mercoledì 4 febbraio 2026

Numero 489 - Conosciamo meglio Graziella Braghiroli, concorrente di 800 Metri di Parole - 4 Febbraio 2026


 

Oggi chiacchieriamo con Graziella Braghiroli, autrice e concorrente della sfida letterario più "in" in circolazione.

Ecco a voi questa bella intervista. 💗

La nostra conoscenza risale a tanti anni fa, cara Graziella, quando – su invito di Claudio Gurra, artista che stimo tantissimo – venni a Idro per fare una lezione "prova" del mio Laboratorio di Scrittura, in presenza (che bello!). Vuoi raccontare, ai lettori del Blog, di quel pomeriggio?

Come dimenticare quel pomeriggio che è stato l'inizio della bella avventura che sto vivendo tuttora? (parlo della scrittura, naturalmente). Ero parecchio intimidita quel giorno e non sapevo cosa aspettarmi. La lezione verteva sui cinque sensi e di ognuno di questi dovevamo dire le sensazioni che provavamo. Non era facile parlare davanti a persone che si conoscono, ma piano piano, ce l’abbiamo fatta tutti ed è stato molto coinvolgente. Alla fine della lezione, Stefania ci ha suggerito di mettere su carta quello che avevamo espresso a voce e di inviarle quello che avevamo scritto. Io l’ho fatto… Ed eccomi qua.
 
Il tuo percorso nella scrittura è un viaggio che ti ha vista crescere e diventare sempre più sicura e con un tuo preciso stile che è diventato riconoscibile. 
Cos'è stato per te questo viaggio?
Di sicuro un bellissimo viaggio, anche se non del tutto riposante. Vissuto, a volte, nell'incertezza di non arrivare a destinazione, per poi scoprire che ogni tappa raggiunta e superata porta arricchimento e soddisfazione. E di questo devo ringraziare la nostra autista, Stefania Convalle, che con guida sicura ci conduce su questa stupenda strada che è la scrittura.
 
Dopo diversi riconoscimenti ricevuti nel Premio Letterario "Dentro l’amore", nel 2025 hai finalmente pubblicato la tua opera d’esordio "Quando fiorivano le ginestre". 
Ci vuoi raccontare com'è nata questa raccolta e quale legame hai con i luoghi dove sono ambientati?
Questa raccolta è quasi il riassunto dei tanti racconti sulla Seconda  Guerra Mondiale e le sue conseguenze che sentivo dai miei genitori e i loro amici. Ero una bambina ma già mi colpiva il dramma di quelle vite spezzate e della paura di non sapere come andare avanti. Ho voluto trasformare questi loro ricordi in racconti per rendere omaggio a delle persone che, pur avendo perso tutto, non hanno mai perso la voglia di vivere. E comunque, mia mamma è nata in Istria, a Pola, e forse per questo motivo amo così tanto quei luoghi. Fin dalla prima volta, quando ci vado, mi sembra di tornare a casa.
 
La copertina presenta un'immagine suggestiva, e – possiamo dirlo – è un tuo dipinto. 
Qual è stata l'emozione nel vederlo sul tuo libro? 
E cosa ci racconti di quel dipinto?
Vedere quell'immagine sulla copertina è stato davvero molto emozionante. Le due bambine sono mia figlia e la sua amica Victoria. Sono state amiche per la pelle, cresciute insieme hanno condiviso tante cose. Ho dipinto il quadro quando Victoria, che è argentina, è tornata nel suo paese con la famiglia. E ancora oggi, provo una tenerezza infinita per quelle due bambine piene di speranze che avrei tanto voluto vedere camminare insieme.
 
La tua raccolta di racconti ha già suscitato curiosità e apprezzamento nei lettori. Gli argomenti che tratti non sono così affrontati, si parla poco dei fatti storici citati nel libro. 
Cosa provi di fronte alle parole dei tuoi lettori, a volte anche commosse?
Ne sono molto contenta e lusingata. Parecchi, soprattutto i più giovani, non sapevano nulla di quel periodo storico e mi hanno ringraziata per averglielo fatto scoprire, e con i tempi che corrono mi sembra proprio una bella cosa.
 
Cosa bolle in pentola per questo 2026? Progetti, altre opere alle quali stai lavorando, dove porterai “Quando fiorivano le ginestre” per parlarne a futuri lettori? Confessa tutto ;-)
Qualcosina in pentola c'è. Ho già  scritto  parecchi capitoli di un romanzo che vorrei terminare entro l'anno. Dico solo che si ritroveranno alcuni dei protagonisti dei racconti anche se l'ambientazione sarà diversa.
Per quanto riguarda "Dove fiorivano le ginestre" spero di riuscire a presentarlo a Idro e dintorni, ci sto lavorando.
 
Fino a questo momento, cosa ti ha dato la scrittura? Cosa rappresenta per te?
La scrittura mi ha dato tanto, molto di più di quanto mi sarei aspettata quando ho iniziato.
Ho scoperto che scrivere mi è quasi indispensabile, mi piace proprio inventare storie, personaggi, situazioni, dare un senso a quello che sto scrivendo. E visto che sto diventando anziana, viaggiare con la fantasia mi mantiene giovane.

Grazie, Graziella, per le tue risposte puntuali e sincere.

Voglio ricordare due bei momenti, quando sei stata premiata in due occasioni, durante le serate finali del Premio Letterario "Dentro l'amore".

2019

2024

Ma prima di salutarci...

Biografia di Graziella Braghiroli

Nata e cresciuta a Parigi, ora abita a Brescia da molti anni. Si definisce una nonna e pensionata felice. Per amore dei nipoti si è trasferita sul lago d'Idro dove passa la maggiore parte dell’anno. Ha molti hobby: cucinare, leggere e, naturalmente, scrivere.
Ha scoperto la scrittura qualche anno fa e frequenta il Laboratorio di Scrittura creativa di Stefania Convalle con soddisfazione.
Ha partecipato a opere, firmate da Edizioni Convalle, a scopo benefico, insieme ad altri autori.
"Quando fiorivano le ginestre" è la sua prima pubblicazione (Edizioni Convalle).


https://edizioniconvalle.com/product/40392853/quando-fiorivano-le-ginestre


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle




 

 

 

 

 


venerdì 30 gennaio 2026

Numero 488 - 800 Metri di parole Quinta tappa - 30 Gennaio 2026


Riprende il torneo 800 Metri di Parole che era andato in vacanza per Natale.
La quinta prova consisteva nello scrivere un racconto o un monologo (di massimo 500 parole) o una poesia.
Il titolo l'ho dato io: LA ZONA GRIGIA 
I testi che andrete a leggere dovranno quindi avere un collegamento col titolo da me proposto.
Sono proprio curiosa di sapere cosa si saranno inventati i concorrenti! E voi?
Allora cominciamo a leggere!

Prima però vi segnalo che questa volta i testi saranno anonimi, non saprete chi ha scritto cosa. Perché? Per creare maggiore suspense nella seconda parte della sfida e perché siano solo i testi a parlare e non i nomi degli autori che, in qualche modo, condizionano sempre chi deve votare (è umano).

Gli autori dei testi dovranno mantenere il segreto e sono certa che lo faranno. 
E voi, cari lettori e fan, non cercate di corromperli per farvelo dire perché i concorrenti sono incorruttibili!

Saprete i nomi degli autori di ogni pezzo a votazione conclusa.

Come si vota?
Dovrete scrivere a steficonvalle@gmail.com esprimendo TRE preferenze e dando una motivazione per ogni testo (facciamo le cose per bene). 
Avrete tempo di votare fino a 
mercoledì 4 Febbraio ore 20:00.

Potranno votare anche i concorrenti perché il voto è segreto.

I testi vengono postati a seconda dell'ordine di arrivo a me.


RACCONTO UNO

La chiamavano la zona grigia perché lì niente era davvero illegale, ma nemmeno pulito. Un quartiere incastrato tra il porto e la ferrovia, dove le luci al neon tremavano come coscienze stanche e l’aria sapeva di pioggia vecchia e promesse non mantenute. Ci vivevo dentro da anni, anche se l'indirizzo sul documento diceva altro. Certi posti non ti lasciano andare: si infilano sotto la pelle.
La sera in cui tutto cominciò, stavo aspettando un uomo che non voleva farsi trovare. Si chiamava, o almeno così diceva, Giulio Rami. Contabile di giorno, intermediario di notte. Uno di quelli che non si sporcano mai le mani ma conoscono tutti i lavandini dove il sangue sparisce. Mi aveva chiamato perché aveva paura. Quando uno come Rami si spaventa, vuol dire che la bilancia sta per rompersi.
Lo incontrai in un bar senza nome, dove il caffè sa di ruggine e il barista non fa domande. Rami sudava freddo, anche se era febbraio. Mi passò una chiavetta sotto il tavolo.
«Qui c'è tutto» disse. «Appalti, favori, firme. Nessuno è innocente.»
Nella zona grigia l'innocenza è una valuta che non circola.
Non feci in tempo a rispondergli. Due colpi secchi, silenziatore scadente. Rami crollò in avanti, gli occhi spalancati come se avesse appena capito qualcosa di importante. Nessuno urlò. Il barista abbassò lo sguardo. Io rimasi seduto. In certi posti, reagire è il modo più veloce per morire.
Scappai dal retro e la pioggia mi accolse come una vecchia amica. Sapevo già che la chiavetta mi avrebbe messo un bersaglio sulla schiena. La zona grigia non perdona chi prova a fare chiarezza: vive di ombre, di mezze verità, di silenzi ben pagati.
Quella notte lessi ogni file. Politici, imprenditori, poliziotti. Tutti dentro, tutti sporchi. Non c'era un cattivo da consegnare alla giustizia, solo un sistema che respirava grazie alla corruzione. Capii che il problema non era scegliere da che parte stare, ma accettare che non c'erano parti giuste.
All'alba presi una decisione che non mi avrebbe reso migliore, solo vivo. Feci una telefonata, vendetti i dati alla persona giusta, o sbagliata, dipende dai punti di vista, e cancellai le copie. Quando il sole sorse, la zona grigia era ancora lì, immobile, indifferente.
Me ne andai, ma so che, prima o poi, ci tornerò. Perché certe zone non sono luoghi. Sono scelte. Una volta che le fai, restano con te per sempre.

§§§

RACCONTO DUE

Ancora una volta se ne stava immobile dinanzi alla grande finestra e osservava il mare di nebbia lattiginosa al di là del vetro.
La zona grigia, così l'aveva rinominata il giorno in cui, dopo essere scesa lenta ma inesorabile, si era fermata poggiandosi impalpabile e fitta sul mondo.
Vi immergeva lo sguardo per ore, a volte per intere giornate, senza sapere cosa scrutare perché, in fondo, nulla poteva essere scorto attraverso il denso grigiore. Solo le sbarre alla grande finestra lo isolavano proteggendolo persino dalla spaventosa zona grigia.
Eppure, c'era stato un tempo in cui il mondo si riempiva di colori, di voci, di grida, risate e pianti. Un mondo in cui il grigio era solo una fugace variante dalle mille sfumature. Un mondo in cui si viveva senza sbarre alle finestre e ci si sentiva liberi di respirare.
Lo immaginava, a volte, quel mondo. O forse erano solo sogni che si succedevano alla triste, agghiacciante e grigia realtà?
Non aveva più riferimenti, ormai, né di tempo né di luogo; solo il lento dilatarsi di ore dinanzi all'estesa zona grigia.
C'erano volte in cui sognava di affrontarla, di aprire la grande finestra e abbatterne le sbarre, reali o immaginarie che fossero. Avrebbe trovato la forza per farlo, ma poi?
Cosa sarebbe stato di lui di fronte alla zona grigia?
Sarebbe riuscito a guadagnare un varco per attraversarla?
Cosa avrebbe trovato al di là? Sempre che ci fosse stato un di là...
E se invece di ritrovare i colori, i rumori, le voci, si fosse reso conto che il grigio si sarebbe trasformato in nero, gelido, buio, profondo?
No, anche quel giorno non ce l'avrebbe fatta, sarebbe rimasto fermo, immobile dinanzi alla grande finestra, protetto dalle sbarre che tenevano a bada la zona grigia.
Ad aspettare… Che cosa? Non sapeva, forse che il denso grigiore si diradasse o che uno dei tanti sogni a colori si palesasse di nuovo.
Aspettava e basta, chissà, prima o poi un suono o una voce avrebbe abbattuto quella grigia barriera.

§§§

RACCONTO TRE

Alfio lavorava da vent'anni nella ditta che commerciava agrumi. Arance, limoni, mandarini partivano ogni notte su camion refrigerati diretti al Nord. Conosceva tutti gli odori del magazzino, il succo appiccicoso sulle mani, il rumore dei muletti all'alba. Era uno che arrivava sempre in anticipo e se ne andava per ultimo, senza mai farlo pesare. Lo dicevano tutti: Alfio era affidabile.
A casa lo aspettava una vita ordinata. Una moglie discreta, due figli che studiavano e portavano a casa buoni voti. Niente eccessi, niente sorprese.
Peppe era il suo esatto contrario. Lavorava al porto, turni irregolari, linguaggio colorito e in bocca la sigaretta sempre accesa. Si conoscevano da ragazzi, cresciuti nello stesso quartiere. Peppe rideva di Alfio ma lo faceva con affetto.
«Tu sei uno che non si complica la vita» gli diceva.
Alfio sorrideva, senza replicare.
Peppe aveva un figlio, Ciro, che amava il guadagno facile. Cambiava spesso lavoro, parlava di affari senza mai spiegare bene quali fossero.
«Se sei furbo, fai soldi senza spaccarti la schiena» ripeteva spesso.
Alfio lo ascoltava con quel senso di fastidio che si prova per quello che non si capisce ma s'intuisce pericoloso.
Una mattina, mentre stava controllando i documenti di carico, Alfio notò Ciro vicino ai camion in partenza. Parlottava con uno degli autisti, voce bassa, gesti rapidi. L'uomo si guardava intorno, nervoso. Poi infilò qualcosa nella tasca del giubbotto.
Alfio non sentì le parole, solo il tono, che non gli piacque.
Continuò a guardare le carte. In fondo, Ciro non lavorava lì e gli autisti erano gli stessi da anni. Forse era solo una richiesta per un passaggio, di sicuro una sciocchezza. Alfio era bravo a dare nomi rassicuranti alle cose.
Quel giorno tornò a casa con un peso addosso e nei giorni successivi notò altri dettagli.
Camion che partivano con ritardi inspiegabili, un autista mai visto prima, Ciro che girava nei dintorni del magazzino. Alfio vedeva ma non agiva.
A Peppe non disse niente. Continuavano a bere il caffè insieme, parlando del caldo insopportabile e del lavoro che stancava. Pensava che se gli avesse confidato quei sospetti sarebbe stato come provocare un incendio. Peppe avrebbe di sicuro difeso il figlio e fatto domande. E le domande chiedono risposte e le risposte portano conseguenze.
Così Alfio scelse la terra di mezzo. Continuò a fare bene il suo lavoro. Quando poteva, cambiava gli autisti, spostava i turni, rendeva le cose più difficili. Piccoli ostacoli, niente di evidente. Un modo per dire a sé stesso che stava comunque facendo qualcosa.
Una notte un camion non arrivò a destinazione, sparì con il carico. Arrivarono i controlli, le domande, le facce tese.
Peppe lo chiamò qualche giorno dopo. Era scosso. Ciro era sparito.
«Deve avere fatto una cazzata.»
Alfio lo ascoltò in silenzio. Avrebbe potuto dire lo sapevo, ti volevo avvertire. Non disse nulla.
Quando chiuse la telefonata, rimase seduto al tavolo della cucina, convincendosi che spesso la verità non serve a rimettere a posto le cose, anzi, le distrugge. Aveva scelto di proteggere la sua normalità. Sapeva di non essere del tutto innocente ma nemmeno colpevole e preferiva stare lì, in quella zona grigia dove ci si barcamena senza sporcarsi troppo le mani e dove si impara a convivere con quello che non si vuole vedere.

§§§

RACCONTO QUATTRO

Stavo lì, seduta nell'angolo più nascosto, nella penombra di quella stanza con le pareti dipinte di grigio fumo metallizzato: un equilibrio tra il bianco e nero. Un'oasi di tranquillità dove meglio riflettere e trovare momenti di pace. Accanto alla finestra, per meglio sfruttare la luce naturale, avevo posizionato una piccola poltrona e la scrivania con sopra gli strumenti da lavoro: un computer, fogli e quaderni per appunti, oltre a un portapenne con all'interno un numero indefinito di pennarelli indelebili, adatti a scrivere sui muri. A completare il tutto una Kenzia, una palma sempreverde, utile a purificare l'aria, oltre che a donare un tocco di eleganza a quel luogo diventato il mio rifugio. Avevo pensato di vivacizzare quelle pareti dipinte di grigio con mie poesie e metafore, destinate a restare nel tempo come tracce di un ricco vissuto. 
Poi a un tratto è successo: un semplice messaggio che ha riportato il buio nella mia vita così faticosamente ricostruita dopo varie avversità.
«Ciao Tiziana, ti do una triste notizia, è morto Francesco.»
Te ne sei andato così, senza far rumore. Tu, che tra il chiasso dei tuoi pensieri hai vissuto. Mi piacerebbe conoscere le tue ultime riflessioni, prima che i tuoi occhi si chiudessero per sempre. Le avrà chiesto perdono?, mi domando,  rivolgendo il pensiero a "lei", la moglie, mentre una fitta mi trafigge il costato. Non lo saprò mai e forse è meglio così. Ma se c'è qualcuno a cui dovevi chiedere perdono, quella sono io: "l'altra."
Non ho dimenticato le tue parole, quando dubbiosa del tuo amore, mi tranquillizzavi dicendomi: «Ricordati, puoi anche non credermi, ma comunque andrà, il mio ultimo pensiero si chiamerà Tiziana.» 
Chissà se davvero è andata così. Non lo saprò mai.
La rabbia mi avvolge, mentre lentamente mi alzo e avvicinandomi alla scrivania sfilo dalla scatola dei pennarelli, quello dorato. Voglio che brilli la luce in ogni parola che andrò a scrivere per spogliarmi di quella rabbia che la tua morte mi lascia. Non più parole tra di noi, non più la possibilità di chiarimenti, ma solo un silenzio per sempre, un distacco dove nulla più può essere recuperato e ogni parola si estingue.
Ciao Francesco, resterai qui per sempre, nella stanza dei ricordi assopiti. La tua vita si è conclusa come hai sempre vissuto. Specchio della tua esistenza. Temporeggiare, attendere che qualcosa potesse accadere secondo i tuoi desideri, era il tuo motto. Hai sempre lasciato che fosse il tempo a lavorare per te. 
Un rapporto irrisolto, il nostro, ma forse meglio dire il tuo. Nonostante i tanti anni d'amore trascorsi nell'attesa del domani, oggi, pensando al tuo corpo avvolto dal gelo della morte,  riesco solo a provare frustrazione, una rabbia luttuosa che non mi permette di avere risposte, mai più.
La punta del pennarello scorre veloce sul muro, mentre le parole che pure d’amore parlano, fluiscono spinose. 

§§§

RACCONTO CINQUE

Viene a trovarmi ogni notte, si insinua nei miei sogni, sotto le coperte, nelle mani.
Da tre mesi faccio ogni notte lo stesso incubo: strangolo Sara.
Ci eravamo conosciuti sul ponte Carlo, a Praga. Ero arrivato da poco in città come ricercatore universitario e quando l'ho vista sporgersi dal parapetto non ho resistito a parlarle. Poche battute mi erano bastate per capire che era una ragazza vivace. I capelli lunghi biondi le si impigliavano spesso tra le labbra unite come un bacio, che a tratti apriva in un sorriso malizioso. Il mio primo pensiero era stato di baciarla ma non mi ero permesso di farlo anche perché lei spesso si voltava indietro come se cercasse qualcuno o qualcosa. Ma il desiderio mi si era appiccicato addosso come la neve di quei giorni.
Faceva la guida turistica, ci vedevamo ogni sera dopo le cinque sotto la statua di San Giovanni, sul ponte; poi, camminavamo entrando nei caffè e nei musei. Parlava molto, Sara, tanto da confondermi. E proprio l'ultima sera, prima che sparisse per sempre, mi aveva fatto un discorso singolare su come fare un furto epocale nel Museo Nazionale, in piazza San Venceslao. Mentre parlava vedevo brillare la neve sul parapetto del ponte, luccichii riflessi nei suoi capelli, tutto il viso era luminoso. La baciai. Avevo provato una forte emozione ma lo sguardo severo di un ragazzo piantato su di me mi aveva riportato alla realtà. D'un tratto sorrise e si presentò: era il fratello di Sara.
«Dove andate?» chiese incuriosito.
«Al Museo Nazionale» risposi guardando Sara con aria complice.
Senza dire una parola ci seguì tra le vie, indifferente al mio disappunto.
Ecco, a questo punto del ricordo inizia il mio incubo.
Tra queste mura grigie, e per tanto tempo, ho avuto modo di ricostruire ogni particolare dei miei giorni insieme a Sara, la sua camminata, le sue idee e quel modo di unire le labbra, sempre pronte a baciare. Domani lascerò questo edificio, un luogo tanto grigio e squallido da avere impregnato la mia anima.
Sarò di nuovo libero.
Quella ragazza, complice il fratello, è riuscita a incastrarmi, ha compiuto il furto di pietre preziose lasciandone qualcuna nelle mie tasche; non avevo capito che cosa stesse combinando, si muoveva da una teca all'altra sfiorandole con le dita, spariva e ricompariva. Mi sembrava una farfalla impazzita e bellissima, tanto ero infatuato.
Poi, è sparita. Per sempre.
Sono rimasto immobile, sono certo di avere avuto un sorriso ebete e incredulo, mi hanno circondato e infine portato via.
Il tempo e la durezza di questa prigione mi hanno fortificato. Ho osservato una dedizione maniacale alla pulizia e alla forma fisica, sono diventato insensibile alle luci e agli odori. In testa ho solo il volto di Sara, grigio come un cielo d'inverno, come quello che porto dentro.
Io sono pronto. Le mie mani non stringeranno più l'aria. E tu, Sara, sei pronta?
Preparati, perché vengo a cercarti. 

§§§

RACCONTO SEI

Tira sempre aria da queste parti. A mia madre ho detto che andavo a fare un giro con il cane, povero Gipo, sempre costretto in un appartamento angusto.
«Non hai neppure mangiato; la domenica ti alzi tardi e sparisci, vai pure avanti così…»
Il resto del discorso è rimasto dietro la porta. Si preoccupa delle interrogazioni, ché la media conta, di cosa mangio, e poi non vede i particolari. Tipo i segni sulla faccia, le nocche spellate, da quando ho ricominciato a uscire il sabato sera.
Nei pressi del fiume ho sguinzagliato Gipo. Se la gode, lui. Corre come un matto, raccoglie un ramo e me lo porta, poi saetta lontano e da dietro un arbusto rinsecchito abbaia festante. Sento la voce del Nero che gli parla, mi paralizzo.
«Il tuo cane è più coraggioso di te» dice.
Bella forza, lui non sa che le cose sono cambiate dalla scorsa estate, e il Nero lo conosce da una vita. Anch'io lo conoscevo, eravamo amici. Ieri sera ci è andato giù duro, con un pugno rabbioso mi ha quasi spaccato il labbro.
«Dai, vieni a sederti. Non ti faccio niente.»
«Hai detto che non devo avvicinarmi a te, neanche per sbaglio.»
«Qui non conta quello dico.»
Già, qui non conta, gli credo. Qui c'è ancora il respiro di Marco.
Spegne nel fango indurito l'ennesimo mozzicone e rimane in silenzio a guardare il letto del fiume, tutto sabbia e sassi, niente in comune con le acque gonfie dell'estate. È un silenzio spesso. Mentre mi siedo a terra Gipo gli si accuccia accanto, strofinando il muso contro il suo viso. Tra i capelli corvini che gli coprono la faccia, gli occhi si serrano prima di diventare acqua. Per pudore guardo oltre, con la gola serrata. Non ho mai visto il Nero piangere, neppure quando il corpo di Marco è stato trovato nel fondo di quell'ansa, dove stiamo guardando adesso.
«Può essere stato un incidente» dice.
«Sì, lo penso anch'io.»
Sappiamo entrambi di mentire, ma abbiamo bisogno di assolverci perché non avevamo capito che Marco non le sparava grosse tanto per dire, e se diceva di stare male, stava male davvero.
Se solo quel giorno fossimo andati anche noi al fiume, se non avessi convinto il Nero a passare da casa per provare il nuovo gioco della Play Station, se non avessimo dimenticato l'appuntamento.
Se, se...
«Dovresti ritornare a scuola, come sto facendo io» gli dico.
Si alza, pulisce i palmi sui jeans.
«Ecco perché devi starmi alla larga. Ogni volta che apri la bocca, finisci sempre col farmi imbestialire.»
Basta poco per farlo arrabbiare, è sufficiente essere vivi.
«Non ti mollo, capito?» gli urlo, mentre se ne va.
Lo vedo allargare le braccia come a dire fai tu, non m'importa. Ma lo so, lo so che domenica prossima ci troveremo ancora qui, nella nostra zona grigia.

§§§

RACCONTO SETTE

Il crepitio dell'asfalto ghiacciato sotto le scarpe trasmetteva in Alice un senso di solitudine e pace. Il buio iniziava a farsi strada tra le viette del paesino e lei sapeva bene che mamma la voleva rincasata prima dell'accensione dei lampioni.
Camminava ancora immersa negli accattivanti discorsi fatti con l'amica del cuore, ripensando alle risate e alle confidenze, quando alzò lo sguardo e lo vide: un piccolo uccellino marrone dentro a una minuscola gabbia di plastica verdastra. Il cuore le si strinse all'istante.
Si avvicinò con cautela, come se un movimento brusco potesse peggiorare la situazione. Quando si rese conto che quella prigione era talmente piccola… Troppo piccola. Una delle ali si era spezzata, probabilmente in un disperato tentativo di volare via.
Lo sguardo le si indurì. Non era solo tristezza: era impotenza, rabbia, ingiustizia.
Scomparve dietro l'angolo come un'ombra, trattenendo il fiato. Quei piccoli occhi neri le avevano chiesto aiuto; come avrebbe potuto far finta di nulla?
Corse a casa dove la madre e la sorella erano alle prese con le loro faccende quotidiane.
«Mamma, Erica, venite subito qua!»
«Che succede, tesoro?»
«C'era un uccellino con un'ala rotta dentro una gabbia grande così!» gridò mimando una minuscola scatola.
«Non possiamo lasciarlo lì!»
«Ferme un attimo, voi due, stiamo pur sempre parlando di commettere un furto…»
«Sì, ma pensa a quanto deve star male lì dentro!» ribatté con impeto la sorella maggiore.
La donna rimase in silenzio per qualche secondo. Poi annuì piano.
«Non posso che darti ragione, cara.»
Le due sorelle si vestirono di nero, presero un sacco della spazzatura vuoto e partirono per la loro missione segreta.
Alice faceva strada mentre Erica scrutava gli angoli bui che si alternavano alla luce calda dei lampioni.
Arrivarono e, per un istante, nessuna delle due si mosse. Alice teneva con le mani tremolanti il sacco aperto, Erica staccò con decisione la gabbia dalla recinzione e la infilò dentro al sacco nero, poi si dileguarono a passo rapido, scambiandosi sguardi complici. Missione compiuta.
Arrivarono a casa tutte sudate e ancora in preda all'eccitazione, dove la mamma aveva già riadattato la gabbia del porcellino d'india che avevano un tempo. Arredata cotanto di rami e foglie, praticamente un resort.
«Domani lo porterò dal veterinario e vedremo cosa ci dirà.»
Erica e Alice liberarono l'uccellino nella sua nuova casa, che rimase immobile per un momento, poi iniziò a cinguettare e saltellare da un rametto all'altro.
Alice si accorse che stava sorridendo senza rendersene conto.
«Abbiamo fatto bene a rubarlo! Lo chiamerò Chip» esclamò Erica tutta fiera.
La madre, commossa da quel cinguettio si rivolse alle sue figlie: «Non sempre al mondo è tutto bianco o nero. Esistono molte sfumature di grigio nel mezzo.»
Per la prima volta Alice comprese che fare la cosa giusta non significava sempre seguire una regola, ma assumersi il peso della scelta.


§§§

RACCONTO OTTO

I fatti che sto per raccontare, si riferiscono ad avvenimenti dei quali non ho mai saputo trovare una spiegazione ragionevole.
Mi chiamo Franco Villa. Per quindici anni sono stato Ispettore Capo delle forze di Polizia di Stato. In questo tempo, non ho mai pensato che Michele Rota non fosse normale. I nostri incontri erano sempre collegati allo Studio Legale dove Rota era impiegato come Praticante. Egli non mi ha mai fatto cenno, neppure vagamente, a qualche pericolo che lo minacciava, o a qualcosa di negativo nei propri riguardi. Neppure adesso, dopo tanto tempo, ho la minima idea di come possa essergli accaduto tutto ciò che lo ha portato alla sua fine, all'età di ventisette anni. Quello che è stato possibile sapere è rivelato in un manoscritto trovato nell'abitazione accanto al suo cadavere. Il corpo presentava alcuni ematomi, ma di lieve entità. La causa del decesso, dopo qualche indagine senza risultati, venne archiviata come morte naturale per infarto miocardico acuto.
 
Versione stampata del manoscritto originale di Michele Rota.
È da tanto tempo che non riesco a trovare la calma sufficiente per scrivere la mia storia. Ma in questi ultimi barlumi di lucidità che ancora mi restano, prima che le tenebre discendano per sempre, voglio rivivere quei giorni infernali nel mio piccolo cuore di polvere.
Sono stato sempre soggetto a sogni terribili fin dall'infanzia. Mi smarrivo in luoghi dalle mura colossali, statue aliene, simulacri di creature d'altri mondi. Questi incubi hanno sempre afflitto i miei sonni e hanno generato in me un'avversione profonda al dormire. Per questo, ogni sera vagavo per le strade semideserte, mi fermavo in qualche birreria, aspettando che la stanchezza e l’alcol mi spingessero a rincasare, sperando che il sonno mi chiudesse gli occhi e la mente.
Accadde in una di quelle sere, nei locali poco illuminati di un lontano bar di periferia che incontrai Lilith.
Come ogni persona solitaria ero piuttosto timido e poco disposto alle amicizie, mi avvicinavo agli altri con difficoltà, ma rimasi incantato da quella donna, la più bella fra quante mi era capitato d'incontrare. Era snella, dai movimenti leggeri e languidi, la carnagione bianchissima, i lineamenti minuti, gli occhi scuri e lucenti, i capelli soffici di un nero intenso e profondo.
Fu lei a prendere l'iniziativa e cominciammo a frequentarci. Io mi sentivo folgorato dalla sua risolutezza, era solita gettarmi le braccia al collo per attirarmi verso di sé, mentre mi sussurrava parole, un suono come una nenia inebriante.
«Il tuo cuore è ferito, io vivo della tua calda vita…»
Versi ignoti, ma così musicali che bevevo come un narcotico, mi sentivo precipitare in spazi sconosciuti. Avevo smesso di farle domande alle quali non rispondeva, non le chiedevo perché veniva da me solo di notte, per non vedere lo sguardo acceso dei suoi occhi, ormai temevo ciò che nascondevano, qualcosa di fondamentale, la soluzione di un mistero.
«Questa tua vita che ora mi appartiene, dovrai riviverla ancora innumerevoli volte. Ogni dolore e piacere dovrà fare ritorno a te. Io voglio che tu viva ancora per me. Il tuo ingenuo amore d'uomo sarà mio diletto fino a quando lo vorrà il Creatore di tutto.»
Con forza Lilith premerà la sua bocca sulla mia penetrando nella carne, un terrore abbagliante esploderà nel mio cervello, spalancando un abisso incomprensibile. 
E quell'abisso m'inghiottirà.

§§§

Ora tocca a voi, cari lettori!

Leggete, votate come spiegato all'inizio di questo numero del Blog e divertitevi!


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle


lunedì 19 gennaio 2026

Numero 487 - 4 3 2 1 di Paul Auster, secondo me - 19 Gennaio 2026


Ce l'ho fatta. Sette mesi, ma sono riuscita ad arrivare alla parola Fine.
Premetto che amo Paul Auster col quale c'è stato un colpo di fulmine quando avevo letto "Follie di Brooklyn" qualche anno fa e l'avevo anche recensito in questo Blog.

https://st62co.blogspot.com/2021/08/numero-386-follie-di-brooklyn-paul.html

Dopo quel romanzo ho acquistato tutto di lui e dopo mesi durante i quali non riuscivo a leggere per il mio piacere personale, ma solo per lavoro, ho deciso di tuffarmi nel suo romanzo più corposo: 4321.
Quasi mille pagine, e per me che amo i romanzi brevi è stato come fare il Cammino di Santiago senza allenamento. 

Questo romanzo ha mosso in me sentimenti di amore e odio. Vi spiego.
Amo la scrittura di Paul Auster davanti alla quale m'inchino. Ho "fatto le orecchie" a un sacco di pagine perché taluni passi sono un capolavoro e non volevo rischiare di non trovarli più in quella miriade di pagine, appunto.
Però - c'è un però - seguire tutta la storia è stato un impegno mentale non indifferente. 
Secondo me Paul si è divertito scrivendo questo romanzo, senza pensare che il povero lettore avrebbe dovuto prendere appunti per non perdersi nel labirinto della narrazione.
All'inizio, tutto okay. 
C'è Archie - il protagonista - e i suoi genitori. Si racconta di come loro si sono conosciuti, la storia d'amore, la nascita di Archie e tutto fila liscio. Il problema nasce quando si capisce che il titolo, 4321, rappresenta le quattro opzioni di vita di Archie dopo un certo evento che coinvolge il padre. Da lì, quattro direzioni, una per ogni se fosse andata così...
E va beh, possiamo restare sul pezzo, ma quando il susseguirsi dei capitol-oni e il passare da una vita all'altra con - più o meno - gli stessi personaggi che girano in ogni vita ma con vicissitudini diverse, eh... Lì è cominciato l'incubo.
Dovevo prendere appunti! :-D
A un certo punto ho deciso di non leggere seguendo le quattro storie di vita facendo uno sforzo mnemonico non indifferente, ma ho letto per il piacere di leggere come scrive lui: Paul Auster.
E ci sono dei pezzi memorabili, che ti spaccano il cuore in quattro. O passi sulla scrittura che ogni persona che ambisce a scrivere dovrebbe leggere.
L'ideale sarebbe leggere questo romanzo due volte. Se lo rileggessi ora che so, non mi perderei nella domanda ricorrente: ma questa che vita è? 
Inoltre, Paul Auster ha riempito la narrazione di eventi di cronaca e storici americani, come anche ampie pagine dedicate al football/baseball/basketball a seconda dello sport praticato dell'Archie di cui si racconta. Ecco, lì mi sono un po' annoiata, troppe pagine piene di nomi e fatti per me non interessanti. Invece ho apprezzato i numerosi riferimenti letterari, cinematografici, musicali che mi hanno incuriosito e anche aperto nuovi orizzonti. 
Insomma, secondo me è un romanzo che - qualora decidiate di leggerlo - va letto senza fretta, ma senza interruzioni, gustando soprattutto lo stile da battitore libero di Paul Auster.
Paul Auster resta uno dei miei scrittori preferiti, ma perdinrindina, meno male che gli altri romanzi sono brevi!

Se l'avete letto, mi piacerebbe conoscere la vostra opinione.

Comunque, viva Paul Auster!



Alla prossima
dalla vostra 



domenica 11 gennaio 2026

Numero 487 - Un ricordo di David Bowie (a cura di Tania Mignani) - 11 Gennaio 2026


Can you hear “us”, Major Tom? *

Dieci anni fa, il 10 gennaio 2016, David Bowie è tornato a risplendere, stella fra le stelle, e ci ha salutato proprio con una stella nera in campo bianco, la copertina del suo ultimo capolavoro “Blackstar”, uscito esattamente due giorni prima, l’8 gennaio 2016, giorno del suo compleanno.
L’uomo che ha fatto dell’arte la sua vita e ha reso la  sua vita arte sublime, con quest’ultimo atto ha concluso il suo passaggio sulla nostra terra. Dipartita annunciata nel video del brano “Lazarus” e scandita dalle parole:

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

Guarda quassù, sono in paradiso
Ho cicatrici che non possono essere viste
Vivo un dramma, non può essere rubato
Ora tutti mi conoscono

No, questa non sarà l’ennesima elegia dedicata a un artista che ho sempre amato; esistono innumerevoli e autorevoli biografie dedicate a Bowie, anche se basterebbe passeggiare nella sua immensa discografia per ripercorrere le tappe della sua vita.

Dieci anni fa, la mattina di lunedì 11 gennaio mi ero resa conto che il mondo, come l’avevo conosciuto, non sarebbe più stato lo stesso. 
Mi ero ritrovata con quella notizia fra le mani, incerta su cosa farne. Senza timore di esagerare, da grande appassionata di musica, posso affermare che avevo perso uno dei riferimenti più importanti.

Moltissimi anni prima sedevo nel soggiorno di casa mia insieme a mia cugina Donatella. Era un mercoledì sera e in televisione trasmettevano uno dei migliori programmi mai passati in RAI: “Odeon, tutto quanto fa spettacolo”. Quella sera andò in onda una lunga intervista a David Bowie, girata nei famosi Hansa Studio di Berlino. Avevo tredici anni e mia cugina quindici, condividevamo una grande passione per la musica, passione che si esternava nell’ascolto dei grandi gruppi rock con qualche concessione ai cantautori. Bowie, fino a quel momento, era stato, nel mio immaginario, una specie di alieno camaleontico, creatura al di là di ogni genere sia musicale che umano. Ma, soprattutto, un artista che aveva prodotto canzoni memorabili, brani che cercavo di registrare dalla radio con metodi rudimentali, melodie che mi facevano sognare di mondi lontani e ultraterreni: “Starman”, “Life on Mars”, “Space Oddity”…


A bocca aperta e occhi sgranati rimanemmo in silenzio a osservare le immagini di un uomo bellissimo, dal viso scavato e serio, capelli corti castani e  un giubbotto di cuoio nero che si aggirava nello studio spoglio e vuoto, fatta eccezione per un pianoforte a coda. Si raccontava con calma e serietà, e noi che lo avevamo conosciuto nei panni della multiforme rockstar Ziggy Stardust, dell’alieno con la famosa saetta disegnata in volto di Aladdin Sane o del decadente e mitteleuropeo Thin White Duke, eravamo al cospetto di un nuovo Bowie dalla bellezza disarmante. Incredule ascoltavamo ogni parola, cercando di assimilarne il contenuto. 
Poi, la musica è partita. Le note di quella che sarebbe diventata una delle colonne sonore della mia vita si diffondevano nello studio. Ed era una musica diversa; tutto era diverso perché tutto stava cambiando e lui, uno dei più grandi del nostro tempo, ne era l’artefice. Quelle note creavano la melodia di “Heroes” e, nonostante siano passati quarantanove anni, ogni volta che sento quel riff inconfondibile io sono ancora là, nel soggiorno di casa mia, davanti a un vecchio televisore in bianco e nero, seduta di fianco a mia cugina che, come me, fissa il video attonita.



Il giorno dopo io e Donatella unimmo i nostri risparmi e l’LP “Heroes” era nostro. La bellissima copertina del vinile, minimalista, in bianco e nero, così innovativa rispetto alla “moda” del momento, mostrava una nuova e iconica immagine di Bowie che non ci avrebbe mai più abbandonato.

Questa mattina, per rendermi meno antipatiche le pulizie di casa, ho scelto la playlist di Bowie e, mentre stonavo a squarciagola chiedendomi se ci fosse vita su Marte (cit.), mi sono resa conto della data odierna. E, no, non mi è bastato condividere l’ennesimo post sui social, ho sentito la necessità di raccontare il “mio” Bowie e spero che queste parole possano soddisfare chi, come me, ha sempre amato questo grande artista e incuriosire chi, per molteplici motivi, non è riuscito ad avvicinarlo.
Non aggiungo altro, vi saluto solo  con le parole  di “Sons of the silent age” (Figli dell’era silenziosa), dall’album Heroes:

They don’t walk,
they just glide in and out of life
They never die,
they just go to sleep one day

Non camminano, scivolano solamente
dentro e fuori la vita
Non muoiono mai,
un giorno si addormenteranno semplicemente

Arrivederci, Starman, continua ad aspettarci nel tuo cielo.


 
(*) citazione dalla canzone Space Oddity: can you hear me, Major Tom?


Grazie, Tania, per averci regalato questo sentito ritratto di David Bowie che tutti abbiamo amato.


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle




sabato 10 gennaio 2026

Numero 486 - Conosciamo meglio Adelia Rossi, concorrente di 800 metri di parole - 10 Gennaio 2026



Buongiorno e buon anno, a voi che state leggendo questo primo numero del blog del 2026.
Oggi conosciamo meglio un'autrice di Edizioni Convalle che partecipa alla gara 800 Metri di Parole (che riprenderà a breve dopo la pausa natalizia): Adelia Rossi.
Ci siamo conosciute diversi anni fa, qualche tempo prima che nascesse la mia casa editrice e ricordo che mi aveva colpito la sua simpatia e la sua vivacità.
Ma leggiamo insieme cosa ha risposto alle mie domande.

Ci conosciamo, cara Adelia, da tanti anni, prima ancora che nascesse Edizioni Convalle. Tra l’altro – piccola curiosità – sei nata il 2 Febbraio, come la mia casa editrice: caso o destino?
Buongiorno Stefania. Innanzitutto grazie per questa intervista che mi permette di mettere in luce alcuni lati del mio carattere, ad alcuni ancora sconosciuti.
Davvero tanti anni che ci conosciamo, e di questo percorso ringrazio con gratitudine Edizioni Convalle, ma tornando alla prima domanda, eccomi.
Sono più propensa a credere nel destino, in qualcosa di guidato da forze esterne, più  che nella casualità. Sicché, sì, dico destino.
 
La prima opera che hai pubblicato con Edizioni Convalle è stata la silloge “Luci e Ombre”. Raccontaci quali sono le tue Luci e le tue Ombre.
"Luci e Ombre", che magico ricordo!
Ecco, se penso alla mia vita, la vedo attraversata da grandi fasce di luce, laddove le ombre trovano il giusto spazio che mi permette di fermarmi a riflettere.
Sono caratterialmente una persona positiva sempre propensa a credere in un nuovo giorno. Le ombre che più  mi fanno stare male non sono i dolori, che di certo non sono mancati, da quelli si esce più  forti, anche se provati.
L'ombra che più  mi ha messo duramente alla prova e continua a farlo è l'ignoranza umana che cerco di combattere ogni giorno mettendo sempre in discussione me stessa, per meglio poter essere un esempio.

Tu sei una donna che sperimenta vari spazi dell’arte: la poesia, il teatro, la prosa. Quale di questi ti rappresenta di più?
Senza dubbio alcuno, la poesia.
La sua immediatezza è per me una cura per anima e corpo. Una terapia non farmacologica, appunto.
 
In un mondo molto social, soprattutto negli ultimi anni, come vivi questa esposizione personale che questa pratica propone?
La vivo benissimo, perché ho ben chiara la mia posizione a tal riguardo. Non mi lascio influenzare se non per trarre beneficio dalle cose che possono aiutarmi a crescere. Chiaro che come in tutte le cose sei tu alla fine a scegliere e decidere. Nulla possono gli altri se hai ben presente ciò che vuoi.
È solo uno specchio dove riflettere, non rifletterti...
 
Tu hai vissuto a Milano tanti anni e poi sei tornata a Bordano, alle tue origini. Raccontaci com’è essere per metà lombarda e per metà friulana. È un elemento che troviamo nei tuoi scritti?
Questa è una domanda difficile che mette in bilico le mie emozioni.
Non tornerei a Milano, questo è  certo, ma non per il legame che mi unisce alla mia terra, che comunque è forte, ma per quella complessità  di fattori che sono: la bellezza di una natura incontaminata, ritmi lenti che rendono più  autentici i rapporti umani e tanto altro ancora che qui non c'è tempo e spazio per poterli elencare tutti. Chiaro che, come in ogni cosa, c'è anche un prezzo da pagare. Avere vissuto cinquanta e passa anni in Lombardia significa anche aver lasciato e portato dietro tracce indelebili. Le più  importanti le amicizie con cui ho condiviso momenti importanti della mia vita. Qui mi fermo perché mi viene da piangere. Gli anni mi hanno reso fragile dinanzi alle emozioni. Comunque, qui in Friuli possono venire a trovarmi quando vogliono. La mia porta è, non aperta, ma spalancata. Una finestra sul mondo, la definisco sempre.
E tu lo sai, cara Stefania.
(come dimenticare quella vacanza a Bordano, 
posti e luoghi magnifici, cara Adelia)

So che sei amante degli animali, soprattutto di gatti. Sono diventati personaggi che troviamo nelle tue poesie e nella tua prosa?
Sì, gli animali fanno parte della mia vita e li trovi spesso anche nelle mie opere. Per me sono pari alle persone e, anche se ho ben chiara la scala dei valori, non nego che a volte, e non di raro, occupano il primo posto.
Amo tutti gli animali e, come tu accenni, ho una predilezione per i gatti e felini in genere. Forse perché anch'io, come loro, sono uno spirito libero, allergica a ogni forma di ingabbiamento.

È appena cominciato il 2026, cosa ti auguri – per te stessa – per questo nuovo anno?
Ed eccoci arrivati alla fine di questa bella, ma soprattutto interessante intervista. Nel ringraziarti ancora, cara editrice, spero innanzitutto di poter continuare questo percorso che oramai ci lega da tantissimi anni, con gioia e continua crescita.
L'augurio che mi faccio in primis è quello di non perdere la mia morale. In parole più semplici, di restare me stessa e di non tradire mai i miei ideali. Tutto il resto viene da sé, consapevole di essere l'artefice di ogni scelta futura, ma poiché, come già  detto, credo nel destino, lascio a  lui  l'ultima carta. Spero solo che mi prenda a braccetto e mi sostenga in caso di cadute, ad attraversare questo percorso, che spero ancora lungo, chiamato VITA.

Grazie, Adelia, per questa bella intervista e per la saggezza delle tue parole.

Biografia Adelia Rossi
Adelia Rossi nasce a Gemona del Friuli il 2 febbraio 1949. Giovanissima, si trasferisce a Milano. La lotta per i diritti in genere e quelli della donna in particolare, la vedono sempre in prima linea. Partecipa a vari concorsi piazzandosi spesso tra i primi posti e ottenendo varie note di merito. Oltre alla poesia, ama confrontarsi con la narrativa. 
Sempre in fermento, alterna questa sua passione a quella del teatro e non disdegna nemmeno il cabaret che la vede spesso in scena da protagonista. 
Nutre un forte sentimento verso tutti gli animali, ma sono i felini che riempiono la sua esistenza. Da qualche anno è tornata a vivere a Bordano in Friuli, sua terra natia. 
Ha pubblicato con Edizioni Convalle due romanzi "Nonna, mi spazzoli i capelli?" e "Natalì", oltre a tre sillogi poetiche.
https://edizioniconvalle.com/product/25219778/luci-e-ombre978-88-85434-30-1


https://edizioniconvalle.com/product/25219823/nonna-mi-spazzoli-i-capelli-



https://edizioniconvalle.com/product/25219847/come-petali-di-un-fiore

 

https://edizioniconvalle.com/product/26259200/battito-dopo-battito



https://edizioniconvalle.com/product/31802004/natali


Non mi resta che salutarvi e darvi appuntamento al prossimo numero.



Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle

sabato 20 dicembre 2025

Numero 485 - Aspettando il Natale... Per voi un racconto di Cesare Sordi, "Il gatto dai baffi di Luna" - 20 Dicembre 2025


 

Aspettando il Natale... Un bel racconto per voi scritto da Cesare Sordi, poeta e autore di prosa al lavoro per Edizioni Convalle ;-)

Buona lettura!


Il gatto dai baffi di luna

 

Sui tetti di un piccolo paese addormentato, dove le case sembravano addossate per scaldarsi, viveva un gattino diverso da tutti gli altri.
Si chiamava Gigi ed era nato senza baffi.
Gli altri gatti del paese lo prendevano in giro e lui, per non sentirsi ferito, passava le notti a camminare da solo sulle tegole fredde.
Finché una notte la Luna — che lo osservava da tempo — decise di parlargli e, commossa dalla sua tristezza, gli donò due lunghi baffi di luce, splendenti come stelle filanti.
Da quel momento Gigi non fu più il gatto senza baffi.
Era il gatto dai baffi di Luna.
Era arrivato il Natale e, nella magica notte della vigilia, mentre Gigi esplorava il paese con i suoi nuovi baffi luminosi, qualcuno lo vide. 
Si chiamava Tommaso, aveva otto anni ed era emozionato per l’attesa. Ogni tanto si svegliava e si sedeva sul davanzale della finestra, guardando fuori.
Quella notte, però, vide qualcosa che non aveva mai visto prima: una piccola scia di luce che si muoveva sui tetti.
«Che cos’è…?» mormorò, strofinandosi gli occhi.
La scia si avvicinò, saltando da una tegola all’altra, finché non si fermò proprio davanti alla sua finestra.
E lì, illuminato dalla Luna, apparve Gigi.
Tommaso rimase senza fiato.
«Un gatto… che brilla!»
Gigi inclinò la testa, curioso.
Non era abituato agli umani, ma quel bambino aveva occhi gentili, non gli ricordavano affatto quelli dei gatti che lo deridevano.
«Ciao» disse Tommaso piano, come si parla a un sogno per non farlo scappare.
«Da dove vieni? E cosa fai qui nella notte di Natale?»
Il gattino non rispose — i gatti parlano solo con la Luna — ma si avvicinò, poggiando le zampette sul davanzale.
Tommaso allungò una mano, esitante, e sfiorò i baffi luminosi.
Erano caldi. Caldi come una carezza.
«Sei bellissimo» sussurrò. E anche la Luna sembrò sorridere da lontano.
Gigi fece un piccolo miagolio, quasi un ringraziamento.
Per la prima volta, qualcuno lo guardava senza giudicarlo, senza ridere, senza chiedersi cosa gli mancasse.
Quel bambino vedeva con stupore ciò che il gatto aveva: la luce che gli aveva portato il Natale.
Da quella notte Tommaso e Gigi divennero inseparabili.
Ogni sera, quando il paese si addormentava, Tommaso apriva piano la finestra e Gigi saltava dentro, portando con sé i raggi di Luna.
Tommaso gli raccontava della scuola, dei compiti, delle sue paure e Gigi ascoltava, accucciato sulle sue ginocchia. I suoi baffi illuminavano la stanza come due piccole lampade magiche.
Era un segreto solo loro.
Un segreto fatto di fiducia, silenzi e luce.
E la Luna, da lassù, brillava un po’ di più.
 
 
Complimenti a Cesare Sordi 
per questo delicato e tenero racconto.


Alla prossima
dalla Vostra 
Stefania Convalle