Visualizzazione post con etichetta scrivere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scrivere. Mostra tutti i post

domenica 4 ottobre 2020

Numero 354 - Racconta una storia - 4 Ottobre 2020

ph. Giusy Steri
 

Qualche giorno fa ho rivisto una mia affezionata lettrice, Giusy Steri, a un firmacopie. Chiacchierando, ho scoperto che è anche una fotografa e così le ho proposto di fare qualche scatto che si collegasse al mio nuovo romanzo che uscirà a breve, "Lo specchio macchiato dal tempo", ambientato nella mia Milano.

Così Giusy è andata a spasso per le vie dove è ambientato il romanzo in compagnia della sua amata macchina fotografica.

La foto appartiene a questa serie di immagini immortalate dall'obiettivo della fotografa e ben rappresenta una parte della storia da me raccontata.

Purtroppo, per ragioni grafiche, non ho potuto utilizzarla per la foto di copertina, ma è talmente bella che ho pensato si prestasse al vostro immaginario, cari scrittori in erba e non, per scrivere un bel racconto.

Ormai questi appuntamenti di scrittura con il blog sono diventati una piacevole abitudine, un modo per condividere la nostra comune passione, un momento di visibilità per coloro che decidono di partecipare perché - diciamolo - si scrive per farsi leggere.

E quindi... Si riparte con una nuova tappa della voglia di scrivere che ci appartiene e che ci lega gli uni agli altri.

Scrivete un racconto di max 700 parole, ispirato a questa foto. Date vita all'immagine, osservate, fantasticate, curiosate: raccontate.

Dovrete poi inviare il vostro elaborato a steficonvalle@gmail.com, in allegato e in formato word.doc.

Non voglio mettere condizioni per partecipare, ma sarà apprezzato dalla regia ;-) l'acquisto di almeno un'opera di Edizioni Convalle, come feedback per il tempo dedicato da parte mia a questa iniziativa. L'eventuale ordinazione si potrà esprimere nella mail che conterrà il vostro racconto.

Scadenza? Mah... non lo so. Mai?


Alla prossima 

dalla vostra

Stefania Convalle




         UN NUOVO GIORNO         

Elisabetta Motta

 

Mi è sempre piaciuta Roma nelle prime ore del mattino.

I negozi sono ancora chiusi e le strade quasi deserte. L’aria è intrisa del profumo di cornetti caldi e fragranti che proviene dalle caffetterie.

Mi viene l’acquolina in bocca, anche se ho già fatto colazione. Alzo lo sguardo, sui balconi pieni di verde. Alcuni sono talmente belli che mi viene voglia di fotografarli. Come se fossi una turista, arrivata chissà da dove.

Con passo lento, lo zaino sulle spalle, mi avvio verso Campo dei Fiori.

Voglio gustarmi la mia passeggiata mattutina, accarezzata dalla tepida brezza che a quell’ora è ancora piacevole.

Il ciondolo che porto al collo oscilla sulla mia canotta nera, al movimento del mio incedere sulla via acciottolata.

Non è un ciondolo qualsiasi: è una lettera d’oro. La M, iniziale del nome Marco. Non mi separo mai da quel pendente, anche se ogni volta che lo stringo in mano, riemerge il mio vecchio dolore.

Eh, sì, perché la storia con Marco è finita già da un po’ di tempo.

Purtroppo.

Certo, i rapporti si concludono molto spesso, per svariati motivi. Ma per noi non doveva arrivare una fine.

Almeno non in quel modo.

Marco non c’è più. Non solo per me. Non c’è più per i suoi cari, per gli amici, per chiunque. Lui ha lasciato tutti, anche la sua stessa vita su quella maledetta strada, un mattino di un anno fa.  

Stava venendo da me, in moto, a portarmi quel regalo. Il ciondolo che adesso porto al collo.

Era il giorno del mio compleanno.

Dovrei strapparlo via quel pendente. E invece lo stringo. Lo avvolgo amorevolmente nella mia mano, perché mi fa sentire vicino il mio Marco.

Sono certa che lui mi accompagni ovunque.

E la sua presenza mi rende felice, malgrado tutto, come questa mattina.

All’improvviso, il mio cuore si apre di nuovo, insieme alle finestre dei palazzi che si spalancano, una a una, ricordandomi che è iniziato un nuovo giorno.


***

IL VOLTO

Alessandra Nobile


Teresa camminava per la via con i suoi sandali dorati, nuovi di zecca. Camminava su quel pavimento in ciottoli che, nei secoli, aveva accompagnato il rumore di tanti passi. Gli shorts e la camicetta nera, attillata, le davano la sicurezza che si addiceva ai suoi vent’anni. Chiunque l’avesse vista camminare così, da dietro l’avrebbe scambiata per una ragazza qualsiasi: forse una studentessa o una turista, capitata in quella strada assolata quasi per caso.

Ma se qualcheduno l’avesse guardata in faccia mentre lei si girava indietro, di scatto, per un rumore improvviso, ad esempio per un frastuono di bottiglie frantumate nel bidone di un bar, allora non avrebbe mai più potuto scambiarla per una ragazza qualsiasi.

Teresa non lo era, una ragazza qualsiasi. Teresa aveva un segno. Teresa era il suo segno.

Le persone lo sapevano: non è educazione fissare qualcuno, specialmente se quel qualcuno ha un segno sul volto. Le persone lo sapevano ma, se incontravano Teresa, non potevano fare a meno di guardarla. Gli occhi azzurrissimi, penetranti, e soprattutto quel che quegli occhi raccontavano, facevano sì che nessuno riuscisse a girarsi, imbarazzato, da un’altra parte.

Perché Teresa era consapevole di portare in viso “il segno” ma, a differenza di altri che lo portavano, quel segno non le faceva più paura.

All’inizio sì, le aveva fatto paura, e molta. All’inizio le era sembrato che il suo volto non le appartenesse più. Aveva dovuto imparare tutto da capo, con quel suo viso. Aveva dovuto far pace con lo specchio, imparare a ritrovare la sua pelle in quella pelle, dolorosamente ricucita. E quando, specchiandosi, era riuscita a riscoprire una dimensione sua, ecco che quella cicatrice, che da parte a parte le trapassava la guancia, le era apparsa semplicemente come uno dei tanti particolari del suo viso. Un particolare come gli occhi, come gli zigomi, come le sopracciglia: solo un po’ più vistoso degli altri.

Quello che Teresa non riusciva a digerire non era la perdita della freschezza di quel volto, perché il suo volto, pur deturpato, non aveva, inspiegabilmente, perso nemmeno un po’ della sua freschezza.

Quello che Teresa non riusciva a digerire non era nemmeno la perdita, dopo l’incidente, della sua spensieratezza di ragazza.

Stranamente quella spensieratezza non l’aveva mai abbandonata. Continuava a far parte di lei. Si era solo trasformata, divenendo qualcosa di più denso e maturo. Come quei fichi che, invece di venir colti in anticipo, cadono dall’albero quando è il loro tempo e, pur subendo il trauma della caduta, risultano più dolci e succosi.

No, quello che Teresa non riusciva a digerire era la sensazione di aver abitato, se pur per poco, in una zona limite: il limite tra la vita e la morte. Non riusciva a pensare di aver attraversato, scalza e immobile in un letto immacolato, quei giorni di Terapia Intensiva. Giorni di cui non ricordava proprio nulla, se non la luce fredda e intensa del reparto che, non sapeva come, era riuscita a penetrarle attraverso le palpebre.

Quella cicatrice sul volto, lei ne era consapevole, non era che un segno da sopravvissuta o, meglio, un segno che era lì a ricordarle che lei era ancora viva. Era lì a ricordarle che quello era ancora il suo volto. C’erano ancora gli occhi azzurrissimi, le sopracciglia curate, gli zigomi alti. C’era ancora, nonostante la cicatrice, forse grazie a quella cicatrice, tutto ciò che rendeva quel suo volto bello.

E così Teresa attraversava sicura quel viale del centro storico del suo paese ed era felice che la luce azzurra del giorno potesse ancora accarezzarle la pelle del volto. Non aveva paura di incrociare qualcuno e che quel qualcuno la guardasse in viso. Perché, lei lo sapeva, era il contrasto tra quella cicatrice e i suoi occhi azzurrissimi, pieni di vita, e consapevoli che tra la morte e la vita c’è solo un soffio, a rendere particolarmente bello il suo volto.

***

  IN UN ISTANTE

Alessandra D'Angella

 

Dopo accurate ricerche era riuscita finalmente a risalire a lui e, come ogni giorno nell’ultimo anno trascorso, anche quel venerdì mattina, Delia entrò alle sette in punto nel Caffè Beltrami, nel ghetto ebraico di Bologna alla via dell’Inferno numero 13.

Dopo aver fatto ingresso in quello stanzone profondo e cupo, alle cui pareti erano affisse le immagini di celebrità che rievocavano tempi decisamente più floridi e sembravano fissarla quasi presagissero qualcosa, la donna si portò con flemma serafica al bancone, pronunciando come di consueto le sole parole necessarie a formulare la sua ordinazione e consumare il solito caffè macchiato freddo che, anche in quell’occasione, Delia sorseggiò lentamente e in silenzio, guardando fisso in direzione della parete a specchio da cui poteva scorgere la cassa dietro cui sedeva Samuele, il titolare del locale. Era un omone sulla sessantina con l’aria ammiccante e il piglio del viveur, al quale però Delia, nonostante le molte lusinghe ricevute, non aveva in tutto quel tempo mai rivolto la parola, limitandosi a guardarlo fisso negli occhi e a consegnargli, ogni sacrosanto giorno di quegli ultimi dodici mesi, una moneta da due euro che tirava fuori dalla tasca dello zainetto e riponeva con delicatezza sul piattino posto accanto alla cassa, per poi uscire dal bar con la stessa tranquillità con cui vi era entrata, senza salutare né curarsi minimamente del richiamo di Samuele che le ricordava di prendere il resto. Al punto che questi, dopo un po’ di volte che la cosa si ripeteva, aveva persino smesso di dirglielo e quel singolare appuntamento fisso che ormai da tempo si consumava immutato e che in un primo momento aveva suscitato la sua curiosità e quella della figlia Adele, era diventato ormai così consueto da integrarsi perfettamente nella loro routine quotidiana.

Quel venerdì di agosto Delia gustò il caffè che Adele aveva preparato per lei più lentamente del solito, si asciugò le labbra e si recò alla cassa da Samuele, che l’attendeva per celebrare quella sorta di rituale al quale ormai non faceva neanche più caso.

Fu a quel punto che Delia aprì la bocca e gli rivolse la parola guardandolo dritto in faccia.

«Oggi ricorre l’anniversario della morte di mia madre.»

Samuele era sbigottito, non sapeva se credere a quanto aveva appena udito o se si trattasse di uno scherzo della sua immaginazione. Uno sguardo incredulo rivolto alla figlia Adele gli confermò che non stava sognando. 

«Mi spiace…» si limitò a rispondere l’uomo, malcelando l’imbarazzo.

«Sa» continuò Delia «avevo solo lei. Mio padre è morto prima che io nascessi in un incidente d’auto, non so altro di lui, la mamma mi ha raccontato solo questo; era evidente che soffriva e non ne parlava volentieri, pensi che non me lo ha mai mostrato nemmeno in foto. Per me è stato difficile vivere di un’idea, non poterlo abbracciare nei momenti in cui sembrava che il mondo mi cadesse addosso…Ma, mi scusi, cosa le sto raccontando?! Non ci conosciamo nemmeno, la prego di perdonarmi, non dovevo dirle queste cose, forse l’ho imbarazzata, è solo che questo è un giorno così triste per me, non so davvero cosa mi sia preso. Le pago il caffè e vado via. Mi scusi, davvero.»

«Non si preoccupi signorina…» le rispose incerto Samuele, a occhi bassi mentre la ragazza si apprestava a prendere il denaro per pagare il conto, ma fece appena in tempo a terminare la frase e a risollevare lo sguardo che Delia estrasse dallo zainetto una pistola e fece fuoco.

Boom.

Un colpo solo, secco, tra le arcate sopraccigliari, alla radice del naso. In un istante Samuele cadde privo di vita, riverso sul pavimento che si macchiò di sangue.

Delia si girò verso il bancone e guardò Adele, pietrificata dalla paura, tremante e incapace di emettere alcun suono. La fissò per alcuni istanti che parvero un’eternità, poi ripose la pistola nello zainetto e si voltò di nuovo verso Samuele.

«Addio, papà» gli disse con voce atona; e uscì dal bar camminando lentamente, per poi perdersi nelle vie del centro storico di Bologna.

***


 IL RISVEGLIO

Tiziana Mazza

 

Ambra aveva atteso con trepidazione quella data. Il 13 giugno 2020 Michele sarebbe tornato a casa, nel paesino che gli aveva dato i natali, lo stesso in cui lei viveva e che non vedeva l’ora di abbandonare per conoscere il mondo, proprio come aveva fatto lui. Michele era il figlio del possidente più conosciuto della valle e ben oltre quei confini; il ragazzo grande che aveva sempre sbirciato di nascosto con il batticuore, quello che segretamente aveva sempre sognato di sposare. Poi, un giorno, era partito per andare all’estero a frequentare una prestigiosa università che gli avrebbe consentito di occupare un posto di rispetto nel mondo. Ora era tornato e aveva organizzato una mega festa per celebrare la laurea conseguita con centodieci e lode, nonché il rientro in patria. Ambra non stava più nella pelle all’idea di rivederlo, chissà com’era diventato… Si sarebbe ricordato di lei?

Zaino in spalla, si era attrezzata con tutto l’occorrente per un appostamento lungo, nella speranza di riuscire a intercettarlo, e la sua costanza era stata premiata. Come nella più bella delle favole Michele aveva abbandonato il parco della villa in cui si era radunato il jet set della valle ed era uscito a bordo della sua spider proprio dal cancello dietro al quale si era appostata Ambra.  Quando aveva visto le sontuose inferriate aprirsi, la ragazza si era predisposta a fingere di passare da lì per caso, sperava ardentemente che Michele la riconoscesse e si fermasse a parlare con lei. L’incontro andò oltre le più rosee aspettative. Michele, infatti, la invitò a salire e ad andare a bere in un locale con lui.

«Ma… e la tua festa?» disse lei sconcertata.

«Non si accorgeranno neanche della mia assenza.»

«Dove mi porti?»

«È una sorpresa.»

Michele guidava e sorrideva mentre lei s’inebriava bevendo le bollicine direttamente dalla bottiglia che Michele aveva stappato prima di mettersi alla guida. L’aria le schiaffeggiava la faccia scompigliandole i capelli, le case e i prati si susseguivano. Ad Ambra sembrava di vedere la scena di un film, niente era reale, si sentiva leggera, poi la testa divenne pesante, gli occhi si chiusero e scese l’oblio.

Aprì gli occhi a fatica, la testa le doleva, si guardò attorno stupita, non riconosceva il luogo dove si trovava, non conosceva quel letto... All’improvviso rabbrividì nonostante i trenta gradi che il termometro segnava: sotto alle lenzuola indossava solo gli slip e il reggiseno, i suoi vestiti erano ordinatamente riposti su una seggiola ai piedi del letto. Di Michele nessuna traccia. Si alzò dardeggiandosi il lenzuolo addosso e, con circospezione, ispezionò l’appartamento. Non c’era nessuno, nel bagno trovò degli asciugamani puliti, d’istinto si precipitò sotto alla doccia per lavarsi via la sporcizia che si sentiva addosso: era stata violata? Lacrime di dolore le rotolarono lungo le guance confondendosi con lo scroscio della doccia. Possibile che il suo adorato Michele l’avesse drogata per approfittarsi di lei? Si sentiva ferita nel profondo della sua anima. Si strofinò l’asciugamano fino ad arrossare la pelle per provare la sensazione di essersi rigenerata, per cancellare il terribile sospetto di quello che poteva essere accaduto la notte passata. Poi raccolse i suoi vestiti e uscì di casa. L’accolse una strada deserta, l’atmosfera era irreale, dove erano andati a finire tutti? Mentre era addormentata erano arrivati gli alieni e avevano rapito tutti i terrestri? S’incamminò lungo la strada godendosi quella inusuale pace, stranamente non aveva paura. A un certo punto in fondo alla strada vide una spider rossa, il suo istinto le gridava di tornare indietro ma il cuore in subbuglio la obbligava a procedere: doveva sapere.

Così, lentamente, andò incontro al suo destino: era il 13 giugno 2120.

 ***


LA STELLA

 Maria Rita Sanna

 

«Samantha! Aspetta!»

«Oh, Giulia, esplodo dalla gioia! Ma ti rendi conto? Entrerò a far parte delle Rockettes, il famoso corpo di ballo del Radio City Music Hall, di New York.»

«Samantha, non sarà facile staccarsi dal nostro lavoro; noi apparteniamo a Tony e siamo a conoscenza dei suoi giri strani.»

«Giulia, perché fai quella faccia risentita? Tony è favorevole, è stato lui a dirmi che metterà una buona parola affinché passi la selezione. Capisci, a forza di ripetergli il mio desiderio di andare via, si è arreso.»

Samantha cantava e volteggiava nel vicolo assolato e deserto, quel giorno di fine agosto; aveva sempre tanto ottimismo da vendere, gioiva per ogni cosa e, soprattutto, la sua allegria era contagiosa. Tony l’aveva bene inquadrata e, sotto la sua protezione, la coccolava fino alla nausea. Oh, non che io fossi messa da parte, no, ma in un certo senso ero diventata per lui un po’ vecchia. Data la sua età, ormai prossimo ai sessant’anni, si era intenerito con quel pulcino di ragazza, appena ventenne, con tanti sogni per la testa. Ciò che mi faceva più rabbia stava nel vedere Tony assecondarla in tutto. A me regalava fiori, gioielli, appartamenti – ne avevo due - oggetti che desideravo, mentre con Samantha si comportava come un vecchio rimbambito, facendole fare tutto ciò che voleva.

A lei regalava la libertà.  

«Vieni, Giulia, laggiù c’è una zingara, mi farò leggere la mano.»

E corse fino all’angolo in cui il vicolo sfociava sulla strada trafficata dalla folla e le auto. Il mio nervosismo cresceva quanto aumentava l’euforia della mia amica. Eravamo amiche, sì, perché l’avevo presa sotto la mia ala, educata secondo le regole del Pyramid Night Club, svelando segreti su taluni personaggi, sostituendomi a lei quando questi le mettevano addosso occhi avidi di lussuria. Il tutto sotto le direttive e lo stretto controllo di Tony.

A lei la libertà, a me l’obbedienza.

Quando raggiunsi le due donne, era già tutto detto.

«Hai sentito, nella mia mano c’è scritto che sarò una stella! Cosa ti avevo detto? La mia carriera volerà in alto. New York, arrivo!»

Il sole picchiava forte sulla mia testa, mi stordiva, ma per Samantha sembrava fonte di energia. La stessa che faceva germogliare il grano e maturare l’uva del nostro paesino natale; qui in città, alla corte di Tony, avevamo trovato ricchezze, da sempre sognate. Samantha era ambiziosa, talentuosa e sapeva di avere almeno una possibilità. I suoi capelli profumavano ancora di grano, e nelle vene le scorreva un mosto acerbo; era una stella non ancora matura, ma formata per salire nel firmamento delle celebrità.  

«Samantha, smettila!»

Infastidita, l’afferrai per un braccio, costringendola a guardarmi negli occhi. Lo fece con quel sorriso quasi ingenuo e sincero. Lei ci credeva. Voleva quella fama e sapeva che Tony gliel'avrebbe concessa. Purtroppo me ne stavo convincendo anch’io. Non sopportavo la situazione, non accettavo la sua gioia.

«Giulia! Ho ventidue anni, è la mia grande occasione, Tony mi vuole bene, per questo mi aiuta. Anche tu sei stata la sua preferita, me l’ha detto lui. Dai, sorridi e incrocia le dita per me!»

Braccia al cielo, Samantha fece una piroetta, incastrandosi tra le auto parcheggiate, pronta per attraversare la strada. Anche tu sei stata, quella frase mi gelò il sangue, portando alle stelle la mia inquietudine. La urtai perché lei si fermò all’improvviso per far passare una macchina in corsa. Le stelle del firmamento brillano di luce riflessa ma nella mia testa ardevano le fiamme dell’inferno, maligne. Spinsi Samantha con una mossa decisa e furente, mentre l’auto in arrivo non ebbe il tempo di frenare. La colpì con violenza.

«Brilla sull’asfalto se ci riesci!»

Il capannello di persone dava spiegazioni alle forze dell’ordine, io guardavo scostata, come in trance. La zingara si avvicinò a me accompagnata dal poliziotto, mi puntò il dito in faccia.

«È stata lei a spingerla.»

 ***


LA DONNA DELLA DOMENICA MATTINA

 Tania Mignani

 

Lei è una donna della domenica mattina.

Una di quelle donne che esce da un portone troppo ben vestita e con il trucco sbavato per essere mattino presto. Percorre le vie ancora deserte maledicendo i tacchi della sera prima o quel drink di troppo cercando di ricordare il nome dell’uomo con cui ha trascorso la notte.

La puoi riconoscere da come si sistema la camicetta spiegazzata, dallo sguardo felice di andarsene o, a volte, triste perché in quella casa avrebbe voluto rimanere un giorno ancora, almeno fingere di aver dimenticato qualcosa, uno spazzolino o il rossetto.

Ti accorgi di lei mentre invia messaggi alle amiche rivelando dettagli piccanti di quella notte, con i denti che mordono le labbra e un mezzo sorriso malizioso. La vedi, furtiva, annusare una ciocca di capelli per sentire l’odore di lui.

È una donna della domenica mattina, passa indifferente davanti alle vetrine dei bar che stanno aprendo mescolandosi alle famiglie pronte per la messa.

Troppo ben vestita per essere mattino presto, apre la sua borsetta sfavillante di paillettes, le chiavi della macchina dovrebbero essere lì, tra un conquistato desiderio di libertà e un sogno ormai riposto.

 

 

 

 

 


mercoledì 11 marzo 2020

Numero 318 - A tu per tu con la paura - 11 Marzo 2020


Chi non ha paura, in un momento come quello che stiamo attraversando? Credo sia un sentimento diffuso. 
Mi sono chiesta se sia meglio ignorarlo o esternarlo.
Ma siccome io, come tanti di voi, ho l'arma della scrittura che mi è venuta in soccorso in tanti momenti difficili della mia vita, ho pensato che parlarne serva a esorcizzare la paura.

In queste settimane, da quando circola quel virus lì, dal nome quasi regale - corona - ognuno di noi deve fare i conti con le proprie paure, alcune ataviche, come quelle di non avere sufficiente cibo, di dover affrontare la fame, e allora si mangia, si mangia, si mangia...

La mia vita non è cambiata di molto, stavo a casa prima e sto a casa adesso, lavorando tra le mie quattro mura. Ma è cambiato il mio sentire, la paura dell'ignoto, la paura di qualcosa fuori dal nostro controllo.

#iorestoacasa, sì, l'unico mezzo per proteggersi. 

Ma dobbiamo fare  i conti con noi stessi, con il personale equilibrio, per non farsi prendere dall'ansia.

E allora, amanti della scrittura, 
usiamo lo strumento che amiamo: le parole.

Scrivetemi il vostro rapporto con la paura in questa situazione contingente. Intanto il tempo passerà e la luce in fondo al tunnel sarà più vicina.

Inviatemi i vostri testi a steficonvalle@gmail.com, in allegato. Se volete accompagnare la vostra mail anche con una foto che accompagni il vostro testo, posterò il tutto in questo numero del blog.

Approfitto di questo spazio per ricordarvi che gli animali non rappresentano un pericolo e quindi NON ABBANDONATE i vostri amici pelosi! Tra l'altro, in questo periodo, loro riescono a strapparci un sorriso e li possiamo coccolare a volontà :-)



Unica cosa che vi chiedo.
Parlate di voi, non fate comizi coinvolgendo la politica etc etc. Grazie.

Vi aspetto!


Stefania Convalle (e Pepe)

A voi la penna...



Costanza Trotti


Il tempo non corre più, sembra fermo come le lancette del vecchio orologio a pendolo, messo in bella posa perché fa storia. A dire il vero anche i miei piedi non camminano, dondolano su e giù, prima uno poi l'altro, sotto il peso delle gambe incrociate sul divano.  Io che, appena rientrata, ero già pronta sulla porta a prendere il volo, le chiavi dell'auto in mano e il rombo del motore a graffiare l'aria, ora sono relegata in questo angolo di casa. Notizie tragiche, paura, disperazione, impotenza, facce che salutano attraverso un video, affetti lontani ostaggio di blocchi aerei, divieto di quelle visite piene di coccole, tutto così assurdo, sembra uno di quei sogni che si ha fretta di svegliare. Siamo nel mezzo di una catastrofe e non vediamo la fine. E allora si legge, pagine e ancora pagine diventano compagne di solitudine, fiumi di parole riempiono le giornate, non importa se son mute, per ora è così che deve andare. Chiamatemi forte e subito quando le mani potranno stringere altre mani e gli occhi tuffarsi nello specchio di mare a me tanto caro.
...


Valter Manunza



Qualche mese fa passavo da Via dei Pensieri tornando dal lavoro. Insisteva lunga, dritta e muta, tra il Circolo del Tennis, l’ippodromo e lo stadio, a sinistra; il campo da rugby, la piscina e il campo di atletica, a destra. Una strada muscolosa, sudata, riempita di solito dal vigore dei ragazzi e che invece era vuota e triste.

Passando, dicevo, vidi verso la fine, poco prima della pista di pattinaggio, dando un’occhiata distratta alla mia destra, una finestra chiusa al primo piano di una casa angusta .
Non era semplicemente chiusa, era stretta e sofferente, prigioniera di un rampicante prepotente.
Mi fermai, curioso, per capire se anche questo fosse l’effetto della regina arrogante che, senza regno e senza trono, fissandoci con gli occhi a fessura e l’aria spavalda, ci aveva costretti in casa. Subdola e silenziosa ci aveva fatto tutti rossi e novelli Pilato in fila ai lavandini, ci minacciava anche per un semplice bacio, una stretta di mano; e anche se avevamo resistito, imparato a colmare il vuoto degli abbracci con gli occhi, a stringersi intorno a dei sorrisi, quella finestra mi dette l’inquietudine del prigioniero.
Passai altre volte e al buio vidi una luce scappare da sotto la porta e allora mi informai e seppi che lì abitava Ettore. Lo conoscevo. Lo incontravo qualche volta al bar di fronte o in tabaccheria, dietro l’angolo, dopo la farmacia. Comprava sempre il sigaro toscano, l'Originale, diceva. Era un vecchietto svelto, alto, magro, con le guance scavate, la faccia arrossata. Aveva sempre un portamento dignitoso e gli occhi un po’ acquosi. E sorrideva.
Quando m’informai mi dissero che si era chiuso in casa perché lui questa cosa non la poteva soffrire. Lui che viveva in mezzo agli schiamazzi dei ragazzi, e li vedeva correre e saltare, e sentiva i fischi, i cori dello stadio, e li vedeva scherzare affacciato a quella finestra al primo piano. L’aveva chiusa e non l’aveva aperta più. Non aveva più voluto sapere niente, sentire niente di questa cosa che era un vecchio e doveva stare attento.
Leggeva i suoi libri, ascoltava la sua musica. Si faceva portare qualcosa da mangiare e un sigaro ogni tanto, toscano originale. Era solo e non apriva quasi a nessuno.

Oggi ho pensato a lui. Il tempo è passato, c’è un venticello caldo e tutto ondeggia dolcemente tra i riflessi d’oro, è il momento dei fiori che baciano le api. C’è confusione e macchine che passano e motorini che sono urla di giovani lupi. Sorrisi del sole quando cede il passo tardi alla notte. Sul rampicante alla finestra sono nati dei boccioli rossi.
Ho bussato e bussato ancora. 
Ettore!, ho gridato. Ha aperto piano la porta. Il sole ha guardato dentro casa, lo ha baciato in fronte e gli ha illuminato gli occhi che mi guardavano come chi sa ma non ricorda.
Ettore, gli ho detto, non hai sentito? E mentre sbucava fuori dalla porta allungando il collo rugoso e sottile come un uccellino dal nido, tra l’interdetto e l'incredulo, non ho sentito niente, ha sussurrato quasi in gola.
Ho allargato le braccia e ho stretto quelle ossa piccole chiuse in una giacca grande.
Hanno detto che ci possiamo abbracciare.
...


Tiziana Mazza

Vita al tempo di Coronavirus

Le giornate scorrono lente e veloci allo stesso tempo; è strano, da quando sto chiusa in casa mi sembra di avere meno tempo per fare tutte le cose che vorrei fare, come dedicare maggior tempo alla lettura e alla scrittura. Non so come, ma le giornate scorrono senza che io riesca a concludere niente, non riesco a concentrarmi, un occhio al libro e uno alla TV. I social sono inondati di messaggi terroristici, ho deciso di non guardarli più, ma poi inevitabilmente mentre li consulto per trovare gli amici, l’occhio viene attratto da questo o quel post catastrofico e il tempo scorre senza che neanche me ne accorga.
Stare in casa di per sé non è così male, ma di tanto in tanto bisogna pur uscire per fare la spesa, e allora ecco che bisogna bardarsi come se si dovesse andare in un reparto infettivo e, in effetti, è così: mascherina, guanti, occhiali. Il respiro difficoltoso, lo slalom per strada e al supermercato per stare più al largo possibile dalle poche persone che si incontrano, l’incubo del cosa compro? L’addetto al reparto salumi - incredibile - non porta la mascherina, meglio comperare imbustato. Il must di fare in fretta per tornare al sicuro fra le proprie mura il più presto possibile, naturalmente dopo aver effettuato tutte le sanificazioni di rito! Le mie povere mani! Ormai assomigliano sempre più a carta vetrata nonostante i chili di crema spalmati sulle sue superfici.

E poi guardo la mia cara mammina, prossima ai 90 anni e prego affinché il malefico Covid-19 non si accorga di lei, perché per lei, in questi assurdi tempi da overbooking del reparto terapia intensiva negli ospedali, quasi certamente un respiratore non c’è. 
...



Venerina Gabriele
Noi siamo l’Oltre


Forse è giunto il momento di prendere consapevolezza che la vita va oltre la realtà che vediamo e percepiamo con gli occhi della nostra umanità. Aggrappati alla materia, fino adesso abbiamo corso verso mete e confini illusori. Accecati dall’Io, dal di più, dal potere, dall’egoismo, spesso non ci siamo curati del simile, del creato e delle creature. Spesso nell’illusione momentanea del quieto vivere, abbiamo calpestato il bisogno di chi implorava aiuto e amore. Spesso abbiamo sostituito l’essenziale e il giusto, con il superfluo e la spazzatura verbale, visiva e materiale che ci ha sommersi. Adesso l’Autore di questa grande opera chiamata Vita ci impone di fermarci. Ci impone il silenzio. Silenzio per pensare e rivedere le priorità,  il senso di questa permanenza in questo frammento di universo.
Fuori da ogni frastuono, liberi dalla corsa verso il nulla, accecati da luci e miraggi di ogni tipo, nella solitudine che scorre lenta e impregna le ore, scopriamo l’immensità della vita illuminata dai colori dell’arcobaleno, nella sue molteplici sfaccettature. Introspezione, meditazione, contemplazione; sono momenti di arricchimento e di innalzamento dell’anima. Ma fino a pochi giorni fa, queste erano sole parole che si intercalavano mute fra illusorie necessità e preoccupazioni del vivere quotidiano. Abbiamo tanto logorato e sbiadito le parole con le certezze abusate e frammentate. Adesso è il momento di ascoltare la voce dell’anima che acquieta ogni tempesta. E’ il momento del risveglio e di aprire gli occhi verso nuovi orizzonti di pace, di Amore, di connessione di anime in cammino verso nuovi lidi. La
paura ci imprigiona, la consapevolezza che noi siamo l’Oltre ci rende liberi.
...


Elena Caio
Appunti di diario di quarantena

Ventunesimo giorno di quarantena.
Qui casa tutto bene, per ora, per me, per noi. Sappiamo che là fuori c’è un mondo silente che stride con quello degli ospedali. Lì è tutto un via-vai di ambulanze, di corse contro il tempo, di mascherine sudate. Eroi silenziosi che non hanno tempo per le chiacchiere.
La gente al calduccio nelle proprie abitazioni non fa altro che lamentarsi della privazione della libertà. Temporanea e per la nostra salute. Io  invece non ci sto così male in questi domiciliari consapevoli. Certo, sono fortunato, sto lavorando da casa in smart-working e il resto dei miei familiari pure.
Ieri sono uscito per fare la spesa. C’era un sole lattiginoso, l’asfalto odorava di polvere e non più di catrame. Ho chiuso gli occhi e mi sembrava di essere in un film di fantascienza anni ’80, tra il kafkiano e l’onirico.
Un signore con un pastore tedesco mi ha tenuto a distanza. Adesso che ci penso anche l’altro ieri l’ho incontrato. Probabilmente siamo usciti alla stessa ora. Che bel pelo lucido, penso! Mi guarda con sospetto - Tranquillo, non vengo nella vostra direzione - Chissà quante volte l’avrò visto nel quartiere senza neanche accorgermene.
Scendo anche oggi a fare la spesa e ritrovo il signore con il cane. Ma che ora è? Forse, anzi quasi sicuramente, la stessa di ieri.  Giornate tutte uguali volano via dal calendario. Come fosse  sempre domenica, statica e ripetitiva ogni volta.
Mi brucia un po’ la gola. I familiari mi tranquillizzano, non sarà il virus ma il fatto di respirare l’aria casalinga per molto tempo, non giova alla salute. Invece non ci dormo la notte e vado sul balcone con la giacca a vento per sentire l’aria fredda almeno sulla faccia.

Venticinquesimo giorno di quarantena
Non è ancora tutto finito, in tv dicono che il picco arriverà nei prossimi giorni. La gola non mi brucia più, che sollievo! Ma subito dopo penso,  e se invece lo stessi incubando? E se fossi portatore-sano? Oddio… sano… mica tanto, con tutti i miei acciacchi! Cerco di stemperare l’ansia con l’ironia ma funziona come il bicchiere d’acqua ai bambini, quando cadono. Un secondo dopo e sono ancora lì a piangere.
Non puoi distrarti dal Coronavirus, se non ti è entrato biologicamente, di sicuro ti è entrato nella testa. È una presenza ingombrante a tutte le ore della giornata. Sta cambiando le nostre abitudini e anche se sei negativo al tampone, il respiro dei giorni è sempre affannoso.
Ma stamattina mi sono svegliato presto e c’era il sole sopra le nuvole. Ho detto a mia moglie, lo senti anche tu? E lei, scandendo bene le parole, sì, è il rumore di un treno.  

E dal terrazzo non l’avevamo mai sentito prima.


...


Daniela Perego
COVID-19
  
Silenzioso, invisibile, subdolo, aggressivo e a volte letale.
Il nemico mondiale nell’anno 2020.
Un bel giorno si è presentato all’umanità, incredula di tanta ferocia e velocità nella trasmissione da persona a persona, invadendo i nostri spazi e uccidendo la nostra libertà; sì, la libertà di movimento e, più importante, la libertà di decisione. Perché, a causa sua, la stragrande maggioranza delle persone si è rifugiata nelle proprie abitazioni ed esce solo per fare la spesa o, se obbligata, a raggiungere il posto di lavoro.
Mai avrei pensato, nel terzo millennio, di vivere un’esperienza simile alla guerra; diciamolo, è proprio così, come in tempo di guerra è pericoloso uscire e il fronte non è una linea ben marcata, ma lo spazio stesso, l’aria che respiriamo e le persone che si avvicinano.
In tutto questo scenario apocalittico, siamo bombardati dai media che, a turno, intervistano il virologo più accreditato o trasmettono servizi dalle città più colpite; il nord è particolarmente sotto attacco e io ho paura. Paura di prendere la malattia, paura per i miei cari e i conoscenti, paura che tutto questo porti a una crisi ben più pesante di quella sanitaria in atto adesso.
Ho scelto l’auto quarantena, nel senso che mi sono messa in pausa dal lavoro, nonostante lì funzioni ancora tutto, almeno fino alle ultime notizie; ho seguito le direttive dei governanti e spero di non dovermene pentire.
Non è una vacanza… è necessario per fermare il diffondersi del virus.
Questo il mio mantra, mentre pulisco casa fino alla paranoia, disinfetto e lavo, mentre mi affaccio al balcone e vedo, nonostante tutto, troppe auto in circolazione e vicini di casa che escono più volte al giorno, senza protezione e misure cautelative. Ognuno avrà la sua ragione ma un po’ più di collaborazione non guasterebbe.
Penso a mio suocero, novantenne in casa da solo, al quale portiamo la spesa una volta alla settimana, mettendo le borse fuori dalla porta per non avvicinarci; lui è chiuso in casa da circa un mese, e nonostante segua le notizie, rimane incredulo davanti alle restrizioni perché lui, che la guerra l’ha vissuta davvero, non vede un reale nemico.
Sui social si moltiplicano i messaggi di chi al fronte ci sta per davvero: infermieri, medici e operatori sanitari, senza dimenticare le forze dell’ordine; foto di visi scolpiti dai segni delle mascherine e  occhiali protettivi e resoconti – più o meno veritieri – di un turno in terapia intensiva.
Dall’altro lato si è riscoperta un pochino di umanità e senso civico nell’aiutare i vicini di casa anziani o malati che, non potendo uscire, si affidano ai volontari per la consegna della spesa e dei medicinali. Questo è il lato migliore dell’umanità.
Voglio credere che tutto questo finirà presto.
Insieme, rispettando le regole, ce la possiamo e dobbiamo fare. Riavremo il tempo perso e sarà ancora più bello. Abbracci, baci, strette di mano e tante passeggiate sottobraccio nei parchi, facendo shopping o semplicemente a gustarci un gelato.
In questo tempo di primavera ci siamo forse persi le  prime fioriture ma sono certa che potremo affrontare le nuove stagioni con più consapevolezza dell’importanza di questo nostro essere qui, in questo mondo che può sembrare ostile ma – alla fine -  ci vuole ancora bene.
Quando i social, tra un anno, ci riproporranno questi post li leggeremo ricordando la sofferenza di questo tempo, ricordando le vite perse in questa guerra da terzo millennio; più forti di questa esperienza che ha saputo, in molti casi, scoprire i lati migliori delle persone.
Abbiamo fiducia nel tempo che verrà e, mi raccomando, rispettiamo le regole. #iorestoacasa
...


Elisabetta Motta
Riflessioni

Oggi splende un sole bellissimo. Sul mio terrazzo si posano a turno le cinciallegre e le tortore. Ho imparato a riconoscerle dal loro verso. Sull’albero nel giardino di fronte, si rincorrono in volo i pappagalli. Non abito nella Foresta Nera, ma a Roma, la città Eterna. Viene voglia di uscire e di godersi ogni angolo delle sue antiche rovine, invece è un’altra giornata di quarantena e siamo costretti a viverla in casa, come ormai da due settimane. Si esce solo per le commissioni strettamente necessarie, andare in farmacia o fare la spesa al supermercato. Quest’ultima è diventata una missione difficile e pericolosa. Ogni volta, mi affido a qualche angelo che mi protegga da quel nemico invisibile pronto a colpire a tradimento.
Non so ancora per quanto tempo andrà avanti questa situazione. Nessuno di noi ha certezze in questo momento. Ci sono solo paura, ansia e preoccupazione per tutti.
Il silenzio è assordante attorno a me. Ma non è il silenzio della mia casa. È il silenzio di una città intera che sembra essersi addormentata per sempre. Tutto si è fermato. Tranne lui, il temibile mostro contro cui stiamo combattendo.
Rifletto e credo che quando saremo usciti da quest’incubo sapremo apprezzare anche le cose più semplici e scontate come fare una passeggiata al parco, incontrare gli amici, sorseggiare un caffè al bar. E rivedere i propri cari. E allora forse avremo imparato a non dare più nulla per scontato e a essere grati per ciò che abbiamo.  A vivere la vita nei suoi preziosi momenti, senza più sprecarne nemmeno uno, a volere più bene a noi stessi e agli altri.  Ecco, forse questo virus ci lascerà qualche insegnamento positivo, dopotutto.
Confinata tra le mie pareti domestiche, non ho perso la voglia di fare, di continuare a sorridere, di scherzare con i miei figli, di preparare torte. Le mie giornate corrono svelte perché lavoro da casa. Ma l’ho sempre fatto, quindi per me non è una novità lo smart working. E mi ritengo fortunata. Penso a tutte le persone davvero in difficoltà, a chi era già nella bufera prima che questa bufera ci investisse tutti.
Mentre finisco di scrivere queste mie riflessioni, è in arrivo il bollettino della Protezione Civile: i numeri sono allarmanti. Ma forse meno di ieri.
Teniamo l’umore ben saldo e non dimentichiamoci di sperare che prima o poi passerà. Che presto tornerà a brillare il sole nella nostra quotidianità, come quello che rischiarava oggi il cielo di Roma.
...


Claudia Gabrieli
               Io resto a casa                

«In tempi di pandemie non si deve fare il Don Abbondio».
Lo ha detto Papa Francesco nel Suo discorso ai fedeli.
Con questa frase, intensa e significativa, ha invitato tutti ad andare avanti mantenendo fede alle proprie responsabilità, a non sottrarsi alle difficoltà e, allo stesso tempo, a rispettare le imposizioni necessarie per la salvaguardia di tutti. Mi ha commosso, vederlo camminare lungo Via del Corso, curvo, come se volesse prendere su di sé il pesante fardello dell’immane tragedia che sta sconvolgendo l’umanità e si è abbattuta sul mondo. Ha abbracciato il Crocifisso miracoloso di San Marcello per supplicare la fine di questa Pandemia; le Sue parole, in questo particolare momento di paura, invitano alla riflessione, ci riavvicinano a Dio.
Dopo l’iniziale attimo di incredulità, di spavalderia, se vogliamo, dicevo a me stessa che esagerazione, non può essere così grave, d’improvviso mi sono ritrovata nel baratro. Per la prima volta, da quando sono nata, vivo un’esperienza che lascerà profonde tracce nell’essere umano, perché non conosciamo il nemico, il virus Covid 19 che silenzioso entra nei nostri polmoni e toglie il fiato, non sappiamo come sconfiggerlo, è una lotta ìmpari.
Covid-19 ha piegato gli uomini, li ha messi di fronte alla solitudine, allontanato genitori, figli, nipoti, parenti e amici. Non ci si può vedere, abbracciare, baciare per il timore del contagio. Si muore soli, lontano dai propri cari e non si può neppure avere una degna sepoltura.
La punizione più grande che ci possa essere per l’uomo, vite solitarie! È necessario e doveroso “restare a casa” come ci chiedono, abbiamo tutti i moderni comfort, ma oggi, e solo oggi, comprendo quanto mi costa questo piccolo sacrificio. Non sto male a casa, ci sono sempre stata volentieri, ma ammetto che ora ci sono momenti in cui mi sento privata della libertà e mi chiedo se era necessaria questa tragedia per comprendere i valori della vita. Quei valori che, per egoismo, abbiamo dimenticato e calpestato.
Mi guardo intorno e nell’infinito silenzio, sento sorgere in me tanta malinconia, la tristezza. Respiro nell'aria la debolezza umana.
C'è il sole, oggi, dal balcone ammiro i prati intorno, le finestre aperte e soltanto la voce lontana di un canto che  rompe la quiete. Mi ritrovo le lacrime sul viso, non riesco a trattenerle, intense emozioni che si alternano, succedono incontrollate, rendendo deboli le mie sicurezze: salute, vita, famiglia e lavoro. Tutto spazzato via in un attimo.
Penso a chi ora soffre, impotente a questa sciagura, persone sole, che stanno combattendo la loro battaglia per la vita senza alcun conforto.
Vivo momenti di silenzio, surreali, i tempi si sono dilatati, soffusi e con essi si è rallentata la voglia di fare, non riesco a trovare la giusta concentrazione, tutto pare essersi fermato.
Mi giunge quel solitario abbaiare di cani e solo sirene di ambulanze per le vie cittadine: impotenza e solitudine nel cuore. Ho paura.
Mi chiedo cosa succederà, se riusciremo a risollevarci e poi…poi la primavera si è affacciata, il canto degli uccellini e i fiori che iniziano a sbocciare mi riportano la speranza, ce la faremo, dobbiamo farcela per ritrovarci tutti uniti in uno splendido abbraccio con la nuova consapevolezza che l’amore e l’unione vincono su tutto. Con questa speranza, giorno dopo giorno vado avanti, alla fine del tunnel ci sarà la luce.