Seduti allo stesso tavolo

Seduti allo stesso tavolo
Il nuovo romanzo di Stefania Convalle, sul mondo dell'editoria.

domenica 23 marzo 2025

Numero 467 - Parliamo di libri: tra opere della letteratura e opere di Edizioni Convalle - Anne Tyler e Tania Mignani - 23 Marzo 2025


 

Amo ricevere libri come regalo, quando c'è qualche ricorrenza. Mi piace anche perché mi fa piacere osservare quale opera è l'oggetto del regalo, se è frutto di un pensiero relativo a ciò che potrebbe piacermi. 
In questo caso, qualche mese fa, un'amica cara, nonché autrice della mia casa editrice, mi ha fatto arrivare un romanzo che è tra i suoi preferiti: "Per puro caso" di Anne Tyler. Me ne aveva parlato e mi aveva incuriosito la storia. E dopo qualche giorno è arrivata la sorpresa!
Naturalmente l'ho iniziato subito.
Intanto, per chi non sapesse chi è Anne Tyler, vi dico che è una scrittrice americana, ha scritto una miriade di romanzi, alcuni sono diventati anche film famosi. Ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa  nel 1989.
Oggi ha più di ottant'anni e vive a Baltimora. Sono andata, per curiosità, a cercare una sua foto e ho trovato un bel sorriso e simpatico. Un po' come ho trovato il suo romanzo: con un bel sorriso e simpatico.
"Per puro caso" è un romanzo corposo, ma pur non amando i romanzi di questa mole, la lettura è stata una pillola quotidiana di piacevolezza. Qualche pagina al giorno e sono arrivata alla fine oggi.
Ma vi chiederete: cosa c'entra la foto scelta per questo numero, perché il romanzo della Tyler fotografato accanto a quello di Tania Mignani?
Ve lo spiego subito!
Quando ho iniziato a leggere il romanzo, dopo qualche pagina ho detto a Tania che mi sembrava di leggere una sua opera: due stili che viaggiano sulla stessa lunghezza d'onda, come anche la modalità di raccontare storie normali (o quasi), stando dentro la quotidianità. Una sorta di cronaca familiare con tutte le dinamiche di coppia, o tra genitori e figli.
Quindi ho detto a Tania: ma sembri tu!
Lei mi ha risposto: seeeeeeeeeeeeeeeeeee (e ha riso).
Insomma, il romanzo di Tania, "In perfetto disordine" potrebbe essere stato scritto da Anne Tyler e il romanzo di Anne Tyler potrebbe essere stato scritto da Tania Mignani.
Ma torniamo al romanzo in questione.
La storia si potrebbe riassumere in poche parole: casalinga e madre di tre figli, dentro una comune famiglia americana degli anni novanta, sentendosi poco valorizzata e quasi invisibile davanti ai figli adolescenti e al marito concentrato sul suo lavoro di veterinario, decide all'improvviso di andarsene. Non lo fa con un programma organizzato, ma durante una passeggiata lungo il mare, nel bel mezzo di una vacanza, cammina cammina cammina, fino ad allontanarsi concretamente e mentalmente dalla vecchia vita. 
Fino al finale che non vi svelo.
Ma non è che tra evento scatenante e finale, succedano miriadi di fatti, direi proprio di no. C'è il piacere di raccontare, come davanti a un caffè in compagnia di un'amica, la propria vita, attraverso aneddoti, emozioni, pensieri.
Insomma, la protagonista - Delia - diventa quasi un'amica e il lettore vuole essere partecipe di ciò che le succede ogni giorno nel suo quotidiano.
Devo dire anche che Delia è un personaggio che procura sentimenti ambivalenti nel lettore, almeno nel mio caso.
Da una parte si appoggia la sua decisione di andarsene e si comprende lo stato d'animo che scatena tutto ciò perché da donna posso dire che il sentire di Delia è comune a tante di noi. Nello stesso tempo, a volte ci si chiede come faccia, una madre di famiglia, ad andarsene così, d'un tratto, facendo perdere le tracce di sé al marito, figli e tutto il parentado.
Una storia che si legge con la piacevolezza di un tè caldo in un pomeriggio freddo d'inverno, con la curiosità di sapere come andrà a finire: cosa farà, alla fine, Delia? Un romanzo che lascia una scia piacevole, anche perché tutta la narrazione è condita da una buona dose di ironia.
E "In perfetto disordine"? 
Mi sorprende pensare che la B è qualcosa che le due scrittrici hanno in comune.
"Per puro caso" è ambientato tra Baltimora e Bay Borough; "In perfetto disordine", tra Bologna e una puntatina a Berlino.
Ma a parte questo particolare curioso, riporto una parte della prefazione che scrissi all'epoca per il suo romanzo:
Leggere le opere di Tania Mignani è come ritrovarsi seduti insieme a lei in un bel giardino, in una sera di fine estate, quando l’aria è più fresca, le luci si avvicinano all’autunno e davanti a un tramonto si sente la sua voce morbida e accogliente parlare d’amore, l’amore che tutti conosciamo, quello tra un uomo e una donna, quello che è attraversato da una miriade di emozioni.
Si resta affascinati dalla sua penna con la quale, ancora una volta, riesce a porgere al lettore storie di vita dove ognuno può ritrovare un pezzetto di sé.
Una mano, quella di Tania, autentica e sincera. Una penna che non si atteggia, ma che asseconda la sensibilità dell’autrice regalando pagine e pagine di profondità e conoscenza dell’animo umano.
Un cammino tra momenti di felicità dei protagonisti, ma anche di disperazione descritta alla perfezione, dove fa capolino l’ironia pungente di colei che narra, un’ironia amara che arriva a essere dissacrante proprio perché inserita in passaggi dove sarebbe così facile calcare la mano e virare verso il melodramma… Ma lei non lo fa. 

In conclusione mi chiedo: ma non è che Tania Mignani è Ann Tyler in incognito? :-D 
In tutti i casi, la sintesi è che la penna di Tania è di un alto livello e le auguriamo di vincere il Pulitzer per la Narrativa. Chissà... 

E poi, aggiungo, osservando la foto della copertina di questo numero, che ritrae le due opere a fianco: non si direbbe che si tratta di due copertine di case editrici di dimensioni così diverse! Che ne dite? 
Io dico che Edizioni Convalle è un gioiellino, eh lo so, sono l'editrice, cos'altro potrei dire... Però chi mi conosce sa che sono obiettiva e autocritica, non me la canto e me la suono, per intenderci... E sono più che orgogliosa di quello che è Edizioni Convalle, dentro e fuori. E non è cosa da poco.
A questo punto non mi resta che salutarvi, invitandovi a lasciare un commento a questo numero del blog, per dire la vostra. E se non avete letto i romanzi di cui vi ho parlato, fatelo! Leggete entrambi e poi ditemi se avrete avuto la mia stessa impressione.



Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle


sabato 22 marzo 2025

Numero 466 - Com'è finita la GARA LAMPO? - 22 Marzo 2025

 


Meglio tardi che mai! 

Ecco i risultati finali della Gara Lampo che si è svolta durante le vacanze natalizie 2024/2025. Nella diretta del giovedì, nella Pagina di Edizioni Convalle su Facebook, avevo già annunciato i vincitori e chi ha ottenuto il premio della critica, ma - come promesso - dovevo dedicare un numero del Blog ai premiati.

Ed eccomi qui!

Cominciamo dai vincitori, coloro che sono saliti sul podio.

Al primo posto, sia per il voto popolare, sia per il premio della critica: TANIA MIGNANI.

E allora rileggiamo il suo racconto, qui di seguito.


RACCOLTA DIFFERENZIATA

Tania Mignani

 

La mattina che te ne sei andato hai pensato bene di dirmelo mentre mi stavo lavando i denti.
Tipico da parte tua, almeno non ti avrei interrotto, sai quanto ci tenga alla mia igiene orale. Hai elencato una serie di motivazioni, peraltro sensate, alle quali avevi pensato per tutta la notte. Sarebbe bastato dire scopo con un'altra e avresti risparmiato molte ore di sonno.
La mattina che te ne sei andato ho svegliato i bambini come ogni giorno e tu ti sei offerto di accompagnarli a scuola e di preparare loro la colazione. Ne sono rimasta piacevolmente colpita.
Ho aperto Facebook, una coppia che conosciamo aveva pubblicato una foto annunciando a tutti la fine del loro rapporto rassicurandoci che il loro amore non era finito, si era solo trasformato. Avevano già ricevuto centotrentadue like e molti commenti, la maggior parte dei quali diceva “siete speciali, vi lovvo”.
La mattina che te ne sei andato mi sono chiesta, in tutta sincerità, come fanno quelle coppie a capire quando è il momento giusto e, contemporaneamente, essere così fotogenici.
C'era un sole stupendo, quella mattina, mai successo quando si decideva di fare una gita al mare…
I bambini hanno fatto colazione diligentemente e io ho provato un gran tristezza.
Prima di uscire hai detto: Vabbè, allora ciao.
Ho portato la spazzatura in giardino, ma i recipienti non riuscivano a contenere tutto quello che avevo bisogno di smaltire.
Sarebbe servito un contenitore per le delusioni, uno per le giornate storte, uno enorme per la rabbia, da svuotare almeno tre volte al giorno. Un altro per gli sbagli e per le frasi taglienti, uno per i rospi ingoiati, per i nodi alla gola, per certi ricordi che non mi lasciavano in pace.
La mattina che te ne sei andato ho cominciato ad aspettare che arrivasse la sera.


LA MIA NOTA CRITICA

Un racconto che racchiude tutto ciò che cerco nella scrittura: linguaggio moderno e corretto, perfetta sintesi, incipit che porta subito dentro la storia, stile semplice ma personale, cura della forma, immagini al passo coi tempi e originali. 
Significato profondo: uno sguardo sugli amori che giungono al capolinea. Tutto raccontato senza cadere mai nella banalità o nel già sentito, e soprattutto con grande eleganza e raffinatezza.

Ho rivolto qualche domanda a Tania in merito a questa gara.
- Mi racconti le emozioni provate in seguito al risultato finale della Gara Lampo?

- Ogni volta in cui un mio racconto raggiunge il lettore, ovvero le emozioni che ho cercato di descrivere e riportare su un foglio vengono percepite da chi legge, per me è sempre una vittoria, significa che le ho descritte nel modo giusto. La soddisfazione di essere capiti attraverso quanto scriviamo è impagabile.

- Cosa ti ha spinto a partecipare? 

- È sempre importante mettersi alla prova e, qualunque risultato si raggiunga, sia esso positivo o negativo, è un’utilissima cartina tornasole per capire se quanto ho scritto sia stato efficace. È un’ulteriore spinta a migliorarsi e a raggiungere sempre più lettori.

- Cosa vuoi dire a chi ha votato per te nel Blog?

- Innanzitutto, grazie per aver apprezzato il mio racconto. Se è stato votato significa che i lettori ne hanno capito il significato tramite le emozioni che sono riuscita a trasmettere e questo, per me, è un grandissimo risultato.


Complimenti ancora a Tania Mignani che ha vinto su due fronti: quello popolare e quello tecnico (cosa più unica che rara!)



Ma passiamo a Barbara Fabbri che si è classifica al secondo posto secondo la giuria popolare.

Ecco qui di seguito il suo racconto.

 

DIALOGO TRA S-CONOSCIUTI

Barbara Fabbri

 

ALLA FERMATA DEL BUS
1- «Buongiorno, mi scusi se la importuno, ma sono sue le scarpe che indossa?»
2- «Ma parla con me?»
1- «Certo che parlo con lei, le ho chiesto se sono sue le scarpe.»
2- «Ma certo che sono mie, ma a lei cosa interessa?»
1- «Va beh, ma non si arrabbi, era una semplice curiosità. Sa le ho anche io quelle scarpe.»
2- «Eh quindi? Sa quante scarpe uguali a queste ci sono in giro?»
1- «Certo, ha perfettamente ragione, mi scusi se le sembro invadente.»
2- «Ma roba da matti, tutti io li trovo quelli strani. Senta non ho tempo da perdere io, vada a rompere le scatole a qualcun altro.»
1- «Ma gli altri non hanno le mie scarpe.»
2- «Ancora con questa storia, ma la vuole capire che queste scarpe sono mie, perché dovrei indossare le sue scarpe?»
1- «Ah, non lo so me lo dica lei?»
2- «Senta adesso mi ha proprio stufato, non ha nient'altro da fare?»
1- «No, a dire il vero non ho proprio nulla da fare, tranne cercare le mie scarpe che non trovo più da una settimana.»
2- «Beh, provi a cercarle altrove. Vada, vada!»

Il bus arriva e la gente si accalca per salire. L'uomo che cerca le sue scarpe rimane fermo a osservare i suoi mocassini allontanarsi nella calca. Mentre guarda con malinconia e dolore il baffo di vernice verde, che segna il retro del tacco. Ripensa a quando aveva sistemato quel vecchio cassettone e il colore era colato sulle scarpe. Sua moglie ne aveva riso. Lo aveva chiamato imbranato e lo aveva baciato. Lui aveva pensato di togliere quella macchia, ma rappresentava un momento felice della sua vita. Adesso non era più così, era da un po' di tempo, che le cose non andavano più bene tra lui e sua moglie.
Aveva pensato che lei avesse cancellato quel segno dalle scarpe come per cancellare la loro storia d'amore oramai agli sgoccioli. Invece “l'altro” si era sbagliato, nella fretta aveva preso le scarpe macchiate, e aveva lasciato le sue, perfettamente identiche, ma senza quella traccia d'amore che ora era il segno del tradimento.
Si tirò su il bavero della giacca si avviò a piedi verso il centro, Non sarebbe tornato a casa. Voleva andare in un negozio a comperarsi un paio di mocassini. Quelli che aveva ai piedi li avrebbe buttati via, come avrebbe fatto con il suo matrimonio. Guardò il cielo che stava scurendosi, e sollevando le spalle penso che, comunque quel cassettone verde, a lui non era mai piaciuto. 

LA MIA NOTA CRITICA

Uno sguardo originale sull'argomento del tradimento, ben condotto, che assume un colore giallo, dove le scarpe assumono il ruolo di prova delle malefatte del coniuge. Una modalità personale, con un velo di ironia che non guasta mai.



Al terzo posto, secondo la giuria popolare, si sono classificate due autrici: Valentina Ciocca e Laura Scartabelli.

Cominciamo da racconto di Valentina, che potete leggere qui di seguito.


LA PANCHINA DEI SOGNATORI

Valentina Ciocca

 

Osservo la panchina vuota. Non sono pronto a rinunciare al nostro rituale, a quel momento dolce e confortante che ci ha accompagnati per tanto tempo.
Prendo il bastone, mi fa sentire più sicuro e procedo lento verso la spiaggia. Il cuore è sempre un passo avanti, ma le gambe, beh, le gambe sono tutta un'altra storia, mi rallentano, ma io non demordo. Proseguo fingendo di sentire ancora il tepore del tuo braccio accostato al mio.
Ma tu non ci sei più.
Assaporo l'odore del mare e vado a pesca di ricordi. Il mio sguardo si perde tra il blu dell'acqua e la linea infinita dell'orizzonte e i pensieri si fanno pesanti, difficili da ascoltare, quando un rumore improvviso mi riporta alla realtà.
Una ragazzina coi pattini a rotelle ha urtato la nostra panchina. Quella panchina che è stata testimone dei nostri sogni fino a pochi giorni fa, quando te ne sei andata. 

«Ehi, tutto bene?»
La piccola, distesa a terra, alza lo sguardo velato di lacrime.
«Ti aiuterei ad alzarti, ma non vorrei trovarmi a gambe all'aria come una vecchia tartaruga.»
«Mi scusi, non è un bel modo di presentarsi a un colloquio, ma volevo fare presto così ho pensato di usare i pattini.»
«Colloquio? Non sei un po' giovane per lavorare?»
«Ma lei non è il signor Adriano? Nell'annuncio c'era scritto di presentarmi qui domenica mattina e che l'avrei riconosciuta per via del giornale e del bastone. Io sono Greta, piacere.»
«Quale annuncio? Io sono in pensione e non ho idea di cosa tu stia dicendo.»
Greta mi porge un foglietto. Riconosco subito la calligrafia: Cercasi anima gentile disposta ad accompagnare il signor Adriano durante la passeggiata della domenica mattina e a trascorrere del tempo con lui. Il signor Adriano avrà con sé un giornale e un bastone da passeggio. Compenso da concordare.
Stringo il prezioso pezzetto di carta tra le mani e avverto la fragranza a me più cara, una impercettibile nota di gelsomino e per un istante mi sembra di averti di nuovo qui.
«La prego, la mamma mi ha promesso di comprarmi la bicicletta se per l'estate avessi trovato un piccolo lavoretto, anche gratis. Non so cosa potrei fare, con le faccende di casa sono un disastro ma mi piace chiacchierare, adoro leggere e so anche stare zitta quando serve.»
«Beh, non sarò certo io a impedirti di avere di avere quella bicicletta! Vieni, facciamo due passi.»
«Grazie, signor Adriano, grazie mille. Prima di andare possiamo aspettare la mamma? Sarà qui nei paraggi per accertarsi che lei sia un uomo per bene, ma io già lo sapevo. La signora che mi ha consegnato il biglietto era tanto bella e gentile anche se sembrava affaticata.»
«Andiamo a conoscere la tua mamma, nel frattempo se ti piacciono le storie e gli intrighi d'amore ti racconterò di quella incantevole signora che si chiamava Agnese.»
Ecco, un altro ricordo che bussa, ma questa volta prendo Greta sotto il braccio e sorrido, pensando che, anche da lassù, hai trovato il modo di prenderti cura di me.


LA MIA NOTA CRITICA

Un racconto suggestivo che affronta il delicato argomento della solitudine che deriva dall'età, quando dopo una vita insieme, due coniugi vengono divisi dalla morte di uno dei due. L'autrice si addentra, però, in un narrare poetico che si addentra in un'atmosfera eterea, perché coloro che se ne vanno sono sempre vicini con il loro spirito e continuano a badare a noi. Ben condotto, riesce a toccare le corde dell'emozione di ognuno di noi.

Valentina mi ha poi inviato un pensiero relativo a questa esperienza:

Mi chiamo Valentina Ciocca e mi sono affacciata al mondo della scrittura grazie al laboratorio di Stefania. 
Sono un’appassionata lettrice e attraverso le parole provo a tirar fuori quella parte di me che di solito rimane un po' in ombra perché sono timida.
Il risultato della Gara Lampo è stato una grande soddisfazione ed è arrivato in un momento un po' difficile, un raggio di luce in mezzo a giorni bui per la malattia della mia mamma.  A dire la verità non ero sicura di partecipare perché presa da tanti pensieri, ma alla fine la voglia di mettersi in gioco ha prevalso e così, senza aspettative, mi sono buttata.
È stata una piacevole sorpresa sapere di essere arrivata terza e di essermi confrontata con tante penne esperte e di qualità.
Ringrazio chi ha speso il proprio tempo per leggere il mio racconto e chi lo ha apprezzato, ma soprattutto Stefania che ha inventato questo particolare format di gara che ci ha permesso di farci conoscere.



Ma passiamo a Laura Scartabelli, anche lei classificatasi al terzo posto col suo racconto, che potete rileggere qui di seguito.


LA BICICLETTA ROSSA

Laura Scartabelli

 

Certe volte ho sperato di vederti nel mare, altre nel cielo. Magari in una nuvola che, nel suo trasformarsi, potesse assumere una sembianza che mi parlasse di te.
Perché avevo paura, sai. Una grande paura che quel buco nero ti avesse inghiottito in via definitiva, senza lasciare alcuna traccia di te. Così cercavo, cercavo… Ma non vedevo mai niente che mi facesse pensare alla tua presenza qui, accanto a me.
Così, alla fine, ho creduto che tutto ciò che desideravo vedere nella natura fosse solo una speranza costruita dalla mente per non rassegnarsi al fatto che tu non c'eri più e ho lasciato, purtroppo, che la rabbia si impossessasse di me.
Quel giorno eri uscito di casa allegro come sempre e, come sempre, avevi inforcato la tua bicicletta rossa. Era la stessa strada, lo stesso percorso, la stessa ordinaria quotidianità. Ma in fondo alla strada non c'era il come sempre perché quell'itinerario così conosciuto, quel giorno, si era interrotto. Un enorme automezzo lo aveva fermato senza preavviso, insieme alla tua vita.
Perché quel gigantesco furgone è passato di lì?
Questa era la domanda che mi batteva in testa in continuazione poiché dalle nostre parti non avevo mai visto veicoli di quelle dimensioni.
Poi qualcuno mi disse essere appartenente alla ditta di trasporti che si stava occupando del trasloco della famiglia americana; gli acquirenti dell'imponente villa degli Smith, da anni disabitata.
Li ho odiati con ferocia e ho desiderato il peggio per loro. Fanculo i loro soldi e la loro smania di grandezza. Erano solo tre persone. Che cazzo ci facevano in una casa così grande? Loro potevano avere tutto mentre io non avevo più niente, nemmeno gli occhi per piangere. L'unico sentimento che riuscivo a provare era la rabbia che si tramutava in urla aggressive verso chiunque tentasse di rivolgermi la parola.
Tua madre, per contro, era inerme. Io urlavo, lei taceva. Non so dove la nostra sofferenza trovava più accoglienza, se nella mia ira oppure nel suo doloroso silenzio.
Un tempo non quantificabile trascorso in balia del nulla. 

Fino a ieri.
Ieri è successo qualcosa di speciale.
Uscendo da casa, per raccogliere il giornale lasciato dal portalettere, ho visto una bicicletta rossa. Allora il mio cuore, in letargo forzato da anni, mi ha ricordato della sua esistenza. Quella bicicletta, identica alla tua, era appoggiata alla struttura che sorregge la cassetta della posta. Ho pensato di sognare e impazzire nello stesso momento. Poi una voce, che con tutta probabilità tentava un contatto già da alcuni secondi, mi ha riportato nel presente.
«Signore, signore. Mi scusi…»
Davanti a me, una ragazzina bionda. Gioiosa e piena di vita.
«Sì, dimmi.»
«Mi si è rotta la catena della bicicletta. Può aiutarmi, per favore?»
 
Allora ho capito che la speranza non è un'invenzione della mente, ma il doloroso cammino di un'anima che chiede il permesso di tornare a casa.


LA MIA NOTA CRITICA

L'autrice racconta di un evento che sconvolge la vita di due genitori: la perdita di un figlio in seguito a un incidente.

Senza falsi buonismi, analizza gli stati d'animo del padre; lo fa senza mettersi i guanti nel mostrare sentimenti di rabbia e di incapacità di perdonare i colpevoli: uomini o destino?

Però mostra anche - attraverso il personaggio della bambina che incarna l'innocenza - che l'essere umano può arrivare al perdono, o almeno all'accettazione di quanto accaduto, trovando una spiegazione, seppur eterea, che conduce verso la la luce in fondo al tunnel della disperazione.


Anche a Laura ho rivolto qualche domanda.

- Mi racconti le emozioni provate in seguito al risultato finale della Gara Lampo?

- Beh, avete presente quando si dice: quando sei felice facci caso? Ecco, diciamo che le emozioni si sono concentrate tutte insieme per sfociare nella felicità.

 - Cosa ti ha spinto a partecipare? 

- La voglia di mettermi in gioco. Ormai ho sperimentato che quella, a prescindere dal risultato, è sempre positiva.

 - Cosa vuoi dire a chi ha votato per te nel Blog?

- Prima di tutto li ringrazio molto, anche perché scegliere non era facile dato che i pezzi degni di nota erano davvero tanti e poi, visto che hanno apprezzato il mio brano, vorrei suggerire loro di… leggere la mia raccolta di racconti! 😊

Complimenti anche a Laura Scartabelli.




Complimenti anche alle due autrici Costanza Trotti, autrice della poesia "Lunga è la notte", e Sandra Morara autrice del racconto "Gli asini volano", che hanno ricevuto da me una menzione speciale per la bellezza dei loro testi, meritevoli di segnalazione. Ma aggiungo due parole nello specifico, per ognuna delle due opere, che potete rileggere qui: 

https://st62co.blogspot.com/2024/12/numero-459-gara-lampo-seconda-edizione.html


LA MIA NOTA CRITICA

"Lunga è la notte", poesia di Costanza Trotti

Una poesia che trasmette in modo perfetto la notte dal punto di vista di un insonne. Lunga è la notte in tali frangenti e l'autrice riesce a farci sentire stati d'animo, inquietudini, quasi sensazioni di panico, con immagini poetiche suggestive. Si avverte la mano ispirata e capace della poetessa, non una virgola fuori posto, l'equilibrio è perfetto.


LA MIA NOTA CRITICA

"Gli asini volano", racconto di Sandra Morara

Una scrittura originale e fuori dal comune. Uno stile diverso e fortemente personale. La storia di un tradimento raccontato in modo ironico. Una scrittura intelligente e libera da preconcetti.



Non ci resta, adesso, che attendere come si concludere il Masterbook, il Torneo di scrittura online. 
Ma di questo parleremo quando avremo il vincitore!


Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle







venerdì 21 marzo 2025

Numero 465 - Masterbook seconda edizione - FASE 1 - PROVA 3 gruppo B - 21 Marzo 2025

Cape Code Morning (Hopper)
 

Siamo arrivati all'ultima prova anche per il Gruppo B in gara nel Masterbook.

I concorrenti dovevano scrivere un racconto da "dentro il quadro". Vi ricordo che i testi che leggerete sono postati senza essere da me corretti, perché è giusto valutare le opere in base a come mi sono arrivate.

Il risultato lo potete leggere qui sotto, dove si susseguono i testi dei nove concorrenti, testi che verranno votati dalla Giuria Tecnica. I voti di questa ultima prova verranno sommati a quelli delle due precedenti e finalmente sapremo quali sono i concorrenti che accedono alla Fase 2, la semifinale.

Ma voi, caro pubblico, potrete lasciare in un commento le vostre impressioni sui racconti che vi avranno colpito, un parere: gli autori ne saranno felici!

Nella diretta di Giovedì 27 marzo 2025, in diretta dalla Pagina di Edizioni Convalle su Facebook, potrete scoprire come sarà andata a finire.

Buona lettura!


ELABORATO UNO 
L'ATTESA
 
Fa caldo nella grande dimora immersa nella campagna. Il sole sbianca il cielo e, implacabile, secca l'erba gialla da tempo casa d'insetti. Un fitto bosco delimita l'edificio che sorge solitario: la casa più vicina è a più di cinque chilometri di distanza.
Una strada sterrata fa da collegamento alla civiltà, mai nessuno la percorre.
Laura è in salotto e guarda fuori dalla finestra, in piedi. La posa vigile ne manifesta la tensione. Indossa un morbido vestito color pesca che ne mette in risalto le forme. I capelli biondi sono acconciati un una crocchia bassa. È elegante nella sua semplicità, sembra una donna pronta per un appuntamento, in attesa di un accompagnatore che si fa attendere.
Aspetta che un'auto percorra la strada, che qualcuno si presenti alla sua porta. Passa ogni ora del giorno così, in ansia, con quel grumo di tensione nello stomaco che poi si scioglie in un misto di sollievo e delusione quando, calata la notte, si convince che altro tempo è passato  e nulla è cambiato.
È in fuga da un anno, da quando ha lasciato in silenzio e senza rumore suo marito, dopo l'ennesima lite, i soliti colpi con calcio finale, dopo le lacrime e le scuse, dopo l'ennesimo mazzo di fiori riparatore. È andata dai suoi genitori, ma lui è andato a riprenderla. L'ha trovata dagli amici da cui si era rifugiata e negli alberghi dove si era nascosta. È sempre riuscita a scappare da una finestra, da una porta sul retro, salvata da una telefonata.
Quest'ultimo nascondiglio è l'unico che sia in mezzo al nulla, senza gente attorno. Nessuno sa che si trova lì, è stata zitta con tutti.
Laura si morde le labbra. Forse ha fatto una sciocchezza, in quel luogo così isolato si è messa ancora più in pericolo, lui la troverà anche questa volta, lei lo sa. Per questo vigila, guarda dalla finestra e sorveglia la strada.
Ed eccola lì, la nuvola di polvere che segue una macchina.
Laura si appoggia al davanzale, si sporge in avanti e lo vede.
L'auto si ferma e l'uomo che scende è il suo amore, il suo tormento.
Laura si volta, a passi rigidi raggiunge la porta e la spalanca. Si mostra e attende la fine.
Nella mano dietro alla schiena c'è la pistola a cui ha già tolto la sicura. Un tenue sorriso le accende il volto.
Vieni, ti stavo aspettando.


ELABORATO DUE
UNA FOTO ALLA FINESTRA
 
- Questa storia è cominciata a Milano
- Perché dici così ?
- Io conosco quella donna
- Non è possibile, come fai a conoscerla così semplicemente guardando la fotografia…
- Perché la foto l’ho scattata io !

Dopo un attimo di silenzio e dopo avere guardato l’amico con uno sguardo stupito, si alzò e andò a prendere una bottiglia e due bicchieri che stavano appoggiati sulla mensola.
- Raccontami
- Sei anni fa in quella in quella sala dell’albergo c’era molta gente elegante e disinvolta che parlava di moda…
- Era bella ?
- Certo, ma il mio sguardo colse subito l’imbarazzo di quella donna che sembrava alla ricerca di qualcuno
- E tu ti sei fatto avanti, naturalmente…
- L’ho invitata verso un tavolo e le ho chiesto quale fosse la cosa più bella che aveva visto in quella giornata. Gli occhi erano grandi e azzurri e il volto aveva un’espressione come di un bambino perso in un campo giochi e che stesse cercando un riferimento o una faccia amica.
- Ho capito. Quanto è durata la storia ?
- A Milano le due settimane della moda…
- E poi ?
- Dopo sei mesi andai a New York e credevo di trovarla all’indirizzo che mi aveva lasciato… Non c’era e per due settimane passai a cercarla da uno stato all’altro seguendo i suggerimenti di alcuni amici.
Era scoppiata la pandemia e seppure con ritardo anche gli americani avevano cominciato a vaccinarsi ed a fuggire dalle città.
Con l’auto a noleggio e la mascherina seguii le indicazioni che di volta in volta mi venivano date, finchè arrivai in un paese vicino a Filadelfia. E l’ultima indicazione mi portò ad una casa in stile novecento sulla riva del Delaware.
La vidi dalla siepe sulla strada e per istinto le scattai una foto non appena la scorsi affacciata ad una finestra verso il parco.
- L’hai chiamata ?
- Non ho fatto in tempo… Il tempo di scendere dalla macchina e avvicinarmi ed era scomparsa !
- Ma hai bussato ? Non ti ha aperto ?
Ho bussato e suonato a lungo, ma nessuno è venuto ad aprire ! Dopo una lunga e ansiosa attesa si è presentato un vicino della villa accanto. La casa era vuota e abbandonata da sei mesi e la donna non si era più vista !


ELABORATO TRE
UN ISTANTE
 
Fisso il pick up rosso di mio marito che si allontana in una nuvola di polvere, non tornerà prima di sera.
In un istante mi scorre davanti agli occhi tutta la vita con i sogni e le delusioni, con gli errori e i rimpianti.
É un istante lunghissimo.
É l’istante in cui credo di farcela ad andarmene via, via da qui, via da Frank e dalla monotonia.
Non devo pensare al luccichio negli occhi dei ragazzi quando al ritorno troveranno la crostata che ho appena sfornata, ai gesti quotidiani e ripetitivi che nel tempo mi hanno inchiodato a questa casa, devo invece ricordare le interminabili giornate trascorse in solitudine a spazzare via polvere e malinconia, ad attendere parole gentili e cercare sguardi complici, a desiderare emozioni forti che mi facciano sentire ancora viva.
Il cuore trasmette alle gambe l’impulso di muoversi, poi però il cervello le immobilizza e le mani rimangono ancorate ai bordi della scrivania così saldamente da sbiancare.
Sono ancora in tempo, Tom mi aspetta al posteggio dietro all’emporio.
Ho indossato l’abito rosso che mi regala leggerezza e che a lui piace tanto; posso farcela, devo solo gettare in un angolo quest’inquietudine che mi sta avvolgendo come una ragnatela.
Quello che mi inchioda è la paura di poter essere finalmente felice.
Ancora un istante, poi me ne vado.


ELABORATO QUATTRO
ANIMA E POLVERE
 
Alla fine del giorno, come se intorno fosse ancora tutto vivo, il mio corpo, fatto di anima e polvere, ritorna in questa casa.
Apro la finestra, mi appoggio con le mani, il volto teso a cercare il profumo dei campi, e mentre sento il freddo nel cuore, con gli occhi frugo dentro l’abbaglio di un tramonto che illumina il buio della mia lunga notte.
E cerco la nostra vita, il canto dell’usignolo, la meraviglia di un’onda dorata a scompigliare le spighe di grano; cerco i puntini delle stelle e una falce di luna a trapassarmi il vuoto del viso; le foglie degli alberi che sussurrano al vento e pare una ninna nanna; e cerco la tua voce, il cane che abbaia festoso al fischio allegro che annuncia il tuo ritorno dal lavoro quando si fa sera; l’abbraccio che sa di fiducia e conforto; l’amore che non si confonde dietro le pieghe del tempo e mi bacia dolce e lieve sugli occhi e sulla bocca.
Cerco i nostri giorni felici, e quelle piccole cose che ogni scusa era buona per festeggiare: Pasqua, Natale, un anniversario, un compleanno, o solo un giorno che non è uguale agli altri.
Cerco gli odori del basilico e delle lasagne in cucina, i piatti da lavare, il bucato da stirare, la lista della spesa e le bollette da pagare.
Cerco il tuo sorriso; i gridolini del nostro cucciolo e le sue manine che stringono le mie.
Dentro questa casa che non è verità, ma solo macerie di una bomba.
Dentro la testa il grido incessante delle sirene e il rombo di tuono della morte.
Ritorno qui, anima e polvere, per cambiare il destino.
Un solo attimo d’oblio e di speranza a cancellare il dolore e la realtà.
Il silenzio di una mancanza dentro e fuori; l’odore acre del fuoco che brucia, distrugge e non hai più scampo.
E non ci sono più le rondini sotto al tetto.
Gli aquiloni a colorare il cielo.
Le tue carezze e le sue manine dentro le mie; i suoi giocattoli e i suoi piccoli passi sparsi sul pavimento.
Quella normalità di pace e di sereno, che non lo sai fino a quando, come l’aria, ti manca.
E grido alla sua luce - Signore pietà.
Cristo pietà.
E ti prego, ti scongiuro, cancella l’idea bastarda di ogni guerra, e chi, pazzo, nel delirio, vuole prendere il tuo posto sulla terra.

 


ELABORATO CINQUE
LA DONNA DEL QUADRO
 
Quando racconto questa storia e capita quasi sempre dopo una cena accompagnata da l’ennesimo calice di buon vino tra le mani, i commensali ci ridono sopra credendo che sia una storiella per ravvivare la serata.
Sono anni, ormai, che ho la passione per le opere d’arte: studio i quadri nei piccoli particolari e faccio una stima dal punto di vista economico. Questo era il mio lavoro. Dico era perché da quando mi è accaduto questo strano episodio non riesco più ad avvicinarmi a un quadro. Ho timore, ma cosa dico, ho proprio paura.
Era un lunedì mattina e mi recai in accademia per giudicare le opere di alcuni artisti emergenti, quando i miei occhi rimasero attaccati a un’opera, nulla di nuovo, mi era già capitato, soprattutto se si trattava di un lavoro che vedevo per la prima volta. Quella mattina, però, la cosa fu eclatante. Non riuscivo più a muovere i piedi. Quel acquarello raffigurante una donna era così realistico tanto da ritrovarmi lì accanto a lei.
Fu come trovarsi in una di quelle realtà virtuali molto diffuse oggi, infatti per vedere l’esposizione dei neo artisti avevo usato gli occhiali in 3d.
In un attimo attraversai il bosco dai colori autunnali per ritrovarmi davanti alla casa della donna che mi vide arrivare dalla vetrata e si spaventò: ero diverso. Certo che lo ero, venivamo da due mondi lontani. Io ero un’immagine ad alta definizione e lei un semplice acquarello. Chissà come gli ero apparso strano.  Le sarò sembrato arrivato da un altro pianeta, invece lei era perfetta. L’avevano disegnata proprio bene.
La trovavo una bella donna semplice ed elegante, pensai di entrare per fare la sua conoscenza.
Bussai alla vetrata e lei si allontanò per venirmi ad aprire e mi fece entrare, mi preparò un thè caldo per riscaldarmi da quella giornata fredda e ventosa. Parlammo a lungo. Incuriosito le chiesi di come e del perché fosse stata dipinta in quella casa così isolata, lei mi spiegò che l’artista era una giovane donna che lottava contro la solitudine e in quella grande casa avrebbe dovuto esserci anche un uomo che stava, appunto, attendendo attraverso la vetrata. Per un attimo aveva pensato e sperato fossi io.
Passammo il pomeriggio insieme, mi chiese di restare, ma non potevo perché dovevo tornare alla mia vita reale, lei riprese, dispiaciuta, a guardare fuori dalla vetrata aspettando il suo uomo.

 

 ELABORATO SEI
RINASCITA
 
Stamattina c’è qualcosa di diverso.
Mi rigiro nel letto – questo letto che era il nostro, penso come ogni giorno – e scosto la coperta che avevo tirato fin sopra la testa. Strizzo gli occhi. Ecco il problema: ieri sera ho aperto le persiane, poi mi sono dimenticata di richiuderle. Era la prima volta che le aprivo da mesi, da quando te ne sei andato. Avevo deciso di non aprirle più, mai più, per non far più entrare la luce in questa casa che ci ha visto insieme. Era il mio modo per onorare la tua memoria – chiudermi dentro e mantenere il buio – come se l’oscurità, impedendo ai miei occhi di raccogliere altre immagini, potesse conservare meglio le nostre.
Ieri sera, però, è successa una cosa. Un uccellino cinguettava insistente proprio sotto il bovindo. Ho aperto le persiane per vederlo e poi sono uscita, pensando fosse ferito o in difficoltà, invece era semplicemente lì, così, che canticchiava e saltellava allegro; quando sono rientrata, devo aver scordato le persiane per via del buio.
Strizzo ancora gli occhi. Che fastidio questa luce! Eppure, in qualche modo riesce a incuriosirmi: è strana, traccia chiaroscuri dorati sulle pareti.
Mi alzo. Col vestito che indosso da giorni e lo chignon un po’ scomposto – ormai è da un po’ che non mi prendo cura di me – mi trascino verso il bovindo.
Mi sporgo, e in un attimo di puro stupore mi rendo conto di non essermi mai svegliata a quest’ora. Venendo dal mare, la luce solletica il biondo rigoglioso delle spighe e sembra spruzzare albori quieti sulle chiome degli alberi; la vedo poggiarsi, leggera ma decisa, sui muri esterni di casa per poi farsi strada dentro. È fresca e magnetica. Mansueta, eppure briosa. E all’improvviso mi accorgo di averla sul viso, la sento sulle braccia e sul petto. Il suo calore lieve quasi mi mette i brividi, e in un moto viscerale avverto un senso di comunione con il mondo attorno a me, dentro la casa e fuori, come se questa luce – questa luce che il sole appena nato, sontuoso e delicato, spinge proprio alla mia altezza – mi unisse alle spighe, agli alberi, al cielo un poco velato e, in lontananza, al mare scintillante di mattino.
Forse quell’uccellino cercava di dirmi qualcosa; forse c’è un altro modo per onorare la tua memoria.
Forse è arrivato il momento di una rinascita.


ELABORATO SETTE
IL TEMPO DELL’ATTESA
 
Da un anno ormai Clarissa viveva in quel cottage di fronte al mare, ereditato alla morte di uno zio, dove si era potuta trasferire anche per il suo lavoro da freelance, lasciandosi così alle spalle il frastuono di una grande città… E non solo.
Si era svegliata presto, quella mattina, e con la solita tazza di caffè, era andata nel bow window: la luce del sole appena sorto filtrava delicatamente attraverso i vetri, quasi per entrare senza disturbarla.
Il vento cominciava a soffiare forte, ma non tanto da spazzare via i pensieri che si erano radicati nella mente.
Stava lì, ferma, come se avesse bisogno di trovare una risposta dentro di sé.
Guardava fuori dalla finestra, dove il mare, rispondendo al richiamo della brezza salmastra, cominciava a incresparsi sotto un cielo limpido e chiaro.
Il suono delle onde che s’infrangevano sulla battigia giungeva alle sue orecchie, ma Clarissa rimaneva immobile, come se avesse bisogno di sentire oltre.
Non era solo il paesaggio a trattenerla. No, era qualcosa di più profondo, che non poteva essere espresso a parole.
Si capiva dal suo sguardo; da quell’espressione assorta, pronta a raccontare una vita piena d’incertezze.
Si era rifugiata in quel piccolo angolo di mondo, che le aveva offerto calma e solitudine, per proteggere soprattutto quell’esserino, che sapeva essere dentro di lei; a differenza di altri, che l’avevano rifiutato ancor prima di conoscerlo.
Da un po’ di tempo, però, questa calma stava mettendola a dura prova, e chiudere con un passato, che l’aveva solo ferita, non era facile.
Posata la tazza sul tavolino, si era avvicinata all’ampia finestra, aprendola.
Con il busto proiettato in avanti e le mani ben appoggiate sul davanzale – come a cercare di aggrapparsi a quella nuova realtà che ormai le apparteneva – continuava a guardare l’orizzonte.
A un tratto, scorse una figura maschile camminare verso di lei… Lo riconobbe.
«Leonard…»
«Clarissa, finalmente ti ho trovato. Vorrai mai perdonarmi?»
«Non sono io a doverti perdonare… Devo ancora imparare a perdonare me stessa.»
Il pianto di un neonato li interruppe, e per Leonard quello fu un altro doloroso richiamo alla realtà.
Clarissa chiuse la finestra e si voltò, lasciando fuori il suo passato.
Pronta ad affrontare ciò che sarebbe venuto – senza fretta e senza paura – andò dal suo bambino. 

  


ELABORATO OTTO
L'ATTESA

Ritornerò mamma, quando il grano diventerà biondo e affacciandoti dalla veranda, vedrai un mare dorato confondersi con la luce del tramonto.
Mi avevi detto queste parole Antonio, prima di andare via, lasciando me, papà e il tuo fratellino sulla porta di casa. Un senso d’impotenza e rabbia mi era montato dentro e mentre tuo padre parlava dell’ineluttabilità della guerra, io non capivo e nemmeno volevo farlo.
Per me era incomprensibile la partenza per il fronte di tanti ragazzi, che a tutto avrebbero dovuto pensare tranne che a sparare addosso alla gente.
Molti si riempivano la bocca di belle parole come ideali, patria, ma io sapevo solo che mio figlio partiva e che forse non l’avrei rivisto più.
Chissà quante mamme e donne aspettavano come me, in tanti angoli della terra e sarà sempre così, non cambierà mai, ne sono sicura.
Non restavano che l’attesa e l’angoscia dei pensieri che venivano a bussare nelle notti insonni.
Davanti alla tragedia di una guerra, la vita di una singola persona sembra perdere d’importanza, e allora avrei voluto gridare è mio figlio, non è solo una targhetta attaccata al collo! Come posso ancora parlare, respirare, portarmi il pane alla bocca, sapendo che forse lui non ne ha, coprirmi, se penso che forse in questo momento soffre il freddo, quanti altri giorni, mesi, anni, dovranno passare prima che questa tortura finisca?
Non avevo più abbracci spensierati per Giuseppe e lui, pur essendo piccolo, si rendeva conto di quanto fossi cambiata, e ogni bacio portava la memoria di altri baci, la sua voce, di un’altra voce.
Giorno dopo giorno, avevo iniziato a perdere le speranze; le lettere, che prima ogni tanto ricevevo, avevano lasciato il posto a un silenzio interminabile. Era trascorso quasi un anno, quando il governo mi fece sapere che ti trovavi prigioniero in Africa e i miei giorni diventarono ancora più pesanti.
Non mi sentivo sola però, perché ero unita a tante altre donne, quelle che subiscono la follia del mondo e non la capiranno mai.
 
E ora che tu, Caterina, mi chiedi: «Che cos’è la felicità, nonna?» Ti rispondo che per me è stata un ritorno, quell’avanzare lento e stanco verso casa, mentre io, ancora incredula, mi aggrappavo al tavolo per non cadere e quasi non credevo ai miei occhi.
Per me la felicità è un figlio che torna, mantenendo una promessa, fra l’ondeggiare del grano.


ELABORATO NOVE
I CAMPI CHE BRILLANO D’ORO
 
Il mese di maggio è da sempre il mio preferito.
I campi di grano brillano come distese d’oro e il vento del mattino, ancora fresco, fa suonare le foglie degli alberi come strumenti di un’orchestra diretta dalla natura.
Adoro tutto questo dai tempi della scuola, da quando, con l’arrivo della bella stagione, di ritorno dalle lezioni ero solito fare di corsa il sentiero che ancora taglia il campo in due e che porta a quella che era la nostra casa. Era un momento felice perché mamma era sempre lì, incollata alla finestra ad aspettarmi. La vedevo da lontano e allora iniziavo a correre come a voler raggiungere il porto sicuro della mia vita.
Così è stato.
Da ragazzino, a volte amavo nascondermi tra le spighe e restare fermo a osservarla. Mi inginocchiavo nel grano senza farmi vedere e la guardavo sporgersi per cercarmi lungo la strada di fronte alla veranda. Oggi interpreto quel movimento in avanti come un grande gesto d’amore: la preoccupazione di una madre che ancora non vede il figlio tornare contiene tutto il bene che può esserci in una montagna di abbracci.
A distanza di anni mi capita ancora di passare di qua e muovere qualche passo tra le spighe per immaginarla alla finestra della vecchia casa che ormai è disabitata. Vengo qui e mi lascio andare al ricordo di lei e del suo amore che ancora si respira nella terra e nelle radici di questo luogo che babbo ha voluto lasciare una volta rimasto vedovo. La vedo con il suo abito rosso, quello che indossava verso maggio inoltrato, quello che la rendeva bella agli occhi di tutti gli uomini. Ricordo che questa cosa mi infastidiva parecchio e che ero geloso senza neanche sapere cosa fosse la gelosia. Oggi, invece, sento tutto l’orgoglio di essere stato il figlio di una donna bellissima. Anche perché posso dire che mamma è sempre stata innamorata solo del babbo.
E di me.
In un modo così grande da essere riuscita a creare una sorta di serbatoio d’amore che conservo nella mia anima. A volte credo che neanche tutto il tempo che manca da qui alla fine del mondo potrebbe riuscire a far sbiadire il ricordo che ho di lei. Perché, davvero, io tutto quel bene riesco ancora a sentirlo.
Sentirlo e toccarlo attraverso le lacrime che mi accompagnano ogni volta che torno ad inginocchiarmi qui, nei campi che brillano d’oro. 



Alla prossima

dalla vostra

 Stefania Convalle

venerdì 14 marzo 2025

Numero 464 - Masterbook seconda edizione - FASE 1 - PROVA 3 gruppo A - 14 Marzo 2025


 New York Movie (1939) - Hopper


Siamo arrivati alla terza prova della Fase 1 del Masterbook, al termine della quale le classifiche dei Gruppi A e B diventeranno definitive e quattro concorrenti abbandoneranno il gioco, per poi entrare nella Fase 2 che sarà rapida e intensa.
Ma torniamo a questa prova.
I concorrenti del gruppo A dovevano scrivere un racconto come se fossero dentro il quadro. Una storia che avesse al suo interno ciò che si vede nel dipinto, compresi i personaggi.
Di seguito potrete leggere i nove racconti ed esprimere in un commento firmato le vostre impressioni su quello che andrete a leggere. NON potrete votare perché in questa prova sarà solo la giuria tecnica a farlo, vista anche l'importanza di questa ultima votazione.
Però ci piace conoscere il vostro parere sui racconti.

Nella diretta di giovedì prossimo, 20 Marzo, dalla Pagina Facebook di Edizioni Convalle, scoprirete la paternità dei testi.

Buona lettura!




ELABORATO UNO
LA FORZA DI KELLY


Alcuni erano già seduti.
La platea si stava riempiendo. Mancava poco all’inizio dello spettacolo.
Kelly si era alzata di scatto e con passo insicuro andò verso l’uscita: un forte senso di nausea le era salito dallo stomaco. Non poteva aprire la bocca per dire: «per favore» o «mi scusi.»
Già immaginava i pensieri del pubblico seduto comodo: Che premura! Che maleducazione, signorina, non ha nemmeno chiesto il permesso per uscire dal posto! Guarda quella lì: se ne va via prima ancora di aver visto lo spettacolo?
Ma che cosa ne sa la gente?
Aveva accettato di partecipare alla prima a teatro solo perché uno dei suoi clienti le aveva regalato il biglietto. Uno dei tanti regali che riceveva.
Di certo, con le sue magre sostanze, non avrebbe mai potuto permetterselo.
Un posto nelle prime file costava molti dollari, troppo per il suo borsellino dove ce n’erano ben pochi, in banca poi il conto ondeggiava spesso sul rosso.
Mandava alla sua famiglia quasi tutto il suo stipendio senza spiegarne l’origine, nascondendo la verità.
Da qualche settimana la stanchezza e la nausea al mattino le avevano rivelato che aspettava un bambino; non poteva permettersi di andare dal dottore per scoprirlo né sapeva chi potesse essere il padre. Mille pensieri si erano subito impossessati della sua mente; il suo futuro e la vita della creatura che già era sbocciata dentro di lei si sarebbero rivelati difficili e complicati.
Ma avrebbe tenuto questo bambino, anche se sarebbe stata additata come ragazza madre e ben consapevole che nel 1930 questo avrebbe creato scandalo.
Appoggiata al muro, si premeva lo stomaco per cercare di attenuare il vomito che tentava di uscire. Sudava freddo e vedeva i contorni sbiaditi delle cose.
Avrebbe dovuto stendersi, ma lì intorno non c’era un divanetto. E poi, che cosa avrebbe detto la gente di lei?
La musica continuava a suonare leggera, le luci dei lampadari a breve avrebbero segnalato l’inizio della commedia spegnendosi.
Non se la sentiva proprio di tornare al suo posto. Lo stomaco continuava ad arrotolarsi ed era meglio stare vicino all’uscita.  
Kelly si accorse di aver dimenticato la borsetta sulla poltroncina: magari delle caramelline... Doveva andare a recuperarla? Lo spettacolo stava per iniziare, meglio di no.
Chissà che cosa avrebbe pensato la gente di lei. Lanciò un urlo.




ELABORATO DUE
LA MASCHERA

 
I crampi non le davano tregua e la febbre le provocava dei tremori eppure doveva  fingere di stare bene. Nessuno doveva scoprire il suo segreto. Era stata una decisione difficile, ma inesorabile: non poteva permettersi di perdere il lavoro. Fare la maschera in un cinema elegante l’aveva strappata dalla miseria in cui viveva fino poco tempo prima. La catena di montaggio, con la sua monotonia alienante e l'ambiente squallido, era ormai il ricordo di un'esistenza priva di speranza. Ora invece era guardata con ammirazione, soprattutto dagli uomini che, nel biglietto dello spettacolo, sentivano incluso anche il piacere di essere accompagnati da una ragazza così avvenente. La divisa color pervinca, all’ultima moda, indicava lo status symbol a cui poche ragazze, belle come lei, potevano aspirare.
Solo l’estremo pallore tradiva l’angoscia presente. Sorreggersi al muro era stato l’unico rimedio per non perdere l’equilibrio, a causa dei brividi di freddo e del dolore che le attanagliava le viscere, diramandosi per tutto il corpo.
Il lavoro richiedeva che stesse in piedi, era proibito dal regolamento sedersi in sala a godersi lo spettacolo. La sua vita era distante da quella degli spettatori anche dalla suddivisione dell’ambiente: a sinistra gli spettatori, a destra, sola, la maschera.
Al lancinante dolore fisico si aggiungeva il ricordo del sogno della notte precedente: fluttuante nell’aria, le sorrideva un paffuto pargoletto. A un tratto, uno zampillo di sangue aveva macchiato i riccioli biondi, mentre il corpicino piano piano si dileguava esanime nell’aria, risucchiato da un vortice nero di vento, che lo allontanava da lei, nonostante tendesse le manine per essere abbracciato.
Le era rimasto un nodo in gola, nella consapevolezza che quell’esserino non sarebbe mai più esistito.
Insieme al peso della colpa, avvertiva le conseguenze dolorose dell’operazione eseguita sul suo corpo senza troppe cautele.
Era però consapevole che quella era stata l’unica via d’uscita: single e assunta da poco, non si sarebbe potuta permettere una bocca da sfamare, pena la miseria.
Venne strappata dai suoi funerei pensieri dalla voce garbata di un signore che, esibendo il biglietto, chiedeva di essere accompagnato al proprio posto.
Si risvegliò da quella specie di incubo: il tono e lo sguardo dell’uomo erano gentili e dolci. Per la  prima volta nella vita, qualcuno le  si rivolgeva  come  fosse davvero una donna e non una serva o una preda.
Si sentì allora pervadere da una fiducia nuova, che le rese sopportabile la precedente disperazione.


ELABORATO TRE
MARY E PETER, UNITI PER LA VITA

Maria, ragazza lucana diciassettenne, dovette seguire i genitori per emigrare negli USA. La sua famiglia numerosa conduceva faticosamente un piccolo fondo agricolo, ma un debito con gli usurai l’opprimeva.

Un incendio doloso bruciò il loro campo di grano già maturo; si aggiunsero un fulmine, che distrusse casolare e fienile, e la grandine, che rovinò l’uliveto e il vigneto. Perciò, divenne difficile vivere col capestro del debito. Presero una decisione dolorosa: svendere le proprietà, onorare i debiti e unirsi agli altri compaesani, decisi ad emigrare per incontrare gli amici partiti prima di loro in cerca di fortuna.
Maria, al paese, amoreggiava di nascosto con Pietro, un ragazzo di una famiglia confinante, nemica giurata per problemi di confine. Così, seguì a malincuore la famiglia perché il cuore batteva per Pietro e capiva di perderlo per sempre, sebbene la speranza la sorreggesse.
Giunti a New York, fecero la quarantena presso l’isola Ellis Island. Alla fine di quel periodo, tutta la famiglia poté lasciare quel luogo per inserirsi nella società americana. Proprio allora, Maria e Pietro, che era appena arrivato là in cerca di lei, si videro per pochi minuti e, poi, si persero le tracce.
Intanto Maria fu assunta come maschera in un cinema. Ogni qualvolta entrasse uno spettatore, in cuor suo, pensava che fosse Pietro e, quando era sola e pensierosa, al posto di controllo, la sua mente era impegnata a come rintracciarlo. Si rivolse alle forze di polizia, mostrando una foto, ma non ebbe risultato.
Anche Pietro stava facendo la stessa cosa, mostrando la foto di Maria a negozianti, tassisti, fattorini… ambulanti. Un amico gli disse che un annuncio cercava ragazze da impiegare come maschere: Maria, essendo avvenente, avrebbe risposto all’annuncio. Così fu. Pietro girò parecchi cinema, sperando in un miracolo; Maria mostrava la foto di Pietro agli spettatori abituali, finché qualcuno le disse di averlo visto in un altro cinema.
Per la prima volta Maria, ora Mary, cominciò a sperare. Dalla sua postazione non spostava mai lo sguardo dall’ingresso, aspettando che il destino compisse il suo miracolo. Frattanto, i giorni passavano e la fiducia cominciava a vacillare. Maria, ritornò la ragazza triste e pensierosa di sempre e fantasticava nell’immaginare in ogni volto quello di Pietro, ora Peter. Avvenne il miracolo sperato. Peter capitò proprio nel cinema di Maria ed ella lo scambiò per un avventore qualunque. Capì che non era un miraggio, quando Peter le disse: sono io amore mio.



ELABORATO QUATTRO
BEAUTY FARM

                      

Patatine ne avevo vendute, e pure caramelle gommose. Poi c'era stato il buio. Avevo pensato a Giulia incinta. A me che guadagnavo due lire nella sala dalle poltrone sempre più consunte. E pure a cosa avrebbero detto quei due tizi seduti tra il pubblico, perché si capiva che non erano lì per il film. 
Quel giorno proiettavano Titanic, ma Giulia io non l'avevo rapita, l'aveva fatto lei servendomi il caffè a fine turno, nel bar vicino al cinema, due anni prima. 
Quando vedo quel film e la nave affonda sento sempre solo la musica dei violini, perché amo Giulia e penso a lei. Amo anche il mio carrello colorato strapieno di leccornie, e pulire la sala dei sogni a fine spettacolo.
Anche per gente come quei due che, dopo, erano venuti avanti e rimasti per me.
Stravaccati sulle sedute deserte poco dopo avrebbero goduto nel cambiarmi il destino, «qui ci viene una mega beauty farm, inglobiamo anche il bar di fianco», erano le parole che tenevano in serbo. 
Non importava, tanto pure Giulia mi stava per dirottare la vita. Quello stesso giorno era venuta alla proiezione con quel damerino dai capelli tirati all'indietro e il vestito da due milioni, e io non avevo sentito solo i violini, stavolta; mentre il Titanic veniva inghiottito avevo visto anche la gente morire.
Anche lei aveva indossato gli abiti di quando ancora era ricca, gli ultimi suoi stracci eleganti. L'avevo vista andarsene verso l'ingresso, stare là pensierosa sotto la luce dell'applique, vicino ai drappi dell’ingresso, legati come l'avrei voluta vedere legata. Poi era tornata a sedere accanto a lui. 
I due tizi, intanto, si erano stravaccati come fossero a casa loro. 
Chissà di chi era quel figlio, se si era accorta da tempo che sarei rimasto un morto di fame e ne aveva cercato un altro. Mentre DiCaprio baciava la Winslet, io smettevo di credere che anche un poveraccio potesse avere l'amore. Del resto, lavoravo nel regno del buio e dei sogni, ma solo a pagamento, dei tendaggi pesanti; della moquette sulla quale se uno sviene e muore non fa nemmeno rumore.
Avrei perso il lavoro, avevano detto i due smargiassi. Chissenefrega, lei se ne andava col tizio proprio in quell'istante, lasciandomi il ricordo dei suoi capelli colore dell’oro.
Quello era anche un teatro, ci lavoravano anche i maghi. Il tempo di una nave che affonda e avevo perso la compagna e mio figlio.
 

ELABORATO CINQUE
L'ASSOLO DI MIRANDA GRAY

L’atmosfera del teatro mi accoglie, calda come un abbraccio. Dietro la tenda di feltro rosso si cela il mio destino. Avrò il coraggio di salire quella scala?
Ammiro affascinata l’ampia sala delle proiezioni: i soffitti alti e decorati, le morbide poltrone di velluto e i raffinati pavimenti a mosaico. Le pareti e gli arazzi scintillano sotto le luci soffuse dei lampadari.
Il profumo burroso del mais tostato si mescola alle note speziate dell’acqua di colonia degli uomini seduti in platea, mentre ripeto sottovoce le parole della canzone, fissandole nella mente. 
La moquette attutisce i miei passi. Nessuno si è accorto della mia presenza; sono ancora in tempo per girare i tacchi e rinunciare.
Sento i risolini delle ragazze che si preparano e le immagino mentre si aggiustano il belletto.
Non voglio salire insieme a loro. Aspetterò qui, nell’atrio, e solo quando sarà il mio turno salirò nel camerino. Non ho intenzione di cambiarmi, né di spogliarmi.
Non capisco come lo sgambettare in abiti succinti potrebbe migliorare la mia voce.
Detesto quei tagli di capelli alla maschietta che vanno tanto di moda e le gonnelline che mettono tutto in mostra. Io voglio solo cantare.
La mia esibizione sarà diversa e unica.
L’abito blu che ho scelto per l’occasione, semplice, ma di classe, accarezza le forme senza essere volgare. Non ho bisogno di ostentare la mia femminilità, né di cercare di assomigliare a un uomo.
Sono Miranda Gray, la cantante.
Non sarà il mio corpo a determinare chi sono, ma la passione che arde dentro di me. Quel fuoco inarrestabile che mi ha spinto a sfidare la mia famiglia per inseguire un sogno.
Quando canto, sprigiono un’energia che rende tutto possibile.
All’interno della sala alcune poltrone sono già occupate da uomini in abiti eleganti. Il mio assolo, Notte di libertà, aprirà la serata.
All’ingresso vedo le persone che si accalcano per acquistare i biglietti.
Ci siamo.
Ho la bocca asciutta e mi tremano le mani, tra poco toccherà a me.
Le luci si accendono e la voce potente del presentatore irrompe nell’aria: «Signore e signori, preparatevi a essere incantati dalla meravigliosa voce della nostra stella della musica, la favolosa e unica Miranda Gray!»
Non c’è più tempo per i dubbi. Inspiro a fondo, raddrizzo le spalle e salgo le scale.
È il mio momento.


ELABORATO SEI
MAGNIFICA PRESENZA

Sapeva che sarebbe arrivato un dopo...
A volte la vita ci fa sprofondare nella realtà e non riusciamo a concepire un futuro. È troppo ...il futuro.
Questo pensava Olga da quel 16 novembre che aveva segnato il confine tra il prima e il dopo.
 
Aveva trascorso gli ultimi mesi chiusa in casa, lontana da quella finestra.
Ogni volta che ci passava davanti, si scostava ed evitava di guardare fuori.
Eppure era stata la finestra da cui ammirava il cielo nelle notti estive; da quella respirava l'aria fresca prima di andare a dormire.
Era stata la finestra dove si affacciava per salutare sua figlia che guardava all'insù per un ultimo cenno con la mano.
Oggi era la finestra da cui...
Non aveva il coraggio di dirlo, di pronunciare quelle parole.
Non era riuscita a salvarla. Si sentiva come fosse caduta giù con lei.
 
E questo pensava tutte le sere, dopo aver accolto il pubblico che entrava in teatro. Sorrideva Olga, ci riusciva. Era gentile e accompagnava in sala il pubblico. Indossava la sua divisa: un completo pantaloni azzurro, con una banda laterale rossa. Olga era bionda e giovane, aveva un corpo snello ed elegante.
Aveva accettato un lavoro come maschera in un teatro della sua città.
Ironia della sorte! Già, come maschera. Era quella che avrebbe indossato tutte le sere.
Teneva la tenda di velluto rosso aperta e indicava con un gesto discreto, la direzione verso i palchetti. Poi attendeva la fine dello spettacolo, salutava chi usciva e chiudeva il teatro.
 
Una sera la sentì: una voce allegra e squillante. Era lei! La sua Maria!
Si voltò con le braccia aperte pronte a stringerla.
Una ragazza stava entrando sotto braccio ad un uomo e rideva.
Le porse il biglietto e Olga la guardò ammutolita.
Con voce tremante, lesse il numero della fila e del posto: 
- Prego, vi accompagno io.
Mentre saliva con loro, fu inondata da una scia di profumo. Lo stesso di sua figlia. Se ne inebriò e la vita riprese a scorrerle nelle vene.
Sembrava essere lì con lei, in un momento inaspettato, un attimo in mezzo a giornate grigie e tristi. Qualcosa l'aveva riportata da lei. Sapeva che ancora le era accanto.
Olga sorrise: avrebbe atteso l'uscita del pubblico insieme alla sua Maria.
Non poteva essere un banale caso, un vago sogno portato dal dolore.
Era lì,  il suo dopo: una magnifica presenza.

 


ELABORATO SETTE
LA LUCE DELL'ALBA

Tutti i giorni erano uguali. Stesso locale con tre o quattro persone che guardavano una pellicola consunta come la colonna a lato delle poltroncine.
Da anni facevo la maschera all’interno di quel piccolo cinema di periferia e durante le proiezioni davo libero sfogo ai miei pensieri.
Me ne stavo sempre appoggiata alla parete sotto una triade di luci aranciate, come il resto dell’illuminazione, sicuramente più adatte a un locale notturno che a un cinema. Ero sposata da vent’anni, senza figli e con un lavoro noioso da morire ma, nonostante ciò, ben retribuito.
Che vuoi di più? Mi sentivo spesso ripetere da mia madre e da mio marito.
Era vero. Avevo un lavoro, un marito paziente e gentile. Eppure quella vita mi stava spegnendo. Una cosa alla quale cercavo di non dare importanza, per esempio, era il fatto che da anni, io e mio marito, non avessimo più rapporti intimi. Alle mie richieste di contatto, peraltro sempre molto dimesse, rispondeva con lo stesso slogan: siamo vecchi, ormai, per queste cose. Abbiamo tanto altro da condividere.
E io pensavo che, sì, forse, aveva ragione. Ma poi la notte mi ritrovavo a cercare quel piacere da sola e quando si concretizzava, fra i denti, ripetevo che non avrei concluso la mia esistenza senza vibrare ancora e non solo di piacere sessuale, ma di vita, di colore, di luce. Cinquant’anni erano davvero troppo pochi per rimanere al buio. Eppure lasciavo scorrere il tempo accettando, senza opporre resistenza, quei giorni monocolori.
Ma il tempo è abile e ingannevole. Ti fa credere che non cambierà e, invece, muta senza preavviso.  Infatti, quel giorno, mentre ero appoggiata alla stessa parete, qualcosa scosse il mio torpore. Fu come una bomba che scoppia all’improvviso, quando nemmeno sospetti che esista un pericolo simile.
In cima alle scale, che conducevano all’interno del cinema, apparvero due poliziotti e mi fecero cenno di uscire.
Mio marito era stato colto in flagrante mentre riscuoteva denaro all’interno di una casa di appuntamenti della quale risultava, se così si può dire, il principale gestore nonché parte attiva nello svolgimento delle prestazioni richieste all’interno della stessa.
Da un giorno all’altro ho cambiato vita, il tempo ha scelto per me lasciandomi prima il vuoto, poi la rabbia e, infine, il silenzio. E da quel silenzio, piano piano, è comparsa una luce. Una specie di nuova alba che, per sorgere, aspettava solo me.



ELABORATO OTTO
AL CINEMA TEATRO ODEON


Al Cinema Teatro Odeon, il venerdì pomeriggio, proiettano vecchie pellicole, in bianco e nero. A nessuno interessa il titolo del film, né la trama, né gli attori.
Al Cinema Teatro Odeon, il venerdì pomeriggio, ci sono pochi spettatori: tutti uomini, tutti ricchi, tutti vestiti di nero, seduti sulle poltrone della sala buia. Io sono l’unica donna.
Al Cinema Teatro Odeon io non mi siedo mai, sto in piedi nel corridoio giallo, illuminato dalle luci di servizio. In fondo al corridoio una scala verde porta alla cabina di proiezione. O almeno così pensa chi non sa. Io so dove porta veramente, quella scala.
Per venire al Cinema Teatro Odeon, oggi, ho messo un abito di mia nonna: un abito pantalone, blu elettrico, anni Trenta, i sandali neri col tacco a spillo, come li portava lei. L’acconciatura l’ho copiata da un suo ritratto. Era bionda. Così mi sono tinta, di biondo.
Il Cinema Teatro Odeon è ornato da colonne argentate, scolpite con volti di sfinge, lo sguardo quasi umano.
Attendo il segnale concordato. La pellicola si interromperà per poco, un uomo si alzerà dalla poltrona. Io, solo allora, salirò quelle scale verdi.
Pensavo fosse un lavoro come tanti. La libertà di avere ciò che desideravo. Ho la passione degli acquari, io, e dei pesci tropicali: quelli blu. Ho riempito di acquari una stanza di casa. Ora, quando entro in quella stanza, i pesci blu mi assalgono. Devo liberarmene, adesso che ho un piccolo pesce dentro al mio ventre. Un piccolo pesce che si spaventerebbe, davanti a tutti quei pesci blu in trappola.
All’inizio era un lavoro come tanti. Poi sono cominciate le minacce. Per questo oggi mi sono vestita come mia nonna. Se sono nei vestiti di nonna, se sono nel corpo di nonna, nessun uomo potrà più violare il mio corpo.
Ecco il segnale. Oggi ho paura, grido, non voglio salire. Si avvicina un uomo: è mio marito, mi ha sposata per farmi fare “il lavoro”, non per amore. Mi cinge le spalle. Vorrei gridare ancora, invece mi lascio accompagnare fuori.
Giovane donna si toglie la vita, gettandosi dal terzo piano della villa dove viveva con il marito. La coppia aveva appena trascorso un pomeriggio al cinema. Lei soffriva di disturbi psichiatrici. Era al terzo mese di gravidanza.
Se domani leggerete questo articolo, sui quotidiani, non credeteci! Non mi sarei uccisa, mai. Non ora. È che volevo smettere, e sapevo troppo.



ELABORATO NOVE
MOVIMENTO N° 3


Me ne sto appoggiata al muro dei vinti con gli occhi bassi, non riesco a guardare questo palcoscenico mentre riproduce la  storia della vostra vita.
Il silenzio che mi circonda sovrasta gli applausi.
Vedo le loro mani muoversi, nascosta dietro uno dei serpenti di marmo che sorreggono questa illusione.
L'approvazione dilaga.
L'attrice protagonista dovrebbe entrare a breve, inchinarsi, correggere con lacrime di gioia i calici colmi d'orgoglio di amici e parenti ormai ebbri dall'idea di conoscere qualcuno di successo.
«La mia bambina!»
«Mia moglie!»
«La mia mamma!»
Li sento.
Vi sento.
Per voi un domani ci sarà solo se fallirò.
Mi consolo.
A voi consola?
Qualcuno in lontananza non sembra essere soddisfatto. Si avvicina.
«E' tutto pronto?»
«Si Igor»
Mi fa l'occhiolino mentre si allontana, lasciandomi lì, avvolta dalle risate degli altri, dai loro discorsi vuoti ai complimenti un po' sconci.
Non c'è invidia nel mio cuore, nemmeno cattiveria, vorrei per ognuno ciò che desidero per me.
Sono affari di lavoro, niente di personale. Lo fareste anche voi per tutti questi soldi.
Mi giustifico, parlando con le mie scarpe troppo eleganti.
Lo so che è arrivato il momento.
L'attrice protagonista sta entrando.
«Brava mamma!»
“Già” penso “ tua mamma è molto brava e fortunata ad avere una bella bimba come te”
Mi abbasso. Sotto le scale, dietro al palcoscenico, Igor aveva piazzato un marchingegno espolsivo composto da una miscela di tre liquidi: polisobutilene, RDX e etilesil sebacato.
Premo il pulsante.
Ho due minuti per uscire.
I miei tacchi passeggiano calmi verso la reception. Battono un tempo 4/4 che ricorda molto Mozart.
«Arrivederci!»
Sorrido. No non ci rivedremo più-
Per un attimo mi sembra di scorgere il volto della bimba, ricamato nei miei pensieri, assumere i miei lineamenti di bambina quando ancora suonavo il piano.
Queste mani non hanno mai perso la grazia di produrre suoni, penso.
Ho solo aumentato i decibel.
BANG!

 


Alla prossima

dalla vostra

Stefania Convalle