Io e Franz siamo suonatori di strada, la musica è il nostro mestiere, eppure oggi non ci consola, non ci scalda. Sembra voglia offuscare un presagio di malasorte.
Alcuni passanti filano via rapidi, ci guardano con sorpresa o biasimo, come se fossimo gli unici ignari di un avvenire tragico. Forse è questa la sensazione che mi porto dentro, il grigio della città risulta un vuoto che si riempirà di una catastrofe. Si parla della guerra, e pare sia l'unica parola esistente. La nostra musica sembra essere l'ultimo respiro prima della fine.
Siamo poveri, ho tre bocche da sfamare, mia moglie mi aiuta come può. Franz, invece, vuole costruirsi la famiglia da questa stessa notte. Lo aiuterò nel suo intento. L'ho visto piangere mentre studiavamo nei dettagli il modo di portare via Sophie dalla sua villa. Lui è accecato dall'amore e dalla rabbia di non essere accettato dalla famiglia della ragazza. Ma loro si amano e farebbero di tutto per stare insieme.
Abbiamo deciso che l'ultimo brano, l'inno nazionale, sarà quello che darà il via all'operazione più ardua.
Ho cercato di dissuadere il mio amico dall'impresa, potremmo definirci dei ladri incapaci. Ma lei dice di amarlo e di preferire una vita in povertà con Franz piuttosto che una vita agevolata ma triste. Lui ha fiducia, e nella sua mente non c'è spazio per la sconfitta.
Il tramonto sarà il nostro segnale. Pedaleremo con gli strumenti in spalla fino alla villa. Aspetteremo nell'oscurità che Sophie esca in giardino, nascosti tra il groviglio di rampicanti. Dovremo muoverci in silenzio per non attirare i cani da guardia. L'aiuteremo a scavalcare il muro, poi, con la ragazza seduta sul manubrio della bicicletta di Franz, pedaleremo fino a casa mia, tagliando la campagna come fuggiaschi. Dovremo pedalare per tutta la notte. E la notte è molto lunga.
Ho paura che sarà anche l'ultima per tutti.
I pensieri cupi muovono le dita su tasti inesistenti, mi viene da piangere.
Alcuni bambini vestiti di stracci si fermano ad ascoltare, sorridono con quelle bocche affamate e sdentate, incantati dalla musica del mio organetto, oppure imitano il violino di Franz. Anche loro diventano musicisti per un momento. Sanno trasformare la fame in fantasia, la musica in speranza. Anche la giovane affacciata alla finestra sopra di noi sorride divertita. Tutti loro non sanno però che la guerra arriverà come una tempesta a spegnere le speranze e riempirgli lo stomaco di piombo. Sorrido con amarezza.
Attacchiamo l'inno nazionale.
Il mio cuore batte al ritmo di un tamburo impazzito. Anche Franz suona con tale furia che non avevo mai visto in lui.
Ho l'impressione che tutto stia per crollare.
Il grido di un uomo irrompe nell'aria: Siamo in guerra! Siamo in guerra! Cosa fate qui?
Godiamoci queste ultime note, amico mio. Poi andremo a prendere la tua amata, e qualunque cosa ci sia oltre questa notte, la affronteremo pedalando nel buio.
«Scommetto che con un sorriso sarebbe bellissima. Le regalo una canzone se me ne fa uno.»
Ti regalo una canzone, se sorridi. Soltanto un uomo poteva parlarle così, senza che lei si voltasse sdegnosa; un uomo che era stato parte della sua fanciullezza.
«Ma tu sei Hans, l'uomo che suonava la concertina nel mio cortile. Ti ricordi di me? Sono Ilse, ascoltavo sempre dalla finestra.»
Hans non rispose subito. Erano stati tanti i cortili in cui era andato a suonare, tutti uguali. Erano posti sul retro di costruzioni popolari che si alzavano su più piani, con le finestre al piano terra protette da inferriate robuste. Caseggiati tristi, visti dalla strada, unica nota di colore i mattoni rossi. Qualcuno era addirittura una vecchia fabbrica convertita ad abitazione per operai senza lavoro, ma con un numero cospicuo di figli.
Quando fu impossibile suonare per strada senza che le guardie chiedessero i permessi, permessi che costavano più di quanto si riuscisse a incassare, la scelta fu quella di esibirsi in quel piccolo mondo fatto di povere cose. In un angolo c'era quasi sempre del carbone, ammucchiato come una notte che non finiva mai. Nell'altro, botti di cavolo cappuccio a fermentare, un odore acre che annunciava l'inverno prima ancora del gelo.
Per non deludere la donna le disse che si ricordava.
«E l'altro, il giovanotto che suonava il violino, che fine ha fatto?»
L'uomo stava per rispondere, quando un ammalato reclamò l'attenzione dell'infermiera.
«Ripasso dopo, cerca di riposare.»
Hans tolse gli occhiali e chiuse gli occhi. Richiamò alla memoria la postura del figlio mentre suonava, il violino sotto il mento e l'archetto nella mano nervosa. Era bravo, si esibiva nei locali alla moda con il suo gruppo e guadagnava bene. Poi le cose erano cambiate, ai musicisti era stato vietato di suonare jazz e swing o qualsiasi melodia americana.
Anche fare musica nei cortili era diventato difficile. Un giorno erano venuti due uomini a parlare con il portinaio, uno aveva gli stivali alti e lucidi.
Hans aveva abbassato lo sguardo.
«Hai visto?» aveva detto il figlio. «Non è più come prima. Non è solo questione di soldi.»
«È sempre stata questione di soldi.»
«No. Adesso ti chiedono chi sei, cosa suoni, se sei iscritto al partito. Un amico dice che in Argentina cercano musicisti, che almeno lì uno suona e basta.»
«E tu ci credi?»
«Credo che qui ci sia poca speranza, e non solo per la musica. Sabato m'imbarco.»
Suo figlio aveva avuto ragione a partire, aveva l'età giusta per farlo. Gli aveva spezzato il cuore, è vero, ma almeno aveva evitato di vedere cosa era diventato il suo paese prima della guerra, e cosa ne era rimasto dopo.
Quando Ilse ritornò, lo trovò addormentato. Tra le mani stringeva una cartolina col timbro postale argentino e poche parole. Suoneremo ancora insieme.
Jakob accordò il violino con gesti rapidi, esperti. Il suo cappotto era liso ai polsi, ma le scarpe lucide come per una festa. Accanto a lui, seduto su una cassa di legno, il signor Adler sistemava il mantice del bandoneon con la cura di chi maneggia qualcosa di vivo. Portava un cappello di paglia chiara, fuori stagione, e un paio di occhiali sottili che gli scivolavano sul naso.
Avevano scelto quell'angolo di Berlino perché il cortile faceva da cassa armonica: il suono rimbalzava tra i muri e saliva fino ai piani alti, entrando nelle cucine e nelle stanze dove le donne rammendavano e gli uomini si preparavano per la fabbrica.
Jakob attaccò una melodia popolare, una di quelle che si cantavano nelle osterie lungo la Sprea. Il violino era sottile e malinconico, ma quando Adler entrò con il bandoneon, la musica si fece più piena, più calda. Il mantice si apriva e si chiudeva come un respiro affannoso, e pareva che l'intero edificio respirasse con lui.
Alla finestra del primo piano si affacciò una giovane donna con i capelli raccolti in fretta. Restò immobile, con le mani appoggiate al davanzale. Non sorrideva, ma i suoi occhi seguivano ogni movimento dell'archetto.
«Questa la dedichiamo a chi guarda senza parlare» mormorò Adler, senza smettere di suonare.
Jakob cambiò tono, scivolò in un valzer lento, quasi timido. Nel cortile comparvero due bambini scalzi che iniziarono a girare su sé stessi, ridendo. Una porta si aprì, poi un'altra. Qualcuno gettò una moneta che tintinnò sul selciato.
Era il 1912, e la città cresceva in fretta, troppo in fretta. I cantieri mangiavano il cielo e gli uomini sembravano sempre di corsa. Ma in quel cortile il tempo si era fermato. La musica cuciva insieme le crepe dei muri, faceva dimenticare il fumo, la fatica, il rumore delle macchine.
Quando l'ultimo accordo si spense, restò un silenzio denso, come dopo una preghiera. La donna alla finestra batté piano le mani, una sola volta, poi scomparve nell'ombra della stanza.
Adler raccolse le monete e le infilò con cura nella tasca interna della giacca.
«Non è molto» disse.
Jakob guardò in alto, verso quella finestra ormai vuota.
«È abbastanza» rispose.
Si incamminarono lungo il vicolo, con gli strumenti stretti al petto. Dietro di loro, tra i mattoni umidi e le inferriate fredde, rimase l'eco di una mattina in cui la città aveva ascoltato il proprio cuore battere.
Reggendo l'involucro di carta velina con il braccio per evitare che toccasse il marciapiede, camminava con attenzione, il padre non gli avrebbe mai perdonato un eventuale danno al prezioso abito.
Nei pressi dell'abitazione del notaio fu distratto da una musica proveniente dal lato opposto della strada. Due musicisti intrattenevano i passanti al suono di un valzer alla moda. Edmondo non riuscì a resistere e, stringendo a sé l’abito del notaio, cominciò a volteggiare sul marciapiede, sognando di trovarsi in un'immensa sala da ballo con una dama tra le braccia.
Una risata lo fece ripiombare con i piedi per terra, alzò lo sguardo e vide una ragazza alla finestra che si prendeva gioco di lui. Una servetta, probabilmente, perché una signorina non si sarebbe mai azzardata a comportarsi con tale indecenza. Dall'imbarazzo si scontrò con uno dei lampioni a petrolio che il municipio aveva, da poco, installato nei pressi delle dimore più importanti della città. La risata della ragazza si fece ancora più vivace, contagiando persino i due musici di strada. Edmondo Cortesi arrossì e, chinato il capo e risistemato in maniera adeguata l'abito del notaio, si allontanò dalla scena svoltando l'angolo.
Bussò con il pesante battacchio in ottone sull'imponente porta in legno massiccio e, quando questa si aprì, la sorpresa lasciò presto posto alla vergogna. Davanti a lui vi era la ragazza che, pochi istanti prima, rideva alla finestra. E non era una semplice servetta, ma la figlia del notaio, la bellissima signorina Berenice de Magistris, contesa da tutti i più importanti salotti nobiliari della città. Nessuno seppe mai con precisione cosa successe nei momenti successivi a quell'inusuale incontro. Il fatto è che, nemmeno un anno più tardi, Berenice e Edmondo convolarono a nozze scatenando le ire del notaio il quale, per la bellissima figlia, sognava un matrimonio di ben più alto lignaggio.
Io ho ereditato la sartoria rinominata, dopo la morte del padre di Edmondo, "Casa di Moda da Bice", oltre al nome d'altri tempi della bisnonna.
Anni fa, da un rigattiere, mi sono imbattuta in una vecchia fotografia color seppia. Due musicisti, agli inizi del 1900, intrattengono i passanti mentre una ragazza ride a una finestra. Mi piace credere che il fotografato abbia immortalato il primo incontro di Edmondo e Bice, il momento in cui, da una risata irriverente, nacque il grande amore che li unì per tutta la loro lunga vita.
«Ehi, Mary, oggi niente scuola?» aveva gridato a una vicina del piano di fronte, prima di appoggiarsi al davanzale con i gomiti nudi e i capelli perfettamente pettinati, come l'etichetta imponeva.
La strada, o quel pezzo di cortile che della strada aveva il respiro, non era uno spettacolo: era casa.
I due uomini arrivarono senza annunciarsi. Il più giovane tirò fuori il violino da una custodia consumata; l'altro si sedette su uno sgabello basso e sistemò il suo strumento sulle ginocchia. Qualcuno li riconobbe, una donna al pianterreno fece un cenno con il mento.
Quando il violino attaccò la prima nota, sottile e un poco ruvida, lei arricciò il naso, poi sorrise. La fisarmonica si apriva e si chiudeva come un petto che respira in fretta. Tenere il ritmo le venne naturale: il piede batteva piano contro il muro.
A un certo punto il violinista sbagliò un passaggio. Una nota scivolò via storta. Lei scoppiò a ridere, senza cattiveria. L'uomo alzò lo sguardo verso le finestre, forse per cercare la causa di quella risata, e per un istante i loro occhi si incrociarono. Non c'era timidezza in lei. Sostenne quello sguardo come si sostiene una battuta. Lui non sorrise, ma aggiustò l'arco e riprese da capo, più deciso.
Le piaceva il modo in cui occupavano lo spazio. Non chiedevano permesso: si piantavano al centro del cortile e suonavano, come se quel quadrato di pietra appartenesse anche a loro. E in fondo era così: era di chi lo attraversava, di chi lo riempiva di voce. Lei si rese conto che faceva lo stesso, ogni volta che si affacciava e parlava ad alta voce, che rispondeva agli uomini senza abbassare il capo, che rideva quando c'era da ridere.
Sotto, un uomo appoggiato al muro la fissava con giudicante insistenza. Lo ignorò, tornando a guardare i musicisti.
«Rientra» la richiamò la madre dall'interno. «Non attirare così l'attenzione su di te.»
Lei non obbedì subito, rimase dov'era.
La melodia cambiò, diventò più allegra. Un bambino iniziò a battere le mani fuori tempo. Lei lo seguì, marcando il ritmo più forte, finché altri si unirono. Per qualche minuto il cortile sembrò allargarsi.
Quando la musica finì, il silenzio non fu vuoto. Lei batté le mani per ultima, due colpi secchi, e si sporse ancora un poco. «Tornate domani» urlò, senza sapere se l'avessero sentita.
Poi rientrò, la giornata l'aspettava e la strada sarebbe rimasta lì, pronta a riempirsi di nuovo. Si diresse verso la madre tenendo ancora il ritmo.
Correva l'anno milleottocentosettanta
Lionel proveniva da Liverpool, grande città affacciata sul mare d'Irlanda. Vincenzo invece, apparteneva a una famiglia immigrata dal sud Italia, precisamente da Bari che proprio in quel periodo si trovava a vivere la trasformazione con la rinascita di una "Bari nuova" accanto a quella vecchia. Ogni tanto, quando il cugino gli faceva pervenire notizie della sua bellissima città, Vincenzo sentiva la nostalgia stringergli la gola. Allora gli bastava prendere il suo violino e come per magia le note della musica: "Il canto degli italiani" gli scioglievano quel nodo che gli bloccava il respiro.
A unire i due amici era stata la grande passione per la musica. Si erano conosciuti in una vecchia bottega del caffè, luogo comunemente frequentato da un pubblico vario, in particolare intellettuali e artisti di ogni genere. Così si erano trovati, quasi per gioco a confondere le due combinazioni musicali: violino e fisarmonica. Un mix di melodia e ritmo. Bastò poco a entrambi per capire che da quell'incontro poteva nascere qualcosa di diverso, "un dipinto inedito della musica".
Fu così che quel giorno festivo venne arricchito da questa nuova forma d’arte che i due amici denominarono: "Domenica in love".



















