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domenica 15 marzo 2026

Numero 498 - Emergere dal buio, ritratto di Nick Cave, a cura di Tania Mignani - 15 Marzo 2026


 

EMERGERE DAL BUIO
a cura di
 

Questa è la storia di un uomo e della sua rinascita.
È la storia di un artista sincero e veritiero, perché nell’arte, nella sua musica, ha trovato la forza di ricominciare più volte.
Ha importanza il suo nome? No, non più di tanto, ma ve lo svelerò ugualmente. 
L’artista è Nick Cave e, in poche righe, vorrei raccontarvi la sua storia.
I cenni biografici non sono così indispensabili: vi basti sapere che quest’artista ha raggiunto una certa notorietà nell’ambito della musica underground negli anni Ottanta e, tuttora, è un musicista affermato, con una nomination ai prossimi Oscar grazie a una canzone scritta per un film.
Ciò che veramente importa è che Nick Cave ha vissuto negli abissi più profondi del dolore e della disperazione per anni. L’angoscia e l’afflizione trapelavano nella sua musica con violenza, come un disperato grido d’aiuto.
Capita che, a volte, quando si tocca il fondo, si riesca anche a trovare una spinta per risalire. Sia essa  l’amore per una donna speciale, o l’incontro con qualcosa di più grande. Ecco che Nick ce la fa, grazie alla persona che diventerà sua moglie, all’avvicinamento verso la religione, ma, soprattutto, grazie alla sua forza e alla sua arte.
Abbandonato il suo inferno, la droga, l’alcol, e tutto quanto aveva rappresentato la sua dannazione per anni, inizia un nuovo periodo durante il quale anche la sua musica lo accompagna in questo nuovo percorso.
La ritrovata serenità di quegli anni lo vede produrre album profondi e riflessivi, attirando a sé le critiche di chi lo voleva sempre uguale ai tempi passati. Ma quale artista può ritenersi tale senza mettersi in discussione, senza percorrere nuove strade?
La vita, si sa,  è imprevedibile e, nel 2015, una nuova tragedia colpisce il musicista, uno dei suoi gemelli quindicenni precipita da una scogliera di Brighton trovando la morte.
Partecipai nel 2017 a un concerto di Nick, durante la prima tournée dopo questo immenso lutto. Mi aspettavo un uomo distrutto, ripiombato in quell’abisso dal quale era uscito a fatica. Quello a cui ho assistito è stato una vera e propria catarsi, ho visto un uomo affidarsi completamente alla sua arte, offrirsi senza veli e barriere al suo pubblico, supplicando, attraverso la sua musica, di essere aiutato. Ed è quello che abbiamo fatto tutti quella sera, ci siamo stretti in un grande abbraccio e lui ci ha donato tutto il suo essere.


La sua musica si è trasformata ancora una volta, rendendosi rassicurante, come una luce emersa dal buio in cui aveva abitato per anni. Un percorso coerente con la sua vita, con il dolore attraversato, con ciò che è diventato.
I suoi concerti, da quel momento in poi, sono un momento quasi intimo tra lui e il suo pubblico. Non è più solo partecipare a una performance, godere della musica che si ama, è un’esperienza unica, il cui significato è difficile da trasmettere.
È la dimostrazione che l’arte, in questo caso la musica, quando fa parte della tua vera essenza, ti fornirà sempre la forza necessaria per trovare, anche nel buio più profondo, la tua luce.

 


Grazie a Tania Mignani per il suo contributo 
con un ritratto emozionante.

Ricordo che Tania è un'autrice di Edizioni Convalle e ha al suo attivo, fino a questo momento, due raccolte di racconti e due romanzi. 


https://edizioniconvalle.com/product/25219748/l-altra-978885434141



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Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle

domenica 11 gennaio 2026

Numero 487 - Un ricordo di David Bowie (a cura di Tania Mignani) - 11 Gennaio 2026


Can you hear “us”, Major Tom? *

Dieci anni fa, il 10 gennaio 2016, David Bowie è tornato a risplendere, stella fra le stelle, e ci ha salutato proprio con una stella nera in campo bianco, la copertina del suo ultimo capolavoro “Blackstar”, uscito esattamente due giorni prima, l’8 gennaio 2016, giorno del suo compleanno.
L’uomo che ha fatto dell’arte la sua vita e ha reso la  sua vita arte sublime, con quest’ultimo atto ha concluso il suo passaggio sulla nostra terra. Dipartita annunciata nel video del brano “Lazarus” e scandita dalle parole:

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

Guarda quassù, sono in paradiso
Ho cicatrici che non possono essere viste
Vivo un dramma, non può essere rubato
Ora tutti mi conoscono

No, questa non sarà l’ennesima elegia dedicata a un artista che ho sempre amato; esistono innumerevoli e autorevoli biografie dedicate a Bowie, anche se basterebbe passeggiare nella sua immensa discografia per ripercorrere le tappe della sua vita.

Dieci anni fa, la mattina di lunedì 11 gennaio mi ero resa conto che il mondo, come l’avevo conosciuto, non sarebbe più stato lo stesso. 
Mi ero ritrovata con quella notizia fra le mani, incerta su cosa farne. Senza timore di esagerare, da grande appassionata di musica, posso affermare che avevo perso uno dei riferimenti più importanti.

Moltissimi anni prima sedevo nel soggiorno di casa mia insieme a mia cugina Donatella. Era un mercoledì sera e in televisione trasmettevano uno dei migliori programmi mai passati in RAI: “Odeon, tutto quanto fa spettacolo”. Quella sera andò in onda una lunga intervista a David Bowie, girata nei famosi Hansa Studio di Berlino. Avevo tredici anni e mia cugina quindici, condividevamo una grande passione per la musica, passione che si esternava nell’ascolto dei grandi gruppi rock con qualche concessione ai cantautori. Bowie, fino a quel momento, era stato, nel mio immaginario, una specie di alieno camaleontico, creatura al di là di ogni genere sia musicale che umano. Ma, soprattutto, un artista che aveva prodotto canzoni memorabili, brani che cercavo di registrare dalla radio con metodi rudimentali, melodie che mi facevano sognare di mondi lontani e ultraterreni: “Starman”, “Life on Mars”, “Space Oddity”…


A bocca aperta e occhi sgranati rimanemmo in silenzio a osservare le immagini di un uomo bellissimo, dal viso scavato e serio, capelli corti castani e  un giubbotto di cuoio nero che si aggirava nello studio spoglio e vuoto, fatta eccezione per un pianoforte a coda. Si raccontava con calma e serietà, e noi che lo avevamo conosciuto nei panni della multiforme rockstar Ziggy Stardust, dell’alieno con la famosa saetta disegnata in volto di Aladdin Sane o del decadente e mitteleuropeo Thin White Duke, eravamo al cospetto di un nuovo Bowie dalla bellezza disarmante. Incredule ascoltavamo ogni parola, cercando di assimilarne il contenuto. 
Poi, la musica è partita. Le note di quella che sarebbe diventata una delle colonne sonore della mia vita si diffondevano nello studio. Ed era una musica diversa; tutto era diverso perché tutto stava cambiando e lui, uno dei più grandi del nostro tempo, ne era l’artefice. Quelle note creavano la melodia di “Heroes” e, nonostante siano passati quarantanove anni, ogni volta che sento quel riff inconfondibile io sono ancora là, nel soggiorno di casa mia, davanti a un vecchio televisore in bianco e nero, seduta di fianco a mia cugina che, come me, fissa il video attonita.



Il giorno dopo io e Donatella unimmo i nostri risparmi e l’LP “Heroes” era nostro. La bellissima copertina del vinile, minimalista, in bianco e nero, così innovativa rispetto alla “moda” del momento, mostrava una nuova e iconica immagine di Bowie che non ci avrebbe mai più abbandonato.

Questa mattina, per rendermi meno antipatiche le pulizie di casa, ho scelto la playlist di Bowie e, mentre stonavo a squarciagola chiedendomi se ci fosse vita su Marte (cit.), mi sono resa conto della data odierna. E, no, non mi è bastato condividere l’ennesimo post sui social, ho sentito la necessità di raccontare il “mio” Bowie e spero che queste parole possano soddisfare chi, come me, ha sempre amato questo grande artista e incuriosire chi, per molteplici motivi, non è riuscito ad avvicinarlo.
Non aggiungo altro, vi saluto solo  con le parole  di “Sons of the silent age” (Figli dell’era silenziosa), dall’album Heroes:

They don’t walk,
they just glide in and out of life
They never die,
they just go to sleep one day

Non camminano, scivolano solamente
dentro e fuori la vita
Non muoiono mai,
un giorno si addormenteranno semplicemente

Arrivederci, Starman, continua ad aspettarci nel tuo cielo.


 
(*) citazione dalla canzone Space Oddity: can you hear me, Major Tom?


Grazie, Tania, per averci regalato questo sentito ritratto di David Bowie che tutti abbiamo amato.


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle




domenica 4 maggio 2025

Numero 471 - RITRATTI - Il giardino sonoro di PINUCCIO SCIOLA (a cura di Maria Rita Sanna) - 4 Maggio 2025


 

IL GIARDINO SONORO DI PINUCCIO SCIOLA
 
C’è un posto in Sardegna dove le pietre suonano al tocco di una mano. Proprio così: se le accarezzi, esse producono un suono dolce o profondo secondo il materiale che costituisce la pietra.



Il Maestro scultore che ha modellato questi elementi, voluminosi e millenari, è Pinuccio Sciola (1942 – 2016), e il luogo in cui si trovano i particolari strumenti musicali è San Sperate (Ca).
Il Giardino Sonoro ospita, oltre la casa studio dell’artista, la Fondazione Pinuccio Sciola, portata avanti dai suoi tre figli, numerose pietre dalle dimensioni più svariate, intagliate, forate, levigate. Attraverso ogni taglio si può acchiappare il raggio di sole, si può vedere la colata lavica di un’era geologica, oppure si può sentire il battito dell’acqua che ha impregnato quella pietra migliaia di anni prima.
Il materiale è basalto, oppure calcare.



Il noto architetto italiano Renzo Piano ha detto di lui:
C’è un patto tra Pinuccio Sciola e le pietre di Sardegna, tant’è vero che assomigliano l’uno alle altre come due gocce d’acqua.
Deve essere la ragione per cui le pietre si lasciano fare di tutto, da lui: tagliare, perforare, frammentare. Riesce persino a farle suonare.
Pinuccio Sciola ha l’arte della scultura nel sangue. 
La partecipazione a una mostra per studenti gli è valsa una borsa di studio che gli ha permesso di proseguire gli studi al liceo artistico di Cagliari e, in seguito, a Firenze. 
Ma Sciola non si ferma, grande è la sua sete di conoscere e modellare le pietre. I suoi viaggi studio lo portano in varie città d’Europa, conosce diverse personalità artistiche di fama internazionale. Scolpisce, modella, crea opere d’arte dalla pietra, ma di più vola in Messico dove apprende l’arte del muralismo come simbolo identitario del luogo, trasportato, in seguito, nelle vie del suo paese natale e da lì in tutta la Sardegna.
Nel tempo viene scoperta l’arte di Pinuccio Sciola, le sue opere sono esposte in molte città europee, in ampi spazi in cui i visitatori posso accedere con facilità; l’artista condivide la sua filosofia confermando un’intima e stretta relazione tra arte e natura, operando sul territorio e sull’ambiente naturale per creare un rapporto simbiotico con la stessa.

Ho vissuto ere geologiche interminabili.
Immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica.
Porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo. 
Il mio tempo non ha tempo.

Con queste parole si svela anche la natura poetica di Sciola.
La sua sete di conoscenza arriva, agli inizi degli anni ’90, a rivelare al mondo una nuova scoperta sulla lavorazione della pietra: essa è in grado di produrre il suono.
La pietra non è solo un oggetto da vedere e toccare, ma si può anche ascoltare. Basta accarezzarla.
È una rivoluzione, un’evoluzione che porta l’artista a livelli di massima espressione dell’arte. Nascono le Pietre Sonore.
Nel 1996, per la prima volta, al Festival Time in Jazz di Berchidda, in Sardegna, il percussionista Pierre Favre suona la pietra scolpita da Sciola.
Questo originale strumento musicale è un’innovazione, produce suoni, meglio vibrazioni, provenienti dalla prima formazione della pietra.
Dalla pietra di origine calcarea viene riprodotto, con la carezza della mano, un suono liquido, evoca il tipico rumore del sottofondo marino, dolce e melodioso; oppure rappresenta la dolcezza di un violino se strofinata col tipico archetto.
La pietra di basalto, di origine vulcanica, riproduce un suono più duro, profondo, evoca la natura stessa della pietra: di terra e fuoco.
 
Nel 2008 Pinuccio Sciola espone ad Assisi un insieme di 150 pietre naturali, del peso di circa 140 Kg ciascuna. Nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco emerge un suggestivo paesaggio formato dai Semi della Pace, pietre di basalto incise in profondità per evidenziare il nucleo della materia. Il significato di questa esposizione è il richiamo alla vita, la potenza di un semplice seme che affondato sulla terra origina vita, diventa germoglio.
La pace è l’indispensabile acqua che alimenta questi semi.
Poche settimane prima della sua scomparsa, 2016, Sciola espone le sue Pietre Sonore a fianco alla statua marmorea del Mosè di Michelangelo, a Roma, un evento che porta alla riflessione tra il mutismo della statua di marmo, verso cui è rivolta la nota domanda Perché non parli?, e la potenza musicale delle pietre sonore scolpite dall’artista sardo.
Per il suo impegno artistico, Pinuccio Sciola viene insignito, nel 2012, dell’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.
Il 13 maggio 2016, giorno della sua morte, tutto il pase di San Sperate, lo ha celebrato con lenzuola bianche e drappi appesi ai balconi e finestre delle abitazioni. I suoi concittadini hanno voluto ricordare in questo modo la sua rivoluzione artistica che ha trasformato il paese in un museo a cielo aperto, iniziando proprio dalle pareti di case e palazzi.

Le mie sculture per ora sono qui, 
nei luoghi in cui le ho piantate
perché mettessero radici e tornassero a vivere.
Un giorno che non conosco, 
spero tornino all’Universo che le ha generate.

Pinuccio Sciola ci lascia in eredità il suo Giardino Sonoro, un luogo in cui è possibile attraversare il tempo nello spazio di una fessura nel monolite, ascoltare la vita nella vibrazione di un elemento primordiale. Quelle pietre ci parlano, la loro forma costituisce l’anima di una filosofia di vita spesa nel nome dell’arte.

Grazie a Maria Rita Sanna per averci fatto conoscere l'artista Pinuccio Sciola, dando un interessante contributo al Blog.
Maria Rita Sanna è autrice di Edizioni Convalle, ha al suo attivo due romanzi e una raccolta di racconti. 
La sua Sardegna è viva e palpitante nei suoi racconti e teatro dei suoi due romanzi, entrambi premiati alla Rassegna della Microeditoria di Qualità di Chiari, ottenendo il Marchio di Qualità. 
Inoltre collabora con Edizioni Convalle nella ricerca e la cura di autori, per la Collana Diari di viaggio, Young adult e Narrativa non di genere.


Le sue opere


https://edizioniconvalle.com/product/25219761/pane-e-fragole-978-88-85434-19-6


https://edizioniconvalle.com/product/25219791/mandorla-amara-978-88-85434-43-1


https://edizioniconvalle.com/product/26153063/la-colpa-dei-padri


Al prossimo ritratto
dalla vostra
Stefania Convalle

 


mercoledì 23 aprile 2025

Numero 470 - RITRATTI - Antonia Pozzi (a cura di Tiziana Mazza) - 23 Aprile 2025


 

RITRATTO DI ANTONIA POZZI (1912-1938)
a cura di Tiziana Mazza
 
Vivo della poesia come le vene vivono del sangue.
In questa frase è racchiusa l’essenza di Antonia Pozzi, una grande poetessa dalla vita troppo breve. Antonia Pozzi muore infatti suicida a soli 26 anni, lasciando ai posteri una grande quantità di opere.
Antonia nasce a Milano, figlia dell’avvocato Roberto Pozzi e discendente di Tommaso Grossi. La bisnonna Elisa Grossi è la capostipite di una grande genealogia femminile che Antonia avrebbe voluto raccontare in un romanzo, ma poi si dedicò alla poesia, più adatta a esprimere le inquietudini della sua anima sensibile, purtroppo condannata all’infelicità.
Tra le passioni di Antonia Pozzi c’è sicuramente quella per la montagna, tema largamente trattato nelle sue poesie. Pasturo, ai piedi della Grigna nei pressi di Lecco, è il suo luogo dell’anima, dove trascorre le sue vacanze estive e dove chiede di essere sepolta: pensare di essere sepolta qui non è nemmeno morire, è un tornare alle radici.
Antonia Pozzi adora scalare le montagne, l’ascesa verso la cima simboleggia per lei un’ascesa spirituale.
 
Dolomiti

Non monti, anime di monti sono
queste pallide guglie, irrigidite
in volontà d'ascesa. E noi strisciamo
sull'ignota fermezza: a palmo a palmo,
con l'arcuata tensione delle dita,
con la piatta aderenza delle membra,
guadagnammo la roccia; con la fame
dei predatori, issiamo sulla pietra
il nostro corpo molle; ebbri d'immenso,
inalberiamo sopra l'irta vetta
la nostra fragilità ardente. In basso,
la roccia dura piange. Dalle nere,
profonde crepe, cola un freddo pianto
di gocce chiare: e subito sparisce
sotto i massi franati. Ma, lì intorno,
un azzurro fiorire di miosotidi
tradisce l'umidore ed un remoto
lamento s'ode, ch'è come il singhiozzo
trattenuto, incessante, della terra.
 
Antonia Pozzi frequenta il liceo classico Manzoni di Milano e qui ha come professore Antonio Maria Cervi di cui s’innamora perdutamente. Una storia destinata a non avere un lieto fine. Il padre osteggia questa relazione, infrangendo il sogno di Antonia di avere un figlio da lui. Il tema del bambino mai nato ritorna spesso nella poetica di Antonia.

Saresti Stato
 
Annunzio
saresti stato
di quel che non fummo,
di quello che fummo
e che non siamo più.
 
In te sarebbero
ritornati i morti
e vissuti i non nati,
sgorgate le acque
sepolte.
 
La poesia,
da noi amata e non sciolta
dal cuore mai,
tu l'avresti cantata
con gridi di fanciullo.
 
L'unica spiga
di due zolle confuse
eri tu –
lo stelo
della nostra innocenza
sotto il sole.
 
Ma sei rimasto laggiù,
con i morti,
con i non nati,
con le acque
sepolte –
alba già spenta al lume
delle ultime stelle:
non occupa ora terra
ma solo
cuore
la tua invisibile
bara.
 
Antonia Pozzi è dedita allo studio del pianoforte e delle lingue, motivo per cui viaggia moltissimo, all’università frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia e si laurea in Estetica con una tesi su Flaubert. Stringe amicizia con vari intellettuali tra cui Remo Cantoni, il suo secondo amore, destinato anche questo a procurarle sofferenza, in quanto non ricambiato.
Ma le delusioni per Antonia non arrivano solo sul fronte amoroso, gli accademici Antonio Banfi ed Enzo Paci esprimono un parere negativo sul suo lavoro poetico, troppo emozionale, e la invitano a scrivere di meno.
Antonia trova conforto nella fotografia, che inizia a sperimentare nel 1929 come strumento capace di catturare l’essenza delle persone, degli oggetti o della natura: i suoi scatti sono poesie visive.
Pochi mesi prima del suicidio Antonia regala le sue fotografia a Dino Formaggio, l’ultimo amore e anche l’ultimo dolore in quanto, ancora una volta, non è contraccambiato. Le foto sono accompagnate da una dedica: Caro Dino, l’altro giorno hai detto che nelle fotografie si vede la mia anima: e allora eccotele. Perché l’unico fratello della mia anima sei tu e tutte le cose che mi sono state più care le voglio lasciare in eredità a te.
Il 2 dicembre del 1938 Antonia si reca a Chiaravalle, dove aveva trascorso tanti pomeriggi piacevoli in compagnia di Dino. Si sdraia sul prato, assume una forte dose di barbiturici e attende la morte. Quando la trovano, non c’è più niente da fare, morirà la sera dopo.
Antonia si sentiva come una nave in balia dei venti e dagli oceani in tempesta, incapace di trovare un approdo salvifico. 

Da: Il porto
 
Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata dagli uragani –
io vengo da mari lontani
e carica d’innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –
io sono una nave
una nave che porta
in sé l’orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo –
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l’onda sfinita?
Del suo viaggio
Oh, il cuore ben sa
La sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare al suo lido!
 
La protagonista della poetica di Antonia Pozzi è sempre l’anima, che si interroga sul modo di raggiungere l’agognata serenità, ma l’unico modo per trovare un po’ di pace è la poesia stessa.
 
Nell’ultima lettera - testamento ai genitori Antonia scrive: Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, constante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. [...] Desidero essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra i cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace.


***

Grazie a Tiziana Mazza per il suo prezioso contributo al Blog, con questo Ritratto della Poetessa Antonia Pozzi.
Tiziana Mazza è autrice di Edizioni Convalle, ha al suo attivo tre romanzi e una raccolta di racconti, tutti giallo/thriller.
Il suo primo romanzo "Sulle tracce di Lucifero", un giallo rosa, ha ottenuto il Marchio della Microeditoria di Qualità. 
Inoltre collabora con Edizioni Convalle nella ricerca e la cura di autori, per la Collana Gialli/Thriller.


Le sue opere

https://edizioniconvalle.com/shop/search/sulle%20tracce


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https://edizioniconvalle.com/product/26854167/solo-in-apparenza

https://edizioniconvalle.com/shop/search/IL CORAGGIO DI SCEGLIERE

Al prossimo ritratto!


Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle




martedì 13 giugno 2017

Numero 281 - Ritratti - 13 Giugno 2017



Inauguriamo oggi una nuova rubrica alla quale tutti potrete partecipare: Ritratti.

Tratteggiare un artista, quello che amate. 
Potete poi inviare il vostro testo con foto a steficonvalle@gmail.com 
e lo posterò nel Blog sotto l'etichetta RITRATTI.

Comincia la serie una persona a me cara
Cofrada Milano (nome d'arte)


Alda Merini è un fiore che sboccia nella primavera del 1931.
Esordisce come autrice a soli quindici anni, attirando l’attenzione di importanti scrittori italiani, come Manganelli, Quasimodo, Pasolini.
La sua vita, come la primavera, attraversa la luce nelle opere: "io trovo i miei versi intingendo il calamaio nel cielo" e incontra le ombre della mente, che la costringono a periodi di silenzio e isolamento.
Alda Merini ha il culto della parola, coerente col suo spirito indomito e poco convenzionale – "non sono una donna addomesticabile" – dice di sé.
Un rapporto disinvolto e intimo, quotidiano con la poesia e la parola, mentre confessa senza inibizioni la sua vita sofferta.
Il suo capolavoro "La Terra Santa" dà vita ai suoi testi più intensi sulla drammatica e sconvolgente esperienza psichiatrica. Uno dei meriti più grandi della testimonianza poetica di Alda Merini è di aver fornito una misura più umana alla follia, aver mostrato che non è affatto detto che si riesca sempre a rispondere in maniera razionale ai conflitti interiori.
Alcuni versi scelti per voi.
Cofrada Milano

SOLO UNA MANO D’ANGELO
Alda Merini

Solo una mano d’angelo
intatta di sé, del suo amore per sé,
potrebbe
offrirmi la concavità del suo palmo
perché vi riversi il mio pianto.
La mano dell’uomo vivente
è troppo impigliata nei fili dell’oggi e di ieri,
è troppo ricolma di vita e di plasma di vita!
Non potrà mai la mano dell’uomo mondarsi
Per il tranquillo pianto del proprio fratello!
E dunque, soltanto una mano di angelo bianco
dalle lontane radici nutrite d’eterno e d’immenso
potrebbe filtrare serena le confessioni dell’uomo
senza vibrare sul fondo in un cenno di viva ripulsa.


OGNI MATTINA
Alda Merini 

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi
nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo un sacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
Aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

BAMBINO
Alda Merini

Bambino, se trovi l’aquilone
della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.


Brava, Cofrada, per averci parlato di Alda Merini, poetessa nel cuore di tutti.

Ma anche tu non sei niente male come poetessa ;-)
vogliamo leggere una tua poesia?
Sì, dai.
Eccola.

Dolore di donna
Cofrada Milano

E un diamante brilla
nel silenzio delle ombre,
luce più luminosa
dello sguardo del sole.
Le parole si abbracciano
come grani di rosario
alle grate della solitudine
e si levano alte verso il cielo,
insieme a preghiere profonde
di voci claustrali.
Il volto di donna si placa e sorride,
mentre disegna
orme incancellabili
nei passi di domani.



...

Un nuovo ritratto a cura di
Maria Rita Sanna


 MARIA CARTA 
(cantante popolare sarda)
(24 giugno 1934 – 22 settembre 1994)

Tanto tempo fa conobbi la sua voce attraverso la radio locale del paese dove andavo a trascorrere le vacanze. Ogni volta era un rito ascoltare quella musica folkloristica, quella voce calda e profonda, decisa e vibrante; oggi è un dolce ricordo trasferito nell'mp3. 
Maria Carta è stata una cantante della musica tradizionale sarda, in particolare nel canto a chitarra e nel canto tradizionale religioso. Durante la sua carriera tenne numerosi concerti, esibendosi a Mosca, New York e San Francisco. Grazie alla sua personalità e alla grande presenza scenica fu attrice nel film “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli.
Giuseppe Dessì, scrittore sardo, disse di lei: "La fierezza insieme alla grazia del suo portamento sono una personificazione della Sardegna, intangibile e indomita; la sua voce calda e potente riempie lo spazio. Dopo averla conosciuta affermo che i soli grandi uomini della Sardegna sono state donne."


Io aggiungo:

Canto che s'alza
Oggi come allora
Radici vive
(Maria Rita Sanna)

Tra le esibizioni più celebri:



...


Un ritratto a cura di
Tania Mignani

«Beh, Marianne, siamo giunti al tempo in cui siamo talmente vecchi che i nostri corpi cadono a pezzi e penso che molto presto ti seguirò. Sappi che ti sono alle spalle, così vicino che se tendi una mano penso che riuscirai a prendere la mia. E tu sai che ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non ho bisogno di dire altro in proposito perché di questo sai già tutto. Ora però voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica. Amore eterno. Ci si vede più in là…»

Il 29 Luglio 2016, scompariva, a causa di una leucemia, Marianne Ihlen che fu, negli anni sessanta, compagna per circa dieci anni, oltre che amica e musa ispiratrice, del cantautore e poeta canadese Leonard Cohen. Dopo aver saputo che a Marianne rimanevano pochi giorni di vita, Cohen le scrisse una toccante lettera per salutarla. Alcuni mesi dopo, il 7 novembre 2016, all’età di 82 anni Leonard Cohen morirà nel sonno dopo una caduta della quale non si conoscono le cause.
Considerato uno dei più celebri, influenti e apprezzati cantautori, nelle sue opere Cohen esplora temi come la religione, l'isolamento e la sessualità, ripiegando spesso sull'individuo. Vincitore di numerosi premi e onorificenze, è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, nella Canadian Songwriters Hall of Fame e nella Canadian Music Hall of Fame. È inoltre stato insignito del titolo di Compagno dell'Ordine del Canada, la più alta onorificenza concessa dal Canada, e nel 2011 ricevette il Premio Principe delle Asturie per la letteratura.
In Italia non tutti sanno che Hallelujah, la splendida canzone portata al successo da Jeff Buckley nel 1994, è in realtà uno dei molti capolavori del poeta e cantautore canadese. Agli intenditori però il nome di Cohen dice molto di più, a partire dalle tre splendide cover che gli ha dedicato Fabrizio De André: Suzanne, Nancy e Giovanna d’Arco.
Le donne sono state il marcatempo della vita di Cohen, scandendone i momenti di euforia e quelli, ben più numerosi, di depressione. È proprio da questo susseguirsi di stati d’animo contrastanti, dalla continua e difficile ricerca di un equilibrio spirituale che lo avrebbe portato a viaggiare tra acido e anfetamine e a indagare nelle profondità dell’ebraismo, del buddismo e delle filosofie indiane – ma anche a cercare la compagnia delle donne, solo per poi fuggirne – che nascono le sue poesie.
L’universo poetico e musicale di Cohen è complesso e affascinante, intriso di un erotismo ora velato, amorevole e biblico, ora diretto e quasi violento. Tra poesie, romanzi, canzoni e perfino disegni, Cohen – il poeta dalla voce ruvida – ha continuato a stupire per oltre sessant’anni, il suo ultimo album You want it darker uscirà poche settimane prima della sua morte.
Soprattutto, non accenna a diminuire il successo delle sue canzoni, oggi ritenute tra la più importanti di sempre. Oltre a Hallelujah, la sua canzone più famosa, sono dozzine i successi immortali di Cohen, da Dance me to the End of Love a Anthem, da Suzanne a The Future, da Bird on the Wire a Who By Fire. E poi ancora: Tower of Song, I’m Your Man, First We Take Manhattan, If It Be Your Will, So Long Marianne e Hey, That’s No Way to Say Goodbye. Ogni canzone di Cohen è una sorpresa, musicale e poetica, che non finirà mai di stupire.

Molte di queste sono state ispirate proprio da Marianne (So long Marianne e Bird on a wire). L’amico che la assisteva negli ultimi giorni di vita ha riferito che, mentre leggeva alla donna la parte in cui Cohen annunciava la sua presenza alle sue spalle, Marianne ha allungato il braccio. Due giorni dopo, Marianne ha perso conoscenza ed è scivolata verso la morte. L’amico ha risposto a Leonard informandolo che nel momento del trapasso le ha mormorato Bird on the Wire, perché era la canzone che più sentiva. Poi le ha dato un bacio sulla fronte e uscendo dalla stanza l’ha salutata dicendo ‘So long, Marianne’.


SE NON AVESSI IL TUO AMORE
(If I didn’t have your love da You want it darker)

Se il sole perdesse la luce
E vivessimo una notte senza fine
E non ci fosse nulla più
Da poter provare

È così che sarebbe
Così mi sembrerebbe la vita
Se non avessi il tuo amore
A renderla vera

Se le stelle cadessero tutte
E un vento freddo e amaro
Ingoiasse tutto il mondo
Senza lasciare traccia

Ebbene è lì che mi troverei
Così mi sembrerebbe la vita
Se non potessi sollevare il velo
E vedere il tuo volto

E se gli alberi fossero senza foglie
E il mare senz’acqua
E se il levar del dì non avesse nulla
Da rivelare

Io sarei altrettanto disperato
Così mi sembrerebbe la vita
Se non avessi il tuo amore
A renderla vera

Se il sole perdesse la luce
E vivessimo una notte senza fine
E non ci fosse nulla più
Da poter provare

Se il mare fosse di sola sabbia
E i fiori fatti di pietra
E nessuno di quelli che hai ferito
Potesse mai guarire

Ebbene io sarei altrettanto disperato
Così mi sembrerebbe la vita
Se non avessi il tuo amore
A renderla vera