
Riparte il Masterbook, il torneo di scrittura on line a eliminazione più dinamico e divertente che ci sia!
Rispetto alla prima edizione, ci saranno cambiamenti nello svolgersi della competizione.
Ma partiamo dal principio:
18 concorrenti coraggiosi si sono iscritti a questa avventura e sono stati divisi in due gruppi.
GRUPPO A
Ilaria Luce Alesina
Valentina Ciocca
Maria Grazia Conti
Antonella Malvestiti
Alessandra Nobile
Laura Scartabelli
Carmine Scavello
Luca Togni
Emanuela Carmelita Tomiato
GRUPPO B
Stefano Buzzi
Arianna Desogus
Maura Hary
Giovanna Agata Lucenti
Sandra Morara
Linda Silvia Scarpenti
Cesare Sordi
Camilla Terso
Tatiana Vanini
Conosciamo anche la giuria tecnica che sarà composta dai Direttori di Collana di Edizioni Convalle:
Silvana Da Roit
Marta Martello
Tiziana Mazza
Tania Mignani
Gianluca Nespoli
Maria Rita Sanna
E poi ci siete voi, caro pubblico che ci segue, a rappresentare il voto popolare.
Ora vi spiego.
Nella prima fase - FASE 1 - della gara, ci saranno tre prove per i nostri concorrenti. Nessuno di loro, in questa fase, verrà eliminato, ma accumuleranno i punti delle tre prove, sommando i voti della giuria tecnica e i voti della giuria popolare (tutti voi).
La giuria tecnica attribuirà ai racconti un voto da 1 a 10.
La giuria popolare potrà esprimere tre preferenze per ogni gruppo di racconti proposti in questo Blog. Andrò a sommare i voti del pubblico e i racconti più votati riceveranno un bonus di 9 punti (al più votato), 6 punti (al secondo) e 3 (al terzo).
Si produrrà quindi una classifica provvisoria che potrà cambiare attraverso le tre prove della Fase 1.
Ho deciso di fare così perché in questo modo gli autori avranno tre occasioni per dare il meglio di sé ed eventualmente recuperare se un pezzo non è riuscito bene.
Al termine della Fase 1 cominceranno le prove ad eliminazione che porteranno, prova dopo prova, al vincitore assoluto!
IMPORTANTE!
Tutti i racconti saranno sottoposti al voto (sia della giuria tecnica, che quella popolare) in forma anonima. Non verrà dichiarata la paternità del testo in fase di votazione, ma solo dopo, a votazione conclusa.
I concorrenti dovranno mantenere il segreto e non dire a NESSUNO che il tal pezzo appartiene a loro, pena la squalifica.
Questo perché i testi vanno giudicati e votati per quello che valgono, senza farsi condizionare da chi li ha scritti.
I testi saranno obbligatoriamente INEDITI, mai pubblicati prima in nessun modo, neppur sui social.
Preciso anche che posterò nel Blog i racconti ESATTAMENTE come mi verranno inviati, eventuali errori compresi.
Questo perché è importante la cura del testo da parte dei concorrenti e gli errori vanno tenuti in considerazioni quando si vota.
Quindi, si parte.
La prima fotografia che ha ispirato i concorrenti del GRUPPO A è la foto di copertina di questo numero del Blog: una cabina telefonica rosa.
Qui di seguito i racconti in gara.
Dopo la lettura di ieri nella diretta del Giovedì nella Pagina Facebook di Edizioni Convalle (che vi invito a seguire), eccoli qui, nero su bianco. E adesso tocca a voi votare scrivendo in un commento le vostre tre preferenze.
Mi raccomando! Scrivete tre preferenze, TRE, altrimenti i voti non valgono. Firmate i vostri commenti, ci piace che le preferenze esposte non siano espresse in forma anonima.
Potrete votare fino a mercoledì 19 febbraio, ore 20.
Nella diretta di Giovedì 20 febbraio, dalla Pagina di Edizioni Convalle, ore 21, sveleremo la classifica provvisoria sommando i voti del pubblico e quelli della giuria tecnica, e vedremo come saranno posizionati gli autori coinvolti, ai quali - finalmente - sarà attribuito il proprio racconto!
Nella diretta leggerò anche i racconti del GRUPPO B, che nel frattempo mi saranno stati inviati, basati su una nuova immagine che avrò affidato a loro.
Non vi resta che mettervi comodi e leggere, e magari rileggere, con attenzione i racconti, tenendo presente come sono scritti, se ci sono errori vari, l'idea, la forma, la struttura, le emozioni che trasmette, l'originalità.
Buona lettura!
ELABORATO UNO
PINK LADY
Un'ora di corsa
ogni mattina: ordine del suo medico.
- Il tuo cuore sarà
pure nuovo, ma ha bisogno di rinforzarsi e di capire che il suo padrone sei tu.
Mark faceva il
giro dell'isolato: partiva da casa sua e correva per un'ora con due brevi
soste.
Una delle due era
all'ombra di un platano che rinfrescava una piccola zona verde dove c'era una
panchina. Adorava quell'angolo: si sentiva al riparo da sguardi indiscreti e
poteva asciugarsi, bere e sbuffare quanto voleva.
Non era ancora
felice di quel cuore nuovo. Tutto sommato, faceva una vita normale... prima.
Si era abituato
alle medicine, alle mille attenzioni, al fiato corto, ai divieti che subiva da
quando era bambino. Era la sua normalità.
Ora invece era
tutto cambiato. La corsa, l'alimentazione bilanciata, niente sesso, niente
stress...
- Tornerai alla vita
normale, vedrai. - lo incoraggiava il suo medico.
Ma qual era la
normalità? Era abitato da un cuore non suo, chissà se di un uomo o di una
donna, forse un bambino. Chi era Mark? Chi si sentiva di essere? Pensieri che
correvano insieme a lui nel giro mattutino.
Usciva con
qualsiasi tempo: freddo o caldo, sole o pioggia non importava. Doveva.
Il cappuccio
tirato su, lo sguardo basso, i gomiti stretti ai fianchi, il respiro regolare.
Seconda sosta:
accanto alla cabina rosa, quella che lui aveva battezzato Pink Lady.
Strana quella
cabina! Chissà perché l'avevano dipinta di rosa! A Londra erano tutte rosse,
come tradizione voleva.
Quella era rosa.
Si abbinava perfettamente con il verde dei cespugli che limitavano il giardino
in cui era stata posta.
Mark si appoggiava
nella parte posteriore, ammesso che l'avesse trovata vuota. Riprendeva fiato
guardandosi intorno. Di fronte c'erano case a schiera con finestre dai vetri all'inglese.
Da una di quelle al
primo piano, alle 8:00, appariva lei tutte le mattine.
Apriva la tenda e
dava un'occhiata fugace alla strada. Aveva lunghi capelli biondi che tirava su
e fermava a chignon. Spariva per un po', poi tornava con una tazza in mano. Sorseggiava
e si godeva la veduta della via che si svegliava piano piano.
Quella mattina,
rivolse lo sguardo verso di lui. Mark le fece un cenno di sorriso. Lei chiuse
subito la tenda.
Poco dopo, tornò e
si sedette alla luce del sole che si appoggiava sui suoi capelli. Aveva un
violoncello in mano: iniziò a suonare.
Un suono
malinconico, ma bellissimo.
Mark non riusciva
a staccarsi da quella cabina. Chiudeva gli occhi e ascoltava. Il suo cuore
trovava pace in quella musica.
Sapeva che lei si
era accorta della sua presenza e ogni giorno faceva un passo in avanti per
mostrarsi di più.
Lo aveva visto,
sapeva che era lì: muoveva con grazia l'arco, spesso chiudeva gli occhi.
A un tratto,
quella mattina, i loro sguardi si incrociarono.
Poco dopo lei si
alzò. Non te ne andare, pensò Mark.
Il telefono della
cabina squillò.
Istintivamente
Mark entrò e alzò la cornetta: un violoncello suonava all'altro capo.
ELABORATO DUE
QUANDO LE CABINE TELEFONICHE
ERANO UN ARREDO URBANO.
Roba di altri tempi! Ormai le
cabine telefoniche sono cadute in disuso con l’avvento dei telefoni cellulari.
Ove esistano ancora, le posso considerare pezzi museali, che ci ricordano un
tempo passato. Tante di esse, però, sono state vandalizzate con l’effetto dei
vetri rotti e delle porte divelte e, di conseguenza, sono state rottamate per
ragioni di sicurezza, di igiene e di pulizia, in quanto venivano usate come
gabinetti.
Però, l’intelligenza umana alcune
di esse le ha rivalutate, messe a nuovo e destinate a pubblico servizio come
librerie volanti per lo scambio dei libri. In molte nazioni, comprese l’Italia,
sono nate, così, le Bookcrossing, dette biblioteche a cielo aperto, usando le
cabine telefoniche dismesse come luogo ideale e centrale dove lasciare i propri
libri, già letti, e prendere in prestito quelli lì depositati e a disposizione
di tutti.
Oggi guardando le pochissime cabine
telefoniche rimaste in qualche remoto angolo delle città, vengono alla memoria
le lunghe attese e la tanta pazienza ad aspettare che gli utenti, arrivati
prima, finissero le conversazioni in tempi ragionevoli. Non mancavano gestacci
con le mani e occhiatacce per invitare a troncare le telefonate per lasciare
spazio anche agli altri utilizzatori.
Qualcuno infastidito dalle lunghe
attese prendeva a calci le pareti delle cabine per essere più convincente
nell’invito a fare presto, per una forma di educazione e di rispetto. I
giovani, per una forma di pudore davanti i genitori, non usavano il telefono
fisso di casa per non fare ascoltare i discorsi con i fidanzati; cosicché, con
le tasche piene di gettoni telefonici, andavano alla ricerca di una cabina telefonica
libera. Alla fine, con la classica frase chiudi prima tu e l’altro ancora un
po’, il tempo non passava mai e la gente in attesa si girava i pollici, urlando
basta!!!
Ricordo una litigata tremenda fra
due persone che se le sono date di santa ragione e sono dovute intervenire le
forze dell’ordine per calmare le acque. Uno dei due litiganti era un mio ex
collega di lavoro, innamorato pazzo della sua bella, che tutti i giorni saltava
il pranzo in mensa per andare a telefonarle. Non bastava la telefonata di
mezzogiorno per dirsi parole d’amore, perché la sera, dopo il lavoro, lui e lei
leggevano le rispettive lettere d’amore, che si erano scritte negli intervalli
di tempo nelle pause caffè.
Altri come lui avevano le stesse
esigenze, magari non così esaltanti, e facevano a gara a chi arrivasse prima
all’unica cabina telefonica piazzata davanti l’ingresso dell’azienda. Dopo
quella litigata e dietro l’interessamento dell’Ufficio del Personale, fu
installata una seconda cabina telefonica.
Seppi a distanza di tempo che quei
due innamorati pazzi, dopo un lungo fidanzamento e un matrimonio alle spalle,
hanno divorziato. Non potrò mai dimenticare il tempo che quel ragazzo perdeva
ad andare a elemosinare gettoni del telefono, andando di reparto in reparto nell’azienda.
Per essere più convincente aveva trovato la scusa che i genitori non stavano
bene e, con questo furbesco stratagemma, convinceva i recalcitranti a cedere
una parte del prezioso gruzzoletto di gettoni.
ELABORATO TRE
L’UOMO DEL PARCO
Era sempre stata lì, eppure Luca non
l’aveva mai notata. La cabina telefonica si trovava ai margini del parco che
ormai ospitava solo erbacce e rifiuti. Sembrava un elemento fuori tempo, una
reliquia dimenticata che stonava tra i palazzi moderni. Non era un luogo adatto
a un ragazzino, ma lui e Andrea si erano dati appuntamento in quella periferia per
scambiarsi i video giochi che avevano ricevuto a Natale. Luca non vedeva l’ora
di stringere tra le mani l’ultima versione del suo gioco di calcio preferito,
ma Andrea era in ritardo e lui si sentiva a disagio.
A un tratto sentì un fruscio, come
se qualcuno avesse fatto partire un vinile graffiato con una melodia
sgradevole.
Scappa in fretta piccolino, che la
morte è qui vicino, se non fuggi lei ti afferra e finisci sottoterra.
Quella leziosa cantilena lo fece
sprofondare in uno stato di palpitante terrore. Si rese conto che uno
sconosciuto si era materializzato davanti a lui e lo stava strattonando.
«Sto aspettando un amico, mi lasci
in pace.»
«Vuoi sentire una storia
interessante amico? Vedi quella vecchia cabina? Dicono sia maledetta, non
funziona più da anni, ma nessuno si è preso la briga di rimuoverla, sai perché?
Perché appena ci metti piede, muori. Cosa ne dici di provare?»
Luca alzò lo sguardo verso la
cabina, la vernice sbiadita era scrostata e i vetri coperti di una patina opaca
che sembrava…No, non voleva ammettere che quelle potessero essere macchie di
sangue. Sicuramente era solo l’effetto della luce traballante del neon che
faceva apparire quelle ombre.
La porta era socchiusa e
all’interno si poteva intravedere il vecchio ricevitore, in disuso da chissà
quanto tempo, coperto di polvere.
«Luca, eccomi!»
Luca sospirò di sollievo non appena
vide Andrea, ma non poté fare a meno di voltarsi per controllare dove fosse
finito quell’uomo inquietante.
Lo sconosciuto era sparito, ma Luca
avvertiva ancora la sua presenza, come se toccandolo gli avesse lasciato
addosso una scia malevola.
«Dai Luca, inizia a piovere, muoviamoci.»
Perso nei suoi pensieri, non si era
accorto che l’amico era entrato nella cabina per ripararsi dalla pioggia.
Sentì il cigolio della porta e vide
il volto deformato di Andrea che lo fissava attraverso il vetro sporco. Luca gli
urlò di fermarsi, ma il suo amico aveva alzato il ricevitore e stava mimando
una conversazione quando, all’improvviso, il suo viso si era trasformato in una
maschera di orrore.
Andrea cercava di spingere la porta
con tutte le sue forze, ma era bloccata.
«Fatemi uscire!»
Luca corse in suo soccorso, ma era
troppo tardi. La voce stridula di Andrea si spense, mentre la luce al neon
lampeggiava emettendo un fastidioso ronzio.
Poi tutto tacque.
Luca riuscì ad aprire la porta e
cercò di trascinare fuori il corpo esanime di Andrea.
Era tornato. L’uomo lo osservava con
una luce divertita nello sguardo mentre intonava quell’odiosa cantilena.
Luca lasciò la mano dell’amico e
corse come non aveva mai fatto in vita sua.
ELABORATO QUATTRO
LA CABINA ROSA
Sono davvero arrabbiata: tra tanti
colori mi dovevano proprio dipingere di rosa! Mi sembra di fare la figura del
sommergibile di “Operazione sottoveste” o forse mi hanno dipinto così, proprio in
omaggio al film, visto il grande successo. Ma io non devo promuovere nessun
prodotto, quindi non mi va di attirare
tanti sguardi stupiti, anche perché, subito dopo, sento un risolino di
compatimento o di beffarda derisione.
A essere sincera, però, c’è
qualcuno che mostra interesse verso di me: sono ragazze, signorine, ma anche
donne già in là con gli anni, che sembrano scegliermi deliberatamente per le
loro telefonate d’amore.
Quante sciocchezze mi tocca
ascoltare! Mi piacerebbe invece essere la protagonista di qualcosa di più
serio, di dare una notizia importante…
Mentre la cabina recriminava sul suo buffo colore, una
macchina dai finestrini scuri rallentò e si fermò proprio davanti alla porta d’ingresso, lasciando scendere un tizio stile Humprey Bogart, di Ore
disperate, piega amara, camicia scozzese sotto il tranch aperto, espressione
cagnesca e truce.
«Pronto? Se volete vedere vostra figlia
viva, preparate 100 mila sterline. Per la consegna aspettate istruzioni.»
Il brusco rumore del ricevitore che
si attaccava alla forcella diede un fremito alla cabina.
Quante volte aveva desiderato essere protagonista di qualcosa di serio, ma
ciò che aveva appena udito era troppo serio!
Questo qui è un delinquente! Un
rapitore, sicuramente: come ostacolarne il piano?
Accortasi della sua impotenza, la
cabina rosa escogitò velocemente un’idea: se la sorte fosse stata dalla sua
parte, questa volta avrebbe potuto mostrare le sue potenzialità!
La vita intanto riprendeva il suo
ritmo naturale: dalla cabina uscivano e entravano figure femminili dalle età più
disparate: nei visi di alcune si leggeva un dramma d’amore, nelle espressioni
di altre si coglieva la gioia di un’appagante risposta.
Le ore passavano così senza nessuna
novità.
La cabina cominciava a
preoccuparsi. Per mettersi in azione bisognava che il malvivente si rifacesse
vivo.
Tutto era inerte, finché, ormai notte, il tipaccio
della telefonata, quello alla Bogart, tanto per intenderci, entrò di nuovo
nella cabina. Le parole erano inequivocabili:
«Portate i soldi, in tagli da 10 e
50 sterline, nel tunnel sotto il ponte di Waterloo, prima scala a destra per chi
scende dal treno. Niente polizia, se volete rivedere vostra figlia.»
Il metallico “clic” segnò l’impossibilità
di qualsiasi replica.
La cabina con sforzo imprevedibile irrigidì
la porta, che si bloccò.
Imprecando, l’omaccio cominciò a
tempestarla di pugni.
Un passante preferì chiamare il 999
anziché porgere aiuto e in pochi minuti tre poliziotti arrivarono sul posto, sbloccarono
la porta e risolsero il caso. Proprio così, il caso: gli agenti, avendo saputo
che la telefonata agli Harrison, i genitori della bimba rapita, proveniva dalla
stessa cabina, erano rimasti di stucco nel rendersi conto che il tizio
all’interno ne era l’autore. Erano stati proprio abili ed efficienti!
Solo la cabina rosa, finalmente soddisfatta
di sé, conosceva la ragione del successo: ora aveva fatto pace con il suo
colore, che non solo non la innervosiva più, ma quasi quasi la inorgogliva.
ELABORATO CINQUE
PICCOLO SPAZIO ROSA
Ma tutte quelle nuvole nere avevano
deciso di scatenarsi proprio adesso?
Già, mentre lui stava salendo i
gradini della metropolitana, il vento gli aveva strappato dalle mani il
giornale. Non solo c’era il vento, iniziava a scendere anche la pioggia; il
cappotto gli si stava bagnando.
La sede della banca era lontana e
lui amava arrivarci a piedi, facendo un chilometro a passo veloce prima di andare
a sedersi per tante ore alla solita scrivania.
Albert sentiva che le caviglie erano
bagnate, iniziò a correre cercando un riparo. Nel centro del parchetto che
stava attraversando vide una cabina telefonica e ci entrò.
Non era poi così angusta; riusciva
a muovere bene le braccia, con le mani cercava di pulire via le mille
goccioline; sbatteva i piedi, li sentiva già gelati.
Avviso l’ufficio che sono bloccato
dal temporale.
Compose il numero sul telefonino e
comunicò il ritardo alla segretaria. Mentre lo stava rimettendo nella tasca dei
pantaloni, la porta si aprì portando un forte colpo di vento. Una donna cercava
di entrare: teneva un ombrello bagnato e un sacco della spesa.
«Accidenti, mi faccia spazio! Non
vede che temporale?»
«Ma dove crede che io possa andare?
Questa cabina è così stretta!» rispose Albert spostandosi all’indietro. Sentì
cadere le gocce dell’ombrello della signora direttamente sulla sua caviglia.
«Ho capito, ma si può appoggiare
alla parete, così ci stiamo tutti e due? Non è difficile, ci provi, su!»
rispose lei sbraitando, buttandogli addosso il sacco della spesa da cui usciva
un delizioso profumino di focaccia dolce.
«Non credo. Per favore, può
togliere il suo ombrello dalla mia caviglia: mi sta bagnando. Grazie» rispose
spostandole il sacco a terra.
«Oh, non avevo visto. Si sposti lei!»
rispose risentita la donna.
«Guardi, lasci perdere. Ora esco. Forse
è meglio la pioggia che stare qui. Con lei poi» disse Albert abbastanza
infastidito, cercando di guadagnare a fatica la maniglia per uscire.
«Le chiedo scusa, la prego… Non può
andare al lavoro senza dirmi che ha accettato le mie scuse. Per favore, prenda
questa.» Aveva cambiato il tono di voce da innervosito a delicato.
Gli stava offrendo un cartoccio da
cui si intravvedeva la focaccia dolce.
Sarà stato l’aroma di vaniglia o la
dolcezza dello sguardo o la semplicità di quel gesto: Albert si ritrovò a
sfiorarle la mano per accogliere quel dono inaspettato. Un’emozione
impercettibile aveva attraversato le loro dita.
«Grazie… vado» e in meno di un
secondo era fuori da quella cabina, con tutta l’intenzione di correre in
ufficio.
«Ehi, signore! A terra c’era il suo
telefonino! Tenga» stava dicendo la donna che lo aveva rincorso, anche lei
sotto la pioggia battente, senza aprire l’ombrello.
Albert si girò. Entrambi erano
bagnati, vicini. Di nuovo le loro mani si sfiorarono. E ancora quella scossa.
Occhi sorpresi, incatenati.
«Strano, non me ne sono accorto. Come
è successo? Lo avevo infilato in tasca.»
«Sarà la magia della cabina rosa» rispose
la donna.
Si girarono a guardarla: a Londra
una cabina rossa aveva cambiato colore per l’emozione.
ELABORATO SEI
BABY PRINCESSE
Rivedere la cabina rosa è stata
un’emozione fortissima. Dopo quell’episodio che ne aveva distrutto porta e
fiancate, ero certa che l’avessero rimossa.
Da ragazzina abitavo, con la mia
famiglia, nei palazzi di fronte a quella cabina telefonica che era stata
complice degli incontri segreti fra me e Philip, il mio fidanzatino dell’epoca.
Complice perché i suoi vetri appena oscurati e l’albero che la copriva in parte
erano il rifugio perfetto per i nostri primi baci.
«Anche oggi devi telefonare?»
domandava, di rito, mia madre.
«Eh sì. Devo rispiegare la lezione
d’inglese a Ruby. Ed è molto lunga.»
«E puoi spiegarmi perché non puoi
farlo dal telefono di casa?»
«Dovrò stare collegata almeno
mezz’ora. Vuoi che Mr. Jones, con il quale abbiamo in comune la linea telefonica,
ci venga a bussare come ha già fatto?»
Aspettavo Philip sempre dentro la
cabina. Quel giorno però era in ritardo e fuori c’era una ragazza che bussava
con insistenza, per cui dovetti uscire.
La ragazza, che aveva urgenza di
entrare, si sorreggeva una pancia stranamente troppo ingombrante per un fisico
che si intuiva essere esile, nonostante il cappotto fuori misura.
Philip, che nel frattempo era
arrivato, mi guardò con aria sospetta.
«Ma che ci fai fuori dalla cabina?
E se dal balcone si affaccia tua madre?»
«C’è una ragazza dentro. Aveva
fretta e…»
Non riuscii a terminare la frase
perché la porta della cabina si aprì sbattendo contro la sua stessa fiancata, e
la ragazza uscì di corsa.
Un attimo dopo caddero a terra sia
la porta che le sponde della cabina. Rimanemmo senza fiato, soprattutto per ciò
che vedemmo dopo. Una cesta di vimini, dalla quale sbucavano le guance porpora
di un neonato, giaceva sotto l’apparecchio telefonico, proprio come in quel racconto
di Doris Lessing che tanto mi aveva turbata.
Il fragore generato dalla
situazione richiamò l’attenzione di una pattuglia che, in quel momento, stava
passando di lì.
Scappammo via e solo dalla
televisione scoprimmo che il neonato era una bambina alla quale era stato dato il
nome di Princesse, in onore delle corone reali presenti sui lati della nostra cabina
rosa.
A pochi giorni da quell’episodio,
mio padre, in seguito a una discussione con la mamma, se ne andò di casa. Fu
come se il sole si fosse spento all’improvviso. Lasciai, seduta stante, Philip,
forse nel tentativo di salvarmi da un dolore futuro e, dopo poco, io e mamma ci
trasferimmo in un’altra città. E adesso eccomi di nuovo qua,
davanti alla mia cabina. Avverto potente il vuoto di non capire perché ho
allontanato tutti gli uomini che ho avuto. Quello che ho nel cuore lo lascio
uscire sempre troppo tardi.Un forte vento fa volare il mio cappello
dentro la cabina telefonica, la cui porta è aperta. Entro per riprenderlo e vedo
la targa apposta sotto il telefono: Baby Princesse è nata qui.
Ho pensato, allora, che esiste
sempre una ripartenza ed è fatta di fili invisibili, sottili e impercettibili
giunture che tengono uniti persone, luoghi e angoli del cuore.
ELABORATO
SETTE
LA
CABINA ROSA
Avevo percorso tutti i 6413 km
che mi separavano da quella meta improvvisata.
Da sempre desideravo andare in
India: la sua storia, la cultura, la filosofia millenaria e la profnda essenza
dell'induismo erano come calamite per i rottami del mio cuore.
L'aereo stava atterrando. Sapevo
che Surat era stata una colonia Britannica, faccenda rincuorante poichè non
avevo nemmeno curiosato su internet, troppo scontato per la degna erede di Indiana
Jhones, nel mio cervello me la immaginavo come nei film, tra cupole
scintillanti e palazzi di mille colori...
La delusione fù immensa quando
atterrai in quella che poteva sembrare la zona industriale di qualche grande
città europea: fabbriche, grattacieli, fumo, puzza, una puzza orrenda, caldo
soffocante e zanzare come elicotteri.
Mentre uscivo dall' Airport
Surat Thani la voce di mia mamma, rimbalzata sul materasso del mio entusiasmo
lontano dal pensiero razionale, tornò a farmi visita:
«Non hai neanche preso
un Hotel! L'india non ha le normative igieniche dell'europa... contrarrai
qualche malattia infettiva mortale ( le elencò tutte, si era informata). Resta
a casa tesoro! Te ne prego»
Quelle parole iniziarono a fare
effetto proprio quando era meglio non lo facessero. Feci pochi passi colmi
d'ansia, indecisa, quando l'occhio cadde su qualcosa di anomalo. Da lontano
spiccava una cabina color pastello. Mi avvicinai. Sembrava una di quelle che si
vedono a Londra, con lo stemma della corona imperiale e la scritta Thelepone,
forse un cimelio dell'antica colonizzazione Britannica. Sembrava che il sole
l'avesse “cotta” trasformandola da rossa in rosa. Anche i palazzi intorno
assumevano un'aspetto “più occidentale”, quasi volessero confortarmi.
«E' un segno» disse la voce dell'ansia «chiama mammina e dille di comprarti un
biglietto di ritorno»
Che epocale sconfitta. L'odore
che emanava ogni cosa mi dava la nausea, chiusi gli occhi trattenendo il
respiro. Meglio morire che chiamare mammina.
All'improvviso una mano si
poggiò sulla mia spalla facendomi rinvenire. Era una donna, i suoi occhi erano
neri e luccicanti come due gemme di onice, i capelli fluivano a ciocche fuori
dal velo verde.
Mi indicò la cabina.
Ero come ipnotizzata ed seguiì
la sua richiesta silenziosa: entrai e telefonai a mia mamma:
«Ciao Ma', tutto a
posto. Ho trovato alloggio, il luogo è molto bello e pulito, stai serena, non
contrarrò nessuna malattia infettiva!»
Senza troppi sproloqui la
salutai con affetto, qualcosa mi diceva che non l'avrei sentita per un bel po'.
Perchè avevo detto quelle
parole? Non erano mie!
Intanto la donna aspettava
sorridente. Avvicinandosi mi prese la mano e uno strano sentimento di fiducia
pervase tutto il mio essere. Non avrei mai pensato che iniziasse così il mio
“noviziato” in India, percorso durato sette anni sotto la guida gentile di Sri
Krayadaya e senza contrarre malattie infettive!
Mentre ci addentravamo nel
tumulto della città mi voltai un'attimo per salutare la “cabina cotta”, prima
amicizia di quello strano viaggio ma, come per magia, era sparita!
ELABORATO OTTO
MUTANDE E REGGISENI.
Il mio primo, freddo giugno inglese,
lo scaldò l'immagine delle tue gambe bellissime.
Non t'avevo mai vista, non ci
scorgemmo che quella sera, al pub. Io coi miei amici e una Bionda, tu le tue
compari e un Irish nero. Portavi l'orecchino al naso e i capelli variopinti, mi
colpì il tuo riso sincero elargito a piccole dosi. Scostavi i capelli come
corde d'arpa, ne sentivo la melodia sopra la New Wave del locale; battevi il
tempo col tacco, le tue gambe inconsapevoli.
Non feci in tempo a parlarti:
l'incendio ci sorprese quel tanto da farci bruciare gli occhi e intossicarci il
futuro. Scrissero di un corto circuito, mi chiesi come fecero ad accorgersene.
Per due mesi non seppi più nulla di
te, faceva sempre più caldo sotto quel cielo antracite, un caldo di un freddo
inclemente. Passavo in rassegna le finestre delle case, ne scavalcavo col
pensiero i recinti d'ordinanza, recisi quanto il mio umore.
Era strano pensarti: stare con una
donna, fino ad allora, mi aveva fatto sentire claustrofobico; ma tu eri un
raggio riflesso del sole.
Il giorno che incontrai la tua
amica, vicino al locale finalmente riaperto, chiesi di te.
Scoprii che alle diciotto, ogni primo
del mese, attendevi una chiamata alla cabina telefonica del parco vicino a Trafalgar
Square.
Venni là appena fu il tempo. Ma
prima ti raggiunsi mille volte col pensiero. Vedevo il tuo sguardo, nei
riquadri della cabina, penetrare il tempo.
Venni, ma non mi ascoltasti. Mi
dicesti che non potevi, che ti dovevano chiamare, se non ti avessero chiamata
saresti stata triste; e, «per favore, lasciami sola.... Ok, ci
vediamo».
Nei giorni seguenti un amico mi suggerì
di telefonare al numero della cabina la volta successiva, invece di ripresentarmi.
Di mettere spazio tra noi: avrei rotto quel tuo tempo fatto di attese; mia Miss
Godot, la vita è una panchina che prima o poi dobbiamo lasciare.
Ti ricordi poi come andò?
Purtroppo no, lo so.
Fu per la gioia che, dopo che ci
conoscemmo, un giorno, nottetempo, ti dipinsi la cabina telefonica di rosa. Fui ispirato da quella nostra
preferenza per certi vecchi film. Se li avessi avuti avrei sparso attorno
mutande e reggiseni, in segno di resa all'incanto. Come in Operazione
sottoveste, la pellicola del sottomarino rosa: anche noi ci saremmo baciati, di
lì a poco, nello spazio angusto della cabina. Come quei due del film
sottocoperta. E nessun Capitano ci avrebbe puniti.
Ogni mese aspettavi solo la sua
chiamata. Solo lui. Ma io al telefono ti dissi, «sono io», con la
voce impastata di sole; ero pronto a tutto, finalmente anche a lasciarmi andare.
Vorrei tornare al giorno del pub,
venire da te prima dell'incendio, schivare insieme il momento in cui, anni
dopo, il seme della dimenticanza ti avrebbe trapassato il cranio. Dicono che
basti cambiare di poco il passato per variare il futuro. Avevo finito la
vernice quel giorno. Tornerei, finiremmo il lavoro. Ricorderesti. Spargerei mutande
e reggiseni. Non ricordi, ma con l’idrante ti farei pure il mare.
ELABORATO NOVE
LA COMPAGNA DI CLASSE
Trascorso quell’inverno nulla fu
più come prima, per noi, a partire da quella cabina telefonica rosa in legno, situata
alla periferia del paese; una delle poche rimaste in uso. Dentro quella cabina
telefonica sotterrammo la nostra adolescenza, ancora abbozzata, per divenire,
per sempre, adulte. E non servirono a nulla le pesanti forbici da cucina con le
quali, dopo il tragico accaduto, ci tagliammo a vicenda le lunghe trecce, in
segno di lutto. Di certo non a riconsegnarci alla nostra innocenza.
Eveline l’avremmo sempre avuta
davanti, anche dopo, specialmente dopo, quando tutto sarebbe stato senza
ritorno. Eveline, di statura bassa, due occhioni marroni non diversi da tanti,
le mani piccole, con le pieghe di grasso sul dorso. Mani da neonata in un corpo
adolescente. Non era tanto diversa da come eravamo tutte, in fondo. Ma aveva una
colpa, quella di stare sempre in silenzio. In silenzio, mentre noi parlavamo,
in silenzio, mentre noi ridevamo, in silenzio, mentre noi cercavamo in tutti i
modi di incastrare i pezzi di un corpo, il nostro corpo adolescente, che non
combaciavano più.
La famiglia di Eveline era la più
ricca del paese e la più ecologista del paese. Eveline aveva sempre i capelli
un po’ unti e la pelle intrisa dei primi sudori puberali. I genitori erano
contrari agli sprechi d’acqua e all’utilizzo di saponi, che avrebbero inquinato
il pianeta. Girava infagottata in vestiti di terza o quarta mano, perché il
consumismo, dicevano i suoi, prima o poi avrebbe ucciso la terra. A Eveline non
veniva comperato alcun pastello nuovo finché i mozziconi di quelli in uso non
si consumavano al punto da non permetterle più di impugnarli.
Noi, quando l’insegnante usciva per
fumare, ci mettevamo tutte in cerchio, attorno a lei; le svuotavamo l’astuccio buttando
a terra i pastelli, più volte, finché non avevamo la certezza che le mine si
erano frantumate in più punti. Sulle poche matite nuove ci accanivamo,
particolarmente. Eveline stava a guardarci, in silenzio, niente lacrime nei
suoi occhi, anzi i suoi occhi sembravano dirci che non era accaduto proprio niente.
E noi la prendevamo come una sfida.
Finita la scuola ci rifugiavamo, a
turno, in quell’unica cabina telefonica del paese, a fumare. I nostri sogni di
ragazzine stipati là dentro, assieme al fumo. Là ci fingevamo grandi. Ma fuori,
seduta su un muretto al sole, c’era Eveline, a sfidarci con il suo silenzio, a
ricordarci che non eravamo ancora abbastanza grandi.
Di giorno quella cabina era un
rifugio, ma nessuna di noi avrebbe avuto il coraggio di passare la notte là
dentro, sola. Lanciammo la sfida. Eveline accettò. Era inverno e faceva freddo.
Eveline sembrava non curarsene. Andammo a spiarla, in piena notte, attraverso i
vetri della cabina. Dormiva profondamente, rannicchiata sul pavimento gelato. Allora
accendemmo dei ceri rossi, quelli dei cimiteri, attorno alla cabina, per farle
paura al risveglio. C’era vento. I ceri accesi caddero, sulla cabina di legno. Lanciammo
un urlo ed Eveline si svegliò.
L’ultima cosa di Eveline che
vedemmo furono gli occhi, spalancati sul fuoco.
Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle