Seduti allo stesso tavolo

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Il nuovo romanzo di Stefania Convalle, sul mondo dell'editoria.

venerdì 28 febbraio 2025

Numero 462 - Masterbook seconda edizione - FASE 1 - PROVA 2 gruppo A - 28 Febbraio 2025


 

Eccoci di nuovo con i racconti del GRUPPO A, SECONDA PROVA DELLA FASE 1. 
I concorrenti dovevano scrivere un racconto ispirandosi ai versi del Poeta Pedro Salinas:

Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.

Vi ricordo la modalità di voto:

- dovrete scrivere in un commento a questo numero del blog le vostre TRE preferenze, cioè i tre racconti che vi saranno piaciuti di più, scrivendo il titolo (così non faccio confusione quando andrò a contare i voti). Se volete, potete anche scrivere la motivazione per la quale scegliete proprio quei tre.

- nel commento dovrete mettere anche il vostro nome e cognome, perché la votazioni anonime non sono accettate. Se non riuscite a votare nel blog, potete inviare una mail a steficonvalle@gmail.com con i vostri voti.

- potrete votare fino a mercoledì 5 marzo, ore 20. 

Al termine della votazione, i tre racconti più votati riceveranno un bonus (al 1° 9 voti, al 2° 6 e al 3° 3). Questi voti derivanti dal bonus andranno a sommarsi a quelli espressi dalla giuria tecnica, modificando la classifica provvisoria prodotta dalla prima prova di questa fase del Torneo.

Vediamo chi sono i concorrenti del GRUPPO A, coloro che hanno scritto i racconti di questo numero del Blog. 
Li scrivo in ordine alfabetico, perché questi racconti li giudicherete senza sapere a chi appartengono, cosa che sarà svelata nella diretta di giovedì 6 Marzo, a votazione conclusa.

Si ricorda che è vietato per l'autore dichiarare la paternità del testo fino a votazione conclusa. NESSUNO deve sapere chi ha scritto i racconti, al fine di avere una votazione non condizionata da simpatie di vario genere. 

Vi ricordo anche che i racconti vengono da me postati nel blog senza il mio intervento, cioè così come mi sono arrivati. Non correggo niente perché nella valutazione dei testi, anche la forma e l'uso corretto della lingua italiana devono avere un peso.

GRUPPO A
Ilaria Alesina            
Valentina Ciocca      
Maria Grazia Conti     
Antonella Malvestiti    
Alessandra Nobile    
Luca Togni                   
Emanuela Tomiato  
Laura Scartabelli       
Carmine Scavello       

 §§§

Prima di terminare questo numero, vi dico anche com'è andata la prima prova per il GRUPPO B e qual è la classifica PROVVISORIA per quanto li riguarda.

Classifica provvisoria GRUPPO BFASE 1 – Dopo la prima prova, data dalla somma dei voti della Giuria tecnica + i tre bonus ai tre racconti più votati dal pubblico: al primo bonus di 9; al secondo bonus di 6; al terzo bonus di 3.

Arianna Desogus   54
Tatiana Vanini   50
Giovanna Agata Lucenti 48
Linda Silvia Scarpenti 47
Sandra Morara 43
Stefano Buzzi 41
Camilla Terso 41
Maura Hary 40
Cesare Sordi 31

In bocca al lupo a tutti i coraggiosi concorrenti e buona votazione a tutti voi che ci seguite!


ELABORATO UNO

FRANCESCO E MARIA, DUE VITE CONVERGENTI.


Francesco andava spesso a cacciare uccellini per spirito di gruppo. Il luogo prescelto era una discarica all’aperto, dove la gente buttava la poca spazzatura prodotta, perché i negozianti vendevano merce sfusa e il cliente usava il proprio contenitore. Incendi dolosi e la pioggia facevano il resto, inquinando i torrenti.
Nei pressi della discarica abitava una ragazza, di nome Maria. Francesco e Maria avevano notato con interesse la rispettiva presenza. Francesco cacciava prede vive col vischio, gli amici, invece, le uccidevano con trappole metalliche. Maria trascorreva il tempo ricamando il corredo da sposa, mentre osservava i ragazzi che cacciavano. Notava che Francesco era diverso dal gruppo. Cacciava uccellini vivi per osservarli da vicino e, poi, li liberava. Solo un ragazzo umano e sensibile come lui poteva far questo!
Intanto si accese la scintilla, mentre Cupido architettava il piano ideale come farli incontrare. Francesco catturò un pettirosso vivo e lo portò a Maria per rompere il ghiaccio. Maria l’accettò, ma lo fulminò con gli occhi: non aveva gradito che Francesco gli avesse tolto la libertà. Francesco lesse il disappunto e lo liberò; poi, subito si recò nel campo vicino e raccolse un mazzetto di papaveri rossi, ma di un rosso color passione, e le disse: non ho rose o orchidee e posso darti solo questi fiori di campo! Maria di rimando gli disse: capiti proprio a fagiolo; è un Angelo che ti manda!
Lo prese per mano e lo condusse al suo telaio: gli mostrò che stava ricamando proprio papaveri rossi su un lenzuolo matrimoniale del suo corredo nuziale.
Maria, per consuetudine, ricamò molto presto lenzuola, cuscini e tovaglie; li comperava la mamma ogni tanto per diluire nel tempo la spesa del corredo. Quell’incontro fu il primo di una lunga serie. I due giovani si capivano al volo, leggendo negli occhi i rispettivi pensieri: erano fatti l’una per l’altro.
Fu amore a prima vista, che culminò nel matrimonio. Il primo incontro restò impresso nella memoria: furono fissati il gesto di Francesco di liberare il pettirosso, di Maria che gradì i papaveri e gli stessi riprodotti sul lenzuolo, come segno del destino.
La prima notte di nozze Maria arredò il letto matrimoniale proprio col lenzuolo che stava ricamando nel giorno del loro primo incontro; chiamò Francesco e gli disse: vedi qualcosa che ti colpisce? Francesco, come per magia o per sesto senso, puntò gli occhi sul lenzuolo e rispose: Grazie, amore mio!

 

§§§

 
ELABORATO DUE
 STANZA ZERO
 
Tutto era cominciato con uno sguardo e un abbraccio appassionato.
Un profumo gradevole l’avvolgeva mentre ballava con lui.
Lo sentiva sui vestiti, sul collo, sulle mani.
Entrava nella sala e avvertiva i suoi occhi addosso.
Teneva lo sguardo dritto davanti a sé con ostentata sicurezza. Si sedeva in un angolo, in seconda fila e aspettava.
Di lì a poco, lui l'avrebbe invitata a ballare.
Uno sguardo ammiccante, una mano tesa, una scia di profumo, poi il calore del corpo che l'avvolgeva. Parole sussurrate all’orecchio a cui lei non rispondeva.
Quel contatto parlava di sensi e lasciava spazio alla fantasia.
Era combattuta, avrebbe voluto dargli il numero di telefono.
Dov’era finita la donna che non guardava nessun uomo, che obbediva ai desideri del marito e si preoccupava solo di  creare una scenografia di falsa felicità?
Si stava perdendo o ritrovando?
Per la prima volta, si sentiva padrona di sé stessa: una sensazione inebriante.
Cominciarono a incontrarsi, piuttosto regolarmente e senza molto preavviso, sempre a casa di lei.
Tutto si consumava nella sua camera dove aveva trascorso le notti da oltre vent’anni.
Notti di sottomissione, di sesso non voluto. Notti in solitudine, con gli occhi che restavano a lungo aperti a guardare un punto fisso nel buio.
Con lui era tutto nuovo: si sentiva illuminata.
Le sue mani le facevano conoscere il proprio corpo e le sensazioni che le procurava.
Si lasciava spogliare. Il tocco di lui sulla pelle era delicato mentre le toglieva la biancheria e le mani scorrevano delicate.
Gli era davanti senza timore di essere giudicata: bella o brutta, con tutti i suoi difetti che per tanto tempo aveva cercato di nascondere.
Chiudeva gli occhi e lasciava fare.
Sanciva un patto con se stessa: scrivere un nuovo capitolo della sua vita, senza imposizioni. Per la prima volta si sentiva una donna libera.
Sapeva che non poteva chiedere un sentimento profondo. Non lo voleva neanche lei.
Andava bene così.
Il loro era un amore imperfetto. Un amore monco, in una vita spezzata da tempo.
Tutto finiva con un saluto fugace, un bacio sulla guancia , un ciao, amore leggero e scherzoso.
Poi ognuno per la propria strada.
 
Chiudeva la porta. Rimaneva sola, come prima.
Un bel respiro e ogni cosa ritornava al suo solito posto.
Ricominciare: ci stava provando.
Non ci sarebbe stato nessun futuro per loro, ma per lei sì.
Quella stanza aveva il numero zero.
Un numero perfetto.


§§§


ELABORATO TRE
INSIEME, OLTRE IL TEMPO
 
Sono qui.
Sono davanti a te, come ogni giorno anche oggi sono qui.
Ieri Costantino aveva appoggiato una rosa bianca sul marmo.
Oggi quel fiore ha aperto i suoi petali alla rugiada della notte e mille goccioline hanno riempito la corolla.
«Vedi, angelo mio, la vita va avanti» dice l’uomo mentre accarezza il fiore, con la voce incrinata. Il dolore muto sta lacerando il suo cuore che si sfalda piano piano.
«Tu non ci sei e il sole sorge ancora; tu non ci sei e la vita scorre ancora; tu non ci sei e la luce del sole splende ancora.»
Costantino va a sedersi nella panchina posta proprio davanti. E aspetta.
Gli attimi scorrono, le campane suonano le ore, l’orologio scandisce il tempo.
Ma il cuore di Costantino aspetta solo il momento in cui potrà riunirsi con il suo angelo che si chiamava Alba.
Si erano conosciuti da ragazzi e, nel giro di pochissimo tempo, si erano sposati; avevano capito subito di essere fatti l’uno per l’altra. L’amore aveva fatto breccia nei loro cuori che avevano la stessa chiave e la stessa luce. Questa sintonia li aveva sorpresi perché avevano uguale pensare e uguale sentire; capitava che in molte occasioni il loro sguardo si incontrasse e ne restavano stupiti per la medesima reazione. Un sorriso o una carezza coronava la loro empatia.
A dispetto del mondo, erano le due parti perfette di una mela.
Alba era volata via da pochi giorni, troppo in fretta, in una notte di primavera.
Costantino va a trovarla nella sua nuova casa, le porta una rosa bianca, il suo fiore preferito. Anche oggi lui è presente, seduto là vicino a lei si sente bene.
Lo sguardo non corre intorno, è fisso sulla foto della moglie; ogni tanto le manda un bacio.

«Che bella che sei, Alba, così piena di luce! Sei venuta a prendermi? Eccomi, cara, dammi la mano.»
Allunga il braccio, mostra un lieve sorriso, abbassa le palpebre, china la testa.
Uniti per sempre, in vita e oltre. Insieme oltre il tempo.


§§§


ELABORATO QUATTRO

IL FILO NASCOSTO 


Questa volta non ce la farò a scrivere il racconto per il laboratorio di scrittura. Non c’è musica o immagine che riesca a ispirarmi una storia sensata. Ammesso che le storie ce l’abbiano, un senso.
Qual è stato, per esempio, quello della nostra? Uscendo di casa per non ritornare, mi hai urlato: Mi hai rotto le palle da una vita!
Da una vita. Espressione di un disagio conclamato eppure ignorato a un punto tale da farlo diventare insopportabile.
Perché siamo arrivati a questa dolorosa frattura? Forse la motivazione è da ricercare nel fatto che ci siamo affidati al tempo affinché ci aiutasse a capirci. Ma il tempo, da solo, non aiuta mai nessuno a conoscersi davvero.
Mentre aspetto l’ispirazione per il racconto, mi affaccio alla finestra e vedo un’immagine bellissima. Una coppia di anziani che si appoggiano l’uno all’altra e ridono come due ragazzini.
Allora scendo di corsa le scale, con il cuore in tumulto e le lacrime agli occhi. Li raggiungo, quasi bloccandogli la strada.
«Hai bisogno di qualcosa?» mi dice il vecchietto sorridendo.
«No. Volevo solo guardarvi.»
La signora mi scruta dubbiosa, forse pensando che io sia una squilibrata. Il marito, invece, continua a sorridere e mi invita a sedere con loro sulla panchina poco distante da lì. Allora mi sento autorizzata a continuare la conversazione.
«Vi ho visto dalla finestra e mi sono domandata come si fa, alla vostra età, ad avere ancora tanta voglia di ridere insieme.»
«Perché c’è qualcosa che ci ha sempre tenuto vicini.»
«Ah, ho capito. Una cosa tipo: in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà…»
L’uomo non sorride più.
«Non scherzare. Io intendo qualcosa di diverso. Come una specie di filo nascosto che non ci ha mai fatto perdere, anche in situazioni difficili. E ti assicuro che ne abbiamo avute molte.»
«Lei non ha mai pensato di andarsene di casa durante quei momenti pesanti?»
«Oh, sì. L’ho pensato tante volte.»
«E perché non l’ha fatto mai?»
«Perché dopo ogni litigata parlavamo tanto. A volte a nottate intere. Il tempo deve trovare le parole giuste, altrimenti diventa sterile e, di sicuro, non minimizza le incomprensioni. Anzi, le amplifica.»
 
È vero, noi abbiamo lasciato al tempo il libero arbitrio di decidere della nostra vita. Tu sei andato via e io non so più come trovare il capo di quel filo aggrovigliato in parole non dette. 

 

§§§


ELABORATO CINQUE

UN'INATTESA AVVENTURA


Fin da ragazzo mi era sempre piaciuto sciare, ma mai come allora avvertivo la bellezza della velocità in un paesaggio scintillante di neve. La luce che dava sfumature diverse ai crinali delle montagne mi comunicava un’idea di infinito che mi dilatava il cuore: e poi c’era quella figurina azzurra, sinuosa e leggera che mi attraeva. Non era la prima volta che la vedevo e talora ero riuscito anche ad avvicinarmi a lei. Per brevi attimi le avevo intravisto il viso, di una celestiale bellezza. Avevo cercato più volte di catturare i suoi lineamenti, ma la rapidità con cui si svolgevano le discese m’impediva di assaporarli per più di qualche istante.
E lei continuava a scendere, delicata e leggera. Più che una sciatrice si sarebbe detta una farfalla o una libellula. Guardandola, mi sentivo anch’io leggero e migliore. Mi sembrava che la mia anima fosse un tutt’uno con quella della misteriosa ragazza. Solo vedere la sconosciuta condividere la pista in cui mi muovevo mi rendeva ottimista e mi metteva le ali. Lingua mortal non dice ciò ch’io sentiva in seno!
Anche se in un contesto diverso, era evidente che il Leopardi aveva già espresso in modo mirabile quello che succedeva a me in quel momento.
Soprattutto però mi affioravano alla memoria echi della visione stilnovistica dell’amore, teorizzata da Dante, che da studente non avevo mai compreso, anzi avevo quasi compatito, capendo solo allora quanta verità vi fosse riposta.
Il solo scorgere da lontano la silhouette celeste della donna verso cui anelavo era l’epifania che mi sollevava dalla mia condizione umana per farmi cogliere la bontà e la bellezza della vita, della natura, del tutto. Com’era possibile provare un sentimento simile senza averle nemmeno mai rivolto parola? Era un mistero, ma anche un miracolo. Nella mente sostituivo i versi di Dante con parole nuove che mi affluivano dal cuore e mi davano la voglia di elevare lo spirito. Era il filo invisibile di una forza magnetica che mi attirava verso di lei.
Lei era e sarebbe stata la donna del mio cuore. Un’esplosione di indefiniti sentimenti di purezza e di stupita meraviglia mi faceva avvertire l’unicità di quella creatura. Nulla aveva mai suscitato in me un simile effetto. Quella dolcezza, che si traduceva in un soffio, era un’energia che mi ricreava e mi faceva capire di aver finalmente trovato la donna in cui la mia anima si sarebbe completata.

§§§

ELBORATO SEI
L'UNIVERSITÀ

Sua mamma lo trovava un fighetto, troppo gentile, un paraculo insomma. 
A lei era parso a modo, sì, ma a volte anche distante, come se avesse una qualche ombra che lo portasse via, travolto da mareggiate impreviste.
 
Matteo studiava medicina e la cugina di lei, che lo conosceva da anni, glielo raccomandava sempre, «che quel ragazzo c'ha i segreti belli».
Si vedevano in compagnia, un giro alla Lanterna, due passi in centro. A fine serata invocavano, come in un rito, il mare calmo: era un gioco. Quasi per tutti. 
Di Matteo la inquietava quel velo di tristezza che da mesi lo faceva estraniare, ma le sue mani...Le sue mani lunghe secondo lei sapevano toccare.
 
Il giorno in cui se lo era trovato in università si erano trattenuti al bar. Matteo l'aveva guardata negli occhi, indi, accarezzandole le dita, le aveva detto: «Mi piacerebbe andare via, dopo laureato, in un posto pieno di sole. Oggi non ho tempo di spiegarti, devo andare».
«Uomo del mistero, sai, così non va bene.»
«Se ti va fidati e vieni con me. Ce l'hai qualche ora?»
 
Al porto tirava un forte vento ma erano salpati comunque: lui, lei, gli altri coi giubbotti arancioni.
Dopo qualche ora, avevano ricevuto la segnalazione di persone che si trovavano in difficoltà, in acque non si ricordava come, se nazionali, internazionali, straniere; a lei parevano acque tutte uguali per gente che nemmeno sapeva stare a galla.
Più tardi lo aveva aiutato a far salire bambini, e bambini; donne e uomini e bambini, e ancora bambini dentro pance gonfie: i vecchi rimanevano a casa.
Il ragazzo quasi annegato rigurgitò infide acque sotto colpi al torace che, per una volta, non gli volevano fare male.  «Per il rotto della cuffia,» aveva gorgogliato Matteo mentre piangeva, rideva, tratteneva il vomito «loro se l'erano scordata», e aveva guardato verso i tre sacchi allungati sul ponte. Il mare era mosso, mosso da morirci.
Sull'assito i pianti striduli si mischiavano agli schiaffi del mare contro le fiancate, ai sommessi mugugni delle madri, e gli scampati s'aggrumavano dandosi maggior forza.
 
Lei pensò a suo padre che li avrebbe affondati tutti a vista. Se fosse stato lì avrebbe teso la mano, altro che affondarli, che la cattiveria spesso è vile, colpisce solo da lontano. Poi aiutò Matteo con la cerniera bloccata di uno dei tre sacchi, riuscirono a chiuderlo, tolsero le mani.
Matteo a sua mamma pareva un fighetto.

§§§

ELABORATO SETTE
AMORE A SENSO UNICO

La prima volta che la vidi era seduta sulla spiaggia, lo sguardo perso in lontananza verso un orizzonte che incoraggiava a credere nel futuro.
In quell’istante pensai che il mio, di futuro, era lì ad aspettarmi.
Una visione bionda aveva catturato la mia attenzione.
Percepii una vaga sensazione di confusione e meraviglia farsi strada nella mente e scendere verso lo stomaco. Pareva che la mia testa fosse diventata tanto leggera da librarsi verso un’altra dimensione. All’improvviso il mondo appariva sfocato, la spiaggia sembrava essere diventata vuota e silenziosa.
Esisteva solo lei: quella figura minuta, baciata dal sole, che attraeva ogni mio senso come una calamita.
Mi avvicinai e con un pretesto cercai di attaccare bottone. L’eloquio era sempre stato il mio punto forte con le ragazze ed ero sicuro che la mia lingua disinvolta non mi avrebbe tradito.
Quanto mi sbagliavo.
Mentre io ero già intento a costruire sogni che parlavano di noi, lei mi concesse solo un’occhiata distratta.
Non mi diedi per vinto, quelle iridi celesti che rifuggivano le mie attenzioni presto avrebbero ceduto alle lusinghe dell’amore. Perché di certo quella tempesta emotiva che mi aveva investito non poteva essere altro che amore. Il mio cuore non aveva dubbi, l’avrei conquistata.
Niente di più falso.
Ogni tentativo di approccio veniva puntualmente bloccato, mentre io mi struggevo per ottenere un timido sorriso, lei si voltava sdegnata, quasi infastidita dalla mia presenza.
Come poteva essere insensibile alle vibrazioni dell’amore? Non era possibile che quel vortice di emozioni che mi aveva travolto andasse sprecato.
Solo al suo deciso la smetta di fissarmi, decisi che avrei dovuto cambiare tattica. In fondo un bravo stratega sa quando è meglio battere in ritirata.
Quante volte avevo sentito dire che l’amore vive nel qui e ora, ma forse, il nostro, era destinato a vivere nel futuro e io, illuso sognatore, speravo non fosse troppo lontano.

§§§

ELABORATO OTTO
RINTOCCHI D'ETERNITÀ

Sono passati 6 anni da quando ci siamo visti l'ultima volta.
Non posso dire tu mi sia mancata, ti ho pensato di rado, il tempo corre veloce sul treno delle possibilità e io ho preso così tante coincidenze, da aver girato in questi pochi anni, tutto il mondo delle mie illusioni.
In parte questa fortuna l'hai creata tu, così dolce e insopportabile da non poterti ignorare, così incostante e volitiva per essere presa sul serio.
Posso dirti che la vita mi è stata amica, ho goduto di tutti i piaceri che il mondo ha messo in tavola, ingozzandomi senza rimorsi.
Ti conosco da sempre eppure se non ti avessi abbandonata tutto questo sarebbe rimasto sotto l'ala buia del tuo affetto, la presenza è la prigione delle aspettative, noi invece siamo andati oltre, la moralità non ci ha segnati, la paura e il dovere sono gli scatti delle fotografie che non abbiamo mai scattato...
Il riverbero di questa chiesa è abbastanza intimo e risoluto da toccare il tuo cuore, so che mi senti. Non provo colpe, né vergogna. Mi hai amato fino alla fine, lasciandomi libero di vivere la giovinezza senza incatenarla alla tua malattia. Hai preferito abbandonare questo mondo sola, col cuore stracolmo di affetti, così carico di meraviglie da fermarsi per lo stupore. E' come se tutte le parole mai capite prendessero senso.. è triste che per insegnarmi ad amare tu debba essere morta ma forse sarebbe stato ancora più triste se non avessi mai imparato. Addio mamma.


§§§

ELABORATO NOVE
COME UN ANGELO

Che eri come un angelo l’ho capito appena ti ho vista. Non so da cosa si riconoscano gli angeli. Io t’ho riconosciuta dal luccichio degli occhi, quando hai allungato la mano per farmi alzare dall’asfalto grigio e ruvido, su cui ero caduto. Là ho capito che eri tu la visione delle mie notti: il verme lucente che aveva scavato in ogni mio sogno, fino a forarmi la testa in profondità. E ho capito perché ogni donna di cui mi ero innamorato fino ad allora avevo finito sempre per lasciarla andare: nessuna sarebbe mai stata come te. Mi hai guardato con quel naso all’insù che sembrava fatto apposta per fiutare l’aria del mattino, quando è satura del profumo di pane fresco. Ma ora l’aria era satura soltanto del tuo odore di rosa. E ho sentito che il corpo non mi pesava più, nonostante i chili di troppo e la cintura, che non avevo mai abbastanza buchi per chiudere. Ho mormorato un grazie. Tu non mi hai dato risposta. Il tuo silenzio bianco mi ha avvolto. Ero un neonato dentro a una coperta di lana. Quella lana pungeva, ma non m’importava.
Ti ho invitata a prendere un caffè nel bar del mio amico Franco, lì vicino: il bar Déco. Mi tremava la voce. Tu hai accettato, subito. Era mattina presto. Il cielo ancora buio. La luce al neon dell’insegna del bar di Franco andava e veniva sulla lettera finale: la o, che compariva e scompariva. Ho pensato fosse una cosa strana: Franco l’aveva cambiata, quell’insegna, da pochissimo.
Dentro al bar ho incontrato gli occhi di Franco: due orbite vuote. L’ho salutato e chiesto due caffè, e lui non mi ha nemmeno risposto; non capivo il perché. Ma ero così leggero, accanto a te, che non mi importava. Guardandoci negli occhi, io e te, ci siamo dimenticati dei caffè, che poi non sono mai arrivati.
Fuori dal caffè l’aria pungente mi ha attraversato il corpo come un brivido. Tu stavi svanendo piano, a partire dalle mani che, da bianchissime, erano diventate trasparenti e, infine, erano sparite. Ho sentito la solitudine come fosse la prima volta nella mia vita.
Non so come, mi sono ritrovato nuovamente sull’asfalto grigio e ruvido. E mi sono accorto che la coperta in cui ero avvolto non era di lana, ma d’argento, e luccicava. Poi ho chiuso gli occhi, sperando di vederti ancora. Di vedere, ancora, la tua luce. 


Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle

venerdì 21 febbraio 2025

Numero 461 - Masterbook seconda edizione - FASE 1 - PROVA 1 gruppo B - 21 Febbraio 2025


 

Eccoci di nuovo con i racconti del GRUPPO B. I concorrenti dovevano scrivere un racconto ispirandosi alla fotografia che vedete qui sopra.

Vi ricordo la modalità di voto:

- dovrete scrivere in un commento a questo numero del blog le vostre TRE preferenze, cioè i tre racconti che vi saranno piaciuti di più, scrivendo il titolo (così non faccio confusione quando andrò a contare i voti). Se volete potete anche scrivere la motivazione per la quale scegliete proprio quei tre.

- nel commento dovrete mettere anche il vostro nome e cognome, perché la votazioni anonime non sono accettate.

- potrete votare fino a mercoledì 26 febbraio, ore 20

A l termine della votazione, i tre racconti più votati riceveranno un bonus (al 1° 9 voti, al 2° 6 e al 3° 3). Questi voti derivanti dal bonus andranno a sommarsi a quelli espressi dalla giuria tecnica, producendo una classifica provvisoria in questa prima Fase del Torneo. 

Vediamo chi sono i concorrenti del GRUPPO B, coloro che hanno scritto i racconti di questo numero del Blog. Li scrivo in ordine alfabetico, perché questi racconti li giudicherete senza sapere a chi appartengono, cosa che sarà svelata nella diretta di giovedì 27, a votazione conclusa.

Vi ricordo anche che i racconti vengono da me postati nel blog senza il mio intervento, cioè così come mi sono arrivati. Non correggo niente perché nella valutazione dei testi, anche la forma e l'uso corretto della lingua italiana devono avere un peso.

GRUPPO B

Stefano Buzzi

Arianna Desogus

Maura Hary

Giovanna Agata Lucenti

Sandra Morara

Linda Silvia Scarpenti

Cesare Sordi

Camilla Terso

Tatiana Vanini


Prima di terminare questo numero, vi dico anche com'è andata la prima prova per il GRUPPO A e qual è la classifica PROVVISORIA per quanto li riguarda.

Classifica provvisoria GRUPPO A – FASE 1 – Dopo la prima prova, data dalla somma dei voti della Giuria tecnica + i tre bonus ai tre racconti più votati dal pubblico: al primo bonus di 9; al secondo bonus di 6; al terzo bonus di 3.

 

1°  Antonella Malvestiti  55 voti

2°  Alessandra Nobile     55 voti

3°  Laura Scartabelli        50 voti

4°  Valentina Ciocca       44 voti

5°  Emanuela Tomiato   42 voti

6°  Maria Grazia Conti    39 voti

7°  Luca Togni                   37 voti

8°  Carmine Scavello       30 voti

9°  Ilaria Alesina              16 voti


In bocca al lupo a tutti i coraggiosi concorrenti e buona votazione a tutti voi che ci seguite!


§§§

ELABORATO UNO 
IL ROSA NON FA PER ME
 
Il rosa io non lo ho mai sopportato.
Anche all’asilo, dalle suore, volevo indossare il grembiule azzurro di mio fratello: amo il colore del mare e del cielo.
“Nora, sei ancora in camera? Stanno arrivando.”
“Un attimo solo. Dammi ancora un attimo.”
Ma so già che non sarà sufficiente, neanche questa volta, per trovare il coraggio di dire basta.
“Non è educato fare aspettare. C’è la sigla... Zum zum zum suonare suonare...”
Che fastidio sentirlo cantare tutta l’allegria e la leggerezza che ha strappato via a me!
Il sabato sera arrivano sempre alcune coppie di amici per vedere Canzonissima, mentre il venerdì è per la cena con i suoi colleghi.
Siamo stati tra i primi ad avere un televisore così molti venivano da noi a seguire varietà, quiz e partite, col tempo è diventata consuetudine.
Ci si abitua a tante cose.
Non mi tocca fare la spesa, né cucinare o servire a tavola, a quello ci pensa Angelina, io posso decidere il menu, i fiori e intrattenere le mogli, ma se si parla di lavoro o di politica le mie labbra devono rimanere incollate e sorridenti.
“Principessa, guarda che scarpine ti ho trovato. Sono perfette: uguali al vestito.”
Ridicole piuttosto e pure scomode; quando oggi pomeriggio si è presentato gongolante con la scatola tra le mani avrei voluto gettarla lontano.
Una principessa rinchiusa in una lussuosa torre, una bambola da vestire come preferisce e svestire quando vuole, come facevo io con quelle di carta, ripiegando le alette degli abiti sulle spalle.
Con il suo giocattolo può intrattenersi quando gli va e dimenticarsene se ha di meglio da fare.
É lui a decidere tutto.
“Lo sai quanto sei fortunata?”
É il ritornello che mia mamma mi ripete come un disco rotto da quando lui ha stabilito che sarei diventata sua moglie.
“Quando ti decidi a darci l’erede?” è invece quello preferito da mia suocera.
Sono i suoi occhi pungenti a indicarmi come la responsabile di quell’assenza, ed è vero: ci faccio molta attenzione. Finora ci sono riuscita.
Da quando, ragazzina, avevo letto su Oggi la storia della principessa triste ripudiata dallo Scià perché non gli aveva dato dei figli, avevo intuito che in realtà quella mancanza poteva anche essere un asso da calare al bisogno.
Il divorzio non si può pensare, figuriamoci pronunciare.
“Ti stiamo aspettando, muoviti!”
Un giorno d’amore per me vale più di cent’anni…”
É vero.
Non voglio più sprecare nemmeno un attimo della mia vita, non sono la bambola di nessuno, voglio qualcuno che mi ami per come sono. 
“Io esco, buona serata.”
“Come sarebbe esco? Ma, ma... come ti sei vestita?”
“Finalmente ho capito che il rosa non fa per me.”

§§§
ELABORATO DUE
BUGIE SENZA NOME
 
Il cellulare sul treppiede era posizionato per uno scatto che la riprendesse solo dalle ginocchia in giù.
Seduta sul letto, si era sistemata con la gamba destra accavallata sulla sinistra. La gonna del vestito rosa drappeggiata ad arte a metà polpaccio, con il tulle trasparente che svelava poco di più. Era l'invito a guardare i suoi piedi, calzati con  quelle vezzose ciabattine col tacco e le piume che li vestivano di charme.
Non si era messa lo smalto. Anzi, l'unghia dell'alluce sinistro, in primo piano, mostrava il segno irregolare di un colpo. Sciatteria? No, accuratezza nella messa in scena, come quella stanza con la moquette chiara, il comodino retrò e il vecchio telefono. Come il vestito di una finta eleganza che indossava con audace stile, perché i suoi clienti amavano fantasticare su quanto le donne ricche fossero molto simili a loro: imperfette, accessibili a pagamento, pronte per il loro piacere. Erano feticisti, la tristezza dell'umanità. Finché pagavano e tutto avveniva attraverso lo schermo di un cellulare, filtrato dall'app di Onlyfans, quel lavoro non sembrava nemmeno tanto squallido. Guadagnava più così in una settimana che in sei mesi di turni massacranti alla RSA, dove puliva sederi e spazzava pavimenti, a scelta nell'ordine.
Quando lo aveva raccontato alla madre, che grazie al social riusciva a pagarsi l'affitto del piccolo appartamento a Milano e a mandarle pure dei soldi, la sua vecchia si era arrabbiata. Le aveva detto che doveva smetterla subito di fare la prostituta, che era meglio pulire un cesso con dignità e mangiare pane e cipolle, che arricchirsi così.
Ma quale ricchezza, quale lusso? Viveva in trenta metri quadrati, con la maggior parte dello spazio usata per allestire il set per gli autoscatti, un angolo cottura da campeggio e un minuscolo bagno. I vestiti che usava li teneva in valigia sotto il letto, perché l'armadio a due ante, bastava per gli abiti e le calzature da scena.
Si prostituiva? Poteva dire così se nessuno la toccava e i suoi clienti le guardavano i piedi solo tramite le foto? Era importante cosa facevano con quelle immagini, in mano? No, non era una prostituta, lei sopravviveva. Non una puttana, ma una guerriera.
Usava la tecnologia e le perversioni della gente, non si limitava a piegare la schiena e pulire. Si era fatta furba, sfruttava chi credeva di sfruttarla e aveva capito pure un'altra cosa: presto avrebbe potuto smetterla con quel vecchio ricovero, chiudere con Milano e trasferirsi, magari al mare, in un'isola dei Caraibi. Sarebbe stata libera, di andare dove voleva, purché ci fosse un'ottima connessione, per continuare a postare le foto, perché avrebbe smesso con tutto, ma non con Onlyfans e le possibilità che le offriva.
Il cellulare scattò una nuova foto. Aveva finito, doveva solo mandarle a chi aveva pagato per averle.
Poi via, per il turno del pomeriggio, perché le foto, alla fine, sono solo bugie, mostrano quello che vuoi e non dicono nulla, nemmeno il tuo nome.

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 ELABORATO TRE
NOVE GIORNI
 
Sono passati nove giorni e sono qui in camera, col telefono sul comodino ed il cellulare in mano.
Era quasi mezzanotte e quella sera, dopo la cena di San Valentino, in cui mi ero vestita romanticamente tutta di rosa, mi hai lasciata davanti al portone.
Ti ho chiesto quando ci saremmo rivisti e tu hai esitato e mi hai detto di avere pazienza.
In un primo momento ho pensato che mi avresti chiamato giovedì, poi venerdì poi oggi che è domenica, ma non ho ricevuto nulla né sul fisso né sul cellulare.
Mi sono chiesta e mi sto ancora chiedendo perché.
Credevo che si fosse creata una linea di sensibilità comune, che ci capissimo facilmente e che si stesse bene insieme.
Non bastava.
Credevo di aver dato il giusto impulso ad approfondire la nostra conoscenza.
Non bastava.
Credevo che la tenerezza dell’ultima volta fosse sufficiente a sciogliere le nostre corazze costruite negli ultimi anni.
Non è bastato.
Mi rendo conto di scrivere frasi forse banali, ma la vita non lo è mai e quindi ci deve essere una ragione se i fatti procedono così.
E’ evidente che io non posso telefonarti e non posso neanche fare altre azioni che potrebbero essere male interpretate e quindi controproducenti.
E mentre lo penso mi accorgo che ci tengo a te e che vorrei disperatamente continuare a vederti.
Ma non posso proprio perché l’iniziativa ora è nelle tue mani e solo una tua decisione, qualunque essa sia, potrebbe sbloccare la situazione.
Decidere per il sì, capisco che sarebbe imbarazzante, vorrebbe dire accettare di stare con me, anche alle mie condizioni e creare dei cambiamenti importanti nella tua vita, nei tuoi affetti e nelle tue relazioni.
Decidere per il no, sarebbe pure critico perché in fondo trovi interessante la mia presenza e le mie parole, ti piace avere una donna che ti guarda con interesse ed è disposta ad aiutarti in momenti che sono ancora difficili.
Significa anche buttare acqua sul quel piccolo fuoco che forse si sta riaccendendo.
Nello stesso tempo non è più possibile continuare come prima, vedersi come amici, andare al cinema o a teatro come se niente fosse accaduto.
Il cuore non lo permette e soprattutto non lo permette a me.
Gli anni passano ed accumulando le esperienze mi sembra ogni giorno di essere ancora nella mia età giovanile, ai miei primi sentimenti, alle prime aspirazioni.
Lo so che anche questo è banale, ma ora è mio e sono io che lo voglio vivere intensamente così come lo sento.
Domani è il decimo giorno, non so cosa farai ed il tuo carattere è abbastanza imprevedibile.
Sarei felice di essere sorpresa, comunque sia, perché l’attesa è sempre faticosa e l’azione è rigenerante.
Chiamerai lunedì o aspetterai ancora ?


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ELABORATO QUATTRO
WHISKY E LATTE DI CAPRA
 
 
Se di nome fai Debora, seppur senza lo sfiato dell’h forestiero, ti viene spontaneo pensare che stai seduta sul letto con una vestaglietta rosa dalle sete velate e le ciabattine con il tacco fine e le piume di struzzo - per non parlare del telefono in tono e il comodino rococò - e quando ti alzi dal letto, cammini sexy ancheggiando per strada, e c’hai le poppe che sembrano due meloni e ballonzolano assassine che pare un mare in burrasca e i maschi ci sbavano e ci viene il coccolone, e soprattutto bevi solo whisky, mica latte di capra - che la nonna, con l’occhio scaramantico ci vedeva avanti, e per non saper né leggere né scrivere, fin da piccola aveva castrato sul nascere le prospettive impudiche con l’analcolico animale, le giaculatorie, le messe, i rosari e il senso delle regole antiche, ma giuste.
Forse, ma e però, che la mancanza di quello sfiato dell’h forestiero aveva spareggiato le aspettative e aperto le porte alle insicurezze, agli sghignazzi, le prese in giro, il farti credere che sei fuori dai tempi e dal mondo, e soprattutto sei fuori dal club di quelle quattro sfigate che fanno le bulle e si credono dio in terra, solo perché portano i jeans firmati, le scarpe con la targa dorata e si sono rifatte il naso, per non parlare delle labbra a canotto.
E ti senti un pesce fuor d’acqua, e ti senti persa. E se ti senti, vuol dire che prima non solo te lo dici, ma te lo ripeti - e dove cavolo lo trovo poi, il pezzo mancante della mia mela, se non c’ho le firme e i meloni - che vesto mercatino rionale e sono piatta di petto peggio del tagliere di nonna quando fa la sfoglia per le lasagne e le tagliatelle, che almeno su quelle ogni maschio ci sbava e gli prende il coccolone.
Tranquilla Debora senza lo sfiato forestiero dell’h che, come dice sempre tua nonna e te lo dico pure io - tempo al tempo, e vedi che lo trovi pure tu il pezzo mancante della mela, quella che prima se ne stava sull’albero ben radicato dietro l’angolo, ma poi si schioda, ti bussa alla porta, e ti dice che non gliene frega niente se non c’hai le firme, le scarpe con la targa dorata, le labbra a canotto, le poppe assassine e sei piatta come il tagliere di nonna, e porti il pigiama con i cuoricini e le ochette, e le pianelle rasoterra con la faccetta sorridente di gatto Silvestro e - che rimanga fra noi - pure le mutande ascellari con l’elastico slabbrato che non tiene più, perché lui è un estimatori di cervelli e vuole proprio te.
Nell’attesa - e che rimanga fra noi - pare che, spalmarsi sulle cosìdette gli escrementi del piccione, faccia davvero miracoli.

 

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ELABORATO CINQUE
QUEL SENSO D’INQUIETUDINE
 
Seduta sul bordo del letto, Claire indossava un elegante abito in taffetà rosa, che lasciava intravedere la sottogonna in tulle.
Era come se all’improvviso avesse smesso di prepararsi, visto che ai piedi portava ancora le solite ciabattine rosa – quelle che tanto piacevano a suo marito – con tacchetti e piume di struzzo.
E immobile, con lo sguardo assente, guardava fuori dalla finestra.
Era una serata di maggio, e i colori del crepuscolo stavano colorando il cielo sopra quella cittadina del Maine, dove Claire e il marito vivevano, dando così inizio alla fine di un’altra tranquilla e monotona giornata.
La donna era solita definire così le sue giornate, badando bene di non riferire a nessuno i suoi pensieri, per non ferire il marito.
Eppure, sembrava vivere in armonia con se stessa e gli altri. E l’atmosfera che si respirava sapeva di tranquillità. Quella tranquillità che a Claire avevano sempre detto di desiderare, ma che ormai la stava soffocando.
E pensare che qualsiasi donna sarebbe stata felice di avere una bella casa come la sua, con il prato verde ben tenuto e curato; avrebbe fatto carte false per poter accudire con amore quel bel marito, un veterano della Seconda Guerra Mondiale; e avrebbe pagato per poter appartenere a quella cerchia di amici benestanti e sorridenti, i cui figli sarebbero diventati amici dei suoi.
«Claire, sei pronta? Quanto ti manca a scendere? Posso entrare?» chiese George aprendo la porta della camera ancora prima che la moglie gli rispondesse, e distogliendola dai suoi pensieri.
«Arrivo… Finisco di vestirmi» gli disse Claire, rimanendo seduta sul letto.
«Sono già arrivati quasi tutti, e i Taylor e i Mitchell stanno parcheggiando, cara, manchi solo tu!»
George la guardò con ammirazione e le si sedette accanto abbracciandola.
Claire lo allontanò, con la scusa che le avrebbe stropicciato quel bel vestito, che proprio lui le aveva suggerito di indossare per l’occasione.  
«Faccio in un attimo… Infilo le scarpe e scendo» aggiunse con un sorriso che aveva solo la funzione di nascondere un malessere – a lei – ormai noto.
Un’altra festa, un’altra serata con il sorriso forzato sulle labbra, pensò.
Si guardò allo specchio del comò posto di fronte a lei e, accarezzandosi il ventre, pensò a quel segreto che ancora non aveva voluto svelare.
Guardò le scarpe scelte da indossare per raggiungere gli ospiti, e un senso d’inquietudine la pervase.
Non metterò quelle scarpe eleganti, non sorriderò per piacere. L'apparenza non mi appartiene più, pensò.
Si alzò dal letto, e si tolse il vestito rosa.
Gettò le ciabattine in un angolo della stanza, come a voler seppellire una parte di sé che non voleva più.  
Indossò un abitino e un paio di scarpe comode e, con discrezione, scese le scale per andare alla porta di casa sul retro: uscì, lasciando dietro di sé quel mondo di certezze che non le erano mai appartenute.

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ELABORATO SEI
NONNA

È la terza volta che bussano alla porta, ma io non riesco nemmeno ad alzarmi. Non posso, non voglio. Vestita e pettinata, sì, ma paralizzata sul bordo del letto, e col trucco già sciolto dalle lacrime. No, non posso farlo.
Accarezzo il costume del saggio. Sfioro la seta, dal tulle affiorano emozioni e ricordi. Come se il tessuto fosse impregnato della forza di uno spirito.
Di colpo mi sembra di averla davanti: le mani antiche ed esperte, il ditale colorato, gli occhiali grandi dalla montatura ovale, gli spilli tra le labbra, l’affetto immenso dietro il piglio severo e lo sguardo concentrato. E la scatola di latta in cui teneva tutto, poggiata per terra vicino alla sua poltrona. Quanti vestiti mi aveva sistemato negli anni?
Bussano di nuovo. Devo alzarmi, lo so. Il saggio comincia tra poco, e io devo salire in macchina con mamma e papà, arrivare a teatro, incontrare la coreografa e le compagne. Ma non posso, davvero non ce la faccio.
Lei invece ce la faceva sempre. Era infaticabile. Indistruttibile. Lo era stata nonostante la povertà, la guerra, le infinite difficoltà di una vita di sacrificio. Aveva imparato a cucire da sola, da bambina, con vecchi pezzi di stoffa trovati in casa: voleva vestire la sua unica bambola. E cucire è stato il suo unico gioco. Da adulta avrebbe potuto fare la sarta, ma ha dovuto dividersi tra la cura dei molti figli e i lavori in campagna.
Bussano ancora. Bussano e io me ne sto qui, seduta sul bordo del suo letto che sa di antico, come il suo comodino beige e il suo vecchio telefono rosa. Rosa, come il costume per il saggio che sto indossando e che lei mi aveva sistemato la settimana scorsa; per questo era ancora qui, nel suo armadio, insieme alle scarpette da punta che dovrei provare prima di uscire. Invece, di scarpe ne ho indossato altre: le sue vecchie scarpette buone, quelle col tacchetto, quelle che usava per le occasioni e che ho trovato qui, vicino al letto. È incredibile, hanno lo stesso rosa del mio costume. Chissà cosa direbbe lei. E chissà cosa direbbe vedendo che mi sono pettinata da sola. Le piaceva pettinarmi, mi pettinava sempre per gioco. E avrebbe dovuto pettinarmi lei per questo saggio. Avrebbe dovuto venire a teatro, vedermi. Sarebbe stata così felice, così orgogliosa.
Ripercorro la seta con le mani. Dammi la forza. Dammi un segno. Cosa avresti fatto tu al mio posto?
All’improvviso, un moto leggero attrae la mia attenzione. Un raggio di sole intenso, vivido, si è infilato nella finestra qui dietro, poggiandosi sul cuscino; alcuni riflessi danzano sulla seta del mio costume. Qualcosa scatta dentro di me. Guardo in basso, vedo i miei piedi curvarsi: con un brivido realizzo che sto per alzarmi. E un attimo dopo mi ritrovo dritta, ferma sulle gambe. Una forza inaspettata, antica, mi ha tirato su. Con addosso le sue scarpette, vado a prendere le mie da punta.
Nonna, questo ballo è per te.


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ELABORATO SETTE
EVERGREEN
 
Vi capita mai di pensare a come è iniziata la storia d’amore che state vivendo?
Un incontro casuale, un appuntamento di lavoro, una frase banale, un sorriso impacciato… Sarebbe davvero bello conoscere come sono nate tutte le storie del mondo e scoprire le diavolerie di cui è capace l’amore per manifestarsi e poi vivere.
Faccio questo pensiero mentre da qualche minuto fisso i miei occhi nello specchio: brillano.
Anche il viso splende, come fosse una porcellana passata e ripassata con lo straccio.
È chiaro che mi sono innamorato.
Ho conosciuto Marlene il mese scorso durante una sessione di lavoro. Sono un fotografo, uno di quelli che lavora per le riviste di abiti da sposa. A dire il vero prediligo quelli degli stilisti eccentrici, quelli che vogliono prendere le distanze dal classico bianco da favola.
Nozze rosa era il nome della collezione che andavamo a presentare sul catalogo estivo di un noto atelier, Marlene era la modella.
Come dite? Volete sapere come è nata la nostra storia? Non vi basta sapere del nostro incontro sul set di una camera d’albergo apparecchiata a tinte rosé?
Ebbene, tutto è iniziato con una frase banale: Il tuo sorriso è già un evergreen.
Le ho detto così tra un cambio di scenografia e l’altro. Del resto il suo modo di ridere riempiva la stanza più del suo splendore e suonava nelle mie orecchie come una bella canzone che passa alla radio. Una di quelle che ascolti per tanti anni e non ti stancano mai: un evergreen.
Ho rotto il ghiaccio così.
Stupido? Provate voi a farvi avanti tra truccatori, addetti alle luci e assistenti di vario genere.
Quella sera ci siamo fermati a cena in un piccolo locale poco distante dall’albergo. Abbiamo iniziato così a conoscerci piano piano.
Oggi è passato un mese. Cos’è mai un mese per una storia d’amore? Nulla. In così poco tempo un sentimento condiviso può, al massimo, imparare a gattonare.
Per la mia felicità, invece, vivere una favola così bella è tantissimo. Innamorarsi è come gettare tutti gli abiti vecchi e vedersi con una nuova luce. Una luce che irradia lo specchio e che vorrei catturare con una fotografia.
Sarebbe bello che tutti si scattassero una foto nel momento in cui scoprono di essersi innamorati. Potrebbe essere utile, chissà, tanti anni dopo, quando il logorio della quotidianità agisce subdolo sulla qualità del sentimento.
Una cosa tipo… Ecco, guarda come eravamo belli quando ci siamo innamorati. Ripartiamo da lì, da una nuova foto insieme.
Bello, no?
Lascio questi pensieri, per me oggi lontani, e preparo l’attrezzatura per un nuovo servizio. Oggi posa Marlene.
Quando lavoro con lei ripenso al vestito rosa della prima volta e a quando, seduta sul letto, rideva per una battuta fatta da qualcuno nella stanza. Mi emoziono ancora. Prendo la macchina fotografica e cerco, tra le foto inedite di quel giorno, quella che ritengo più bella.
La metterò in una cornice e sarà il prossimo regalo che le farò.
Magari con un biglietto con scritto evergreen.

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ELABORATO OTTO
LA VERITÀ IN UNA STANZA
 
Si erano seduti di spalle ognuno dalla propria parte del letto, nessuno dei due riusciva a respirare.
Isabella cercava di ingoiare la saliva e con essa la frase che aveva pronunciato qualche minuto prima suo marito: voglio la separazione.
Armando non provava più nulla verso la moglie e glielo aveva vomitato addosso tutto in un fiato nel giorno del matrimonio della cognata. Una data per cui Isabella si era preparata a lungo, visto che le doveva fare da damigella. A rendere speciale questo avvenimento era il rapporto simbiotico tra le due sorelle.   
Per l’occasione, la sposa, aveva chiesto, rigorosamente, di indossare un abito rosa, un colore che si intonava, guarda caso, con la camera di albergo dove alloggiavano la sera prima del matrimonio. Era passato molto tempo da quando marito e moglie non stavano soli nella stessa stanza.
L’abito l’aveva fatto confezionare alla miglior sarta del paese. Lo stesso dove si sparlava del matrimonio in questione e dell’onestà della sposa.
Isabella si schiarì la voce dal pianto e si girò verso Armando.
«È uno scherzo, vero?»
«No Isabella.»
«È solo un momento di crisi, sai capita dopo tanti anni. Riproviamoci!»
«Non mi sembra il caso.»
«Invece sì. Dopo dieci anni di matrimonio me lo devi.»
«Va bene, ma tanto sai che non cambierà nulla? Io non ti amo più e ci faremmo solo del male.»
Isabella fu presa da una feroce ira, indossò le sue scarpe rosa con tacco dodici e iniziò a fare su e giù per tutta la stanza. Il rumore dei tacchi indicava il suo nervosismo. I pensieri si affollavano e le parole erano difficili da dover articolare, così continuò con la voce di chi ha paura della verità.
«Chi è lei?»
Armando tacque
«È bella?»
Nonostante il silenzio del marito non aveva nessuna intenzione di dargli tregua. Ciò che le stava facendo era imperdonabile, inoltre proprio quel giorno e in quel posto.
Isabella aveva sfruttato l’occasione di quel matrimonio, in una località così romantica, con qualcosa di retrò, per provare a recuperare un rapporto ormai spento.
Infatti il loro soggiorno doveva continuare ancora una settimana dopo la cerimonia. Sperava che quel posto fuori dal tempo riaccendesse la passione, ma quella stanza la stava condannando alla verità.
«Da quanto tempo dura?»
A quel punto Armando si guardò nello specchio dell’armadio e si sentì una feccia umana. 
«È una vita che la conosco, ma a volte è meglio non sapere.»
Per un attimo avrebbe voluto togliersi la scarpa e buttagliela addosso e invece se la prese con il suo vestito strappandosi tutto il tulle che ricopriva la gonna di raso. Voleva solo urlare, ma non lo fece.
Sapeva che l’uomo in quanto tale non avrebbe avuto mai il coraggio di dirle la cruda verità, così prese la valigia e mentre stava per raggiungere l’uscita, il telefono rosa su suo comodino squillò. Era sua sorella.
«Mi dispiace, non mi sposo più, mi sono innamorata di Armando.»
Isabella uscì da quella stanza e dalla vita di entrambi.

 

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 ELABORATO NOVE
L’ABITO DELLE FATE
 
Ricordi mamma, quanto eri bella il giorno del matrimonio, avvolta nel tuo vestito rosa da sposa?
Un tripudio di tulle e seta che ti fasciava in modo superbo.
In quel paesino della Sicilia, il vestito bianco era prerogativa di chi aveva avuto un regolare fidanzamento ed era arrivata pura al matrimonio e quindi tu, che vivevi già da tempo con papà e per giunta avevi avuto anche me, avresti dovuto ripiegare sul colore beige, che solo a pensarci, ti faceva rabbrividire dall’orrore.
Avevi scelto così l’abito delle fate, così come l’avevo chiamato io, appena visto per la prima volta.
A distanza di anni, avevo capito che quel colore rosa e quel matrimonio voluto a tutti i costi, ti dovevano ripagare di tante piccole umiliazioni, non avevi niente di cui vergognarti e lo volevi sbattere in faccia al mondo. Quel mondo che non sopportavi più, che viveva di ovattati bisbigli dietro le tende scostate delle finestre, di sguardi d’accusa e di silenzi incomprensibili. Io, fin da piccola, percepivo tutto questo e mentre camminavamo insieme per strada, ti stringevo più forte la mano.
Ricordo anche che avevi voluto cambiare la vecchia camera da letto con una nuova, chiara e dallo stile romantico, costava un bel po’, ma papà ti aveva accontentata.
L’avevi arredata con tappeti bianchi e cuscini rosa e perfino il telefono, poggiato sul comodino, era della stessa tinta.
A distanza di tempo, capisco che anche quello era un modo per uscire dal grigiore in cui ti sentivi imprigionata.
La sera, di ritorno dal matrimonio, calzate le pantofoline di raso rosa, ti eri seduta sul bordo del letto, avevi accavallato le belle gambe e il vestito si era aperto come un fiore, eri un incanto…
In quel momento era entrato papà e aveva detto: «Calimero, la mamma è stanca. Fila a dormire!»
Quel nomignolo, mi era rimasto appiccicato addosso dalla nascita, quando papà, vedendomi per la prima volta, si era reso conto che avevo ereditato i suoi colori scuri e che di te, così bionda e chiara, non avevo proprio niente.
Così, quell’aria delicata che ti avvolgeva, piano piano, ha fatto nascere in me il desiderio di proteggerti, avevo capito che, delle due, ero io la più forte e l’ho fatto a scapito di non potere vivere appieno la mia infanzia e di tradire poi, la mia adolescenza.
Papà non si era mai voluto accorgere del tuo disagio, così avevo capito che toccava a me prendermi cura di te, e sai, vivevo con la paura di non trovarti più a ogni ritorno a casa.
Non è stato facile, ma ti ho voluto bene così.
E anche tu me ne hai voluto a modo tuo, vero, mamma?
Ora che la tua delicata bellezza ha lasciato il posto alla fragilità degli anni, siamo ancora insieme.
Guarda com’è ancora bello l’abito delle fate! Ogni volta che lo distendo sul letto, ti brillano gli occhi e mi cerchi la mano e io, come sempre, sono qua a stringerla più forte, come una volta, ricordi?

Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle



 

 

 

 

 

 


venerdì 14 febbraio 2025

Numero 460 - Masterbook seconda edizione - FASE 1 - PROVA 1 gruppo A - 14 Febbraio 2025


 
Riparte il Masterbook, il torneo di scrittura on line a eliminazione più dinamico e divertente che ci sia!
Rispetto alla prima edizione, ci saranno cambiamenti nello svolgersi della competizione.
Ma partiamo dal principio:
18 concorrenti coraggiosi si sono iscritti a questa avventura e sono stati divisi in due gruppi.

GRUPPO A
Ilaria Luce Alesina
Valentina Ciocca
Maria Grazia Conti
Antonella Malvestiti
Alessandra Nobile
Laura Scartabelli
Carmine Scavello
Luca Togni
Emanuela Carmelita Tomiato

GRUPPO B
Stefano Buzzi
Arianna Desogus
Maura Hary
Giovanna Agata Lucenti
Sandra Morara
Linda Silvia Scarpenti
Cesare Sordi
Camilla Terso
Tatiana Vanini

Conosciamo anche la giuria tecnica che sarà composta dai Direttori di Collana di Edizioni Convalle:
Silvana Da Roit
Marta Martello
Tiziana Mazza
Tania Mignani
Gianluca Nespoli
Maria Rita Sanna

E poi ci siete voi, caro pubblico che ci segue, a rappresentare il voto popolare.

Ora vi spiego.

Nella prima fase - FASE 1 - della gara, ci saranno tre prove per i nostri concorrenti. Nessuno di loro, in questa fase, verrà eliminato, ma accumuleranno i punti delle tre prove, sommando i voti della giuria tecnica e i voti della giuria popolare (tutti voi). 
La giuria tecnica attribuirà ai racconti un voto da 1 a 10.
La giuria popolare potrà esprimere tre preferenze per ogni gruppo di racconti proposti in questo Blog. Andrò a sommare i voti del pubblico e  i racconti più votati riceveranno un bonus di 9 punti (al più votato), 6 punti (al secondo) e 3 (al terzo).
Si produrrà quindi una classifica provvisoria che potrà cambiare attraverso le tre prove della Fase 1.
Ho deciso di fare così perché in questo modo gli autori avranno tre occasioni per dare il meglio di sé ed eventualmente recuperare se un pezzo non è riuscito bene.

Al termine della Fase 1 cominceranno le prove ad eliminazione che porteranno, prova dopo prova, al vincitore assoluto!

IMPORTANTE!

Tutti i racconti saranno sottoposti al voto (sia della giuria tecnica, che quella popolare) in forma anonima. Non verrà dichiarata la paternità del testo in fase di votazione, ma solo dopo, a votazione conclusa.
I concorrenti dovranno mantenere il segreto e non dire a NESSUNO che il tal pezzo appartiene a loro, pena la squalifica.
Questo perché i testi vanno giudicati e votati per quello che valgono, senza farsi condizionare da chi li ha scritti.

I testi saranno obbligatoriamente INEDITI, mai pubblicati prima in nessun modo, neppur sui social.

Preciso anche che posterò nel Blog i racconti ESATTAMENTE come mi verranno inviati, eventuali errori compresi. 
Questo perché è importante la cura del testo da parte dei concorrenti e gli errori vanno tenuti in considerazioni quando si vota.

Quindi, si parte.
La prima fotografia che ha ispirato i concorrenti del GRUPPO A è la foto di copertina di questo numero del Blog: una cabina telefonica rosa.
Qui di seguito i racconti in gara. 
Dopo la lettura di ieri nella diretta del Giovedì nella Pagina Facebook di Edizioni Convalle (che vi invito a seguire), eccoli qui, nero su bianco. E adesso tocca a voi votare scrivendo in un commento le vostre tre preferenze.
Mi raccomando! Scrivete tre preferenze, TRE, altrimenti i voti non valgono. Firmate i vostri commenti, ci piace che le preferenze esposte non siano espresse in forma anonima.
Potrete votare fino a mercoledì 19 febbraio, ore 20.

Nella diretta di Giovedì 20 febbraio, dalla Pagina di Edizioni Convalle, ore 21, sveleremo la classifica provvisoria sommando i voti del pubblico e quelli della giuria tecnica, e vedremo come saranno posizionati gli autori coinvolti, ai quali - finalmente - sarà attribuito il proprio racconto!
Nella diretta leggerò anche i racconti del GRUPPO B, che nel frattempo mi saranno stati inviati, basati su una nuova immagine che avrò affidato a loro.

Non vi resta che mettervi comodi e leggere, e magari rileggere, con attenzione i racconti, tenendo presente come sono scritti, se ci sono errori vari, l'idea, la forma, la struttura, le emozioni che trasmette, l'originalità. 

Buona lettura!

ELABORATO UNO
PINK LADY
 
Un'ora di corsa ogni mattina: ordine del suo medico.
- Il tuo cuore sarà pure nuovo, ma ha bisogno di rinforzarsi e di capire che il suo padrone sei tu.
Mark faceva il giro dell'isolato: partiva da casa sua e correva per un'ora con due brevi soste.
Una delle due era all'ombra di un platano che rinfrescava una piccola zona verde dove c'era una panchina. Adorava quell'angolo: si sentiva al riparo da sguardi indiscreti e poteva asciugarsi, bere e sbuffare quanto voleva.
Non era ancora felice di quel cuore nuovo. Tutto sommato, faceva una vita normale... prima.
Si era abituato alle medicine, alle mille attenzioni, al fiato corto, ai divieti che subiva da quando era bambino. Era la sua normalità.
Ora invece era tutto cambiato. La corsa, l'alimentazione bilanciata, niente sesso, niente stress...
- Tornerai alla vita normale, vedrai. - lo incoraggiava il suo medico.
Ma qual era la normalità? Era abitato da un cuore non suo, chissà se di un uomo o di una donna, forse un bambino. Chi era Mark? Chi si sentiva di essere? Pensieri che correvano insieme a lui nel giro mattutino.
Usciva con qualsiasi tempo: freddo o caldo, sole o pioggia non importava. Doveva.
Il cappuccio tirato su, lo sguardo basso, i gomiti stretti ai fianchi, il respiro regolare.
Seconda sosta: accanto alla cabina rosa, quella che lui aveva battezzato Pink Lady.
Strana quella cabina! Chissà perché l'avevano dipinta di rosa! A Londra erano tutte rosse, come tradizione voleva.
Quella era rosa. Si abbinava perfettamente con il verde dei cespugli che limitavano il giardino in cui era stata posta.
Mark si appoggiava nella parte posteriore, ammesso che l'avesse trovata vuota. Riprendeva fiato guardandosi intorno. Di fronte c'erano case a schiera con finestre dai vetri all'inglese.
Da una di quelle al primo piano, alle 8:00, appariva lei tutte le mattine.
Apriva la tenda e dava un'occhiata fugace alla strada. Aveva lunghi capelli biondi che tirava su e fermava a chignon. Spariva per un po', poi tornava con una tazza in mano. Sorseggiava e si godeva la veduta della via che si svegliava piano piano.
Quella mattina, rivolse lo sguardo verso di lui. Mark le fece un cenno di sorriso. Lei chiuse subito la tenda.
Poco dopo, tornò e si sedette alla luce del sole che si appoggiava sui suoi capelli. Aveva un violoncello in mano: iniziò a suonare.
Un suono malinconico, ma bellissimo.
Mark non riusciva a staccarsi da quella cabina. Chiudeva gli occhi e ascoltava. Il suo cuore trovava pace in quella musica.
Sapeva che lei si era accorta della sua presenza e ogni giorno faceva un passo in avanti per mostrarsi di più.
Lo aveva visto, sapeva che era lì: muoveva con grazia l'arco, spesso chiudeva gli occhi.
A un tratto, quella mattina, i loro sguardi si incrociarono.
Poco dopo lei si alzò. Non te ne andare, pensò Mark.
Il telefono della cabina squillò.
Istintivamente Mark entrò e alzò la cornetta: un violoncello suonava all'altro capo.

 

 
ELABORATO DUE
QUANDO LE CABINE TELEFONICHE 
ERANO UN ARREDO URBANO.

Roba di altri tempi! Ormai le cabine telefoniche sono cadute in disuso con l’avvento dei telefoni cellulari. Ove esistano ancora, le posso considerare pezzi museali, che ci ricordano un tempo passato. Tante di esse, però, sono state vandalizzate con l’effetto dei vetri rotti e delle porte divelte e, di conseguenza, sono state rottamate per ragioni di sicurezza, di igiene e di pulizia, in quanto venivano usate come gabinetti.
Però, l’intelligenza umana alcune di esse le ha rivalutate, messe a nuovo e destinate a pubblico servizio come librerie volanti per lo scambio dei libri. In molte nazioni, comprese l’Italia, sono nate, così, le Bookcrossing, dette biblioteche a cielo aperto, usando le cabine telefoniche dismesse come luogo ideale e centrale dove lasciare i propri libri, già letti, e prendere in prestito quelli lì depositati e a disposizione di tutti.
Oggi guardando le pochissime cabine telefoniche rimaste in qualche remoto angolo delle città, vengono alla memoria le lunghe attese e la tanta pazienza ad aspettare che gli utenti, arrivati prima, finissero le conversazioni in tempi ragionevoli. Non mancavano gestacci con le mani e occhiatacce per invitare a troncare le telefonate per lasciare spazio anche agli altri utilizzatori.
Qualcuno infastidito dalle lunghe attese prendeva a calci le pareti delle cabine per essere più convincente nell’invito a fare presto, per una forma di educazione e di rispetto. I giovani, per una forma di pudore davanti i genitori, non usavano il telefono fisso di casa per non fare ascoltare i discorsi con i fidanzati; cosicché, con le tasche piene di gettoni telefonici, andavano alla ricerca di una cabina telefonica libera. Alla fine, con la classica frase chiudi prima tu e l’altro ancora un po’, il tempo non passava mai e la gente in attesa si girava i pollici, urlando basta!!!
Ricordo una litigata tremenda fra due persone che se le sono date di santa ragione e sono dovute intervenire le forze dell’ordine per calmare le acque. Uno dei due litiganti era un mio ex collega di lavoro, innamorato pazzo della sua bella, che tutti i giorni saltava il pranzo in mensa per andare a telefonarle. Non bastava la telefonata di mezzogiorno per dirsi parole d’amore, perché la sera, dopo il lavoro, lui e lei leggevano le rispettive lettere d’amore, che si erano scritte negli intervalli di tempo nelle pause caffè.  
Altri come lui avevano le stesse esigenze, magari non così esaltanti, e facevano a gara a chi arrivasse prima all’unica cabina telefonica piazzata davanti l’ingresso dell’azienda. Dopo quella litigata e dietro l’interessamento dell’Ufficio del Personale, fu installata una seconda cabina telefonica.
Seppi a distanza di tempo che quei due innamorati pazzi, dopo un lungo fidanzamento e un matrimonio alle spalle, hanno divorziato. Non potrò mai dimenticare il tempo che quel ragazzo perdeva ad andare a elemosinare gettoni del telefono, andando di reparto in reparto nell’azienda. Per essere più convincente aveva trovato la scusa che i genitori non stavano bene e, con questo furbesco stratagemma, convinceva i recalcitranti a cedere una parte del prezioso gruzzoletto di gettoni.  


 
ELABORATO TRE
L’UOMO DEL PARCO
 
Era sempre stata lì, eppure Luca non l’aveva mai notata. La cabina telefonica si trovava ai margini del parco che ormai ospitava solo erbacce e rifiuti. Sembrava un elemento fuori tempo, una reliquia dimenticata che stonava tra i palazzi moderni. Non era un luogo adatto a un ragazzino, ma lui e Andrea si erano dati appuntamento in quella periferia per scambiarsi i video giochi che avevano ricevuto a Natale. Luca non vedeva l’ora di stringere tra le mani l’ultima versione del suo gioco di calcio preferito, ma Andrea era in ritardo e lui si sentiva a disagio.
A un tratto sentì un fruscio, come se qualcuno avesse fatto partire un vinile graffiato con una melodia sgradevole.
Scappa in fretta piccolino, che la morte è qui vicino, se non fuggi lei ti afferra e finisci sottoterra.
Quella leziosa cantilena lo fece sprofondare in uno stato di palpitante terrore. Si rese conto che uno sconosciuto si era materializzato davanti a lui e lo stava strattonando.
«Sto aspettando un amico, mi lasci in pace.»
«Vuoi sentire una storia interessante amico? Vedi quella vecchia cabina? Dicono sia maledetta, non funziona più da anni, ma nessuno si è preso la briga di rimuoverla, sai perché? Perché appena ci metti piede, muori. Cosa ne dici di provare?»
Luca alzò lo sguardo verso la cabina, la vernice sbiadita era scrostata e i vetri coperti di una patina opaca che sembrava…No, non voleva ammettere che quelle potessero essere macchie di sangue. Sicuramente era solo l’effetto della luce traballante del neon che faceva apparire quelle ombre.
La porta era socchiusa e all’interno si poteva intravedere il vecchio ricevitore, in disuso da chissà quanto tempo, coperto di polvere.
«Luca, eccomi!»
Luca sospirò di sollievo non appena vide Andrea, ma non poté fare a meno di voltarsi per controllare dove fosse finito quell’uomo inquietante.
Lo sconosciuto era sparito, ma Luca avvertiva ancora la sua presenza, come se toccandolo gli avesse lasciato addosso una scia malevola.
«Dai Luca, inizia a piovere, muoviamoci.»
Perso nei suoi pensieri, non si era accorto che l’amico era entrato nella cabina per ripararsi dalla pioggia.
Sentì il cigolio della porta e vide il volto deformato di Andrea che lo fissava attraverso il vetro sporco. Luca gli urlò di fermarsi, ma il suo amico aveva alzato il ricevitore e stava mimando una conversazione quando, all’improvviso, il suo viso si era trasformato in una maschera di orrore.
Andrea cercava di spingere la porta con tutte le sue forze, ma era bloccata.
«Fatemi uscire!»
Luca corse in suo soccorso, ma era troppo tardi. La voce stridula di Andrea si spense, mentre la luce al neon lampeggiava emettendo un fastidioso ronzio.
Poi tutto tacque.
Luca riuscì ad aprire la porta e cercò di trascinare fuori il corpo esanime di Andrea.
Era tornato. L’uomo lo osservava con una luce divertita nello sguardo mentre intonava quell’odiosa cantilena.
Luca lasciò la mano dell’amico e corse come non aveva mai fatto in vita sua.

 

 ELABORATO QUATTRO
LA CABINA ROSA

Sono davvero arrabbiata: tra tanti colori mi dovevano proprio dipingere di rosa! Mi sembra di fare la figura del sommergibile di “Operazione sottoveste” o forse mi hanno dipinto così, proprio in omaggio al film, visto il grande successo. Ma io non devo promuovere nessun prodotto, quindi non mi va di  attirare tanti sguardi stupiti, anche perché, subito dopo, sento un risolino di compatimento o di beffarda derisione.
A essere sincera, però, c’è qualcuno che mostra interesse verso di me: sono ragazze, signorine, ma anche donne già in là con gli anni, che sembrano scegliermi deliberatamente per le loro telefonate d’amore.
Quante sciocchezze mi tocca ascoltare! Mi piacerebbe invece essere la protagonista di qualcosa di più serio, di dare una notizia importante…

Mentre la cabina  recriminava sul suo buffo colore, una macchina dai finestrini scuri rallentò e si fermò proprio davanti alla  porta d’ingresso, lasciando  scendere un tizio stile Humprey Bogart, di Ore disperate, piega amara, camicia scozzese sotto il tranch aperto, espressione cagnesca e truce.
«Pronto? Se volete vedere vostra figlia viva, preparate 100 mila sterline. Per la consegna aspettate istruzioni.»
Il brusco rumore del ricevitore che si attaccava alla forcella diede un fremito alla cabina.
Quante volte aveva desiderato  essere protagonista di qualcosa di serio, ma ciò che aveva appena udito era troppo serio!
Questo qui è un delinquente! Un rapitore, sicuramente: come ostacolarne il piano?
Accortasi della sua impotenza, la cabina rosa escogitò velocemente un’idea: se la sorte fosse stata dalla sua parte, questa volta avrebbe potuto mostrare le sue potenzialità!
La vita intanto riprendeva il suo ritmo naturale: dalla cabina uscivano e entravano figure femminili dalle età più disparate: nei visi di alcune si leggeva un dramma d’amore, nelle espressioni di altre si coglieva la gioia di un’appagante risposta.
Le ore passavano così senza nessuna novità.
La cabina cominciava a preoccuparsi. Per mettersi in azione bisognava che il malvivente si rifacesse vivo.
Tutto era inerte, finché, ormai notte, il tipaccio della telefonata, quello alla Bogart, tanto per intenderci, entrò di nuovo nella cabina. Le parole erano inequivocabili:
«Portate i soldi, in tagli da 10 e 50 sterline, nel tunnel sotto il ponte di Waterloo, prima scala a destra per chi scende dal treno. Niente polizia, se volete rivedere vostra figlia.»
Il metallico “clic” segnò l’impossibilità di qualsiasi replica.
La cabina con sforzo imprevedibile irrigidì la porta, che si bloccò.
Imprecando, l’omaccio cominciò a tempestarla di pugni.
Un passante preferì chiamare il 999 anziché porgere aiuto e in pochi minuti tre poliziotti arrivarono sul posto, sbloccarono la porta e risolsero il caso. Proprio così, il caso: gli agenti, avendo saputo che la telefonata agli Harrison, i genitori della bimba rapita, proveniva dalla stessa cabina, erano rimasti di stucco nel rendersi conto che il tizio all’interno ne era l’autore. Erano stati proprio abili ed efficienti!
Solo la cabina rosa, finalmente soddisfatta di sé, conosceva la ragione del successo: ora aveva fatto pace con il suo colore, che non solo non la innervosiva più, ma quasi quasi la inorgogliva.

 

 ELABORATO CINQUE
 PICCOLO SPAZIO ROSA
 
Ma tutte quelle nuvole nere avevano deciso di scatenarsi proprio adesso?
Già, mentre lui stava salendo i gradini della metropolitana, il vento gli aveva strappato dalle mani il giornale. Non solo c’era il vento, iniziava a scendere anche la pioggia; il cappotto gli si stava bagnando.
La sede della banca era lontana e lui amava arrivarci a piedi, facendo un chilometro a passo veloce prima di andare a sedersi per tante ore alla solita scrivania.
Albert sentiva che le caviglie erano bagnate, iniziò a correre cercando un riparo. Nel centro del parchetto che stava attraversando vide una cabina telefonica e ci entrò.
Non era poi così angusta; riusciva a muovere bene le braccia, con le mani cercava di pulire via le mille goccioline; sbatteva i piedi, li sentiva già gelati.
Avviso l’ufficio che sono bloccato dal temporale.
Compose il numero sul telefonino e comunicò il ritardo alla segretaria. Mentre lo stava rimettendo nella tasca dei pantaloni, la porta si aprì portando un forte colpo di vento. Una donna cercava di entrare: teneva un ombrello bagnato e un sacco della spesa.
«Accidenti, mi faccia spazio! Non vede che temporale?»
«Ma dove crede che io possa andare? Questa cabina è così stretta!» rispose Albert spostandosi all’indietro. Sentì cadere le gocce dell’ombrello della signora direttamente sulla sua caviglia.
«Ho capito, ma si può appoggiare alla parete, così ci stiamo tutti e due? Non è difficile, ci provi, su!» rispose lei sbraitando, buttandogli addosso il sacco della spesa da cui usciva un delizioso profumino di focaccia dolce.
«Non credo. Per favore, può togliere il suo ombrello dalla mia caviglia: mi sta bagnando. Grazie» rispose spostandole il sacco a terra.
«Oh, non avevo visto. Si sposti lei!» rispose risentita la donna.
«Guardi, lasci perdere. Ora esco. Forse è meglio la pioggia che stare qui. Con lei poi» disse Albert abbastanza infastidito, cercando di guadagnare a fatica la maniglia per uscire.
«Le chiedo scusa, la prego… Non può andare al lavoro senza dirmi che ha accettato le mie scuse. Per favore, prenda questa.» Aveva cambiato il tono di voce da innervosito a delicato.
Gli stava offrendo un cartoccio da cui si intravvedeva la focaccia dolce.
Sarà stato l’aroma di vaniglia o la dolcezza dello sguardo o la semplicità di quel gesto: Albert si ritrovò a sfiorarle la mano per accogliere quel dono inaspettato. Un’emozione impercettibile aveva attraversato le loro dita.
«Grazie… vado» e in meno di un secondo era fuori da quella cabina, con tutta l’intenzione di correre in ufficio.
«Ehi, signore! A terra c’era il suo telefonino! Tenga» stava dicendo la donna che lo aveva rincorso, anche lei sotto la pioggia battente, senza aprire l’ombrello.
Albert si girò. Entrambi erano bagnati, vicini. Di nuovo le loro mani si sfiorarono. E ancora quella scossa. Occhi sorpresi, incatenati.
«Strano, non me ne sono accorto. Come è successo? Lo avevo infilato in tasca.»
«Sarà la magia della cabina rosa» rispose la donna.
Si girarono a guardarla: a Londra una cabina rossa aveva cambiato colore per l’emozione.
 
          
  ELABORATO SEI
BABY PRINCESSE
 
Rivedere la cabina rosa è stata un’emozione fortissima. Dopo quell’episodio che ne aveva distrutto porta e fiancate, ero certa che l’avessero rimossa.
Da ragazzina abitavo, con la mia famiglia, nei palazzi di fronte a quella cabina telefonica che era stata complice degli incontri segreti fra me e Philip, il mio fidanzatino dell’epoca. Complice perché i suoi vetri appena oscurati e l’albero che la copriva in parte erano il rifugio perfetto per i nostri primi baci.
«Anche oggi devi telefonare?» domandava, di rito, mia madre.
«Eh sì. Devo rispiegare la lezione d’inglese a Ruby. Ed è molto lunga.»
«E puoi spiegarmi perché non puoi farlo dal telefono di casa?»
«Dovrò stare collegata almeno mezz’ora. Vuoi che Mr. Jones, con il quale abbiamo in comune la linea telefonica, ci venga a bussare come ha già fatto?»
Aspettavo Philip sempre dentro la cabina. Quel giorno però era in ritardo e fuori c’era una ragazza che bussava con insistenza, per cui dovetti uscire.
La ragazza, che aveva urgenza di entrare, si sorreggeva una pancia stranamente troppo ingombrante per un fisico che si intuiva essere esile, nonostante il cappotto fuori misura.
Philip, che nel frattempo era arrivato, mi guardò con aria sospetta.
«Ma che ci fai fuori dalla cabina? E se dal balcone si affaccia tua madre?»
«C’è una ragazza dentro. Aveva fretta e…»
Non riuscii a terminare la frase perché la porta della cabina si aprì sbattendo contro la sua stessa fiancata, e la ragazza uscì di corsa.
Un attimo dopo caddero a terra sia la porta che le sponde della cabina. Rimanemmo senza fiato, soprattutto per ciò che vedemmo dopo. Una cesta di vimini, dalla quale sbucavano le guance porpora di un neonato, giaceva sotto l’apparecchio telefonico, proprio come in quel racconto di Doris Lessing che tanto mi aveva turbata.
Il fragore generato dalla situazione richiamò l’attenzione di una pattuglia che, in quel momento, stava passando di lì.
Scappammo via e solo dalla televisione scoprimmo che il neonato era una bambina alla quale era stato dato il nome di Princesse, in onore delle corone reali presenti sui lati della nostra cabina rosa.
A pochi giorni da quell’episodio, mio padre, in seguito a una discussione con la mamma, se ne andò di casa. Fu come se il sole si fosse spento all’improvviso. Lasciai, seduta stante, Philip, forse nel tentativo di salvarmi da un dolore futuro e, dopo poco, io e mamma ci trasferimmo in un’altra città. E adesso eccomi di nuovo qua, davanti alla mia cabina. Avverto potente il vuoto di non capire perché ho allontanato tutti gli uomini che ho avuto. Quello che ho nel cuore lo lascio uscire sempre troppo tardi.
Un forte vento fa volare il mio cappello dentro la cabina telefonica, la cui porta è aperta. Entro per riprenderlo e vedo la targa apposta sotto il telefono: Baby Princesse è nata qui.
Ho pensato, allora, che esiste sempre una ripartenza ed è fatta di fili invisibili, sottili e impercettibili giunture che tengono uniti persone, luoghi e angoli del cuore. 

 

 ELABORATO SETTE
LA CABINA ROSA
 
Avevo percorso tutti i 6413 km che mi separavano da quella meta improvvisata.
Da sempre desideravo andare in India: la sua storia, la cultura, la filosofia millenaria e la profnda essenza dell'induismo erano come calamite per i rottami del mio cuore.
L'aereo stava atterrando. Sapevo che Surat era stata una colonia Britannica, faccenda rincuorante poichè non avevo nemmeno curiosato su internet, troppo scontato per la degna erede di Indiana Jhones, nel mio cervello me la immaginavo come nei film, tra cupole scintillanti e palazzi di mille colori...
La delusione fù immensa quando atterrai in quella che poteva sembrare la zona industriale di qualche grande città europea: fabbriche, grattacieli, fumo, puzza, una puzza orrenda, caldo soffocante e zanzare come elicotteri.
Mentre uscivo dall' Airport Surat Thani la voce di mia mamma, rimbalzata sul materasso del mio entusiasmo lontano dal pensiero razionale, tornò a farmi visita:
«Non hai neanche preso un Hotel! L'india non ha le normative igieniche dell'europa... contrarrai qualche malattia infettiva mortale ( le elencò tutte, si era informata). Resta a casa tesoro! Te ne prego»
Quelle parole iniziarono a fare effetto proprio quando era meglio non lo facessero. Feci pochi passi colmi d'ansia, indecisa, quando l'occhio cadde su qualcosa di anomalo. Da lontano spiccava una cabina color pastello. Mi avvicinai. Sembrava una di quelle che si vedono a Londra, con lo stemma della corona imperiale e la scritta Thelepone, forse un cimelio dell'antica colonizzazione Britannica. Sembrava che il sole l'avesse “cotta” trasformandola da rossa in rosa. Anche i palazzi intorno assumevano un'aspetto “più occidentale”, quasi volessero confortarmi.
«E' un segno» disse la voce dell'ansia «chiama mammina e dille di comprarti un biglietto di ritorno»
Che epocale sconfitta. L'odore che emanava ogni cosa mi dava la nausea, chiusi gli occhi trattenendo il respiro. Meglio morire che chiamare mammina.
All'improvviso una mano si poggiò sulla mia spalla facendomi rinvenire. Era una donna, i suoi occhi erano neri e luccicanti come due gemme di onice, i capelli fluivano a ciocche fuori dal velo verde.
Mi indicò la cabina.
Ero come ipnotizzata ed seguiì la sua richiesta silenziosa: entrai e telefonai a mia mamma:
«Ciao Ma', tutto a posto. Ho trovato alloggio, il luogo è molto bello e pulito, stai serena, non contrarrò nessuna malattia infettiva!»
Senza troppi sproloqui la salutai con affetto, qualcosa mi diceva che non l'avrei sentita per un bel po'.
Perchè avevo detto quelle parole? Non erano mie!
Intanto la donna aspettava sorridente. Avvicinandosi mi prese la mano e uno strano sentimento di fiducia pervase tutto il mio essere. Non avrei mai pensato che iniziasse così il mio “noviziato” in India, percorso durato sette anni sotto la guida gentile di Sri Krayadaya e senza contrarre malattie infettive!
Mentre ci addentravamo nel tumulto della città mi voltai un'attimo per salutare la “cabina cotta”, prima amicizia di quello strano viaggio ma, come per magia, era sparita!

 

 ELABORATO OTTO
MUTANDE E REGGISENI.
 
Il mio primo, freddo giugno inglese, lo scaldò l'immagine delle tue gambe bellissime.

Non t'avevo mai vista, non ci scorgemmo che quella sera, al pub. Io coi miei amici e una Bionda, tu le tue compari e un Irish nero. Portavi l'orecchino al naso e i capelli variopinti, mi colpì il tuo riso sincero elargito a piccole dosi. Scostavi i capelli come corde d'arpa, ne sentivo la melodia sopra la New Wave del locale; battevi il tempo col tacco, le tue gambe inconsapevoli.
Non feci in tempo a parlarti: l'incendio ci sorprese quel tanto da farci bruciare gli occhi e intossicarci il futuro. Scrissero di un corto circuito, mi chiesi come fecero ad accorgersene.
 
Per due mesi non seppi più nulla di te, faceva sempre più caldo sotto quel cielo antracite, un caldo di un freddo inclemente. Passavo in rassegna le finestre delle case, ne scavalcavo col pensiero i recinti d'ordinanza, recisi quanto il mio umore.
Era strano pensarti: stare con una donna, fino ad allora, mi aveva fatto sentire claustrofobico; ma tu eri un raggio riflesso del sole.
 
Il giorno che incontrai la tua amica, vicino al locale finalmente riaperto, chiesi di te.
Scoprii che alle diciotto, ogni primo del mese, attendevi una chiamata alla cabina telefonica del parco vicino a Trafalgar Square.
 
Venni là appena fu il tempo. Ma prima ti raggiunsi mille volte col pensiero. Vedevo il tuo sguardo, nei riquadri della cabina, penetrare il tempo.  
Venni, ma non mi ascoltasti. Mi dicesti che non potevi, che ti dovevano chiamare, se non ti avessero chiamata saresti stata triste; e, «per favore, lasciami sola.... Ok, ci vediamo».
 
Nei giorni seguenti un amico mi suggerì di telefonare al numero della cabina la volta successiva, invece di ripresentarmi. Di mettere spazio tra noi: avrei rotto quel tuo tempo fatto di attese; mia Miss Godot, la vita è una panchina che prima o poi dobbiamo lasciare.
 
Ti ricordi poi come andò?
 
Purtroppo no, lo so.
Fu per la gioia che, dopo che ci conoscemmo, un giorno, nottetempo, ti dipinsi la cabina telefonica  di rosa. Fui ispirato da quella nostra preferenza per certi vecchi film. Se li avessi avuti avrei sparso attorno mutande e reggiseni, in segno di resa all'incanto. Come in Operazione sottoveste, la pellicola del sottomarino rosa: anche noi ci saremmo baciati, di lì a poco, nello spazio angusto della cabina. Come quei due del film sottocoperta. E nessun Capitano ci avrebbe puniti.
 
Ogni mese aspettavi solo la sua chiamata. Solo lui. Ma io al telefono ti dissi, «sono io», con la voce impastata di sole; ero pronto a tutto, finalmente anche a lasciarmi andare.
 
Vorrei tornare al giorno del pub, venire da te prima dell'incendio, schivare insieme il momento in cui, anni dopo, il seme della dimenticanza ti avrebbe trapassato il cranio. Dicono che basti cambiare di poco il passato per variare il futuro. Avevo finito la vernice quel giorno. Tornerei, finiremmo il lavoro. Ricorderesti. Spargerei mutande e reggiseni. Non ricordi, ma con l’idrante ti farei pure il mare. 
 

ELABORATO NOVE
LA COMPAGNA DI CLASSE
 
Trascorso quell’inverno nulla fu più come prima, per noi, a partire da quella cabina telefonica rosa in legno, situata alla periferia del paese; una delle poche rimaste in uso. Dentro quella cabina telefonica sotterrammo la nostra adolescenza, ancora abbozzata, per divenire, per sempre, adulte. E non servirono a nulla le pesanti forbici da cucina con le quali, dopo il tragico accaduto, ci tagliammo a vicenda le lunghe trecce, in segno di lutto. Di certo non a riconsegnarci alla nostra innocenza.
Eveline l’avremmo sempre avuta davanti, anche dopo, specialmente dopo, quando tutto sarebbe stato senza ritorno. Eveline, di statura bassa, due occhioni marroni non diversi da tanti, le mani piccole, con le pieghe di grasso sul dorso. Mani da neonata in un corpo adolescente. Non era tanto diversa da come eravamo tutte, in fondo. Ma aveva una colpa, quella di stare sempre in silenzio. In silenzio, mentre noi parlavamo, in silenzio, mentre noi ridevamo, in silenzio, mentre noi cercavamo in tutti i modi di incastrare i pezzi di un corpo, il nostro corpo adolescente, che non combaciavano più.
La famiglia di Eveline era la più ricca del paese e la più ecologista del paese. Eveline aveva sempre i capelli un po’ unti e la pelle intrisa dei primi sudori puberali. I genitori erano contrari agli sprechi d’acqua e all’utilizzo di saponi, che avrebbero inquinato il pianeta. Girava infagottata in vestiti di terza o quarta mano, perché il consumismo, dicevano i suoi, prima o poi avrebbe ucciso la terra. A Eveline non veniva comperato alcun pastello nuovo finché i mozziconi di quelli in uso non si consumavano al punto da non permetterle più di impugnarli.
Noi, quando l’insegnante usciva per fumare, ci mettevamo tutte in cerchio, attorno a lei; le svuotavamo l’astuccio buttando a terra i pastelli, più volte, finché non avevamo la certezza che le mine si erano frantumate in più punti. Sulle poche matite nuove ci accanivamo, particolarmente. Eveline stava a guardarci, in silenzio, niente lacrime nei suoi occhi, anzi i suoi occhi sembravano dirci che non era accaduto proprio niente. E noi la prendevamo come una sfida.
Finita la scuola ci rifugiavamo, a turno, in quell’unica cabina telefonica del paese, a fumare. I nostri sogni di ragazzine stipati là dentro, assieme al fumo. Là ci fingevamo grandi. Ma fuori, seduta su un muretto al sole, c’era Eveline, a sfidarci con il suo silenzio, a ricordarci che non eravamo ancora abbastanza grandi.
Di giorno quella cabina era un rifugio, ma nessuna di noi avrebbe avuto il coraggio di passare la notte là dentro, sola. Lanciammo la sfida. Eveline accettò. Era inverno e faceva freddo. Eveline sembrava non curarsene. Andammo a spiarla, in piena notte, attraverso i vetri della cabina. Dormiva profondamente, rannicchiata sul pavimento gelato. Allora accendemmo dei ceri rossi, quelli dei cimiteri, attorno alla cabina, per farle paura al risveglio. C’era vento. I ceri accesi caddero, sulla cabina di legno. Lanciammo un urlo ed Eveline si svegliò.
L’ultima cosa di Eveline che vedemmo furono gli occhi, spalancati sul fuoco.


 Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle