E se scrivere libri è già una sfida, pubblicarli, curarli e accompagnare altri autori lo è ancora di più, perché Stefania Convalle non solo scrive, ma aiuta anche gli altri a farlo meglio, con pazienza, occhio attento e quella sincerità che serve a capire i propri limiti e a superarli.
Scrittrice, editrice, coach di scrittura creativa, in questa intervista Stefania Convalle si racconta attraverso il suo percorso, le sue idee e i retroscena di questo mondo senza mai dimenticare l’obiettivo finale: la passione per la scrittura.
A questo proposito mi viene in mente il titolo di una vecchia canzone (sapete quanto io ami inserire riferimenti musicali…) “There is a light that never goes out” di The Smiths – “C’è una luce che non si spegne mai” e posso garantirvi, cari lettori, che questa luce, qui, la troverete sempre accesa.
Devi sapere, cara Tania e cari lettori di questa puntata del Blog, che comincio a invecchiare e con me la mia memoria 😉 e quindi non riesco a ricordare da dove sono partita, forse perché non c’è un momento preciso. Di certo mi ricordo l’amore per i libri, la lettura, e credo sia cominciato tutto da lì, dall’incanto che procuravano in me quelle pagine piene di parole scritte, che guardavo come fossero un dipinto e leggevo rapita.
Tanti. Ho amato diversi scrittori e da ognuno ho imparato qualcosa. Ricordo, da ragazza, che avevo una vera e propria ammirazione per Oriana Fallaci, per esempio. Il suo coraggio, la sua passione, la sua libertà di parola, la profondità dei suoi scritti. Volevo essere come lei, ma ho anche compreso che nessuno poteva esserlo, perché poi col tempo ho capito che ognuno non può essere altro che sé stesso, anche nella scrittura.
Nessuno, in particolare. Però quando anni fa mi era capitato di ascoltare una voce alla radio, mentre guidavo, che leggeva una pagina letta tratta dal libro “Paula” di Isabel Allende, ricordo che mi aveva letteralmente catturata. La carica emotiva di quelle parole mi aveva fatto pensare che avrei voluto scrivere così.
Sono una persona curiosa. Mi piace leggere di tutto, se è scritto bene. La differenza è tutta lì. La mia libreria è piena di opere di narrativa, ma anche di poesia, di saggi sui più svariati argomenti. Inseguo la conoscenza; e anche se so che quello che ho letto è una goccia nel mare e sempre lo sarà, ogni volta che termino un libro so di avere un pezzetto in più di quel mare dentro di me.
Nasce dalla musica. Come dico sempre anche nei miei laboratori di scrittura, quando voglio iniziare un romanzo, mi siedo al tavolo davanti al computer, mi metto in cuffia e ascolto musica. Ed è lei – sempre lei – la Musica, che mi porta dentro la storia e mi detta le parole, fino alla parola Fine.
Quando sento che i personaggi hanno dato tutto quello che avevano e la storia si è compiuta. Non una parola di più, non una parola di meno.
Ho scritto tanti romanzi e racconti, e quindi mi sono immedesimata in tutti i personaggi che hanno animato le storie che raccontavo.
Scrivo le storie da dentro, indosso i panni di ognuno, penso e agisco come loro, fino a quando il romanzo è finito, come se vivessi – durante le varie stesure – una doppia vita. Li ho amati tutti e non so davvero dire a quale sono più legata. Sono tutti unici e importanti, ai miei occhi e nel mio cuore.
Col passare del tempo, sempre meno. All’inizio, come credo la maggior parte degli autori, si tende a raccontare di sé, anche se sempre e comunque in forma romanzata. Ma poi, con gli anni e con l’esperienza, si entra in tante vite/storie e situazioni che non si sono mai vissute, tramite la fantasia. Alla fine, credo, che lo scrittore debba allontanarsi da sé, oppure essere così bravo da saper miscelare le proprie esperienze, arricchendole e trasformandole in qualcosa di universale.
Sempre. I personaggi sono invadenti e mi obbligano spesso e volentieri a compiere delle virate nella narrazione, che non avevo previsto. Forse è per questo che spesso i lettori mi dicono che leggendo i miei romanzi non immaginano mai come potrebbero andare a finire le storie. Insomma, i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo, anche l’ultimo della strada.
Cos’è il blocco creativo? Non lo conosco. 😉
Con emozione e trepidazione. Ogni volta che pubblico un nuovo romanzo o qualsiasi altra opera, ho paura. Temo che i miei lettori possano restare delusi. E quindi, quando arrivano le prime recensioni, tiro un sospiro di sollievo.
No, ma mi è capitato che qualche lettore esprimesse pareri sui personaggi attribuendo loro aspetti caratteriali che, magari, non avevo considerato.
Quando scrivo non penso, mi lascio trasportare.
“Seduti allo stesso tavolo”, perché la protagonista – Penelope – realizza uno dei miei sogni.
Una volta una psicologa, che era una mia lettrice, mi aveva detto che non capiva come potessi riuscire a vivere il doppio ruolo e che pensava non fosse affatto facile.
Nella realtà posso dire che è vero, non è facile, ma credo anche di essere una persona che ha imparato a separare i ruoli a seconda delle esigenze e dei momenti. Sicuramente ci vuole tanto equilibrio personale ed è un lavoro quotidiano il cercare di trovarlo sempre.
Credi e dubita sempre della tua penna.
Non mi aspetto più niente. Scrivo perché mi piace, amo i miei lettori e li ringrazio. Fine.
Al mondo letterario non chiedo niente perché penso sia alla deriva totale, ma confido che a un certo punto si ritorni al passato dove pubblicava solo chi lo meritava e non c’erano le CE a pagamento, le auto-pubblicazioni, e quando ancora si ricercava il talento.
E quando ci arriveremo, Edizioni Convalle sarà lì più viva e solida che mai perché lavoriamo sempre con impegno, competenza, passione, lealtà e amore.
Agli scrittori o aspiranti tali chiedo umiltà, di scendere dal piedistallo se per caso ci sono saliti, e di capire fin da subito che scrivere è fatica, impegno e ci vuole anche talento. È una gavetta che non finisce mai e che, quando si ha la fortuna di essere parte di una CE seria, è auspicabile anche saperci restare con rispetto.
Il lavoro che faccio nei laboratori di scrittura è profondo. Si parla di scrittura a 360°, si parla quindi di tutto ciò che riguarda questo mondo che è estremamente complesso. Non riempio la testa di illusioni e/o di false promesse. Si lavora a testa bassa e così si cresce.
Dipende da come sono i laboratori di scrittura. Se chi li conduce è serio e onesto, aiutano a perfezionarsi e a imparare un mondo di cose, ma soprattutto servono a condividere una passione. Se sono trappole solo per spillare soldi, non servono a niente.
Gli direi: Non scrivere pensando di diventare famoso. Scrivi solo e soltanto se senti dentro di te il sacro fuoco della scrittura. Non sentirti mai arrivato o troppo sicuro di te, perché è proprio in quel momento che avresti fallito.
Lo scrittore vero è sempre e per sempre alla ricerca di sé e delle parole per nuove storie da raccontare. Senza arroganza, senza spocchia, ma con tanta umiltà, perché ogni riga scritta è una sfida con questa arte.
È raro trovare uno sguardo così onesto su un settore spesso idealizzato.
E, come ogni buona storia insegna, il meglio potrebbe essere ancora da scrivere.


















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