminandosi verso la Mustang. Il suo incedere lento ma risoluto tradì le sue intenzioni: era giunto il momento di lottare, proprio come aveva fatto Leanna prima di lei.
Avrebbe trovato il suo posto nel mondo, ma prima doveva rispondere alle tante domande ancora in sospeso: chi aveva ucciso sua sorella e perché? Quali segreti giacevano sepolti insieme a lei, ma soprattutto: chi era veramente Sam Baker?


Capitolo 4
di
Corrado D'Angelo


«Ehi Bimba, perché tante lacrime? Adesso hai perfino una fuoriserie da sogno...»
Leah si voltò come una iena cui è stata sottratta la preda e si avventò su Sam, spuntato all’improvviso alle sue spalle da dietro un albero del viale. Lo colpì con una gragnuola di pugni, cancellandogli dal viso il ghigno beffardo che conosceva bene. Sam, sorpreso, prima indietreggiò, poi perse l’equilibrio scivolando con la stampella e cadde rovinosamente sulla schiena. Leah gli fu subito sopra urlando: «Bastardo! Tu, lurido bastardo!»
Sam il bastardo alzò istintivamente le braccia per difendersi e si abbarbicò ai polsi di Leah trascinandola sopra di sé.
«Non osare, schifoso, non toccarmi!»
Si ritrovarono avvinghiati e ansimanti, infuocati come ferri appena estratti da una fucina: poi Sam indovinò le labbra di Leah e la battaglia ebbe fine.
Si baciarono a lungo. Si baciarono per tutti i ricordi inquieti che popolavano quel posto e per tutti i mesi che si erano mancati.

Sam riaprì gli occhi all’imbrunire. Si rese conto di essere coricato, nudo, nel letto di Leah, avevano fatto l’amore come ai vecchi tempi e lei gli stava sicuramente preparando qualcosa di buono. Affacciandosi in cucina, vide sul tavolo del tè fumante  e i suoi biscotti preferiti; Leah lo invitò a sedersi con un grazioso gesto della mano e lui eseguì immediatamente, quasi incredulo per la ritrovata armonia.
Scelse un biscotto, lo immerse per metà nel tè bollente, stava per portarlo alla bocca quando Leah sibilò:
«E tu come diavolo sapevi del cimitero?»
I secondi di silenzio che seguirono furono rotti dal plaf della metà del biscotto che, oramai troppo imbevuta, precipitò nella tazza provocando un piccolo maremoto.
Bene, la tregua è finita, pensò Sam.
«Quel posto lo conosco bene almeno quanto te, Bimba, e lo frequento per il tuo stesso motivo».
«Tu non c’entri niente con noi, Sam! Cosa vuoi saperne tu, di me  e Leanna, del rapporto fra due sorelle senza più genitori? E se casomai non te ne fossi accorto, lei ti ha odiato fin dal primo momento!»
«Io invece l’amavo, tanto...»
Stavolta il silenzio si fece greve e Sam decise di andare fino in fondo.
«Tu all’epoca eri poco più di una bambina. Non starò a raccontarti che donna meravigliosa fosse Leanna e di come tutto filasse liscio fra noi, fino al giorno della morte dei tuoi. Lì si ruppe qualcosa e lei cominciò ad allontanarmi, a sostituirmi con l’amore e l’attenzione per te. Io non la presi per niente bene e non ce le mandammo a dire, fino a quando decisi che fosse meglio partire per il Vietnam. Tanto valeva farsi massacrare dai musi gialli piuttosto che dalla donna che amavo. Il resto della storia, credo che tu lo conosca...».
Leah era allibita. «Ma perché non me l’hai detto subito? Io avrei capito...»
«Capito cosa, Leah? Che mentre ero un uomo tutto intero ho amato tua sorella e quando sono tornato da storpio ho dedicato a te le mie attenzioni? Se ti avessi detto la verità, che Leanna aveva deciso di seppellire il nostro amore per dedicarsi solo a te, non mi avresti creduto e avresti incolpato me».
«Non è vero, sei tu che sei scappato un’altra volta! Solo che invece di arrivare in Vietnam, hai preferito fermarti in uno schifoso abbeveratoio lungo la statale a gonfiarti di birra. Ma io ti amo!»
Sam alzò lo sguardo che fino ad allora aveva tenuto basso:
«Anch’io ti amo, quant’è vero Iddio! Non sai, non puoi sapere quanto è stato difficile sopportare gli sguardi e le parole della gente di qua, di quelli che mi hanno  visto tornare senza una gamba eppure riuscire a rifarmi una vita e avere ancora amore, da dare e ricevere. Ma di loro non mi importa proprio niente. Però la diffidenza di Leanna, i suoi sguardi di rimprovero quando venivo a prenderti, l’impressione di portar  via qualcosa che non mi apparteneva...  È  vero, sono scappato un’altra volta, ma ora sono qua».

Le loro dita si sfiorarono, poi si incrociarono davanti al mucchietto di biscotti rimasto quasi intatto: la ferita della fuga era ancora carne viva e ci sarebbe voluto molto tempo per sanarla, ma la strada era aperta.




  












7 commenti:

  1. Un esordio veramente col "botto"! molto bello questo primo capitolo un linguaggio crudo e adatto alla situazione. Complimenti all'autore.

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    Risposte
    1. Stefano Galardini2 agosto 2017 17:17

      Devo dire che mi sono divertito parecchio. Complice la passione per le vecchie automobili americane! L'ambientazione statunitense è inedita per me, sono contento che non suoni forzata!

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  2. Stile asciutto e maschio il primo capitolo (ma va?).
    Introspettivo e romantico il secondo.
    Complimenti a Stefano.
    Bello, Serena, brava!!! Ma lo sapevo già!!!
    Veronica

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  3. Grazie Veronica, apprezzo molto 😙

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  4. Brava Serema 8 Agosto 2017

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  5. Bravissima Serana

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  6. Oh ma quanti misteri! Confermo che sarà davvero impegnativo seguirvi, siete troppo bravi/e
    Maria Rita

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