Ma prima vi ricordo che i testi saranno anonimi, non saprete chi ha scritto cosa. Perché? Per mantenere la suspense nella seconda parte della sfida e perché siano solo i testi a parlare e non i nomi degli autori che, in qualche modo, condizionano sempre chi deve votare (è umano).
Saprete i nomi degli autori di ogni pezzo a votazione conclusa.
Dovrete scrivere a steficonvalle@gmail.com esprimendo TRE preferenze e dando una motivazione per ogni testo (facciamo le cose per bene).
Avrete tempo di votare fino a mercoledì 18 Febbraio ore 20:00.
Potranno votare anche i concorrenti perché il voto è segreto.
Sotto la pioggia
Da tre anni, ogni 21 marzo vengo qui. È una promessa che ho fatto a Maria e finché riesco a mantenerla mi sembra che lei non sia così lontana.
Ci siamo conosciuti quando lei era arrivata a Londra da Palermo per perfezionare il suo inglese. Veniva spesso nel ristorante che si affaccia sulla strada per uno spuntino.
Ci siamo amati senza riserve, Londra era diventato un luogo senza tempo, o per meglio dire, non permettevamo al tempo di intromettersi fra di noi.
Poi Maria ha dovuto rientrare in Italia. Non sapevamo come e quando, ma eravamo certi che un giorno ci saremmo rivisti.
Lei mi ha giurato che sarebbe tornata il 21 marzo. L'inizio della primavera. Il giorno in cui ci siamo conosciuti.
Ci siamo scritti, per un po'. Poi sempre meno, fino all’anno scorso. Poi il silenzio. Nessuna spiegazione, nessun addio. Eppure io sono sicuro che lei arriverà ed è per questo che sono qui, sotto la pioggia.
Intorno a me la vita continua. I passanti camminano in fretta, con il viso nascosto dagli ombrelli. Le scarpe fanno rumore sul marciapiede, qualcuno mi sfiora senza guardarmi.
I piccioni camminano tra le pozzanghere come se la pioggia non li riguardasse e con indifferenza beccano senza sosta briciole invisibili.
L'abbazia di Westminster è lì, poco distante. Immobile e antica. Deve avere vissuto attese ben più lunghe della mia e di certo saprà che non tutte finiscono come si spera. La guardo spesso, come se potesse suggerirmi qualcosa.
Non lo fa mai.
Aspetto. Guardo l'orologio e capisco che anche quest'anno Maria non verrà. Chiudo l'ombrello e lascio che l'acqua mi bagni del tutto. Faccio qualche passo, mi fermo e mi volto ancora a guardare la strada. La mente mi dice che non la rivedrò più, ma il mio cuore sa che, un giorno, la mia primavera tornerà.
💚
Camminava piano, l'ombrello inclinato per ripararsi dal vento. Era tornata lì dopo anni, richiamata da una lettera senza firma trovata nella cassetta quella mattina.
Si fermò davanti a una grande pozzanghera. Le facciate degli edifici si specchiavano fedeli, le finestre, le insegne, persino le sagome delle persone che passavano, ma dell'abbazia non c'era traccia. Al suo posto, solo un'ombra scura, informe, come una ferita sull'acqua.
Un uomo con il cappotto scuro scattava fotografie alla chiesa. Adele lo osservò. Fotografava sempre lo stesso punto, la porta principale. Le venne in mente suo padre, storico locale, scomparso anni prima senza lasciare spiegazioni.
La donna sollevò appena lo sguardo.
«Solo quando deve nascondere qualcosa.»
Adele uscì di nuovo. La coppia ferma davanti al cartello discuteva a bassa voce; non sembravano turisti, più che altro complici indecisi. Un uomo sotto un ombrello nero la fissava dall'altro lato della strada, immobile. Quando lei lo guardò, si voltò di scatto e sparì dietro l'angolo.
Ritornò alla pozzanghera. Questa volta, tra i cerchi d'acqua, intravide una forma: una figura umana, rovesciata, ferma davanti a una porta che non esisteva più. Il cuore le batté forte. Capì allora che il riflesso non mostrava il presente, ma ciò che era stato cancellato.
Un rumore di passi alle spalle. Adele si voltò, ma non c'era nessuno. La pioggia aumentò, coprendo ogni traccia. Quando rialzò lo sguardo, l'abbazia si rifletteva di nuovo, perfetta immagine speculare, come sopra così sotto.
Adele si allontanò, con la certezza che il mistero non fosse risolto, solo rimandato. E che la città, sotto la pioggia, stesse ancora vegliando su qualcosa che prima o poi sarebbe tornato a galla.
Entrò nella bottega sulla sinistra per ripararsi un momento. Il profumo di ceramica bagnata e caffè stantio la accolse. Dietro il bancone, una donna asciugava lentamente delle tazze.
«Piove spesso così?» chiese Adele.
Il fatto era che tutti i giovedì pomeriggio, Rose lo salutava lasciandolo alla lettura del suo quotidiano preferito, e si assentava fino all'ora di cena. Era un pomeriggio tutto suo e su questo Rose era stata chiara fino dal momento in cui George era andato in pensione, dopo una vita dedicata più alla Marina britannica che alla famiglia.
Solo una volta George aveva chiesto dove la moglie andasse in quei pomeriggi e quando gli fu detto che si recava all'abbazia per la funzione religiosa, non seppe cos'altro eccepire. Calcolando la durata della messa, il tempo per andare e tornare a piedi, le chiacchiere con il gruppo delle dame di carità, il rientro a casa poco prima della cena era giustificato e le buone abitudini non andavano interrotte. A dirla tutta, anche lui respirava aria di libertà durante l'assenza della moglie.
Era arrivato in Abbey Courtyard trafelato, con il cielo scuro che vestiva i suoi pensieri. L'aveva vista subito, il cappello giallo e floscio calcato sulla fronte; sedeva al tavolino di un bar che dava sulla piazza. Non sembrava aspettare nessuno, ne ebbe conferma quando le fu portata una singola tazza di tè. Nelle pause tra un sorso e l'altro, leggeva un libro con calma serafica.
La pioggia si era presentata senza sorpresa e in un attimo il lastricato si era fatto lucido, uno specchio rotto in cui si riflettevano come una brutta copia le guglie dell'abbazia, le gambe svelte dei passanti, le macchie colorate degli ombrelli. In quel trambusto, Rose si era riparata vicino alla vetrina.
George decise di passare all'azione. Con passo militare giunse al tavolino con la tazza abbandonata e vide sulla sedia il libro che la moglie nella sua svagatezza aveva dimenticato, un romanzo di Jane Austen. Con una tenerezza dimenticata ricordò la Rose romantica dei primi tempi, di come la guardava, e trovò ingiusto che la vita avesse provato a sottrarre tutto questo, riuscendoci in parte. Si avvicinò a lei come avrebbe fatto allora e riparandola con l'ombrello disse: «Signorina, la posso accompagnare a casa?»
💚
Non lo feci, neppure ci pensai.
Mi girai e mi allontanai, in direzione opposta, giurando a me stessa che non avrei mai più rimesso piede in quella città e che avrei fatto di tutto perché la mia vita futura, da quel momento in poi, continuasse in luoghi caldi e assolati.
Non so perché oggi mi sei tornato alla mente, tu e la città in cui ti conobbi e nella quale vissi la prima parte della mia vita.
Dicono sia l'età a renderci nostalgici, non so se sia vero, ma tu e la mia vita precedente siete rientrati quasi a forza nella mia mente. Forse, dopo tutti questi anni trascorsi al sole della California, rimpiango quei giorni lenti, ritmati dal rumore della pioggia e resi impalpabili dalla spumosa coltre di nebbia.
Ripenso al calore dei nostri corpi fusi insieme in quella stanza sempre troppo umida e fredda, alle spesse coperte che ci proteggevano mentre recitavi i versi delle tue poesie. Avrai continuato a scriverne?
Ora, solo il sole accarezza la mia pelle levigata e soda nonostante l'età. Invecchiare non è un'opzione, sebbene abbia conquistato il successo grazie al mio indiscusso talento e, sì, lo ammetto, aiutata anche dalla fortuna e da alcuni compromessi sempre necessari. Eppure, mentre sto qui, distesa al sole, al bordo della scenografica piscina a sfioro, nella grande villa che dall'alto domina l'oceano, provo una forte nostalgia per la città che lasciai molti anni fa e per il calore della tua pelle.
Accarezzo per un istante il pensiero di tornare, di ammirare ancora una volta l'austera maestà dell’abbazia, di sorseggiare un caffè, incurante della pioggia, in un bar della piazza, mentre pochi passanti si affrettano e i piccioni tubano tra le briciole a terra.
Come se potessi fermare il tempo, ritornare sui miei passi e rincorrerti, abbracciarti e giurarti che no, non me ne andrei mai da te.
Il solo pensiero mi riscalda molto più di questo sole che, incessante, non smette di splendere.
È solo un desiderio fuggevole che si dilegua come la nebbia davanti all'abbazia, e mi lascia qui, con un velo di nostalgica tristezza, mentre riabbasso gli occhiali scuri sugli occhi e, pigramente, massaggio la pelle con un velo di crema.
Osservo mio padre e con una nota di malinconia nello sguardo, mi assale il ricordo di quel giorno prima della partenza per Cambridge, dove i miei avevano scelto di mandarmi per ultimare gli studi. Il delicato suono della voce di mia madre attraversa come una calda carezza il mio corpo, avvolgendomi. Mi manca tantissimo... Aveva una parola buona per tutti e a casa nostra trovava spazio solo l'amore. Rammento quando la vicina di casa la chiamò per adornare la cattedrale in onore del matrimonio del figlio. La vivacità di quell’evento è ancora impresso nella mia mente come qualcosa di magico, una fotografia indelebile. Palloncini a forma di cuore e fiori di svariati colori, impreziositi da fiocchi di raso fluttuavano verso l'alto sino a sfiorare la volta che nella sua forma e colori evocava la vicinanza al cielo.
«Irina, dove stai viaggiando?»
«Che dici papà, se ci concedessimo un bis al cioccolato e magari dopo mi accompagni per un momento di raccoglimento all'interno della nostra cattedrale?» proposi accarezzandolo con il suono della mia voce. Fui tentata di dirgli la verità, che volevo cercare casa a Cambridge dove avrei desiderato portare anche lui, ma mi bastò posare lo sguardo sulla vecchia piazza con il suo cuore pulsante e l'ombra dei suoi edifici antichi che anche nelle giornate uggiose si accendevano di luce, per comprendere che quella era "casa", il nostro luogo del cuore. Proprio in quel momento un raggio di sole illuminò la grande vetrata della "vecchia signora" irradiando la piazza di variopinti bagliori e un soffio di vento mi scompigliò la chioma, eppure, nulla si muoveva intorno.
"Mia madre era lì".
Marta non avrebbe dovuto essere lì. Doveva prendere l'autobus delle quattro, ma la pioggia l'aveva sorpresa e si era rifugiata sotto il portico laterale, accanto alla bacheca degli avvisi parrocchiali.
Fu allora che lo vide: un piccolo foglio piegato in quattro, incastrato tra due mattoni.
Non sembrava un volantino: non aveva pubblicità ed era scritto a mano.
Lo aprì.
"Se anche tu ti senti fuori posto, siediti sulla panchina alla fermata del bus. Non devi dire nulla. Nemmeno io."
Marta si guardò intorno. La piazza era quasi vuota. Un uomo con un ombrello scuro attraversava di fretta, una donna chiudeva le imposte del bar, e l'acqua scorreva rumorosa nella fontana centrale.
Qualcuno stava scherzando?
Il biglietto non aveva firma.
Esitò. Poi, contro il suo stesso buon senso, attraversò la piazza e si sedette sulla panchina indicata. La pioggia le bagnava le scarpe e si sentiva sciocca.
Passarono cinque minuti, poi qualcuno si sedette all'altra estremità della panchina.
Era una ragazza più o meno della sua età. Cappotto blu, capelli raccolti male e un libro stretto al petto.
Non si guardarono subito.
«Hai trovato anche tu il biglietto?» chiese infine Marta.
La sconosciuta annuì.
«Sì. Pensavo fosse uno scherzo» rispose Marta.
La ragazza sorrise appena.
Silenzio.
«Li lascio io» aggiunse dopo un attimo.
Marta si voltò di scatto.
«Non sempre nello stesso posto. A volte sotto le panchine, a volte nella bacheca, a volte tra le pagine dei libri in biblioteca» abbassò lo sguardo. «Non sono brava a parlare con le persone. Ma volevo provarci.»
«E funziona?» chiese Marta.
«A volte nessuno viene. A volte si siedono e poi se ne vanno. Una volta è arrivata una signora anziana e abbiamo parlato per un'ora.»
Fece una pausa.
Marta sentì allentarsi quella tensione che le aveva stretto lo stomaco per tutto il pomeriggio.
Era arrivata in quella piazza pensando di essere l'unica a sentirsi sospesa, fuori posto, invisibile.
«Quanti biglietti hai lasciato?» domandò.
«Dodici.»
«E quanti hanno risposto?»
La ragazza contò sulle dita.
Marta guardò verso la cattedrale. La pioggia, le finestre scure, la piazza quasi deserta.
Non era un mistero criminale, non c'era pericolo.
«Allora oggi siamo a quattro» disse.
La ragazza la guardò per la prima volta negli occhi.
Le due giovani varcarono la soglia di un bar e il tepore dell'ambiente le fece sentire un po' meno sconosciute. Parlarono di tutto, di libri preferiti, di autobus persi, di aspirazioni per il futuro.
L'ora si fece tarda e per entrambe arrivò il momento di rincasare. Si alzarono dal tavolino e si congedarono con un abbraccio impacciato, ma che rappresentava l'inizio di un'amicizia molto promettente.
Quando uscirono, la pioggia era quasi cessata e la piazza sembrò un po' meno grande.



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