venerdì 20 febbraio 2026

Numero 494 - Ultima tappa del sfida letteraria: 800 Metri di Parole - 20 Febbraio 2026


 fotografia di August Sander - artista



Siamo arrivati all'ultima tappa di questa sfida letteraria che ha appassionato tanti lettori, con grande soddisfazione da parte mia essendo un'idea nata in una qualsiasi domenica mentre mi occupavo di altro. 
Una competizione sana e simpatica di scrittura dove alcuni autori di Edizioni Convalle hanno condiviso una comune passione. 

Vi ricordo come si vota:

Dovrete esprimere TRE preferenze scrivendo una motivazione per ogni voto. 
Il voto è segreto e dovrete inviare una mail a steficonvalle@gmail.com con la vostra votazione, ENTRO mercoledì 25 Febbraio 2026, ore 20:00.

Ricordo che anche i concorrenti possono votare, perché il voto è anonimo, i racconti sono anonimi, quindi nessuno influenza nessuno.

In quest'ultima votazione si aggiungerà anche un bonus da 8 a 1 (a scalare), un voto tecnico, che assegnerò a ogni racconto e che si andrà a sommare con il punteggio finale.

I racconti che andrete a leggere qui di seguito sono a voi presentati in forma anonima e mi raccomando, come sempre, di non chiedere agli autori - se sono vostri amici e/o parenti - la paternità del loro testo, perché gli autori hanno il divieto assoluto di dirlo. Il gioco è bello se fatto con lo spirito giusto. 
Non resta altro che leggere gli 8 racconti e goderceli 💓.


RACCONTO UNO
Le ultime note


Sono preoccupato. È tutto il pomeriggio che suoniamo, avrò sbagliato dieci note e ogni volta è un colpo secco allo stomaco.
Io e Franz siamo suonatori di strada, la musica è il nostro mestiere, eppure oggi non ci consola, non ci scalda. Sembra voglia offuscare un presagio di malasorte.
Alcuni passanti filano via rapidi, ci guardano con sorpresa o biasimo, come se fossimo gli unici ignari di un avvenire tragico. Forse è questa la sensazione che mi porto dentro, il grigio della città risulta un vuoto che si riempirà di una catastrofe. Si parla della guerra, e pare sia l'unica parola esistente. La nostra musica sembra essere l'ultimo respiro prima della fine.
Siamo poveri, ho tre bocche da sfamare, mia moglie mi aiuta come può. Franz, invece, vuole costruirsi la famiglia da questa stessa notte. Lo aiuterò nel suo intento. L'ho visto piangere mentre studiavamo nei dettagli il modo di portare via Sophie dalla sua villa. Lui è accecato dall'amore e dalla rabbia di non essere accettato dalla famiglia della ragazza. Ma loro si amano e farebbero di tutto per stare insieme.
Abbiamo deciso che l'ultimo brano, l'inno nazionale, sarà quello che darà il via all'operazione più ardua.
Ho cercato di dissuadere il mio amico dall'impresa, potremmo definirci dei ladri incapaci. Ma lei dice di amarlo e di preferire una vita in povertà con Franz piuttosto che una vita agevolata ma triste. Lui ha fiducia, e nella sua mente non c'è spazio per la sconfitta.
Il tramonto sarà il nostro segnale. Pedaleremo con gli strumenti in spalla fino alla villa. Aspetteremo nell'oscurità che Sophie esca in giardino, nascosti tra il groviglio di rampicanti. Dovremo muoverci in silenzio per non attirare i cani da guardia. L'aiuteremo a scavalcare il muro, poi, con la ragazza seduta sul manubrio della bicicletta di Franz, pedaleremo fino a casa mia, tagliando la campagna come fuggiaschi. Dovremo pedalare per tutta la notte. E la notte è molto lunga.
Ho paura che sarà anche l'ultima per tutti.
I pensieri cupi muovono le dita su tasti inesistenti, mi viene da piangere.
Alcuni bambini vestiti di stracci si fermano ad ascoltare, sorridono con quelle bocche affamate e sdentate, incantati dalla musica del mio organetto, oppure imitano il violino di Franz. Anche loro diventano musicisti per un momento. Sanno trasformare la fame in fantasia, la musica in speranza. Anche la giovane affacciata alla finestra sopra di noi sorride divertita. Tutti loro non sanno però che la guerra arriverà come una tempesta a spegnere le speranze e riempirgli lo stomaco di piombo. Sorrido con amarezza.
Attacchiamo l'inno nazionale.
Il mio cuore batte al ritmo di un tamburo impazzito. Anche Franz suona con tale furia che non avevo mai visto in lui.
Ho l'impressione che tutto stia per crollare.
Il grido di un uomo irrompe nell'aria: Siamo in guerra! Siamo in guerra! Cosa fate qui?
Godiamoci queste ultime note, amico mio. Poi andremo a prendere la tua amata, e qualunque cosa ci sia oltre questa notte, la affronteremo pedalando nel buio.


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RACCONTO DUE
Musica in cortile


Durante il giro in corsia per somministrare i medicinali, l'infermiera sentì provenire dall'ultimo letto un fischiettare incerto. Scuotendo la testa, si avvicinò al paziente per indurlo al silenzio.
«Scommetto che con un sorriso sarebbe bellissima. Le regalo una canzone se me ne fa uno.»
Ti regalo una canzone, se sorridi. Soltanto un uomo poteva parlarle così, senza che lei si voltasse sdegnosa; un uomo che era stato parte della sua fanciullezza.
«Ma tu sei Hans, l'uomo che suonava la concertina nel mio cortile. Ti ricordi di me? Sono Ilse, ascoltavo sempre dalla finestra.»
Hans non rispose subito. Erano stati tanti i cortili in cui era andato a suonare, tutti uguali. Erano posti sul retro di costruzioni popolari che si alzavano su più piani, con le finestre al piano terra protette da inferriate robuste. Caseggiati tristi, visti dalla strada, unica nota di colore i mattoni rossi. Qualcuno era addirittura una vecchia fabbrica convertita ad abitazione per operai senza lavoro, ma con un numero cospicuo di figli.
Quando fu impossibile suonare per strada senza che le guardie chiedessero i permessi, permessi che costavano più di quanto si riuscisse a incassare, la scelta fu quella di esibirsi in quel piccolo mondo fatto di povere cose. In un angolo c'era quasi sempre del carbone, ammucchiato come una notte che non finiva mai. Nell'altro, botti di cavolo cappuccio a fermentare, un odore acre che annunciava l'inverno prima ancora del gelo.
Per non deludere la donna le disse che si ricordava.
«E l'altro, il giovanotto che suonava il violino, che fine ha fatto?»
L'uomo stava per rispondere, quando un ammalato reclamò l'attenzione dell'infermiera.
«Ripasso dopo, cerca di riposare.»
Hans tolse gli occhiali e chiuse gli occhi. Richiamò alla memoria la postura del figlio mentre suonava, il violino sotto il mento e l'archetto nella mano nervosa. Era bravo, si esibiva nei locali alla moda con il suo gruppo e guadagnava bene. Poi le cose erano cambiate, ai musicisti era stato vietato di suonare jazz e swing o qualsiasi melodia americana.
Anche fare musica nei cortili era diventato difficile. Un giorno erano venuti due uomini a parlare con il portinaio, uno aveva gli stivali alti e lucidi.
Hans aveva abbassato lo sguardo.
«Hai visto?» aveva detto il figlio. «Non è più come prima. Non è solo questione di soldi.»
«È sempre stata questione di soldi.»
«No. Adesso ti chiedono chi sei, cosa suoni, se sei iscritto al partito. Un amico dice che in Argentina cercano musicisti, che almeno lì uno suona e basta.»
«E tu ci credi?»
«Credo che qui ci sia poca speranza, e non solo per la musica. Sabato m'imbarco.»
Suo figlio aveva avuto ragione a partire, aveva l'età giusta per farlo. Gli aveva spezzato il cuore, è vero, ma almeno aveva evitato di vedere cosa era diventato il suo paese prima della guerra, e cosa ne era rimasto dopo.
Quando Ilse ritornò, lo trovò addormentato. Tra le mani stringeva una cartolina col timbro postale argentino e poche parole. Suoneremo ancora insieme.


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RACCONTO TRE
I musicanti


La melodia saliva  lenta tra i palazzi e le vetrine ancora spoglie di Friedrichstrasse, a tratti soffocata dallo sferragliare dei tram. Era una musica dolce e nostalgica che i passanti distratti notavano a malapena.
Gregory suonava il violino con insospettata maestria mentre Alexander lo accompagnava con la fisarmonica. Ogni giorno li trovavi al solito posto, sotto le finestre di un grande palazzo. Parlavano un tedesco impeccabile ma si intuiva che fossero stranieri, dalla postura e dal modo di inchinarsi per ringraziare quando le monetine tintinnanti venivano  lanciate nel piattino ai loro piedi.
Di certo nessuno poteva pensare che, un tempo, Alexander era stato il Principe Voronov. Aveva camminato nei saloni  del Palazzo d'Inverno, era stato ricevuto dalla Zar, aveva brindato sotto i scintillanti lampadari di cristallo a Mosca e San Pietroburgo. Poi era arrivata la Rivoluzione e i bolscevichi che avevano spazzato via il loro mondo dorato. La fuga era l'unica possibilità di sopravvivere, Alexander e suo figlio ce l’avevano fatta, il resto della famiglia no.
Ora vivevano in due stanze alla periferia di Berlino. Muri scrostati che sembravano impregnati dall'odore di cavolo bollito e carbone umido che regnava sovrano nello stabile, una stufa che tossiva fumo senza riscaldare in inverno, finestre inutilmente spalancate contro l'afa in estate.
Di giorno suonavano per strada, di sera servivano ai tavoli di un ristorante elegante in centro, il Kronprinzen, frequentato da nobili, industriali e ufficiali.
E proprio lì,  un giorno, era comparso il conte Rostov.
Era entrato una sera, con un cappotto di cammello e un bastone d'avorio. I baffi sottili erano identici a come se li ricordavano Alexander e suo figlio. Si erano fissati per un istante che era sembrato eterno.
«Vostra Altezza» aveva sussurrato Rostov in russo, con un sorriso sornione e ironico.
Dopo il turno di lavoro si erano ritrovati in un angolo appartato  del ristorante.  Rostov aveva parlato di affari a Parigi e Londra. Avevano ricordato i balli, le battute di caccia nella neve, le cene con lo Zar. Per un istante, il ristorante era scomparso ed erano  tornate le sale dorate e i palazzi sontuosi.
«Non potete andare avanti così» aveva detto infine Rostov, guardando le mani screpolate di Alexander. « Vi presterò una somma adeguata al vostro rango. Potreste ricominciare e sarebbe un nuovo inizio. Pensateci. Vi aspetterò qui, domani sera.»
Ci avevano pensato tutta la notte e il giorno dopo ancora. Certo, la prospettiva di smettere di suonare per strada e di servire clienti arroganti era allettante, ma ricordavano benissimo  che, ai tempi dorati di Mosca, Rostov  aveva fama di usuraio: prestiti facili e favori che diventavano catene difficili da spezzare.
E quella sera Alexander aveva detto no. Lo aveva scandito guardando Rostov negli occhi, a testa alta mentre Gregory gli stringeva forte il braccio.

In Friedrichstrasse, una melodia dolce e struggente si diffonde nell'aria, i due uomini che la suonano hanno perso tutto ma non la loro dignità. 

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RACCONTO QUATTRO
Un mattino a Berlino


Il mattino aveva l'odore umido dei mattoni e del carbone. La corte interna era stretta, chiusa tra muri rossi anneriti dal fumo delle fabbriche, e il selciato conservava ancora la pioggia della notte. Dalle finestre con le inferriate scendevano voci, stoviglie che cozzavano, un bambino che piangeva.
Jakob accordò il violino con gesti rapidi, esperti. Il suo cappotto era liso ai polsi, ma le scarpe lucide come per una festa. Accanto a lui, seduto su una cassa di legno, il signor Adler sistemava il mantice del bandoneon con la cura di chi maneggia qualcosa di vivo. Portava un cappello di paglia chiara, fuori stagione, e un paio di occhiali sottili che gli scivolavano sul naso.
Avevano scelto quell'angolo di Berlino perché il cortile faceva da cassa armonica: il suono rimbalzava tra i muri e saliva fino ai piani alti, entrando nelle cucine e nelle stanze dove le donne rammendavano e gli uomini si preparavano per la fabbrica.
Jakob attaccò una melodia popolare, una di quelle che si cantavano nelle osterie lungo la Sprea. Il violino era sottile e malinconico, ma quando Adler entrò con il bandoneon, la musica si fece più piena, più calda. Il mantice si apriva e si chiudeva come un respiro affannoso, e pareva che l'intero edificio respirasse con lui.
Alla finestra del primo piano si affacciò una giovane donna con i capelli raccolti in fretta. Restò immobile, con le mani appoggiate al davanzale. Non sorrideva, ma i suoi occhi seguivano ogni movimento dell'archetto.
«Questa la dedichiamo a chi guarda senza parlare» mormorò Adler, senza smettere di suonare.
Jakob cambiò tono, scivolò in un valzer lento, quasi timido. Nel cortile comparvero due bambini scalzi che iniziarono a girare su sé stessi, ridendo. Una porta si aprì, poi un'altra. Qualcuno gettò una moneta che tintinnò sul selciato.
Era il 1912, e la città cresceva in fretta, troppo in fretta. I cantieri mangiavano il cielo e gli uomini sembravano sempre di corsa. Ma in quel cortile il tempo si era fermato. La musica cuciva insieme le crepe dei muri, faceva dimenticare il fumo, la fatica, il rumore delle macchine.
Quando l'ultimo accordo si spense, restò un silenzio denso, come dopo una preghiera. La donna alla finestra batté piano le mani, una sola volta, poi scomparve nell'ombra della stanza.
Adler raccolse le monete e le infilò con cura nella tasca interna della giacca.
«Non è molto» disse.
Jakob guardò in alto, verso quella finestra ormai vuota.
«È abbastanza» rispose.
Si incamminarono lungo il vicolo, con gli strumenti stretti al petto. Dietro di loro, tra i mattoni umidi e le inferriate fredde, rimase l'eco di una mattina in cui la città aveva ascoltato il proprio cuore battere.

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RACCONTO CINQUE
Casa di moda da Bice


Edmondo Cortesi, incespicando con i suoi lunghi piedi, si affrettò a uscire dalla sartoria di famiglia. L'incarico di cui era stato investito era delicato e importante al tempo stesso, avrebbe dovuto consegnare al notaio De Magistris l'elegante abito che il padre aveva terminato di confezionare.
Reggendo l'involucro di carta velina con il braccio per evitare che toccasse il marciapiede, camminava con attenzione, il padre non gli avrebbe mai perdonato un eventuale danno al prezioso abito.
Nei pressi dell'abitazione del notaio fu distratto da una musica proveniente dal lato opposto della strada. Due musicisti intrattenevano i passanti al suono di un valzer alla moda. Edmondo non riuscì a resistere e, stringendo a sé l’abito del notaio, cominciò a volteggiare sul marciapiede, sognando di trovarsi in un'immensa sala da ballo con una dama tra le braccia.
Una risata lo fece ripiombare con i piedi per terra, alzò lo sguardo e vide una ragazza alla finestra che si prendeva gioco di lui. Una servetta, probabilmente, perché una signorina non si sarebbe mai azzardata a comportarsi con tale indecenza. Dall'imbarazzo si scontrò con uno dei lampioni a petrolio che il municipio aveva, da poco, installato nei pressi delle dimore più importanti della città. La risata della ragazza si fece ancora più vivace, contagiando persino i due musici di strada. Edmondo Cortesi arrossì e, chinato il capo e risistemato in maniera adeguata l'abito del notaio, si allontanò dalla scena svoltando l'angolo.
Bussò con il pesante battacchio in ottone sull'imponente porta in legno massiccio e, quando questa si aprì, la sorpresa lasciò presto posto alla vergogna. Davanti a lui vi era la ragazza che, pochi istanti prima, rideva alla finestra. E non era una semplice servetta, ma la figlia del notaio, la bellissima signorina Berenice de Magistris, contesa da tutti i più importanti salotti nobiliari della città. Nessuno seppe mai con precisione cosa successe nei momenti successivi a quell'inusuale incontro. Il fatto è che, nemmeno un anno più tardi, Berenice e Edmondo convolarono a nozze scatenando le ire del notaio il quale,  per la bellissima figlia, sognava un matrimonio di ben più alto lignaggio.

Edmondo e Berenice, divenuta per tutti Bice, erano i miei bisnonni e hanno condotto la sartoria per molti anni, lui affinando la già alta abilità del padre, lei tenendo le briglie dell'attività con il piglio di un'imprenditrice del tutto impensabile per l'epoca.
Io ho ereditato la sartoria rinominata, dopo la morte del padre di Edmondo, "Casa di Moda da Bice", oltre al nome d'altri tempi della bisnonna.
Anni fa, da un rigattiere, mi sono imbattuta in una vecchia fotografia color seppia. Due musicisti, agli inizi del 1900, intrattengono i passanti mentre una ragazza ride a una finestra. Mi piace credere che il fotografato abbia immortalato il primo incontro di Edmondo e Bice, il momento in cui, da una risata irriverente,  nacque il grande amore che li unì per tutta la loro lunga vita.

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RACCONTO SEI
I musicanti di Varsavia


Siamo nati, io e David, a Varsavia nel vecchio rione di Stare Miasto. Insieme abbiamo studiato musica; nel 1934 siamo scesi in Italia per allontanarci dalla Germania dopo la salita al potere del Nazionalsocialismo. L'Italia ci piaceva per la cultura e l'ospitalità latina. Ci siamo stabiliti a Milano dove abbiamo ottenuto scritture per esibizioni e varietà. Per buona parte delle altre giornate eravamo musicanti di strada. Prendevamo posto sotto i muri del manicomio in Via Ippocrate; la gente si fermava ad ascoltare e non lesinava qualche soldo. Persino i matti dell'ospizio si affacciavano alle inferriate, la musica dava loro sollievo. Diversi anni passarono con pochi problemi, ci mancavano solo gli affetti famigliari, ma la nostra amicizia ci aiutava a sperare nell'avvenire. Un nebbioso mattino del Febbraio 1943, mentre suonavamo un Rondò alla Polacca, si presentò un gruppo di squadristi in camicia nera, fu un attimo di terrore. Ci strapparono di mano gli strumenti.
«Ebrei, dovete andarvene, non siete graditi qui.»
Continuammo, tuttavia, a suonare. Poi David, turbato per l'aggressione subita, cominciò a sentirsi male, urlava che vedeva degli orribili mostri che strisciavano intorno minacciosi. Finché in preda a una incontenibile angoscia non trovò altra soluzione che ferirsi picchiando la testa contro il muro del manicomio.
Accorsero degli infermieri e ci presero in consegna entrambi. David venne immediatamente destinato al ricovero coatto, spogliato dei propri abiti e dagli oggetti personali, gli assegnarono una divisa d'internato. Io rimasi come paziente in osservazione. Non rividi più il mio amico, il giorno dopo mi chiamò il Direttore della struttura.
«Signor Jan Edelmann, il suo compagno musicista David Buzym è affetto da una forma grave di schizofrenia paranoide, quindi in base alle sue condizioni, lo posso trattenere per le cure necessarie. Lei, sono costretto a farla uscire e per le leggi vigenti la devo consegnare al servizio d'ordine. Buona fortuna.»
Arrivarono due agenti della milizia, dissero che dovevano portarmi al servizio di sicurezza. Un attimo d'attesa e un militare tedesco mi chiese in uno stentato italiano, nome, età, nazionalità e che cosa facessi. Sul modulo che compilava, alla fine mise un timbro ben visibile: Jude.
Se ne andò senza dire altro. Giunsero altri due militari, sulla divisa spiccavano i simboli runici delle SS. Arrivammo alla stazione centrale. Mi scortarono fino al binario 21. Una lunga fila di persone era in attesa. Giunse il convoglio e tutti salimmo. Il campo di prigionia era Mauthausen. Iniziò una sofferenza di resistenza fisica e spirituale: ero riuscito a salvare il mio violino, paradossalmente la musica era presente, spesso suonavo per mantenere il ritmo di lavoro o l'ordine fra i forzati. Gli stessi ufficiali nazisti erano amanti della musica classica e questo mi salvò la vita. 
Il 5 Maggio 1945 arrivò la Divisione Corazzata Americana, ero libero. Tornai a Milano e raggiunsi l'ospedale psichiatrico. Un medico del personale cercò in un fascicolo: Il paziente David Buzym è deceduto il 28 Aprile 1944 per ictus emorragico. È sepolto al cimitero ebraico.
Dopo pochi giorni, presi il treno per Varsavia.

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RACCONTO SETTE
Affacciata al mondo


La finestra dava sul cortile interno, dove i mattoni trattenevano l'odore del carbone e delle cucine accese presto. Aveva appena finito di scuotere la tovaglia, e una nuvola di briciole era caduta tra le risate dei bambini che correvano sotto.
«Ehi, Mary, oggi niente scuola?» aveva gridato a una vicina del piano di fronte, prima di appoggiarsi al davanzale con i gomiti nudi e i capelli perfettamente pettinati, come l'etichetta imponeva.
La strada, o quel pezzo di cortile che della strada aveva il respiro, non era uno spettacolo: era casa.
I due uomini arrivarono senza annunciarsi. Il più giovane tirò fuori il violino da una custodia consumata; l'altro si sedette su uno sgabello basso e sistemò il suo strumento sulle ginocchia. Qualcuno li riconobbe, una donna al pianterreno fece un cenno con il mento. 
«Sono tornati» disse. 
Lei non si mosse. Li osservava con la stessa attenzione con cui guardava il fornaio impastare o il lattaio discutere sul prezzo.
Quando il violino attaccò la prima nota, sottile e un poco ruvida, lei arricciò il naso, poi sorrise. La fisarmonica si apriva e si chiudeva come un petto che respira in fretta. Tenere il ritmo le venne naturale: il piede batteva piano contro il muro.
A un certo punto il violinista sbagliò un passaggio. Una nota scivolò via storta. Lei scoppiò a ridere, senza cattiveria. L'uomo alzò lo sguardo verso le finestre, forse per cercare la causa di quella risata, e per un istante i loro occhi si incrociarono. Non c'era timidezza in lei. Sostenne quello sguardo come si sostiene una battuta. Lui non sorrise, ma aggiustò l'arco e riprese da capo, più deciso.
Le piaceva il modo in cui occupavano lo spazio. Non chiedevano permesso: si piantavano al centro del cortile e suonavano, come se quel quadrato di pietra appartenesse anche a loro. E in fondo era così: era di chi lo attraversava, di chi lo riempiva di voce. Lei si rese conto che faceva lo stesso, ogni volta che si affacciava e parlava ad alta voce, che rispondeva agli uomini senza abbassare il capo, che rideva quando c'era da ridere.
Sotto, un uomo appoggiato al muro la fissava con giudicante insistenza. Lo ignorò, tornando a guardare i musicisti.
«Rientra» la richiamò la madre dall'interno. «Non attirare così l'attenzione su di te.»
Lei non obbedì subito, rimase dov'era.
La melodia cambiò, diventò più allegra. Un bambino iniziò a battere le mani fuori tempo. Lei lo seguì, marcando il ritmo più forte, finché altri si unirono. Per qualche minuto il cortile sembrò allargarsi.
Quando la musica finì, il silenzio non fu vuoto. Lei batté le mani per ultima, due colpi secchi, e si sporse ancora un poco. «Tornate domani» urlò, senza sapere se l'avessero sentita.
Poi rientrò, la giornata l'aspettava e la strada sarebbe rimasta lì, pronta a riempirsi di nuovo. Si diresse verso la madre tenendo ancora il ritmo.

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RACCONTO OTTO
Correva l'anno milleottocentosettanta


Anche quel giorno, come ogni domenica, abbigliati in modo sobrio: giacca, pantaloni e panciotto, Lionel e Vincenzo con i loro strumenti musicali ben assicurati dentro una custodia messa a tracolla, s'incamminarono lungo la via che conduceva alla piazza di Cover Garden, famosa per il suo mercato centrale, dove le persone si recavano in particolare per comperare  frutta e verdura e quando avanzava qualche spicciolo, anche un bel mazzo di fiori, così da rendere  il tutto più bello e profumato. Ma ciò che faceva fluire più gente in quel giorno di festa, erano loro: Lionel e Vincenzo. Due noti artisti di strada che con la loro musica rallegravano e miglioravano l'umore, oltre che a invogliare gli acquisti con grande soddisfazione di venditori e acquirenti. Insomma, diciamo che si spendeva senza troppo rammarico, paghi del bel vedere e ben stare. 
Lionel proveniva da  Liverpool, grande città affacciata sul mare d'Irlanda. Vincenzo invece, apparteneva a una famiglia immigrata dal  sud Italia, precisamente da Bari che proprio in quel periodo si trovava a vivere la trasformazione con la rinascita di una "Bari nuova" accanto a quella vecchia. Ogni tanto, quando il cugino gli faceva pervenire notizie della sua bellissima città, Vincenzo sentiva la nostalgia stringergli la gola. Allora gli bastava prendere il suo violino e come per magia le note della musica: "Il canto degli italiani" gli scioglievano quel nodo che gli bloccava il respiro.  
A unire i due amici era stata la grande  passione per la musica. Si erano conosciuti in una vecchia bottega del caffè, luogo comunemente frequentato da un pubblico vario, in particolare intellettuali e artisti di ogni genere. Così si erano trovati, quasi per gioco a confondere le due combinazioni musicali: violino e fisarmonica. Un mix di melodia  e ritmo. Bastò poco a entrambi per capire che da quell'incontro poteva nascere qualcosa di diverso,  "un dipinto inedito della musica".
Fu così che quel giorno festivo  venne arricchito  da questa nuova forma d’arte che i due amici denominarono: "Domenica in love".

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Ecco qua, gli ultimi otto racconti ci sono tutti.
Adesso tocca a voi, cari lettori, leggere e votare come indicato all'inizio di questo numero del Blog.

In bocca al lupo a tutti i concorrenti per questi ultimi 100 metri!


Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle

 





lunedì 16 febbraio 2026

Numero 493 - Conosciamo meglio Silvana Da Roit, concorrente di 800 Metri di Parole - 16 Febbraio 2026


 

In questi anni della nostra conoscenza ho "scoperto" poco a poco Silvana Da Roit. Qualche anno fa aveva iniziato a frequentare il mio laboratorio di scrittura e si vedeva già il suo talento, ma poi quando mi aveva dato da leggere il romanzo "I tunnel di Oxilla" ho avuto la conferma che lei era già una scrittrice, si vedeva chiaramente da come scriveva. Tant'è vero che le avevo detto: "Ma perché fai il laboratorio? Non ne hai bisogno!".
Ma facciamoci raccontare da lei le varie fasi del suo cammino.
 
Cara Silvana, sei pronta per raccontarci tutto, ma proprio tutto? Tu sei estremamente riservata, fai finta che nessuno ci legga e parti da quando è iniziata la tua passione con la scrittura: come e quando?
 
Questa passione, al contrario di tante persone che dicono di scrivere da sempre, è nata in epoca recente e in modo fortuito. Io e mio marito siamo appassionati di storia locale e anni fa abbiamo aperto un sito che tratta la storia della valle Ossola. Notando la mia tendenza a raccontare qualcosa che andava oltre i fatti storici, lui stesso mi ha proposto di romanzare, utilizzando il materiale che avevamo raccolto, le vicende dei passaggi sotterranei della nostra città. 
Mentre scrivevo scoprivo il piacere della scrittura, ma nello stesso tempo mi rendevo conto di alcune criticità, della mancanza di tecnica. Così nel 2019 mi sono iscritta al Laboratorio di scrittura creativa di Stefania Convalle. Ricordo ancora la prima lezione, l'emozione profonda che sentivo nell'ascoltare le sue parole. Dopo anni mi ritrovo ancora nel laboratorio, non ci rinuncerei per nulla al mondo.
 
In questi anni sei cresciuta sempre di più, affermando il tuo stile e pubblicando ben cinque romanzi, che sono stati tutti apprezzati dai lettori e dagli addetti ai lavori. Il tuo ultimo romanzo s'intitola "Spacco tutto", detto in senso buono: è questo atteggiamento determinato e grintoso che ti guida?
 
In ogni persona convivono più aspetti, ognuno fa da contrappeso all'altro. Io sono paziente, riflessiva, reattiva come un cammello nella sua pacifica indolenza. Guai se non fossi anche determinata e grintosa, capace di rivoluzionarmi, organizzarmi nel lavoro. E per lavoro intendo anche quello della scrittura. Insomma, il mio dire Spacco tutto è un trasformare senza distruggere.
 
Tu vivi a Domodossola, vicino alle montagne. 
Come si vive in Val D’Ossola e com'è la situazione dal punto di vista culturale? Insomma: raccontaci le tue disavventure letterarie.
 
Le montagne ti educano alla misura, alla pazienza, al senso del limite. E forse anche per questo la cultura non è mai rumorosa, non fa clamore, pur essendo vive molteplici iniziative. Dal punto di vista letterario, non è sempre facile. I luoghi piccoli hanno un grande cuore, ma anche spazi stretti. Ci si conosce tutti, ci si osserva, e a volte chi scrive viene visto come qualcuno che si mette in mostra, viene quindi spontaneo cercare uno spazio istituzionale in cui organizzarsi, perdendo però di vista quelli che erano stati gli afflati originari. Per carattere, quando mi accorgo di avere perso la strada, mollo tutto e vado avanti per conto mio. Giusto o sbagliato che sia, è così.
Le disavventure letterarie? Quelle ci sono ovunque. Qui magari assumono un tono più discreto, ma non meno pungente: porte chiuse con gentilezza, entusiasmo che dura quanto un post sui social, oppure quella sensazione che la narrativa non di genere sia una creatura strana, difficile da collocare. Ma io continuo a credere che proprio da questi luoghi marginali possano nascere storie necessarie.
 
Il mondo letterario a volte è cattivo. Come hai superato – se ti è capitato – gli sgarbi più o meno importanti?
 
Sì, il mondo letterario sa essere cattivo. 
A volte per superficialità, per fretta, per gerarchie invisibili. Ci sono sgarbi che arrivano con silenzi, possono essere una risposta che non arriva, un riconoscimento che non viene dato, a volte un giudizio espresso con leggerezza su qualcosa che per te è importante.
Come li ho superati? Non sempre bene, almeno all'inizio. Ci ho sofferto, come chiunque. Poi però ho capito che la scrittura non può dipendere dallo sguardo degli altri. Scrivere è un atto solitario e insieme ostinato, continui perché non puoi farne a meno.
E poi ho imparato a fare una cosa semplice, quella di tornare al testo. Alla pagina. È lì che si ristabilisce tutto.
 
In questi anni, viste le tue capacità, abbiamo fatto un percorso insieme per portarti a essere una collaboratrice di Edizioni Convalle. 
Cosa ti ha dato questa esperienza e cosa ti dà, visto che ancora oggi sei un prezioso appoggio per me.
 
Questa esperienza mi ha dato e dà moltissimo, non avrei mai aspirato a tanto. Prima di tutto mi ha fatto capire che la scrittura non è solo ispirazione, ma anche lavoro, artigianato, responsabilità. Collaborare con Edizioni Convalle significa guardare i libri anche dall'altra parte, non solo come autrice. È un modo diverso di stare nella letteratura, più concreto, più generoso, meno centrato su di sé.
E poi mi ha dato un senso di appartenenza. Perché scrivere è bellissimo, ma può essere anche molto solitario. Avere una casa editrice e un percorso condiviso è come avere una piccola comunità di senso.
 
Quali generi vorresti sperimentare, nel futuro, per le tue nuove opere?

Più che sperimentare generi diversi, mi interessa sperimentare registri e tonalità narrative. Sono partita dal romanzo storico e da storie legate alla mia valle, ai suoi luoghi e alle sue memorie, spesso anche attraverso figure femminili. Con "Spacco tutto" ho sentito però il bisogno di spostarmi, non tanto nei temi, che restano profondi e importanti, quanto nel modo di raccontarli. Ho scoperto che anche l'ironia può essere una forma di verità, un modo leggero e insieme incisivo per parlare del tempo che passa, della fragilità, della vecchiaia.
Vorrei continuare così, cercare una voce capace di unire profondità e brillantezza, leggerezza e densità emotiva.
 
Quali sono i tuoi progetti futuri? Stai scrivendo la tua prossima opera?
 
Sì, sto scrivendo, anche se in questo periodo mi trovo in una fase un po' particolare, fatta di raccolta e ripartenza.
Sto correggendo una raccolta di racconti, anche per non perdere nulla di ciò che ho scritto e imparato in questi anni grazie al laboratorio. Sono testi nati lungo il percorso, come piccole tappe che meritano di trovare una forma compiuta.
E poi ho iniziato anche un nuovo romanzo. È ancora all'inizio, in quella fase in cui la storia si muove piano, prende fiato, si fa desiderare… Ma devo darmi una mossa, se non vorrò finire per intitolarlo Lumachina.

E così siamo arrivati alla fine di questa bella intervista, ma prima di chiudere questo numero mi fa piacere ripercorrere qualche momento importante della tua carriera. 


Partiamo dal più recente traguardo: il Marchio della Microeditoria di Qualità per il romanzo "Spacco tutto". 
Qui un momento della premiazione.

 



Al Salone di Torino 💖 
Tra l'altro, ADORO quella maglietta!


Scegliere una foto tra le innumerevoli presentazioni in libreria e firma-copie è arduo, così ho scelto questa che è stata scattata a Monza, forse uno dei primi firma-copie.

Ma vogliamo parlare delle tante manifestazioni a cui ha fatto parte col suo super-accessoriato gazebo?


Che dire poi delle sue presentazioni nei borghi?
Che atmosfere suggestive...


Ci sono talmente tante foto che richiederebbero 
un numero del Blog di sei chilometri 😂

Concludo con questa fotografia della serata finale dell'ottava edizione del Premio Letterario Dentro L'amore, che si è svolta a Domodossola e che abbiamo condotto insieme.




E qui mi fermo, ma potete vedere le tante foto 
sul profilo Facebook di Silvana.

💖

Biografia di Silvana Da Roit

Silvana Da Roit nasce nel 1960 a Domodossola, nella provincia del Verbano Cusio Ossola. Dal 2015 scrive articoli sul sito I racconti del viandante, storie della valle Ossola per parlare della sua terra. Segue il Laboratorio di Scrittura Creativa di Stefania Convalle dal 2019, entrando poi a far parte del Team che affianca l’editrice. Partecipa a due edizioni del Premio Letterario “Dentro l’amore” ottenendo buoni piazzamenti tra i finalisti. Ha pubblicato nel 2020 “I tunnel di Oxilla”, nel 2021 “Niente come prima”, nel 2022 “La scatola di latta” e nel 2023 “Ho contato fino a Cento”, editi da Edizioni Convalle; co-autrice, inoltre, dell’opera “La vita in uno scatto”. Ha partecipato a opere a scopo benefico, insieme ad altri autori. “Spacco tutto” è il suo quinto romanzo (2024) che si è aggiudicato il Marchio della Microeditoria di Qualità nel 2025.



https://edizioniconvalle.com/product/25219806/i-tunnel-di-oxilla-978-88-85434-54-7



https://edizioniconvalle.com/product/25219826/niente-come-prima



https://edizioniconvalle.com/product/25219850/la-scatola-di-latta



https://edizioniconvalle.com/product/28506893/ho-contato-fino-a-cento



https://edizioniconvalle.com/product/33745395/spacco-tutto

💝

 Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle



 

 



venerdì 13 febbraio 2026

Numero 492 - I racconti della settima tappa - 800 Metri di Parole - 13 Febbraio 2026


 Dipinto di Peter Brown


ATTENZIONE: la votazione si è conclusa e quindi troverete nei commenti a questo numero del Blog le motivazioni dei voti che ogni pezzo ha ricevuto e la paternità dei testi. Naturalmente verrà rispettato l'anonimato di chi ha votato, come da regolamento.

Conto alla rovescia per la sfida di scrittura "800 Metri di Parole".

La settima prova consisteva nello scrivere un racconto (di massimo 500 parole) che si doveva svolgere all'interno del dipinto di Peter Brown. 
Chissà cosa si saranno inventati i concorrenti? Sono curiosa!

Ma prima vi ricordo che i testi saranno anonimi, non saprete chi ha scritto cosa. Perché? Per mantenere la suspense nella seconda parte della sfida e perché siano solo i testi a parlare e non i nomi degli autori che, in qualche modo, condizionano sempre chi deve votare (è umano).

Gli autori dei testi dovranno mantenere il segreto e sono certa che lo faranno. 

E voi, cari lettori e fan, non cercate di corromperli per farvelo dire perché i concorrenti sono incorruttibili!
Saprete i nomi degli autori di ogni pezzo a votazione conclusa.

Ricordo come si vota.
Dovrete scrivere a steficonvalle@gmail.com esprimendo TRE preferenze e dando una motivazione per ogni testo (facciamo le cose per bene). 
Avrete tempo di votare fino a mercoledì 18 Febbraio ore 20:00.
Potranno votare anche i concorrenti perché il voto è segreto.

Non ci resta che cominciare a leggere.


RACCONTO UNO
Pioggia sulla città
 


A volte per aprire il cuore alla letizia e seguire pensieri sereni, percorro le strade del centro storico, lungo il viale verso la Cattedrale nella sua magnificenza. I palazzi antichi raccontano storie leggiadre, accrescono l’impressione dello scorrere del tempo. Dalle cremerie, i bar, le birrerie entrano o escono avventori con tranquillità, aprendo o chiudendo gli ombrelli; oggi è un giorno di pioggia, le vetrine brillano di un nitore vivido con le gocce che vi si posano e scendono lentamente. Mentre cammino penso alla poesia, compongo col pensiero versi, ispirato da ciò che mi circonda. Il ritmo del paesaggio agisce in modo creativo, io mi lascio trasportare e un po' mi trasformo. Proseguo sulla strada bagnata notando dei punti dove l'acqua resta ferma, ma non le chiamerei pozzanghere perché il riflesso del liquido forma un singolare effetto cromatico, una vibrazione della luce e del colore, mi rammenta il simultaneismo nell'arte moderna del francese Delaunay. In questi brevi fossi ricolmi si muovono i piccioni con le piume inzuppate, cercando cibo in questa giornata a loro poco favorevole, ma che partecipano a comporre un quadro policromo e quasi lirico.
Io penso sia utile girare per la città, godere di persone e cose, conoscere animali, sapere come volano gli uccelli e i movimenti dei fiori che si aprono al mattino, così nascono situazioni suggestive. Lo stesso è per i libri: un'opera che mi sia cara racconta di sé, delle sue storie e avverto un sogno, una nostalgia come guardare un quadro dipinto a parole. 
Questo mi insegna la strada della città: arriva quel momento che devo uscire di qui, dalla mia malinconia, fare una camminata, un salto tra la gente anche sconosciuta, udire ridere qualcuno, andare un po' a passeggio.
Allora la vita ritorna piacevole.


💚


RACCONTO DUE
Sotto la pioggia

 
 
La pioggia improvvisa generò un fuggi fuggi tra i passanti. Passi svelti e cerchi infiniti sul selciato lasciarono indifferenti i pochi piccioni che beccavano le briciole lanciate dai coniugi. Mary e Arthur, impassibili sotto gli ombrelli, guardavano la scena nella piazza.
«Guarda, Mary, la signora davanti alla vetrina del bar sembra affamata e senza un soldo.»
«Eh, non ti stanchi di indagare sugli altri. Siamo pensionati, ormai.»
«Non posso farne a meno. Quarant’anni di servizio in commissariato hanno deformato il mio pensiero.»
«Come quest’acqua… Riflette gli edifici deformando i contorni.»
«Brava, Mary. La pioggia spinge le persone a cambiare atteggiamento. Ricordi quando era successo a noi?»
«Pioveva come ora. Nella piazza c'erano tanti piccioni, io non vedevo niente. Mi avevano appena detto che eri rimasto vittima in un conflitto a fuoco e, presa dal panico, ero corsa in strada senza meta. Avevo la testa ovattata, gli occhi sbarrati e continuavo a ripetere che era colpa della pioggia. Mi avevano trovato fradicia e intirizzita dal freddo, pensavano fossi una pazza.»
«Mia povera Mary, quante te ne ho fatto passare…»
Arthur le prese la mano, la strinse forte e la baciò.
«Se non fosse stato per quel ragazzino che inseguiva i piccioni, sarei rimasta così fino a notte fonda.»
«Ah, i giovani! Con la loro irruenza innocente scatenano tempeste emotive.»
«Anche lui era sotto la pioggia ma non se ne curava. Voleva acchiappare un piccione e portarselo a casa. Quando si era accorto di me, della mia espressione sofferente, mi aveva offerto un fazzoletto di carta. Al principio avevo provato rabbia, incomprensione verso un oggetto inutile. Dopo, avevo capito la gentilezza del ragazzo. Mi aveva restituito un sorriso sincero.»
«Purtroppo è così, mia cara. Quel giorno anch'io avevo fatto male i miei calcoli. Avremmo dovuto osservare dei malviventi, invece l'effetto della pioggia aveva generato un equivoco tale da far precipitare la situazione.»
«Proprio questo è il bello della nostra vita, Arthur. L'acqua dal cielo è stata come un nuovo battesimo: tu hai avuto maggiore esperienza, io ho imparato a resistere agli assalti emotivi del tuo lavoro. Per questo possiamo stare qui e ora senza timore.»
«Mia cara, credo che sia così anche per quella donna. Se non fosse stato per la pioggia, sarebbe passata senza fermarsi davanti alla vetrina. Secondo me, qualcosa la tormenta più della pioggia.»
I coniugi si scambiarono uno sguardo di complicità e si avvicinarono alla donna fingendo una discussione. Arthur, di proposito, la urtò e la guardò in volto. Non era giovane, ma le inquietudini le attraversavano ogni ruga, come l'acqua che vi scorreva dentro. Erano lacrime.
«Mi scusi, non volevo urtare… Si sente bene?»
«Mio marito… Il mio povero Arthur… È in fin di vita!»
Il pianto dirotto commosse i coniugi, sorpresi e increduli alla storia raccontata dalla donna.
«Suvvia, signora, sono certa che suo marito guarirà. Entriamo nel locale, le offro qualcosa di caldo. Dopo vada subito dal suo Arthur, perché ha bisogno di lei. Mi dica, come si chiama?»
«Mary. Mi chiamo Mary.»

 

💚


RACCONTO TRE
La primavera tornerà
                                

La pioggia ha trasformato Abbey Courtyard in un mondo liquido. È il 21 marzo e piove da ieri. Una pioggia fitta e regolare che non concede tregua. Sono fermo sotto un ombrello troppo piccolo che mi ripara appena la testa mentre le spalle sono già  bagnate. L'acqua mi scivola lungo il giubbino ed entra nel collo. Non mi importa.
Da tre anni, ogni 21 marzo vengo qui. È  una promessa che ho fatto a Maria e finché  riesco a mantenerla mi sembra  che lei non sia così  lontana.
Ci siamo conosciuti quando lei era arrivata a Londra da Palermo per perfezionare il suo inglese. Veniva spesso nel ristorante che si affaccia sulla strada per uno spuntino. 
Io lavoravo lì, piatti da servire e turni massacranti per mantenermi agli studi. Lei ordinava, io le portavo quanto richiesto abbagliato dal sole che si portava dentro. Poi, una frase pronunciata male, una risata improvvisa, qualche passeggiata insieme sotto la pioggia,  anche allora.
Ci siamo amati senza riserve, Londra era diventato un luogo senza tempo, o per meglio dire, non permettevamo al tempo di intromettersi fra di noi.
Poi Maria ha dovuto rientrare in Italia. Non sapevamo  come e quando, ma eravamo certi che un giorno ci saremmo rivisti.
Lei mi ha giurato che sarebbe tornata il 21 marzo. L'inizio della primavera. Il giorno in cui ci siamo conosciuti.
Ci siamo scritti, per un po'. Poi sempre meno, fino all’anno scorso. Poi il silenzio. Nessuna spiegazione, nessun addio. Eppure io sono sicuro che lei arriverà  ed è  per questo che sono qui, sotto la pioggia.
Intorno a me la vita continua. I passanti camminano in fretta, con il viso nascosto dagli ombrelli. Le scarpe fanno rumore sul marciapiede, qualcuno mi sfiora senza guardarmi.
I piccioni camminano tra le pozzanghere come se la pioggia non li riguardasse e con indifferenza beccano senza sosta briciole invisibili.
L'abbazia di Westminster è lì, poco distante. Immobile e antica. Deve avere vissuto attese ben più lunghe della mia e di certo saprà che non tutte finiscono come si spera. La guardo spesso, come se potesse suggerirmi qualcosa.
Non lo fa mai.
Aspetto. Guardo l'orologio e capisco che anche quest'anno Maria non verrà. Chiudo l'ombrello e lascio che l'acqua mi bagni del tutto. Faccio qualche passo, mi fermo e mi volto ancora a guardare la strada. La mente mi dice che non la rivedrò più, ma il mio cuore sa che, un giorno, la mia primavera tornerà. 


💚


RACCONTO QUATTRO
Il segreto della pioggia
 

La pioggia cadeva con troppa regolarità, come se volesse cancellare qualcosa. La strada lucida rifletteva l'abbazia al centro della via, ma l'immagine era spezzata, disturbata da cerchi d'acqua che si allargavano e sparivano in fretta. Adele se ne accorse subito: mancava un riflesso.
Camminava piano, l'ombrello inclinato per ripararsi dal vento. Era tornata lì dopo anni, richiamata da una lettera senza firma trovata nella cassetta quella mattina. 
Solo poche parole: “Guarda a terra quando piove.” Nient'altro. Nessun nome, nessuna spiegazione.
Si fermò davanti a una grande pozzanghera. Le facciate degli edifici si specchiavano fedeli, le finestre, le insegne, persino le sagome delle persone che passavano, ma dell'abbazia non c'era traccia. Al suo posto, solo un'ombra scura, informe, come una ferita sull'acqua.
Un uomo con il cappotto scuro scattava fotografie alla chiesa. Adele lo osservò. Fotografava sempre lo stesso punto, la porta principale. Le venne in mente suo padre, storico locale, scomparso anni prima senza lasciare spiegazioni. 
L'ultima volta che lo aveva visto pioveva. L'ultima cosa che le aveva detto era stata: «Qui niente è come sembra.»
La donna sollevò appena lo sguardo.
«Solo quando deve nascondere qualcosa.»
Adele uscì di nuovo. La coppia ferma davanti al cartello discuteva a bassa voce; non sembravano turisti, più che altro complici indecisi. Un uomo sotto un ombrello nero la fissava dall'altro lato della strada, immobile. Quando lei lo guardò, si voltò di scatto e sparì dietro l'angolo.
Ritornò alla pozzanghera. Questa volta, tra i cerchi d'acqua, intravide una forma: una figura umana, rovesciata, ferma davanti a una porta che non esisteva più. Il cuore le batté forte. Capì allora che il riflesso non mostrava il presente, ma ciò che era stato cancellato.
Un rumore di passi alle spalle. Adele si voltò, ma non c'era nessuno. La pioggia aumentò, coprendo ogni traccia. Quando rialzò lo sguardo, l'abbazia si rifletteva di nuovo, perfetta immagine speculare, come sopra così sotto.
Adele si allontanò, con la certezza che il mistero non fosse risolto, solo rimandato. E che la città, sotto la pioggia, stesse ancora vegliando su qualcosa che prima o poi sarebbe tornato a galla.
L'acqua aveva un segreto, che per qualche istante si era svelato nelle pozzanghere. Forse, alla prossima pioggia, Adele avrebbe visto uno scorcio in più, un elemento che avrebbe potuto fare chiarezza, o forse no, perché la pioggia era dentro di lei, scrosciante eppure immobile, come in un quadro.
Entrò nella bottega sulla sinistra per ripararsi un momento. Il profumo di ceramica bagnata e caffè stantio la accolse. Dietro il bancone, una donna asciugava lentamente delle tazze.
«Piove spesso così?» chiese Adele.

 

💚


RACCONTO CINQUE

Tutti i giovedì
 

Sotto l'ombrello e stretto in un impermeabile striminzito, George si sentiva più stupido dei piccioni che zampettavano nelle pozzanghere. Mai aveva ceduto a sentimenti irrazionali nella sua vita irreprensibile, mentre ora era lì a guardare da lontano la moglie Rose, la sua figura voluminosa davanti a una vetrina illuminata, senza sapere come comportarsi.
Il fatto era che tutti i giovedì pomeriggio, Rose lo salutava lasciandolo alla lettura del suo quotidiano preferito, e si assentava fino all'ora di cena. Era un pomeriggio tutto suo e su questo Rose era stata chiara fino dal momento in cui George era andato in pensione, dopo una vita dedicata più alla Marina britannica che alla famiglia.
Solo una volta George aveva chiesto dove la moglie andasse in quei pomeriggi e quando gli fu detto che si recava all'abbazia per la funzione religiosa, non seppe cos'altro eccepire. Calcolando la durata della messa, il tempo per andare e tornare a piedi, le chiacchiere con il gruppo delle dame di carità, il rientro a casa poco prima della cena era giustificato e le buone abitudini non andavano interrotte. A dirla tutta, anche lui respirava aria di libertà durante l'assenza della moglie. 
Quel pomeriggio, dopo la sua uscita, aveva letto un articolo che riportava il perdurare della chiusura dell'abbazia per lavori di restauro. I baffi di George avevano avuto un fremito e a un tratto si ricordò di una strana sensazione che provava al rientro di Rose, tutti i giovedì. La trovava diversa, il sorriso quasi ebete, assorta in pensieri che la estraniavano. Persino i movimenti erano aggraziati. Possibile che alla sua età avesse trovato un pretendente, o forse più che un pretendente si trattava di un uomo che c'era sempre stato e si accontentava di poche ore alla settimana.
Era arrivato in Abbey Courtyard trafelato, con il cielo scuro che vestiva i suoi pensieri. L'aveva vista subito, il cappello giallo e floscio calcato sulla fronte; sedeva al tavolino di un bar che dava sulla piazza. Non sembrava aspettare nessuno, ne ebbe conferma quando le fu portata una singola tazza di tè. Nelle pause tra un sorso e l'altro, leggeva un libro con calma serafica.
La pioggia si era presentata senza sorpresa e in un attimo il lastricato si era fatto lucido, uno specchio rotto in cui si riflettevano come una brutta copia le guglie dell'abbazia, le gambe svelte dei passanti, le macchie colorate degli ombrelli. In quel trambusto, Rose si era riparata vicino alla vetrina.
George decise di passare all'azione. Con passo militare giunse al tavolino con la tazza abbandonata e vide sulla sedia il libro che la moglie nella sua svagatezza aveva dimenticato, un romanzo di Jane Austen. Con una tenerezza dimenticata ricordò la Rose romantica dei primi tempi, di come la guardava, e trovò ingiusto che la vita avesse provato a sottrarre tutto questo, riuscendoci in parte. Si avvicinò a lei come avrebbe fatto allora e riparandola con l'ombrello disse: «Signorina, la posso accompagnare a casa?»


💚


RACCONTO SEI
Riflessioni di una star

 

Ricordo il giorno in cui me ne andai. La pioggia ci aveva sorpresi mentre bevevamo il nostro caffè, dicendoci addio. Abbandonammo le tazze sul tavolino mentre i piccioni, ai nostri piedi, cercavano le briciole cadute, prima che la pioggia le spazzasse via. Pochi passanti si affrettavano sotto le gocce fredde che bagnavano il marciapiede. Ti allontanasti senza dire nulla, neppure un ciao, forse convinto che ti avrei rincorso, raggiunto e, dopo averti gettato le braccia al collo, avessi deciso di non partire più.
Non lo feci, neppure ci pensai. 
Mi limitai a osservare l'imponente e austera facciata dell’Abbazia velata dalla brumosa atmosfera di quel giorno, uno fra tanti, in cui la pioggia non ci concedeva tregua.
Mi girai e mi allontanai, in direzione opposta, giurando a me stessa che non avrei mai più rimesso piede in quella città e che avrei fatto di tutto perché la mia vita futura, da quel momento in poi, continuasse in luoghi caldi e assolati.
Non so perché oggi mi sei tornato alla mente, tu e la città in cui ti conobbi e nella quale vissi la prima parte della mia vita.
Dicono sia l'età a renderci nostalgici, non so se sia vero, ma tu e la mia vita precedente siete rientrati quasi a forza nella mia mente. Forse, dopo tutti questi anni trascorsi al sole della California, rimpiango quei giorni lenti, ritmati dal rumore della pioggia e resi impalpabili dalla spumosa coltre di nebbia.
Ripenso al calore dei nostri corpi fusi insieme in quella stanza sempre troppo umida e fredda, alle spesse coperte che ci proteggevano mentre recitavi i versi delle tue poesie. Avrai continuato a scriverne?
Ora, solo il sole accarezza la mia pelle levigata e soda nonostante l'età. Invecchiare non è un'opzione, sebbene abbia conquistato il successo grazie al mio indiscusso talento e, sì, lo ammetto, aiutata anche dalla fortuna e da alcuni compromessi sempre necessari. Eppure, mentre sto qui, distesa al sole, al bordo della scenografica piscina a sfioro, nella grande villa che dall'alto domina l'oceano, provo una forte nostalgia per la città che lasciai molti anni fa e per il calore della tua pelle.
Accarezzo per un istante il pensiero di tornare, di ammirare ancora una volta l'austera maestà dell’abbazia, di sorseggiare un caffè, incurante della pioggia, in un bar della piazza, mentre pochi passanti si affrettano e i piccioni tubano tra le briciole a terra.
Come se potessi fermare il tempo, ritornare sui miei passi e rincorrerti, abbracciarti e giurarti che no, non me ne andrei mai da te.
Il solo pensiero mi riscalda molto più di questo sole che, incessante, non smette di splendere.
È solo un desiderio fuggevole che si dilegua come la nebbia davanti all'abbazia, e mi lascia qui, con un velo di nostalgica tristezza, mentre riabbasso gli occhiali scuri sugli occhi e, pigramente, massaggio la pelle con un velo di crema.


💚


RACCONTO SETTE
La vecchia signora
 

«Ci sono cose, come alcune persone, che lasciano un segno indelebile nel tempo e "lei" è una di queste» mi dice mio padre, mentre seduti nella veranda della piccola caffetteria all'angolo della piazza, ci gustiamo il piacere di una calda tazza di cioccolata. La sfarzosa bellezza che la "vecchia signora", sotto  la magica luce che illumina la pioggia cadente ci offre, domina il panorama d'intorno. Guardo affascinata quelle guglie protese verso l'alto a congiungere la terra con il cielo. La cattedrale di Saint Edmund, detta anche Cattedrale di San Giacomo,  si erge maestosa nella sua  imponenza.
Osservo mio padre e con una nota di malinconia nello sguardo,  mi assale il ricordo di quel giorno prima della partenza  per  Cambridge, dove i miei avevano scelto di mandarmi per ultimare gli studi. Il  delicato suono della voce di mia madre attraversa come una calda carezza il mio corpo, avvolgendomi. Mi manca tantissimo...  Aveva una parola buona per tutti e a casa nostra trovava spazio solo l'amore. Rammento quando la vicina di casa la chiamò per adornare la cattedrale in onore del matrimonio del figlio. La vivacità di quell’evento è ancora impresso nella mia mente come qualcosa di magico, una fotografia indelebile. Palloncini a forma di cuore e fiori di svariati colori, impreziositi da fiocchi di raso fluttuavano verso l'alto sino a sfiorare la volta che nella sua forma e colori evocava la vicinanza al cielo.  
«Irina, dove stai viaggiando?» 
La voce di mio padre mi scuote. Avrei voluto digli che non sarei più ripartita, che volevo stare lì con lui per sempre, ma sapevo anche che avrei frantumato i suoi sogni che erano quelli di vedermi laureata. 
Mancava ormai solo un anno alla conclusione degli studi.
«Che dici papà, se ci concedessimo un bis al cioccolato e magari dopo mi accompagni per un momento di raccoglimento all'interno della nostra cattedrale?» proposi accarezzandolo con il suono della mia voce. Fui tentata di dirgli la verità, che volevo cercare casa a Cambridge dove avrei desiderato portare anche lui,  ma mi bastò  posare lo sguardo sulla vecchia piazza con il suo cuore pulsante e l'ombra dei suoi edifici antichi che anche nelle giornate uggiose si accendevano di luce, per comprendere che quella era "casa", il nostro  luogo del cuore. Proprio in quel momento un raggio di sole illuminò la grande vetrata della "vecchia signora" irradiando la piazza di variopinti bagliori e un soffio di vento mi scompigliò la chioma, eppure, nulla si muoveva intorno. 
"Mia madre era lì".

 

💚


RACCONTO OTTO
Parole sotto la pioggia
 

La pioggia cadeva sottile sulla piazza trasformando i sanpietrini in uno specchio tremolante. La cattedrale si alzava grigia e silenziosa, con le porte socchiuse e le campane mute del pomeriggio.
Marta non avrebbe dovuto essere lì. Doveva prendere l'autobus delle quattro, ma la pioggia l'aveva sorpresa e si era rifugiata sotto il portico laterale, accanto alla bacheca degli avvisi parrocchiali.
Fu allora che lo vide: un piccolo foglio piegato in quattro, incastrato tra due mattoni.
Non sembrava un volantino: non aveva pubblicità ed era scritto a mano.
Lo aprì.
"Se anche tu ti senti fuori posto, siediti sulla panchina alla fermata del bus. Non devi dire nulla. Nemmeno io."
Marta si guardò intorno. La piazza era quasi vuota. Un uomo con un ombrello scuro attraversava di fretta, una donna chiudeva le imposte del bar, e l'acqua scorreva rumorosa nella fontana centrale.
Qualcuno stava scherzando?
Il biglietto non aveva firma.
Esitò. Poi, contro il suo stesso buon senso, attraversò la piazza e si sedette sulla panchina indicata. La pioggia le bagnava le scarpe e si sentiva sciocca.
Passarono cinque minuti, poi qualcuno si sedette all'altra estremità della panchina.
Era una ragazza più o meno della sua età. Cappotto blu, capelli raccolti male e un libro stretto al petto.
Non si guardarono subito.
«Hai trovato anche tu il biglietto?» chiese infine Marta.
La sconosciuta annuì. 
«Anche tu?»
«Sì. Pensavo fosse uno scherzo» rispose Marta.
La ragazza sorrise appena. 
«Non lo è.»
Silenzio.
«Li lascio io» aggiunse dopo un attimo.
Marta si voltò di scatto. 
«Tu?»
«Non sempre nello stesso posto. A volte sotto le panchine, a volte nella bacheca, a volte tra le pagine dei libri in biblioteca» abbassò lo sguardo. «Non sono brava a parlare con le persone. Ma volevo provarci.»
La pioggia si fece più fitta.
«E funziona?» chiese Marta.
«A volte nessuno viene. A volte si siedono e poi se ne vanno. Una volta è arrivata una signora anziana e abbiamo parlato per un'ora.»
Fece una pausa. 
«Oggi sei arrivata tu.»
Marta sentì allentarsi quella tensione che le aveva stretto lo stomaco per tutto il pomeriggio.
Era arrivata in quella piazza pensando di essere l'unica a sentirsi sospesa, fuori posto, invisibile.
«Quanti biglietti hai lasciato?» domandò.
«Dodici.»
«E quanti hanno risposto?»
La ragazza contò sulle dita. 
«Tre.»
Marta guardò verso la cattedrale. La pioggia, le finestre scure, la piazza quasi deserta.
Non era un mistero criminale, non c'era pericolo.
«Allora oggi siamo a quattro» disse.
La ragazza la guardò per la prima volta negli occhi. 
«Vuoi un caffè?»
Le due giovani varcarono la soglia di un bar e il tepore dell'ambiente le fece sentire un po' meno sconosciute. Parlarono di tutto, di libri preferiti, di autobus persi, di aspirazioni per il futuro.
L'ora si fece tarda e per entrambe arrivò il momento di rincasare. Si alzarono dal tavolino e si congedarono con un abbraccio impacciato, ma che rappresentava l'inizio di un'amicizia molto promettente.
Quando uscirono, la pioggia era quasi cessata e la piazza sembrò un po' meno grande.

💚

 

Davvero dei bei racconti, sarà difficile, anche questa volta, votare. Sono tutti bravi... Eh beh, sono autori di Edizioni Convalle ;-)

Buona lettura!



Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle