Lo specchio macchiato dal tempo

Lo specchio macchiato dal tempo
nuovo romanzo ordinabile sul sito Edizioni Convalle e su Amazon

domenica 12 settembre 2021

Numero 389 - Matthew McConaughey, Greenlights - 12 Settembre 2021


Nelle mie scorribande in libreria mi sono imbattuta in questo libro. Mi ha subito colpito, forse per la copertina, forse perché mi piace l'attore, forse per il titolo.

Non lo so.

Ma l'ho comprato e l'ho iniziato. Dapprima con qualche riserva, che potremmo anche definire puzza sotto il naso. A volte siamo un po' snob nei confronti di autori che non arrivano direttamente dalla letteratura ma li conosciamo per altri motivi. Lui è famoso come attore, ma di tutto quello che c'è dietro - la sua storia - non ne sappiamo nulla.

Non è una semplice autobiografia, è molto di più.

Vi dico solo che me lo sono mangiato. Un libro che mi ha ipnotizzato e vorrei riuscire a trasmettervi le tante cose che ho trovato.

Ci provo.

Conosco Matthew McConaughey prevalentemente per la commedie romantiche, all'americana, quei film che guardi quando vuoi rilassarti e sorridere. Mi piacciono e trovo che lui sia un bravo attore. La sua interpretazione più bella e toccante, basandomi su quello che ho visto, l'ha offerta nel film Interstellar: come dimenticare alcune scene di grande intensità, una su tutte quando rivede la figlia ormai vecchia, al suo ritorno dallo Spazio. Struggente.

Ma qui, nel libro, ho trovato un scrittore dalla penna brillante, che ci racconta della sua vita fin dall'adolescenza nell'America rurale e operaia, forse quella parte meno conosciuta. Quando si pensa agli Stati Uniti si pensa a New York, alle grandi città, ma in realtà quella più vera è forse quella delle pianure, dei deserti, dei grandi spazi disseminati di località dove la vita di provincia è ben diversa da quella delle metropoli. Lui nasce lì e ci presenta la vita di un americano medio, figlio di una coppia che deve sbarcare il lunario, a tratti con momenti sopra le righe (secondo me) come metodo educativo a suon di bastonate. 

Ma non c'è traccia di risentimento nelle sue parole quando parla del padre, anzi, quasi lo ringrazia per quello che gli ha insegnato. Come diventare un uomo.

Ed è proprio l'uomo che lui racconta. Parla della sua vita e lo fa con una penna che richiama quella di John Fante, con il suo sguardo ironico sulla vita, ma ricorda anche quella di Carver nel descrivere la provincia americana con un occhio che sfocia nel cinismo.

Matthew si racconta, ci racconta, e lo scopriamo poeta, filosofo, scrittore.

Mostra le sue debolezze e le sue fragilità di fronte al successo, alla determinazione per raggiungerlo, ma al disorientamento quando all'improvviso la sua vita non è più solo sua, ma diventa quasi dei suoi fans.

"Di un'onesta incrollabile e di una schiettezza eccezionale, Greenlights ci invita a confrontarci con le lezioni che Matthew McConaughey ha imparato nel corso della propria vita, e a scoprire che il punto non è vincere, ma capire." 

Così definisce l'opera Mark Manson e mi trova d'accordo. (Adesso gli telefono e glielo dico ;-) ). Leggendo la vita dell'attore, ci confrontiamo con le sue esperienze che diventano in qualche modo universali, perché le paure, i dubbi, le domande, la ricerca delle risposte, sono quelle di tutti gli esseri umani che vivono la vita con intensità, mettendosi in gioco, lottando, stringendo i denti o gettando la spugna. Ed allora ecco che traiamo ispirazione e una nuova visione di fronte al viaggio che tutti cominciamo al momento della nascita.

Affascinanti i suoi greenlights, i semafori verdi che incontriamo sulla strada dell'esistenza, che sono le occasioni fortunate, quelle buone, rappresentate da circostanze ad hoc, incontri giusti. Ma ci sono anche i semafori gialli e rossi, e attraverso i momenti bui e difficili che il protagonista affronta, impariamo che anche questi ci offrono una grande occasione di crescita personale, sempre che si sia capaci di guardare dentro sé stessi; possono diventare anch'essi greenlights.

E così, percorrendo le strade sterrate e le autostrade che si presentano davanti a noi, impariamo a cavalcare l'onda, ma anche a fermarsi a meditare. 

"Uno spirito libero ma profondo, uno che decide di andarsene in giro in camper quando è al culmine della fama, o che si ritira in meditazione quando la vita gli sembra troppo facile." (Rolling Stone)

Tanti, i bei passaggi di questo libro. Sia quando racconta episodi della sua vita, sia quando riporta il contenuto di pagine di diario o appunti scritti su post.it.

Come, per esempio, quando racconta di una certa parte in un film che lui voleva a tutti i costi, quando ancora faceva la gavetta, alla sua determinazione nel cercare di convincere il regista ad affidargliela. Alla fine viene convocato per il provino.

Eccolo qui:

"Una macchina nera passò a prendermi alle undici del mattino per portarmi allo studio di Fairfax. Sul posto c'erano già una truccatrice, una costumista, un direttore della fotografia e una troupe di una trentina di persone. Verso l'una entrai sul set, un'aula di tribunale con dodici attori seduti sui banchi della giuria. Ero nervoso, ma preparato. Tutti fecero silenzio e presero posto.

«Quando sei pronto cominciamo, Matthew» disse Joel.

Feci un respiro profondo e pronuncia l'arringa conclusiva esattamente com'era scritta nella sceneggiatura, fino all'ormai classica battuta finale: «E ora immaginate che sia bianca.»

Fui bravo, non grandioso. Mi ero ricordato tutte le battute, avevo fatto le pause giuste, mi ero preso il mio tempo e avevo raccontato bene la storia. Passabile, certo, ma niente di speciale.

«Sei stato grande, Matthew» disse Joel. «Adesso però dimentica la sceneggiatura e di' quello che diresti tu.»

Qui sta il genio di Joel Schumacher. Devi essere tu. Sei tu il personaggio. Amavo quella sfumatura. Cosa avrei detto e fatto io? Come mi sarei sentito di fronte a una ragazzina violentata da tre uomini spregevoli? Che cosa avevano ucciso dentro di lei quel giorno? E se fosse stata mia sorella? E se fosse stata mia figlia?

Lasciai la sceneggiatura fuori dal set e dal mio cervello. Cominciai lentamente, poi il mio sguardo si fece via via più intenso e, a mano a mano che sentivo montare la rabbia, dipinsi nella mia mente quelle immagini terribili. E alla fine dissi ciò che vedevo. Non ero ancora diventato padre, ma quella è l'unica cosa che ho sempre saputo di voler essere, e immaginai che fosse stata violentata mia figlia. Mi scordai che era una prova. Mi scordai del tempo. Dissi e feci cose che un avvocato in tribunale non direbbe né farebbe mai. Imprecai e sputai. Dipinsi immagini raccapriccianti dell'innocenza perduta di una bambina con parole di una violenza tale che mi avrebbero mandato in prigione insieme a quelli che stavo accusando. Mi venne la nausea. Diventai feroce. Cominciai a sudare. 

Fui perfetto.

Due settimane dopo a mezzanotte, c'era la luna piena, mentre ero sul set di Stella solitaria a Eagle Pass, in Texas, in mezzo al deserto, ricevetti una telefonata. Erano Joel Schumacher e John Grisham.

«Allora, lo vuoi fare Jake Brigance?»

«Sì, cazzo, che lo voglio fare!»

Corsi via nella notte finché non mi trovai a un chilometro da qualunque essere umano, Poi, con le lacrime agli occhi, caddi in ginocchio, guardai la luna piena, protesi la mano destra verso il cielo e dissi: «Grazie»

GREENLIGHT"

Concludo questa recensione con il testo di un post.it dei quali sono riportati gli originali nel libro:

Non è la freccia a cercare il bersaglio, ma il bersaglio ad attirare la freccia.

Dobbiamo essere consapevoli che ciò che attraiamo nella nostra vita non è casuale, e nemmeno una coincidenza.

Il ragno attende nella sua tela l'arrivo della cena.

Sì, dobbiamo inseguire quello vogliamo, andare a cercarlo, tracciare il nostro sentiero, ma a volte non serve che facciamo succedere le cose.

Le nostre anime sono infinitamente magnetiche.

E aggiungo anche il testo di quest'altro post.it:

Quando impari a conoscere il buio, non ti sembra più così scuro.

Insomma, non so se sono riuscita a farvi venire voglia di leggerlo. Spero di sì, perché quello che ho ricopiato per voi è solo la punta dell'iceberg.



Alla prossima

dalla vostra 

Stefania Convalle




Numero 388 - Parlo di me, Simone Italiano - 12 Settembre 2021


Ciao a tutti, amici lettori del blog di Dietro la porta di Stefi! Inizio confessandovi che generalmente mi imbarazza un sacco parlare di me. Ma qui è diverso, gioco in casa, e avere la possibilità di presentarmi con uno strumento che amo tanto – un testo scritto – anziché con un microfono e dei fari accecanti puntati addosso, mi mette a mio agio. Sono una persona mite e tranquilla, un “bravo ragazzo” direbbero in tanti, anche se personalmente su quest’ultima affermazione non ci metterei la mano sul fuoco ;-) Sono introverso, è vero, ma so anche aprirmi e dare il meglio di me se vedo che con l’interlocutore si riesce a instaurare un clima empatico e costruttivo. Amo la musica – soprattutto quella classica, che tra l’altro ho avuto la fortuna di studiare in Conservatorio – ma anche leggere, specialmente i romanzi storici – il non plus ultra, quelli ambientati nell’antica Roma. Un’altra attività che mi prende molto è il nuoto: nella stagione estiva, le mie nuotate nel mare di Milazzo, la mia amata città, sono quanto di più bello trovi nella vita. Insieme alla scrittura, ovviamente. Mi sono chiesto spesso da dove derivi quest’ultima passione che ho scoperto a 23 anni, e una risposta certa non sono stato ancora in grado di trovarla. Forse è la voglia di creare dei mondi dove tutto è sotto controllo e ogni cosa al suo posto, universi dove la trama non è dettata dal caos – come nella vita reale – ma da un nesso di causalità, o forse è semplicemente il bisogno di fuggire da un mondo reale che per certi versi mi sta stretto, con le sue dinamiche spesso tristi e ingiuste. Spero di scoprirlo presto, comunque, magari proprio scrivendo, chissà. 

Adesso due paroline sulla mia opera prima. 

“Il sole all’orizzonte” è stata la sfida della mia vita: era da poco cominciato il 2018 quando trasformai una pagina bianca di Word nel primo capitolo di questo romanzo, e mancavano poche ore al 2021 quando Stefania mi sorprese con un’inaspettata proposta di pubblicazione. È stato il bel coronamento di un sogno nel cassetto che mi aveva tenuto impegnato per tre anni, al punto da diventare addirittura il primo pensiero quando mi alzavo la mattina e l’ultimo quando mi andavo a coricare la sera. (Ecco cosa dimenticavo prima, durante la presentazione: uno dei miei tratti distintivi, la determinazione.) 

Si tratta di un romanzo di formazione che in queste poche settimane dalla pubblicazione mi sta già regalando tante belle soddisfazioni. C’è dentro tanta parte della mia vita – romanzata, ovviamente, con personaggi ed eventi caricaturizzati – insieme a qualche piccolo insegnamento di cui nel corso dei miei seppur non troppi anni ho voluto fare tesoro. I lettori ideali di questo romanzo? Sicuramente gli adolescenti, alle prese con uno dei periodi più intensi e formativi della loro vita, ma anche i loro genitori, che talvolta possono trovarsi spiazzati dalle turbolenze e dalle preoccupazioni che noi ragazzi, con i nostri inciampi e le cadute, nostro malgrado gli procuriamo. Non mancherà il lieto fine, ovviamente, con la bellezza di una maturità pienamente conquistata. Vi lascio con l’augurio di una buona lettura e di una fantastica permanenza in questo blog così interessante e autentico, proprio come la sua creatrice, la nostra mitica Stefania, sa essere! Ciaaaaoooo!

Simone



E ora la parola all'editrice

Conosco da poco tempo Simone. Mi è stato presentato come autore, alcuni mesi fa, da Riccardo Simoncini, che fa parte della squadra di Edizioni Convalle, e quindi è stata per me una garanzia.

Quando ho letto la sua opera, in corso di valutazione, i ricordi legati ai tempi dell'esame di maturità e quelli legati alla musica classica si sono affacciati alla mia mente facendomi fare un balzo indietro (un bel balzo, visto che oggi ho 59 anni e quindi si tratta di ricordi di quarant'anni fa!). Quando poi, nello specifico, Simone ha citato due brani di musica classica che il suo protagonista studia al pianoforte - Clementi e Doctor gradus ad parnassum - i ricordi sono andati a mia madre, che  era una musicista e uno dei pezzi che suonava era proprio il secondo che, tra l'altro, avevo studiato anch'io... senza eccellere, devo dirlo ;-)

Ve lo faccio sentire.


Comunque, dicevo, che il romanzo di Simone mi ha coinvolto dalle prime pagine anche per aver scavato nei miei ricordi. 

Ma non voglio raccontarvi niente della sua prima opera, la dovete leggere e basta ;-) 

Simone, secondo me, è sicuramente come lui si descrive, un bravo ragazzo, l'ho capito dalla prima conversazione telefonica che c'è stata tra noi; ma anche dalle prime mail, per come si poneva, sempre con educazione e rispetto (e io faccio molta attenzione a queste cose). Anche la determinazione gli appartiene, è vero. 

Per questo gli auguro di andare avanti così, cercando di migliorarsi sempre e di studiare, perché il talento va coltivato e sviluppato. La scrittura richiede impegno e studio per imparare tecniche e molto altro, ma soprattutto tanta pratica per imparare a calibrare tutti gli ingredienti (scrittura di pancia per emozionare - tecnica - trucchi del mestiere) di un buon romanzo, e chi segue i miei laboratori di scrittura lo sa che scrivere bene è un duro lavoro.

Sicuramente Simone il talento ce l'ha e saprà coltivarlo, è partito col piede giusto e sono certa che ci allieterà presto con nuove storie. Nel frattempo gli auguro tutto ciò che sogna, ma - come dico sempre, specialmente ai giovani autori - braccia protese verso il cielo ma piedi sempre ben piantati a terra.



Alla prossima

dalla vostra

Stefania Convalle







domenica 5 settembre 2021

Numero 387 - Il percorso - 5 Settembre 2021


Il 17 Luglio di quest'anno mi trovavo in vacanza in Liguria, ai confini con la Toscana, e una mia autrice di Pisa è venuta a trovarmi. Il giorno successivo sarebbe stato il mio compleanno e Giuliana mi ha portato un regalo: la sua prima opera in assoluto, quella che pubblicò con un'altra CE nel 2014.

"Il percorso" di Giuliana Degl'Innocenti

Posto questa foto che ho scattato ora, proprio qui al pc. Ho affiancato il romanzo vicino a un'immagine che ho trovato tra quelle di Giuliana su Facebook, una foto di sua madre Marta (che tra l'altro le somiglia tantissimo).



Questa opera, come Giuliana stessa dichiara, nasce da una sua personale esigenza: di figlia.

"Il percorso" vuole essere, secondo me, un gesto d'amore di una figlia alla madre. Un madre mai conosciuta perché volata in cielo quando Giuliana era nata da pochi giorni.

Giuliana racconta la sua storia, partendo dai nonni materni, dal lontano 1936, e conosciamo così le personalità della sua famiglia e la vita di Marta, la donna che nel 1974 l'avrebbe data alla luce.

Ed è singolare sentire raccontare la storia dalla creatura che ancora non c'era, fino a quando - dopo essere stata concepita - continua la narrazione dal grembo della madre.

Non mi sento di definirlo un vero e proprio romanzo, ma una cronaca familiare, come sedersi su un divano insieme e ascoltare un'amica che ti racconta la sua storia, tratteggiando i nonni, gli zii, la futura madre col suo primo marito che sarebbe stato il padre della sorella maggiore, ma non quello di Giuliana, essendo l'uomo venuto a mancare da giovane.

E poi, dopo la nascita, il racconto dell'infanzia e poi dell'adolescenza di Giuliana attraverso ricordi, piccoli episodi della scuola, primi amori.

Conosciamo una bambina e poi una ragazza e poi una donna che ha vissuto serena grazie agli zii, Alba e Roberto, che si sono presi cura di lei dopo la morte della madre, praticamente da subito.

Ecco, è come stare sedute insieme e ascoltare la vita di un'amica che condivide con te i suoi ricordi, e  non solo i ricordi da lei ricordati (scusate il gioco di parole), ma quelli del racconto degli zii (mamma e papà adottivi) che a un certo punto le hanno raccontato le sue origini e le hanno parlato di sua madre.

Tanti i momenti di commozione, leggendo queste pagine, che però non cadono mai nel melodramma. Assolutamente no. Chi conosce Giuliana di persona sa che è una donna che non ama smancerie o atteggiamenti da psicodramma. No, lei racconta la sua storia senza giudicare, né farcire con troppa enfasi. La racconta e basta ed è lì che definisco queste pagine una grande dichiarazione d'amore verso la madre, mai conosciuta, ma sempre nel cuore. 

E personalmente credo, anche sempre vicina.

Ma c'è un'altra figura che secondo me spicca in tutta la sua bontà e generosità d'animo: Alba, la zia che la prende con sé da neonata. Alba è una donna eccezionale, mamma per definizione, mamma dentro, mamma: punto. E credo che Giuliana, nella sfortuna, sia stata immensamente fortunata e che grazie a lei e allo zio Roberto - marito di Alba - sia diventata la donna che è: equilibrata e forte. E se ritengo, leggendo il romanzo, che in Giuliana ci sia tanta grinta e determinazione ereditata geneticamente dalla madre, penso anche che la dolcezza del suo carattere, quello che mostra in privato, provenga dalla zia Alba. 

Due donne meravigliose: Marta, che ha voluto con tutta sé stessa la nascita di Giuliana, e Alba, che ha salvato la piccola dall'orfanotrofio.

Questo l'impatto emotivo leggendo l'opera.

Dal punto di vista letterario, è stato interessante per me leggere l'opera prima di Giuliana, che ora è un'autrice di Edizioni Convalle, e ritengo sia una penna davvero interessante e capace. Già qui, nel suo primo romanzo, si nota la dimestichezza con la penna, quel modo naturale che sceglie per dialogare con il lettore stesso, seguendo la linea della spontaneità e genuinità, qualità che fanno parte di lei anche nella vita. Giuliana non è costruita, lei è lei e si mostra per come è, senza maschere, senza proteggersi (a volte), un po' come me, direi, e forse è per questo che il nostro rapporto è molto bello.

Comunque, dicevo, che già in questo romanzo si comincia ad annusare una predisposizione per la scrittura di romanzi veri e propri. E infatti Giuliana è una romanziera di talento.

Ricordo che con Edizioni Convalle ha già pubblicato due opere di valore: 

"Estate '36", che ha vinto la sezione narrativa inedita nel 2019 nel premio letterario da me fondato, "Dentro l'amore"; ed è così che ci siamo conosciute. 




E poi ha pubblicato con noi nel 2o2o un altro stupendo romanzo: "La giostra delle possibilità".


E non è finita, perché in autunno uscirà, sempre con Edizioni Convalle, una nuova edizione del suo secondo romanzo pubblicato prima che ci conoscessimo, ma sveleremo tutto a suo tempo.


Per concludere...

Grazie, Giuliana, per avermi donato un pezzo di te così prezioso che ho cercato di trattare con estrema delicatezza. 

Secondo me, la tua mamma o forse dovrei dire le tue mamme, ti hanno messo sulla mia strada. 

A volte è proprio il Destino.




Alla prossima 

dalla vostra 

Stefania Convalle

giovedì 26 agosto 2021

Numero 386 - Follie di Brooklyn, Paul Auster - 26 Agosto 2021


Uuuuhhhh, quante cose ci sono da dire su questo BELLISSIMO romanzo!
Ma andiamo per gradi.
Ho iniziato a leggere quest'opera di Paul Auster nel gruppo di lettura Letteraturiamo insieme che ho creato all'inizio dell'estate su Facebook. Lo scopo era quello di condividere il piacere della lettura di opere che fanno parte della Letteratura per gustarcele insieme. Devo dire che è stato bello leggere insieme agli iscritti al gruppo i primi capitoli del romanzo, me lo ha fatto apprezzare ancora di più perché leggere a voce alta per gli altri aumenta il grado di attenzione e si colgono tutte le sfumature.
Mi sono innamorata - tipo colpo di fulmine - della scrittura di Auster, scrittore che non conoscevo. La trama mi ha coinvolta e mi sarei gettata a capofitto nella lettura, ma la cosa bella di leggere in un gruppo una volta alla settimana è anche quello di procedere insieme e di sorprendersi con gli altri dello svolgersi della storia. Anche il sottile piacere dell'attesa della "prossima puntata" non è niente male. 
Però la pausa vacanziera mi ha suggerito di invitare tutti gli amici lettori/ascoltatori di proseguire in solitario. 
E così abbiamo fatto.
Proprio ieri ho terminato "Follie di Brooklyn".
In primis mi viene da dire che ho amato fin da subito il protagonista: Nathan Glass.
Un mio coetaneo, a pensarci bene, che si trasferisce a Brooklyn, dove è nato, per cercare un buon posto per morire.
Detto così potrebbe dare l'idea di essere un romanzo che volge alla tristezza. 
E invece, lo stile brillante di Auster e la narrazione in prima persona di quest'uomo - il protagonista - così speciale, regalano momenti di leggerezza e ilarità memorabili.
Nathan ha alle spalle un matrimonio finito, una grave malattia da cui è uscito indenne, e ha lo spirito di colui che ha vissuto la vita, ne conosce il valore e cerca di godersi quello che resta davanti a sé. 
Come? 
Il progetto di Nathan è dedicarsi a un'opera letteraria, che lui affronta senza sentirsi mai uno scrittore sul piedistallo, dal titolo Il libro della follia umana, dove raccogliere aneddoti della sua vita che scrive su foglietti e getta in scatole a seconda dell'argomento. Il problema è che Nathan non riesce mai a dedicarsi a questo progetto perché coinvolto, pagina dopo pagina, in eventi che si susseguono in rapida sequenza quali il rapporto conflittuale con la figlia Rachel; la conoscenza con il libraio Harry, nella cui libreria Nathan ritroverà dopo anni, e non senza stupore, il nipote Tom; e poi la pronipote Lucy, appena ragazzina, della quale dovrà prendersi cura cercando di fare chiarezza sul mistero che l'avvolge. Questi i personaggi principali, ma le vicende sono tante e i personaggi secondari, ma non meno incisivi, non mancano, dando grande ritmo alla storia che non manca di colpi di scena, invogliando il lettore a voltare sempre la pagina.
Mentre scrivo penso che non è facile tentare di fare un ritratto di quest'opera che renda giustizia al suo valore, ma ci provo.
Il mio intento non è di certo raccontare ciò che il lettore deve invece leggere per suo conto, senza troppe anticipazioni che possono solo privarlo del piacere della scoperta di una bella storia. 
Del resto, da scrittrice, non amo io stessa le recensioni che svelino la trama dei miei romanzi, ritengo che sia come fare un torto al lettore.
I romanzi vanno letti, non raccontati ;-)
Ma torniamo a mio caro Auster, che dopo questa lettura è incluso nella rosa dei miei scrittori preferiti.
E torniamo soprattutto a Nathan Glass. 
Nathan è l'uomo che tutti vorremmo come amico. Perché lui è amico anche per quel nipote ritrovato, come anche per Lucy. Come anche degli altri personaggi che siano la cameriera di cui s'infatua, della nipote Aurora scomparsa nel nulla, della B.P.M. - Bellissima e Perfetta Madre - ma non chiedetemi di più perché non ve lo dico. 
Lui è l'amico che tutti vorremmo perché ascolta; li ascolta tutti, coloro che circolano per quella Brooklyn un po' stravagante, li ascolta senza giudicare, né condizionare scelte di vita. 
Quante sono le persone capaci di fare questo?
E il suo ascolto è partecipato, non è assente o un paravento. No no. Lui ascolta e c'è per chi è nell'orbita della sua esistenza. Potrei dire che Nathan è l'icona dell'empatia! Generoso e leale. Wow! mi verrebbe da dire...
Perché lui ascolta e cerca di aiutare a dipanare la matassa emotiva e pratica, insieme ai nipoti, pronipoti, amici, regalando perle di saggezza a noi lettori.
E come un vero amico - e questa cosa mi ha colpito davvero tanto, forse perché è così che io intendo l'amicizia - non indugia nel difendere coloro a cui vuole bene, facendo anche la parte del duro, se necessario, se la situazione lo richiede.
Ma non posso dirvi di più, dovete leggerlo e poi ne parleremo.
Ma una cosa la so per certo: lo amerete.
E sarete insieme a lui nella splendida scena finale, dove una mattina di pieno sole e dal cielo azzurro, dopo una notte fatta di paura-riflessione-sollievo, camminerà verso casa.
Quella mattina: l'11 settembre 2001.

Un grande romanzo.
265 pagine.
Uno scrittore dell'Olimpo.

Caro Paul Auster, se leggerai mai questa recensione, sappi che leggerò tutto quello che hai fin qui scritto.



Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle




domenica 8 agosto 2021

Numero 385 - "Lasciar andare" di Philip Roth - 8 Agosto 2021


Di questo romanzo mi aveva attirato il titolo: Lasciar andare. 
Quando Philip Roth è morto, nel 2018, mi sono detta che non potevo non aver letto niente di questo scrittore - Premio Pulitzer per la narrativa - e così mi sono recata in libreria e sono uscita con questo romanzo di quasi ottocento pagine, scritte in piccolissimo :-( 
Secondo me è un dovere preciso, per chi scrive (come me) e per chi lavora nel mondo dell'editoria (come me) leggere i cosiddetti Classici e le opere degli autori contemporanei che sono entrati nella storia della letteratura. Non si tratta più, quindi, di leggere solo per diletto, né di giudicare un'opera che, al di là che piaccia o no, deve essere rispettata, ma anche per studiare la scrittura. E imparare. 
E così sono entrata nel mondo di Philip Roth da una porta laterale, non quella che rappresenta le sue opere più famose, quelle della maturità, ma da quella che incarna il suo esordio.
"Lasciar andare", il suo primo romanzo, scritto quando aveva ventinove anni.
Ho amato e odiato questo romanzo, nel corso di questi mesi, mentre cercavo di ritagliarmi del tempo per portare a termine questa lettura.
L'ho amato per un incipit che mi ha coinvolto subito e portato dentro l'atmosfera del romanzo.
L'ho odiato quando Philip Roth diventava prolisso e sorridevo al pensiero di quanto gli avrebbe detto Cechov se Roth gli avesse inviato qualcosa da leggere per avere un'opinione. Forse gli avrebbe detto quello che scrisse al fratello Aleksandr Cechov in una lettera  del 1889: la brevità è la sorella del talento.
L'ho amato per la potenza di saper entrare nell'interiorità dei suoi personaggi, costituite prevalentemente da disagi personali, rapporti difficili, con sé stessi e con i familiari, o amanti o, amici. E questa sua capacità mi ha fatto affezionare a Gabe Wallach, protagonista del romanzo; a Libby e Paul Hertz, amici di Gabe dove i sentimenti correranno per tutto il romanzo in bilico tra amore e amicizia. E poi Martha, carnale, esatto opposto di Libby, quasi eterea. E poi la madre di Gabe, la cui presenza aleggia nel romanzo, mentre quella del padre, seppur sporadica, emerge potente facendoci addentrare nel rapporto padri e figli.
L'ho ammirato perché scrivere un'opera prima del genere è qualcosa che porta scritto su ogni pagina: questo è un vero scrittore, questo è talento.
Tante sono le riflessioni scaturite durante la lettura. Ritrovare l'America descritta nei racconti di Carver, quell'ombra di squallore e recessione, con tutte le conseguenze sul ceto medio. Ritrovare anche il guizzo ironico di Paul Auster, quello che ho scoperto e mi ha fatto innamorare di lui leggendo il romanzo "Follie di Brooklyn".
Philip Roth non mi ha fatto innamorare in toto, ma leggendo alcune pagine mi ha fatto commuovere. 
Non voglio raccontarvi la trama perché secondo me una recensione non deve raccontare la storia di un romanzo che, per me, deve solo essere letto senza levare niente al lettore che scoprirà da solo, in un rapporto a tu per tu con l'opera, quanto lo scrittore ha voluto mettere sulla carta. 
E, dunque, non vi racconterò la storia di Gabe, di Libby, di Paul, di Martha e dei suoi figli, di Theresa, del padre di Gabe e così via.
Vi dico, però, che anche se in alcuni passaggi ho fatto fatica a proseguire per il divagare dello scrittore lungo vie traverse rispetto a quella principale, "Lasciar andare" è un romanzo da leggere.
Ma, attenzione - specifico - non è un romanzo da bere in una sorsata, come spesso si fa con certa narrativa. No, è da leggere con calma, godendo, oltre che della storia, della bella scrittura che appartiene a pochi. Un romanzo da assaporare.
Lasciar andare, dice il titolo... Lasciar andare come fa la madre nella lettera che scrive proprio a lui, al figlio Gabe. 
Lasciar andare come fa Gabe, nella lettera che conclude il romanzo, quella che scrive a Libby.
Un romanzo che si apre e si chiude con una lettera. Un finale che lascia un sospeso, quasi alla Carver, ma esattamente com'è la vita.
Lasciar andare: leggetelo.



Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle



mercoledì 21 luglio 2021

Numero 384 - I finalisti e le menzioni della sesta edizione del premio letterario Dentro L'amore - 21 Luglio 2021


Conosciamo i finalisti e le menzioni speciali della sesta edizione del Premio Letterario Dentro L'Amore.

In ordine alfabetico e NON di classifica. La classifica verrà comunicata durante la serata del 16 ottobre.

 

SEZIONE A – IL PRIMO CAPITOLO


FINALISTI

CAIO ELENA

CAMPAGNOLO MARTINA

D’ANGELO CORRADO

GALIMBERTI BARBARA

GRASSI SIMONETTA

LANDINI GIULIA

MIGNANI TANIA

SANNA MARIA RITA

SCARTABELLI LAURA

TARCHETTI LAURA

 

MENZIONI SPECIALI SEZIONE A

BARONI CINZIA

NICOLETTI DANIELA

TOMIATO EMANUELA

SASSONE PINUCCIA

 

§§§

 

SEZIONE B – L’INTERVISTA IMPOSSIBILE


FINALISTI

BUZZI STEFANO

CAIO ELENA

CAMPAGNOLO MARTINA

D’ANGELLA ALESSANDRA

GRASSI SIMONETTA

LANDINI GIULIA

LUCENTI GIOVANNA AGATA

MADEDDU FEDERICA

MAZZA TIZIANA

TOMIATO EMANUELA

 

MENZIONI SPECIALI SEZIONE B

DA ROIT SILVANA

LI VECCHI GIUSI

ROSSI ADELIA


§§§

 

SEZIONE C – LETTERA A UN ANGELO 

(o a chi non c’è più)


FINALISTI

CAMPAGNOLO MARTINA

DALL’OSTO ROBERTA

DA ROIT SILVANA

FOLLI ANDREA GIULIA

LUCENTI GIOVANNA AGATA

MANUNZA VALTER

MIGNANI TANIA

MUTTI MILENA

SANNA MARIA RITA

SCARTABELLI LAURA

 

MENZIONI SPECIALI SEZIONE C

LANDINI GIULIA

SASSONE PINUCCIA

SCAVELLO CARMINE


§§§

 

SEZIONE D – FOTOGRAFIE


FINALISTI

LI VECCHI GIUSY

MAZZA TIZIANA

SANNA MARIA RITA

SCAVELLO CARMINE

UNALI DANIELA


§§§

 

SEZIONE E – RACCONTAMI LA TUA CITTÀ


FINALISTI

BUZZI STEFANO

CAIO ELENA

D’ANGELLA ALESSANDRA

DA ROIT SILVANA

GABRIELI CLAUDIA

GALIMBERTI BARBARA

LUCENTI GIOVANNA AGATA

MADEDDU FEDERICA

MOTTA ELISABETTA

TROVATO CINZIA

 

MENZIONI SPECIALI SEZIONE E

BESANA LUIGI

ROSSI ADELIA

SALA LAURA

 

§§§


SEZIONE F – HAIKU


FINALISTI

BARONI CINZIA

BESANA LUIGI

CAMPAGNOLO MARTINA

CONTI MARIA GRAZIA

CREPALDI ROBERTA

DE SABATA FRANCESCO

GABRIELI CLAUDIA

MOTTA ELISABETTA

SANNA MARIA RITA

TOMIATO EMANUELA

 

MENZIONI SPECIALI SEZIONE F

LUCENTI GIOVANNA AGATA

POLLI CHRISTIAN

SCAVELLO CARMINE

ROSSI ADELIA

 

§§§


SEZIONE G – CIBO E LETTERATURA


FINALISTI

BARONI CINZIA

BESANA LUIGI

DEGL’INNOCENTI GIULIANA

DONATI MIRIAM

GABRIELI CLAUDIA

SANNA MARIARITA

SIMONCINI RICCARDO

TERSO CAMILLA

TOMIATO EMANUELA

ZERBA CINZIA

 

MENZIONI SPECIALI SEZIONE G

ANCARANI MARIA ELISABETTA

CONTI MARIA GRAZIA

LANDINI GIULIA

 

 COMPLIMENTI A TUTTI!


La serata finale si svolgerà il 16 ottobre.

Se sarà possibile, in teatro. Altrimenti on line.


Si ricorda che:

Sarà realizzata l'Antologia del Premio, con la copertina vincitrice della sezione D e con tutti i testi finalisti e le menzioni. Le antologie saranno a numero limitato, quindi servirà la prenotazione.

Sarà inoltre realizzata una raccolta con TUTTE le interviste impossibili iscritte al premio, il cui titolo sarà proprio 

LE INTERVISTE IMPOSSIBILI.


Seguiteci nella Pagina Edizioni Convalle su Facebook dove verranno comunicati tutti gli step.




Alla prossima

dalla vostra

Stefania Convalle

 

 

 


giovedì 17 giugno 2021

Numero 383 - Maratona di scrittura - FINALISSIMA - 17 giugno 2021


 FINALISSIMA DELLA MARATONA DI SCRITTURA, MANDAMI UN RACCONTO

Siamo arrivati alla fine di questa bellissima maratona di scrittura che si è svolta in 4 tappe dalle quali sono usciti 13 finalisti che si giocano la vittoria con i racconti qui di seguito.
Per votare dovete scegliere TRE racconti e comunicarli a me scrivendo a steficonvalle@gmail.com
Giovedì 24 giugno 2021, durante la diretta sulla Pagina Facebook di Edizioni Convalle, verrà proclamato il vincitore che si aggiudicherà un buono del valore di 40 euro per l'acquisto di opere di Edizioni Convalle.
Verrà, inoltre, fatta un'estrazione (o più di una, devo decidere) tra tutti coloro che hanno partecipato a questa maratona. In palio libri della casa editrice.

Alla fine di tutto, scriverò in questo numero la paternità dei racconti e comunicherò i voti e i nomi di coloro che avranno votato.

In bocca al lupo a tutti i concorrenti! E soprattutto: divertitevi sempre con la scrittura! 

 AGGIORNAMENTO

La maratona di scrittura si è conclusa e la vincitrice della finalissima è GIULIA LANDINI. 

Complimenti!

Al secondo posto si sono classificati a pari merito:

ELISABETTA MOTTA

RICCARDO SIMONCINI

Al terzo posto: 

PINUCCIA SASSONE

COMPLIMENTI A TUTTI!

- 1 -

Giulia Landini

LE NOZZE BIANCHE

Sdraiata in macchina, con le gambe fuori dal finestrino, si lasciò cullare dal ticchettio dei suoi tacchi color Tiffany sullo sportello.

Non si era sposata.

Lanciò il bouquet non appena l’auto ripartì e percorse a ritroso con i ricordi i giorni confusi che l’avevano condotta fino a lì, accanto all’uomo che amava.

Lei e Christopher si erano appena conosciuti quando lei saltò su con il suo cipiglio civettuolo e gli disse: «Promettimi che tra qualche anno mi sposerai», poi scoppiò in una fragorosa risata con gli occhi colmi di gioia e lo baciò.

Lui guardò innamorato quella donna un po’ matta e piena di vita, pensando che nessun per sempre sarebbe bastato a dare un posto a tutto l’amore che provava per lei.

Inutile dire che quel tempo corse veloce e che il matrimonio era ormai alle porte.

Quello con cui nessuno aveva fatto i conti, tanto meno lei, era l’incidente che, pochi mesi prima del gran giorno, avrebbe portato via Christopher.

Seguirono tempi bui, nessuno spazio era mai abbastanza ampio da non farla sentire stretta in una morsa, come se soffocasse.

Non esisteva attimo che non pensasse a Cristopher.

Nelle notti insonni e disperate, una parola si fece largo nella sua testa: celebrare.

Sentiva forte il bisogno di ricordarlo, di compiere insieme l’ultimo gesto grandioso prima di dirgli addio.

Scelse il giorno del matrimonio; era ancora tutto prenotato, compreso il viaggio di nozze in California.

Si vestì di tutto punto, calzò il vestito da sposa strampalato che avrebbe indossato nel suo matrimonio lampo stile Las Vegas, i tacchi celesti e si fece accompagnare dall’autista che avevano assoldato per scortarli la prima sera, ubriachi, all’albergo.

Appena salì in auto mise le gambe fuori dal finestrino ed ebbra di champagne si sdraiò sul seggiolino, sotto lo sguardo incredulo dell’autista.

«Non si è presentato lo sposo?» chiese timidamente.

«Qualcosa del genere, qualcosa del genere» rispose lei.

Nel suo bagaglio c'era una scatola dei ricordi: biglietti, lettere, piccoli regali, tutto quello che restava di Christopher tranne le fedi, quelle le aveva gettate insieme alla terra e ai fiori sulla bara chiara prima che fosse interrata.

Non aveva progetti oltre quel viaggio, la sua vita precedente non le serviva più e non sapeva cosa ne sarebbe stato di lei, ma aveva un gran bisogno di vivere quello che restava dei suoi giorni sentendolo vicino.

A ogni tappa di quel viaggio avrebbe celebrato qualcosa di lei e Cristopher e ogni pezzetto di strada avrebbe rimesso insieme il puzzle scomposto del suo cuore.

La prima tappa era San Francisco, la città dove vivevano quelli che sarebbero dovuti diventare i suoi suoceri, pensò di cominciare da lì a ritrovare parti di lui, si avvicinò ad un cancello bianco in ferro battuto e suonò il campanello.

«Sono Rachel, la Rachel di Cristopher» disse piano per annunciarsi.

La risposta furono le sbarre mobili che cominciarono a muoversi e una donna comparve sulla soglia di casa in attesa: la mamma di Cristopher.

 

 - 2 -

Elisabetta Motta

AZZURRO TIFFANY

Continuavo a guardare incredula il biglietto della lotteria tra le mie dita.

Avevo vinto? Impossibile. Stentavo a crederci. 

E invece sì, avevo proprio vinto. E quella che presto sarebbe stata mia non era di certo una piccola somma. Gli zeri, preceduti dal numero uno, trasmettevano il loro messaggio come il lampeggiante di un sistema d’allarme. Li contai per l’ennesima volta. Ben sei. Un milione di dollari!

Quando finalmente misi giù il biglietto, dovetti riprenderlo subito in mano per guardarlo ancora perché non riuscivo a convincermi della realtà di ciò che vedevo.

Io, Rebecca Winters, una squattrinata ragazza di ventotto anni che si era sempre arrangiata per sbarcare il lunario, sarei diventata milionaria.

Yuppie!

Ma era tutto reale, e la mia vita piatta e grigia si sarebbe trasformata in un sogno sfavillante.

Giurai di godermela fino in fondo.

Così, incassata la sostanziosa somma di denaro, mi tolsi il primo sfizio di una lunga lista. Acquistai una lussuosa Cadillac color azzurro Tiffany! Il mio colore preferito.

Mi sentivo potente alla guida di quell’auto. Quello stesso giorno mi fermai sulla Fifth Avenue nel negozio più lussuoso di scarpe, la mia passione, e scelsi un paio di decolleté tacco dodici, color azzurro Tiffany.

La tappa successiva fu in una boutique di firmati capi di abbigliamento. Svaligiai, letteralmente, l’intero negozio!

Era la mia nuova vita e io ero la nuova Rebecca.

Carica di buste e pacchetti, raggiunsi la mia Cadillac fiammante. Mentre sfrecciavo per le strade di New York, il vento che entrava dai finestrini abbassati scompigliava i miei capelli facendomi assaporare l’attimo fuggente.

Ed ecco che all’improvviso lo vidi. Seduto sul marciapiede, quel giovane era raccolto su se stesso come un vecchio fagotto abbandonato. Chiedeva l’elemosina. Il suo sguardo raggiunse il mio, nel lussuoso abitacolo della vettura. Malgrado fossero tristi, le sue iridi erano le più belle che avessi mai visto. Nere e profonde.

Desiderai vedere un sorriso sul suo volto. Fu la mia sfida di quel giorno.

Agii d’impulso. Inchiodai il piede sul freno e accostai l’auto. Scesi e mi avvicinai. C’erano pochi spiccioli nel berretto capovolto sull’asfalto. Sapevo bene cosa significasse fare rinunce e sacrifici, ma non potevo immaginare come fosse la vita di un mendicante.

«Sai guidare?» gli chiesi a bruciapelo.

Mi guardò confuso. Era evidente che non riusciva a dare un senso a ciò che aveva appena sentito.

«Ho un lavoro da offrirti» spiegai. «Mi serve un autista!»

Continuò a fissarmi incredulo.

«Se ti va» aggiunsi scrollando le spalle.

Ed ecco spuntare il sorriso, radioso come il sole, e più eloquente di mille parole.

Sono trascorsi due anni da quel giorno. Henry è diventato mio marito. Un colpo di fortuna ha cambiato la mia vita, ma anche la sua.

La mia testa adesso è poggiata sulle sue gambe mentre lui guida la Cadillac, e i miei piedi sporgono fuori dal finestrino, calzando i vertiginosi tacchi azzurro Tiffany.

Siamo ubriachi di felicità perché presto appenderemo alla porta di casa un fiocco.

E sarà azzurro Tiffany!


- 3 -

Tiziana Mazza

UNA FOTO DA INCORNICIARE

La mia mano cerca frenetica nell’astuccio dei trucchi ed estrae un rossetto dal colore albicocca che ben s’intona con la mia carnagione delicata e con i fiori disegnati sul mio abito. Una passata veloce sulle labbra, un’ultima controllata all’immagine che lo specchio mi rimanda, e via!

21 giugno 1965: sta per iniziare la stagione più bella dell’anno. Dopo un lungo periodo trascorso a sgobbare sui libri, sono pronta a vivere tre mesi in piena libertà, con l’unica preoccupazione di divertirmi: sole, mare, tuffi in acqua, il falò sulla spiaggia, il gioco della bottiglia e… lui!

Ho appena finito la quarta liceo, niente esami quest’anno e, per fortuna, neanche Roberto. L’anno scorso è stato bocciato, così quest’estate niente maturità, libero di divertirsi anche lui e, soprattutto, con la patente di guida. Laura, la mia amica del cuore, mi ha detto che i suoi genitori, per la tanto sospirata promozione, gli hanno regalato una grossa automobile, come quelle che si vedono nei film americani: è uno sballo, non ti puoi sbagliare è di colore verde acqua, non ce ne sono altre in giro! E, guarda caso, l’abito e le scarpe che oggi ho scelto di indossare sono in perfetto pendant

In lontananza sento il suono del juke box, proviene dai nostri bagni, l’Aloha Beach. Sono le note del tormentone dell’estate: Il Mondo di Jimmy Fontana. Muoio dalla voglia di ballarla con lui.

Mi starò illudendo? Lo scorso settembre, quando ci siamo salutati per iniziare il nuovo anno scolastico, Roberto aveva da poco lasciato quella smorfiosa di Giovanna e finalmente mi aveva notata, mi guardava con occhi diversi, così, almeno, mi era sembrato.

E se mi fossi sbagliata? Fra poco lo saprò, è il momento della prova del nove.

«Ciao Alice, non vedevo l’ora di incontrarti.»

Laura e io ci abbracciamo strette, felici di esserci ritrovate dopo tanto tempo.

«Sono già arrivati tutti?»

«Sì, c’è anche Giovanna…» lo sguardo della mia amica è più che eloquente.

«Già, vedo.»

L’entusiasmo e la trepidazione che avevo provato fino a un attimo fa svaniscono come le carte nelle mani di un abile illusionista. La strega della favole è più viva che mai, ma io non sono più disposta a giocare il ruolo di Biancaneve.

Mi avvicino con passo deciso, stanno ballando. La strega sbatte le ciglia finte mentre si struscia contro Roberto. Estraggo dalla borsa una limetta e con nonchalance affilo le unghie. Lei mi guarda, lui mi guarda… Ho gli occhi di tutti puntati addosso. Poi Roberto la stacca bruscamene da sé, piantandola da sola inebetita in mezzo alla pista, e si avvicina a me.

«Ciao, Alice. Sei splendida! Te l’avevo mai detto?»

 Se sto sognando, non svegliatemi!

Uno sguardo alla faccia viola di Giovanna mi conferma che sono più che sveglia.

«Vuoi venire a fare un giro sulla mia nuova Chevrolet? Siete fatti l’una per l’altra…»

La faccia di Laura è nascosta dietro all’obiettivo mentre mi allontano in auto con Roberto: grazie, amica mia, domani compro una cornice d’argento.

 

 - 4 -

Sonia Signorino

NOTE DANZANTI

Le note di “Spring Walz” rompevano il silenzio della stanza rendendo l’atmosfera rilassata e satura di serenità.

La musica di Chopin aiutava Claudia a entrare in una “bolla” emotiva. Chiudeva gli occhi e si lasciava trasportare dalla poesia. Esisteva solo lei, la melodia, la sua anima spoglia.

Aveva incontrato Ruben a soli vent’anni catapultandosi in una storia  fatta di vacanze, cene esclusive e viaggi. Ma dopo il matrimonio scoprì un marito afflitto da paranoie, gelosia e a cui piaceva saltuariamente alzare il gomito. Tornava a casa ogni sera sempre più tardi lasciandosi divorare dalle frustrazioni, trascurandola e chiedendole raramente come stesse.

L’assenza del marito era libertà, evasione. In sua presenza non avrebbe potuto permettersi di  vagare per l’appartamento a passo di danza, leggera come una libellula con ali di seta, indossando il tutù e le mezze punte. L’avrebbe umiliata, presa in giro e schernita con la sua solita cattiveria.

Da qualche tempo l’anima di Claudia si era immersa nei colori  brillanti di un nuovo arcobaleno, da un po’ di tempo Claudia, ballava ancora più leggiadra, sognante.

Aveva incontrato una persona speciale che era riuscita con poche parole e piccoli gesti a farla sentire importante, bella, unica. Si era ricordata della felicità dentro alle piccole cose,  grazie ad Alex.

Usava quasi sempre il diminutivo, ad eccezione di eventi importanti e carichi di significato. Aveva incontrato l’Amore a casa di amici, davanti a un piatto di polpette al curry. Alex si sedette di fronte a lei, facendo passare il gesto come casuale, ma non l’aveva persa di vista un attimo .

I loro sguardi non perdevano occasione per incrociarsi, le loro mani per toccarsi. La serata si concluse con un bacio lungo e appassionato che lasciò Claudia senza parole, ma ancor di più senza fiato.

Aveva tradito suo marito, anni di soprusi e umiliazioni non riuscivano a farla sentire in colpa, anzi, le dispiaceva che l’incontro si fosse concluso solo con un pudico bacio.

Dal quel primo sguardo trascorsero due anni di sesso rocambolesco, progetti, incontri clandestini. Anni felici, mentre Ruben ignaro di tutto continuava a immergersi nel lavoro, negli amici, nei bar.

Quando la musica di Chopin cessò ripose le mezze punte e il tutù in una scatola di legno intarsiata, Alex la stava aspettando sotto casa con sogni, amore e passione. Indossò le scarpe più belle che possedeva, sentiva nell’aria la libertà. Scese le scale e si tuffò tra le sue braccia.

Salirono in macchina, accese la radio e cantarono a squarciagola, ridendo di ogni piccola cosa. In un moto di spensieratezza, Claudia poggiò la schiena su Alexandra e tirò fuori dal finestrino le lunghe e affusolate gambe avvertendo la delicata carezza del vento caldo. Si sentiva leggera, dopo il peso della  danza esasperata, carica di sofferenza e allo stesso tempo liberatoria di poco prima.

Con i tacchi color cielo e il vento sulla pelle il futuro era appena iniziato, dentro un’auto  d’epoca con la felicità e la musica a far da colonna sonora alla loro vita. 


- 5 -

Riccardo Simoncini

ADESSO TOCCA A ME

Adesso tocca a me. 

Ho sudato, ho concesso, ho permesso, ho subìto e stretto i denti, ma adesso tocca a me.

L'ha detto e l'ha fatto.

È passato a prendermi, a "rubarmi via", come dice lui.

Ogni sera in quel locale, entrava con il suo chiodo di pelle nera e i capelli pieni di brillantina, andava al juke box e metteva sempre la stessa vecchia canzone.

"Te la ricordi?" mi ha chiesto la prima sera, seduto al tavolo con la birra davanti.

"No", ho risposto secca sfoderando il sorriso di circostanza senza il quale noi ragazze rischiamo il licenziamento.

Mi ha colpito quell'espressione delusa su quel sorriso che non voleva spegnersi, come se volesse continuare a concedermelo. Come fosse un regalo.

È tornato ogni sera, con lo stesso sorriso e la stessa canzone.

Una volta mi ha fatto un'altra domanda: "E di me, ti ricordi?"

Io ho risposto lo stesso "No" con lo stesso sorriso finto ed è rimasto di nuovo deluso ma con lo stesso sorriso regalo. 

Ogni sera. Silenzioso, pensieroso, solitario. Sorridente, quando incrociava il mio sguardo.

"Chi sei?" gli ho chiesto finalmente una volta dopo il lavoro, mentre fumava appoggiato alla sua Cadillac.

Ha fatto quel sorriso regalo, sempre senza usare gli occhi e ha raccontato chi è.

Io non gli credo. Avevamo sei anni e dice di amarmi da allora. Piangeva, quel giorno. Era un bimbo solitario,  silenzioso e pensieroso, ma quel giorno scoppiò a piangere. Pare sia stata io a consolarlo. "Se smetti di piangere ti do un bacio". Lui pianse più forte e io lo baciai due volte. In sottofondo, quella vecchia canzone che non ha più dimenticato.

Dice di amarmi da allora, ma io non gli credo. Se fosse vero, avrebbe una costanza che... Figuriamoci. Però è stato incredibile, ogni sera, per un anno. Mi ha raccontato ogni giorno un ricordo diverso di quel periodo che io tengo a malapena in memoria. Sempre con quel sorriso regalo. "Dopo quel giorno non piango più davanti a te" mi ha detto.

La sua non è stata una corte spietata, ma piuttosto una pazienza delicata.

Alla fine gli ho detto di sì, che se credeva poteva venirmi a prendere con la sua Cadillac di quel verde Tiffany che adoro sin da quando ero bambina, che avrei lasciato tutto e tutti e sarei andata con lui, perché in fondo ho capito che dopo aver sudato, concesso, permesso, subìto e stretto i denti, adesso tocca a me.

È venuto. È venuto davvero. Mi ha portato un vestito e un mazzo di scarpe dello stesso colore della sua auto. Il mio preferito. Fin da quando ero bambina. Dice che mi ama da allora.

Ho indossato tutto e sono partita con lui, perché adesso tocca a me.

Quando gli ho detto "ti amo" ho visto il suo sorriso regalo vacillare e lasciare il posto a uno vero. Poi, come fanno sempre gli uomini, ha infranto la promessa e ha pianto. E in quel momento io l'ho baciato ancora.

 

 - 6 -

Tania Mignani

 MATRIMONIO IN OHIO

Come dice, agente?

Patente e libretto?

Eccoli qua. Sono un tipo ordinato, io. La mamma ci tiene tanto.

Oh, non faccia caso a Betty, si è addormentata subito dopo essere salita.

Oggi poi è particolarmente elegante, non trova, agente?

Quel bellissimo vestito a fiori lo abbiamo comprato insieme, nel negozio più elegante della città. Quando è uscita dal camerino era perfetta. La commessa le ha mostrato anche le scarpe, eleganti, con i tacchi molto alti e di un bellissimo turchese. Quando Betty le ha viste le si sono illuminati gli occhi allora le ho detto «Prendile, tesoro. Al matrimonio della cugina Mary devi essere la più bella». E lo sarà senz’altro, agente, perché è lì che stiamo andando, nell’Ohio. Chissà le facce dei miei parenti quando ci vedranno arrivare, loro che mi hanno sempre considerato un ritardato.

Anche Betty mi prendeva in giro insieme agli altri ragazzi, ma sono sicuro che non lo pensasse, lo diceva solo per adeguarsi.

Quando è partita per Los Angeles la gente cominciò a dire cose cattive anche su di lei.

Ogni domenica andavo al cinema sperando di vederla in un film ma il suo nome non appariva nei cartelloni, ne avrà uno d’arte pensavo, però non la scorgevo neppure sullo schermo.

Comunque, due mesi fa è tornata e la gente ha ricominciato a sparlare di lei, io lavoro all’emporio di Sal e ne sento di chiacchiere. Dicevano che per soldi avrebbe fatto di tutto.

Non capivo cosa ci fosse da meravigliarsi, non lavoriamo forse tutti per i soldi? Persino lei che a detta di molti faceva un lavoro strano, il lavoro più antico del mondo.

Ho pensato di chiederle di farmi da fidanzata al matrimonio della cugina Mary e lei ha accettato, ma abbiamo pattuito che oltre ai soldi le avrei comprato anche un vestito nuovo. Ero al settimo cielo e per ringraziarla le ho regalato anche le scarpe. Non sono stupende, agente?

Questa mattina sono passata a prenderla e lei era in casa, già vestita di tutto punto insieme a C.J., si strusciavano uno contro l’altro, ero preoccupato e se avesse rovinato il vestito?

Quando è salita in macchina puzzava di gin e si è arrabbiata con me. Mi ha detto «ma si può sapere che vuoi da me, razza di un ritardato». Io sono buono e caro ma quando sento quella parola mi va il sangue alla testa, è più forte di me. Lei voleva scendere ma l’ho afferrata per la sciarpa e ho tirato finché non si è calmata e si è addormentata.

Finalmente siamo partiti, mi è venuto in mente che il giorno in cui abbiamo comprato scarpe e vestito lei aveva messo i piedi fuori dal finestrino «sono talmente belle che devono vederle tutti» e così ho fatto anch’io, cercando di non svegliarla.

Ok, agente, farò come dice lei, mi sdraio a terra con le mani dietro la schiena, ma non urli per favore, Betty si potrebbe svegliare e faccia in fretta, la strada per l’Ohio è ancora lunga.

 

- 7 - 

Maria Rita Sanna

 VOLEVO SOLO UN TURCHESE

Al principio fu rosso. La passione ci travolse in un attimo, come il fuoco che avvampa sulle sterpaglie secche. E non m’importava se non avevo rubini alle dita, lui era la mia pietra preziosa, perfino migliore del turchese che portavo sempre al collo come portafortuna.  Lui era bello, sempre allegro e sicuro di sé. In quel periodo pensavo che per amare non fosse necessario possedere grandi cose, ma non capivo che nei piccoli gesti mancava il necessario. Il fuoco del desiderio bruciava ogni pensiero.

L’arrivo dell’autunno mutò i colori, i tramonti divennero arancio e le foglie degli alberi gialle. Giallo diventò il nostro amore, come la fiammella che non trova più ossigeno e si spegne. Giallo come la birra che cominciò a scorre nel suo corpo. Come il dispiacere sul mio volto quando mi rivolse false accuse. Eppure era bello, le sue labbra da mangiare mi facevano dimenticare ogni cosa, anche se ogni tanto stringevo in mano il mio turchese.

La speranza di ricominciare fu il nostro progetto, mettere a dimora i semi per vedere un giorno il verde rigoglioso. Ero incinta e felice. Fu un periodo di intensa complicità e i progetti erano in continua evoluzione. Pensavo che più questi mutavano, migliore fosse il risultato. Non capivo che un cambiamento necessitava di una buona base per cominciare.

Il mio grembo cresceva, e questo era un buon inizio. Ma l’inverno ci trovò impreparati. Il nostro amore non fu sufficiente a proteggerci dal freddo, lui ripiombò nella sua incostanza, irascibile per un nonnulla. Forse, ero io il problema, avevo preteso una vita di coppia senza nemmeno chiederglielo, avevo voluto un figlio senza il suo consenso. Mi ritrovai sola nei pensieri sempre più profondi e scuri come la notte. Come il mare in tempesta in un giorno d’inverno lui esplose tutta la sua rabbia – frustrazione - su di me, strappandomi il bimbo dal grembo e la pietra dal collo, dandomi della pazza. Compresi all’improvviso tutta l’inconsistenza delle sue promesse e la mia superficialità nel credere a un amore basato su colori riflessi.

La mia rinascita fu la ricerca della pietra turchese portafortuna, come quella che portavo tempo prima, e con determinazione la cercai senza fermarmi alle apparenze. Studiai le proprietà e caratteristiche del turchese fino a incontrare un nuovo amore, anche lui appassionato di minerali, con tanti difetti come le sfumature della pietra, ma affidabile come la sua durezza. Poco per volta imparai a fidarmi di quel turchese, lo volli nelle scarpe e nei vestiti, sempre con me, dentro di me.

 

 - 8 - 

Lidia Silvia Scarpenti

FELICITÀ NEGATA

«Ma quante volte devo dirtelo che non devi indossare quei vestiti! Ma tu, imperterrita, niente! Lo sai che sei la vergogna di questa famiglia, vero? Continua a fare quello che credi: disobbedisci! Poi, vedrai tuo padre di che cosa sarà capace!»

«Io non ho paura!» rispondevi alle minacce di tua madre, cercando di nascondere la voce tremante.

Avevi solo diciassette anni, Afrah, e tanti erano i sogni come tanta era la voglia di vivere che, se non per cultura, ti rendevano identica a tutti noi giovani.

Arrivata in Italia a soli cinque anni con i tuoi genitori e tre fratelli maschi, eri cresciuta, così, in un Paese straniero che, a dispetto di quei genitori, era diventato anche il tuo. 

Ricordi quella volta in cui mi chiedesti se sapessi che cosa significasse in arabo Afrah? Senza aspettare che tentassi almeno di indovinare, rispondesti da sola, urlando al cielo: «Felicità!»

Ecco! La gioia, quasi tangibile, che trasudava da qualsiasi cosa dicessi o facessi era semplicemente contagiosa.

«Troppo esuberante, non va bene, così!» erano le parole di tuo padre quando rimproverava tua madre per non averti controllato a dovere. E me le riferivi, facendogli il verso, quasi a voler sdrammatizzare la realtà.

Quella realtà che t’impediva anche di uscire dopo la scuola con i tuoi amici – soprattutto se maschi – magari, semplicemente per studiare in gruppo; di indossare sneaker e jeans senza per forza doverli coprire con cappe scure e lunghe fino ai piedi; di portare quei tuoi splendidi lunghi capelli neri dai riflessi blu sciolti sulle spalle. Sdrammatizzare, quindi, quella realtà che t’impediva di vivere i tuoi anni più spensierati.

Frequentavi la terza superiore, ma sapevi già che avresti dovuto interrompere gli studi a breve. La tua famiglia ti aveva promesso in sposa a un cugino e presto avresti dovuto raggiungerlo nel vostro Paese d’origine.

Eri terrorizzata all’idea, ma non rassegnata.

«Lotterò fino all’ultimo! Mai e poi mai potranno costringermi a fare una pazzia del genere!» eri solita postare in rete.

Qualche giorno prima di scomparire, senza lasciare traccia di te, mi confessasti di aver paura che i tuoi fratelli e tuo padre ti stessero per tendere una trappola…

Non so dove tu sia, Afrah, amica mia!

Mi piace pensare, però, che da lassù, con indosso un vestitino giallo fantasia, e calzando le scarpe col tacco di vernice verde che ti prestava di nascosto mia sorella quando volevi liberarti di quell’orrido e nefasto niqab, tu possa sfrecciare su quell’auto d’epoca - che avremmo sicuramente posseduto da grandi, com’eri solita dire - anch’essa di colore verde, il colore che più amavi.

Mi piace immaginarti bella, allegra e spensierata in una giornata di sole… Innamorata della vita.

A volte, penso a quella canzone, che diceva: … Ma tu che ne sai dei sogni… Quelli son miei e non li vendo. E gli occhi mi si riempiono di lacrime.

 

- 9 - 

Alessandra Nobile

 TURCHESE

Ne avevo accompagnate tante di spose, nella mia carriera di autista per grandi eventi, ma giuro mai, mai nessuna stravagante quanto questa qui. Aveva voluto a tutti i costi la Cadillac turchese, la nostra macchina più scenografica, e più costosa. Diceva che si abbinava alla perfezione al prezioso vestito in tulle e alle scarpe decolté, tacco dodici, che aveva scelto per la cerimonia. E non aveva voluto il padre in macchina con lei, né a condurla all’altare. Usanze antiquate aveva detto. Ad aspettarla davanti alla chiesa, insieme agli invitati, doveva esserci il marito: ci sarebbero entrati insieme, nel tempio di Dio e nella loro nuova vita.

Avrei voluto farle anche io una domanda: quella domanda che probabilmente a tutti veniva da fare, guardandola. Ma non potevo. Io ero a noleggio, insieme all’auto, ed ero, pertanto, tenuto alla discrezione. Dovevo lasciare che fossero i clienti ad attaccare bottone, sempre che ne avessero voglia. Quella era la regola.

Arrivati a destinazione la sposa mi fece la richiesta più bizzarra. Dovevo aiutarla a sistemarsi con le gambe accavallate che sporgevano fuori: fuori dal finestrino posteriore dell’auto.

Anche chi passava di lì per caso non poteva ignorarle, quel paio di gambe mozzafiato che sbucavano dalla Cadillac turchese. Sì, spiccavano sopra ogni cosa quelle sue gambe e quelle sue scarpe turchesi con i tacchi a spillo: due punte messe lì a bucare il cielo.

Io dallo specchietto retrovisore avevo potuto osservare, per il tempo del viaggio, la sposa da una prospettiva diversa, e privilegiata. D’altronde era da lì, dallo specchietto retrovisore, che si riflettevano i segreti, i segreti di tutti. E lo specchietto retrovisore, in silenzio, proprio come me, ne aveva sempre custodito la misteriosa luce.

Certo che di luce ne rifletteva parecchia, quella sposa, non fosse stato per quell’ombra nel suo sguardo. Ma a quell’ombra lei non la voleva dar vinta, questo l’avevo capito senza bisogno di domandare nulla.

La gente si sarebbe fermata a bocca aperta, fuori dalla chiesa, a guardare lo spettacolo di quel magnifico corpo, di quelle magnifiche gambe che svettavano così, dal finestrino aperto di una Cadillac turchese. E dopo quello spettacolo niente, proprio niente, avrebbe più potuto rubare la scena alla sposa, né in alcun modo oscurarla. Nessuno, dopo, avrebbe più notato quel suo viso, bello e deturpato da un lato all’altro. Quel viso magnifico e impressionante che nulla, nemmeno un trucco fatto ad arte, era riuscito a normalizzare.

Solo io in quel momento, dalla mia prospettiva privilegiata, potevo notarlo. Ma la domanda sul perché di quello sfregio mi era morta tutta sulle labbra appena ero sceso dall’auto e avevo visto, riflesso negli occhi delle persone, quel tacco dodici bucare il turchese del cielo.

 

- 10 - 

Pamela Pirola

                                                          LA RINASCITA

Sabato… Niente sveglia, niente ansia e niente lavoro. Dalla finestra entrava lentamente la prima luce del giorno.

Carol si girò sul fianco, stirò le braccia e aprì gli occhi. Una piacevole sensazione di relax, quasi protettiva, era conferita dalle lenzuola bianche e per un attimo la vita era perfetta così. D’improvviso le venne  in mente la data di quel giorno e un brivido di freddo la travolse dalla testa ai piedi.

Due anni fa il giudice aveva definito la sentenza di divorzio. Il suo ex marito, seduto al lato destro dell’aula, inveiva con parole violente contro il suo avvocato, mentre Carol lo ringraziava per aver messo definitivamente la parola FINE a quella vita d’infermo.

L’idea di alzarsi e preparare il caffè la sviò dai pensieri cupi.

«Basta pensare al passato» sussurrò tra sé e sé.

Fatta colazione, indossò la tuta, mise gli auricolari e uscì dal palazzo. La musica era quella giusta, il ritmo del cuore iniziò ad  accelerare e via…

Corse fino al parco, dove si doveva incontrare con  la sua migliore amica. Joanna. L’unica che le era sempre stata accanto nella fase della separazione e del divorzio e la sola a cui aveva confidato le violenze domestiche subite.

Il ritmo della musica incalzò e le gambe risposero bene. E pensare che fino a qualche tempo prima l’idea di correre non le aveva nemmeno sfiorato la mente.

Ormai correre era una sfida, la sua sfida. Se era riuscita a sopportare cinque anni di matrimonio violento, era anche capace di arrivare a correre prefissandosi dei traguardi sempre più ambiziosi.

Arrivata al lago, posto al centro del parco, si sentì  soddisfatta. Il sole le regalò i primi raggi dorati sul viso.

Joanna era sulla solita panchina ad aspettarla mentre sorseggiava un cappuccino bollente.

Le due amiche si scambiarono uno sguardo d’intesa e nello stesso momento esclamarono: «Questa vita è troppo monotona, dobbiamo compiere una pazzia!»

Tornarono a casa, prepararono le valigie e partirono per un viaggio coast to coast. La meta non era predefinita, andavano dove le portava il cuore e anche la stupenda macchina decappottabile color Tiffany di Joanna.

L’ultima volta che sono state avvistate si trovavano a Malibù, parcheggiate davanti al mare, con la musica ad alto volume e le loro fantastiche gambe fuori dai finestrini. Inutile dire che Joanna indossava delle meravigliose décolleté tacco quindici di colore Tiffany.

Chissà dove sono ora? Chissà se hanno trovato la felicità? O se  stanno ancora vagando di città in città senza una meta ben precisa.

Chissà…

 

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Pinuccia Sassone

I TACCHI A SPILLO DI SUOR ADELAIDE

Malaika era inconsapevole di quanto fosse bella: lunghi riccioli neri le incorniciavano il  viso dalla pelle ambrata con magnetici occhi cerulei.

Viveva con i genitori e cinque fratellini in un povero villaggio, nel Burkina Faso. Ai piedi della collina, la savana assolata e migliaia di chilometri di terra rossa, punteggiata qua e là dal verde degli alberi.

Adom, amico di infanzia, emigrato in Francia, raccontava d’aver trovato un ottimo lavoro. Ogni anno portava regali per tutti, lo aspettavano come manna dal cielo.

Malaika, sulla rivista di moda che lui le regalò, si innamorò di un paio di scarpe. Nelle notti insonni, accarezzava il desiderio di andarsene da quel posto. Percorreva sconosciute strade di fantasia su quei tacchi a spillo diventati il suo sogno di libertà.

Adom tornò al villaggio per la morte del nonno, capo della comunità. Nell’occasione, disse al padre di Malaika che avrebbe potuto aiutare la figlia, offrirle lavoro e casa. Decise il genitore per lei e quattro giorni dopo, partirono. Nel misero bagaglio: due vestiti stropicciati e un paio di sandali di spago.

Con un morso al cuore abbracciò i fratelli. La mamma la strinse forte a sé,  fiduciosa e felice, di certo la vita della figlia sarebbe cambiata in meglio.

Arrivati a Parigi, l’amico l’accompagnò nell’abitazione preparata per lei.

Una casa da favola, Malaika rimase senza parole.  Fino a quel giorno aveva abitato in una capanna i cui muri erano stati costruiti con  impasto di terra, paglia e sterco bovino.

Non potrò mai ringraziarti abbastanza, gli disse.

Siamo cresciuti come fratelli, voglio che tu stia bene, rispose Adom.

Iniziò a lavorare presso un lussuoso bar della città. I clienti erano incantati dalla sua bellezza. Adom andò a trovarla dopo qualche settimana per chiederle il favore di ospitare un  amico, solo un paio di giorni.

Ogni volta, però, era una persona diversa.

Lei, ancora ignara, non poteva rifiutarsi, gli doveva gratitudine.

Iniziò così la carriera da prostituta di lusso. Adom passava per riscuotere l’incasso giornaliero.

Spesso le pretese erano altre e se lei lo respingeva, erano botte.

Pensavi davvero che ti avrei fatto fare una bella vita? Le disse l’impostore senza scrupoli.

Malaika trascorreva nottate intere piangendo. Voleva scappare, ma dove…come? Il bastardo l’avrebbe cercata ovunque.

Una sera, un cliente non osò abusare di lei. Lo inibì il pensiero che la ragazza avesse l’età di sua figlia.

Posso portarti in un luogo sicuro, lui non potrà mai più trovarti.  Le disse l’uomo.

Dopo tre ore di strada giunsero al  Convento delle suore Clarisse, ubicato in un posto sperduto, a duecento chilometri da Parigi. L’uomo l’affidò alla badessa, raccomandandole il massimo della discrezione.

L’abito talare  mortificò tutta la sua bellezza.

Malaika abbandonò il suo nome e divenne Suor Adelaide.

La sera, quel mondo chiuso in silenziose preghiere, diventava ancora più sordo.

Nell’angolo dell’armadio custodiva il segreto del suo primo acquisto a Parigi.

Al buio, di nascosto, indossava quelle scarpe col tacco a spillo, verdi come il colore della speranza.

Il suo sogno di libertà non moriva.

 

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Alessandra D'Angella

L'INCREDIBILE POTENZA DELL'AMORE 

Il pomeriggio prima del suo matrimonio Vittoria mi chiese di accompagnarla al mare, voleva guardare le onde infrangersi sulla scogliera.

«Al mare? Ma ci vorrà almeno un’ora di macchina!» replicai sconcertato.

Non volle sentire ragioni, non era certo una donna a cui si poteva dire di no; e così nel giro di pochi minuti mi ritrovai al volante della Cadillac di suo padre, con lei seduta accanto, vestita di tutto punto, le gambe fuori dal finestrino nella consueta posizione che assumeva tutte le volte in cui aveva la necessità di riconciliarsi con i suoi pensieri.

In silenzio fissava il mondo scorrere, mentre il sole le filtrava nei capelli impreziositi dai fermagli di Swarovski, creando un prisma di colori sulla tappezzeria.

La conoscevo sin da quando eravamo bambini, ma in quel momento facevo davvero fatica a immaginare quali spiriti popolassero la sua mente. Erano mesi che camminava a due metri da terra ed era così felice per quel che stava vivendo, che stentavo a credere vi fosse qualcosa in grado di disturbare il suo stato di catarsi.

Fu proprio mentre ascoltavo il suo silenzio e la guardavo con la coda dell’occhio che mi resi conto di quanto fosse bella, nonostante quelle terribili scarpe color Tiffany che si ostinava a indossare solo perché gliele aveva regalate Giovanni, il suo fidanzato, anche se era chiaro che le detestasse.

Sorrisi per quel pensiero, era la mia migliore amica, come potevo provare attrazione per lei?

Eppure in quel momento non riuscivo a distogliere la mente dal quel corpo affusolato che avevo visto mille volte, ma che allora mi sembrò di non aver esplorato abbastanza.  

Mi fermai di colpo sul ciglio della strada, lei si voltò verso di me con aria interrogativa.

La baciai e lei mi lasciò fare.

La toccai e lei non si sottrasse.

Poi facemmo l’amore.

Lì, su quella strada semideserta che paradossalmente era il luogo più intimo in cui fossimo mai stati insieme.

E averla con me in quel pomeriggio che preannunciava l’arrivo dell’estate, mi regalò il sapore dell’eternità, la sensazione di poter fingere che fosse per sempre.

Non c’è nulla in grado di fissare un ricordo così intensamente quanto il desiderio di perderlo e, sebbene più volte io lo abbia desiderato, non sono mai riuscito a cancellare dalla mia mente l’immagine della fusione dei nostri corpi, nemmeno a distanza di così tanti anni.

Ciascuno di noi vive oggi la propria vita per come l’aveva immaginata prima di quel momento e spesso mi chiedo come sarebbe stato il nostro presente se le cose fossero andate diversamente, se quel giorno al mare non ci fossimo stati o se una volta arrivati, avessimo deciso di non tornare indietro. Ma non trovo conforto in alcuna risposta.

Quel che rimane nella mia vita irrisolta, sono i ricordi che mi legano a quel pomeriggio di tanti anni fa, in cui scoprii che non abbiamo alcun potere su ciò che sentiamo.

L’incredibile potenza dell’amore.

 

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Adelia Rossi

IL PREZZO DELLA LIBERT À

Azzurra si sedette su quella pietra miliare ai margini della strada al chilometro sette.

Raggomitolata come un feto nel grembo materno, chiuse gli occhi e attese.

Le parole di sua madre tornarono a consolarla.

«Sei stata il più grande regalo che la vita potesse farmi» le aveva detto mentre in una calda sera d’estate se n’era andata portandosi dietro sogni e dolori. Non aveva pianto quel giorno, troppo l’aveva vista soffrire per mano del padre.

Quando aveva conosciuto Ugo, così diverso dagli altri, aveva accettato senza riserve la proposta di matrimonio dell’uomo; la solitudine era un macigno troppo pesante da sostenere.

Un giorno, stanca di momenti sempre uguali, aveva accennato al desiderio di tornare a lavorare.

«Le donne maritate stanno in casa, mantenerle è compito del marito» aveva risposto lui con orgoglio.

Azzurra aveva chinato la testa come tante volte aveva visto fare la madre davanti al padre.

La telefonata di Sara, quella mattina, era arrivata come una boccata d’aria fresca. 

«Ho una sorpresa per te, preparati. A proposito, metti l’abito di nozze, nella foto che mi hai mandato, eri splendida.»

Giusto quel giorno Ugo non sarebbe tornato a pranzo. Un vero colpo di grazia, pensò correndo a prepararsi Indossò il vestito del matrimonio abbinato alle bellissimi decolleté colore del cielo. Un tocco di fard e uscì ad attendere l’amica.

« Sei splendida!» urlò Sara vedendola.

«Wow… ma questa meraviglia da dove arriva?»

«Sorpresa? L’ho appena ritirata dalla concessionaria. Capisci perché dovevi metterti quell’abito? indossate gli stessi colori.»

Azzurra si sentiva leggera come non accadeva da qualche tempo e, appena in macchina con un’agilità degna di un contorsionista, alzò le gambe e le mise fuori dal finestrino. «Direzione paradiso!» urlò a squarciagola.

«La mia folle, dolcissima amica. Andiamo!» fece eco Sara schiacciando sull’acceleratore. 

All’improvviso una macchina sbucata dal nulla la obbligò a una brusca frenata.

Azzurra, che da quella posizione non si era accorta di niente rise divertita.

«Ridi, ridi, un deficiente per poco ci veniva addosso.»

Trascorsero una giornata bellissima tanto che al rientro non vide subito Ugo, ritto sulla porta. La stava aspettando. I suoi occhi sputavano fuoco.

Questa volta non furono le parole a ferirla, ma i pugni che le sfasciarono la faccia.

Il rumore di una portiera che sbatteva la destò dal torpore di quei colpi. Il nome dell’amica le uscì dalla bocca insieme a un flutto di sangue.

«Oh nooooo!» il grido di Sara uscì soffocato da gemiti di dolore. Il volto devastato di Azzurra implorava giustizia. Con mano tremante prese il telefonino e digitò il 118 e dopo aver dato all’operatore che rispose tutte le indicazioni, si avvicinò all’amica e la strinse tra le braccia.

«Ci ha visto e sai… era lui il deficiente. Ha riconosciuto le mie gambe fuori dal finestrino.»

«Non parlare, ora ci sono io. Sei libera.»

Sì, come mia madre, pensò Azzurra, mentre sul bellissimo abito a tinte pastello si andavano a posare come petali, lacrime di sangue.

L’urlo di Sara si confuse con il lacerante suono del 118.


FUORI CONCORSO

Il racconto di Costanza Trotti, l'aveva scritto presa dall'entusiasmo e anche se non era tra i finalisti, eccolo qui per leggerlo.


Costanza Trotti

GALEOTTA FU LA FOTO

 

J’m singing in the rain, just singing in the rain. . . cantava July a bordo dell’auto verde tiffany con i piedi al vento calzati da scarpe dello stesso colore. Eppure non pioveva, cantava quella canzone mentre il maggiolino tutto matto sfrecciava al centro strada.

La volante della Polizia sfrecciava pure, ma con una musica diversa.

Ginger Rogers, patente e libretto, prego.

Non era alla guida, ma gli occhi erano solo per lei.

Eh no, Cenzino il sagrestano aspettava sul sagrato l’arrivo trionfale della diva, non poteva tardare.

Gli agenti non avevano fretta e controllavano con calma, era la prassi.

Non avevano avvisato che ci sarebbero state le riprese, bisognava interrompere le scene, ma i poliziotti, sfilati i giubbotti e indossati occhiali scuri e giacche nere, cominciarono a ballare insieme come i Blue Brothers.

Che confusione, era un altro set!

Una bambina con i boccoli biondi batteva i piedi al ritmo del tip tap, ci mancava Shirley Temple che attraversava la strada.

Nell’attesa dei tacchi verde tiffany, Don Matteo intonava dal campanile Jesus Christ Superstar, Cenzino sagrestano si vestiva da organista e Peppone dirigeva il corteo a tempo di Casaciò.

Il piccolo Totò, dall’alto della sala, aveva intrecciato le diapositive, altro che cinema paradiso, il finale col bacio storico fu quello tra Biancaneve e i sette nani.

Eh sì, galeotta fu la foto!

Taglia taglia, non si dice chi quest’opera dirige.


§§§




 

Alla prossima 
dalla vostra 
Stefania Convalle