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sabato 24 maggio 2025

Numero 473 - Masterbook seconda edizione, leggiamo il racconto-medaglia d'argento - 24 maggio 2025


Ieri ho postato il racconto vincitore del Masterbook: 

https://st62co.blogspot.com/2025/05/numero-472-il-racconto-vincitore-della.html

Oggi potrete leggere il racconto secondo classificato, quello scritto da Valentina Ciocca, che ha fatto un percorso, prova dopo prova, senza perdere un colpo. 



Valentina Ciocca e il suo racconto: brava!



VITTORIA SEGRETA


Capitolo uno


ANNA

I pensieri corrono più veloci del treno, mentre dal finestrino osservo la valle assopita nel candido abbraccio dell’inverno.
Ho rimandato fino all’ultimo questo viaggio, ma alla fine ho ceduto. Dopotutto, rivedrò Olga, mia madre. Non riesco a pensare a lei senza provare dolore e risentimento. Non la odio per qualcosa che mi ha fatto, ma per quello che non ha fatto. La sua indifferenza però mi ha resa quella che sono.
Per otto anni ho evitato di pensare alla mia vecchia vita; mi sono sforzata di recidere ogni legame con il passato e ora gli sto correndo incontro a cento chilometri all’ora.
Mi lascio cullare dal dondolio del treno che mi trascina in un leggero dormiveglia. In un attimo sono di nuovo preda dei demoni che pensavo di aver sepolto con la morte di Franco. Franco, quel padre che ha piegato mia madre, rendendola un guscio vuoto, insensibile alla sofferenza e all’amore.
Una piccola macchia di colore emerge nel bianco accecante. Un cappottino rosso cerca di nascondersi da un’ombra che lo insegue. Vorrei correre, ma il freddo mi paralizza e non riesco a muovermi. Cerco di gridare, ma le mie urla si spengono, inghiottite dal silenzio della neve.
La voce di Vittoria mi strappa via dal sogno che si dilegua, lasciandomi una sensazione di gelo addosso.
«Quanto manca, mamma?»
«Ci siamo quasi. Vedi quel ponte in legno? L’edificio lì accanto era la mia vecchia scuola, ma ora sembra ci sia qualcos’altro.»
Oggi come allora, l’assedio della neve è senza tregua.
Vittoria osserva con curiosità il piccolo paese ai piedi delle montagne in cui sono nata e cresciuta. Avevo giurato che non ci avrei mai più messo piede, e invece, eccomi qui.
Mi preparo, mio malgrado, a varcare il confine invisibile tra passato e presente.
«Andiamo, tesoro. È ora di scendere. Da qui alla casa della nonna sono solo pochi minuti a piedi.»
Cerco di dare alla mia voce la sicurezza che non ho. Vittoria non si accorge delle mani che mi tremano, è troppo presa a gustarsi con gli occhi ogni dettaglio e saltella impaziente, in attesa della fermata.
È la sua prima volta in treno ed è anche la prima volta che vede la neve. Maledetta neve, che soffoca ogni cosa e seppellisce la verità.
Non voglio che i miei pensieri cupi rovinino quella che per lei è una semplice gita, ma anche un giorno importante perché conoscerà la nonna.
Un alito di vento mi scompiglia i capelli come una spietata carezza e mi paralizza per un istante.
La stazione è vuota. Nessun passeggero infreddolito che aspetta di salire su un vagone a scaldarsi, nessuna famiglia che attende qualcuno a braccia aperte. Sui mattoni consumati della sala d’attesa riconosco ancora le scritte che avevamo fatto io e Laura, la mia migliore amica. A&L amiche per sempre. Un’altra promessa che ho infranto. Ma non c’è tempo per la nostalgia. Questo non è un paese per deboli di cuore.
La nostra non è una visita di cortesia. Viaggiamo leggere, senza bagagli. Ci fermeremo giusto il tempo per firmare i documenti, poi torneremo in città e ci lasceremo tutto alle spalle. Non permetteremo a questa breve parentesi di rovinarci l’esistenza.
«Che bel posto, mamma, qui non è per niente come in città! Mi piace questo silenzio, sembra di essere in un paese delle favole con tutta questa neve!»
Nonostante le paure, l’entusiasmo della piccola è contagioso. Ci addentriamo nel paese imbiancato, incastonato tra le montagne. Le luminarie natalizie illuminano la via principale. Un luogo incantevole dove vivere.
Ma è tutta una farsa. Dietro alle porte chiuse e alle imposte accostate si celano sguardi duri e accusatori e presto dovrò affrontarli, di nuovo. Questa volta sono preparata. Non sono più la ragazzina che è partita otto anni fa, ora torno a testa alta, orgogliosa di mostrare a tutti la mia bambina di cioccolato.
Scaccio i fantasmi che cercano di ingarbugliarmi i pensieri. Stringo forte la mano di Vittoria, lei è la mia forza.
«Mamma, guarda nel fiume! C’è una fontana di ghiaccio! Posso toccarla? Posso? Ti prego!››
Stretta nel cappotto, lascio che Vittoria si attardi a giocare con i ghiaccioli del ruscello. La sua risata cristallina mi rincuora.
«Forza, è ora di andare.»
A un tratto avverto l’urgenza di vedere Olga e chiudere questo capitolo della mia vita una volta per tutte.
Non ci vediamo da anni. Otto per la precisione. L’età della piccola Vittoria. L’ho chiamata così per dimostrare che ce l’avrei fatta, al contrario di quanto sosteneva lei.
E in effetti ce l’ho fatta, ho chiuso con un passato fatto di angosce e preoccupazioni. Mi sono affrancata dalla mia vecchia vita, ho studiato e cresciuto mia figlia da sola. Ora il passato è tornato, irruente e impetuoso come un fiume in piena. Ma non intendo farmi travolgere.
Busso con vigore al vecchio portone di rovere e tanto basta a riportarmi indietro nel tempo. 

Capitolo due

ANNA

Prima ancora di sentire la sua voce, avverto la sensazione familiare di angoscia che mi assale mentre varco la porta d’ingresso.
Il tempo, qui, si è fermato. L’odore di fumo è lo stesso che mi impregnava i vestiti e mi faceva vergognare quando andavo a scuola. L’unica differenza che noto è che i fiaschi di vino sono spariti. Olga deve essersene liberata dopo la morte di Franco. Non riesco proprio a chiamarlo padre.
«Sei venuta, alla fine.»
La sua voce è così flebile che fatico a riconoscerla.
«Non avevo scelta. Vittoria, lei è la nonna.»
Nella penombra lo sguardo spento di mia madre si ravviva per un istante mentre posa gli occhi su mia figlia.
La bambina porge la mano minuta e la ritrae istintivamente mentre le sfiora la pelle avvizzita e rugosa.
La casa è come la ricordo, triste e vuota. Sembra portare le stesse cicatrici di chi ci ha vissuto. Ogni angolo è intriso di un dolore passato. La panca accanto al camino, alcune candele smozzicate sul tavolo e nessun pentolone che brontola sul fuoco. Nemmeno un balocco a preannunciare il Natale imminente. Una casa che sa di solitudine.
«Sei davvero qui. Non ci speravo.»
Deglutisco, incapace di risponderle come meriterebbe.
Vittoria osserva Olga intimorita, mentre io sono sopraffatta. Vorrei urlare, accusarla, scuoterla. Ho immaginato mille volte questa scena e ora le parole muoiono sulle labbra, non riesco a dar voce ai sentimenti. Vorrei aggredire questa donna che mi ha negato l’affetto e mi ha insegnato a mie spese a cavarmela da sola. Ma davanti ho una vecchia consumata dagli anni e dalla malattia e, chissà, forse anche dai rimorsi.
«Ho preparato la tua vecchia stanza, se volete dormire qui.»
«Non sarà necessario, sbrighiamocela con queste carte, ripartiamo subito.»
«Mamma, mi piace questa casa, ti prego non torniamo subito in città, qui è tutto così bello e poi è quasi Natale, non voglio passare il Natale in treno.»
Le parole escono in un sussurro dalle labbra timide di Vittoria che osserva incuriosita l’anziana donna davanti a lei.
«Vedremo.»
Non riesco a fare promesse a lungo termine.
Mi siedo sulla vecchia poltrona e mentre sfioro nervosa il tessuto consumato, un’immagine fugace affiora alla mente: io e Olga siamo sedute proprio qui e lei mi pettina con dolcezza capelli. Il ricordo è talmente impalpabile e lontano che non riesco a nemmeno a capire se sia reale.
A un tratto sento il bisogno di uscire, le pareti della casa mi stanno strette. Non sopporto di condividere con lei gli stessi spazi, ma a quanto pare mia figlia non è della mia idea. Sembra incantata dalla voce di mia madre. La cerca con lo sguardo, la studia, è evidente che ne è attratta.
«Esco a fare due passi.»
Sono una codarda, lascio Vittoria nelle grinfie di quella strega e mi sento in colpa, ma non posso fare altrimenti.
Percorro la via centrale del paese; sembra diverso, ma le sensazioni sgradevoli che mi suscita sono le stesse. Al posto del circolo, dove Franco trascorreva la maggior parte delle sue giornate, hanno aperto una piccola pasticceria. Sembra graziosa e accogliente, ma non oso avvicinarmi troppo. Non vorrei rischiare di incontrare qualche vecchia conoscenza.
Perché ho accettato di venire? Questo posto non ha niente da offrirmi, se non il dolore di vecchie ferite che non guariranno mai.
Mi abbandono a un pianto inconsolabile quando una voce mi riporta alla realtà.
Una voce che avevo dimenticato, riposta in un angolo inaccessibile del cuore, sepolta da strati di dubbi e insicurezze.
«Anna...»
Basta quel richiamo per tornare con la mente ai ricordi più belli di un amore impossibile. Non ho bisogno di voltarmi per capire che è lui, il mio Jerome.
La mia paura o forse desiderio più grande si è materializzato davanti ai miei occhi.
Tremo, incapace di muovermi, sopraffatta da un misto straziante di gioia e dolore.
I nostri sguardi si incrociano mentre i respiri rimangono sospesi nell’aria gelida come fantasmi.
Non è più il ragazzino che ho lasciato, ora è un uomo, un bellissimo uomo. Un uomo dalle spalle larghe e il sorriso rassicurante, anche se nel suo sguardo leggo sofferenza. Il tipo di uomo che, forse, se gliene avessi dato la possibilità, mi avrebbe sostenuta e amata. Ma ora è troppo tardi.
«Jerome. Sei rimasto. Per tutto questo tempo...»
«Ti ho aspettata.»
«Non sono tornata per te, sono qui per mia madre. È malata, dobbiamo sistemare alcune questioni.»
«Perché sei scappata, Anna? Avremmo affrontato insieme i problemi... Ora è tutto diverso. La gente di qui ha capito; ci è voluto solo un po' di tempo.»
«Chi credi di ingannare, Jerome? Menti a te stesso. Sai benissimo che non avremmo avuto nessuna possibilità di stare insieme. Sai benissimo chi si nasconde dietro le tendine leziose e i centrini inamidati di questo maledetto paese.»
«I tempi sono cambiati, Anna. La gente ora mi conosce, mi apprezza; ho aperto un’attività mia, ti avrei dato un futuro.»
«Non essere ridicolo! La vuoi vedere una cosa? Lo vuoi vedere il futuro? Vieni con me e te lo mostro, il dannato futuro!»
Ancora una volta scappo via di corsa, ma questa volta Jerome mi blocca.
«Anna, fermati. Ti prego, parliamo. Non andartene di nuovo, non lo sopporterei. Eravamo felici. Io ti amavo davvero e forse non ho mai smesso...»
«Quante belle parole, Jerome! Sei come Olga! Mi amavi così tanto che mi hai lasciata andare quando avevo più bisogno di te! Non mi hai seguita, non hai fatto niente. Niente! Proprio come lei... Siete tutti uguali. Lasciami, lasciami andare. Vivi la tua vita mediocre e lascia in pace me e mia figlia.»
Le parole lo colpiscono come uno schiaffo.
Nel suo sguardo leggo confusione e disperazione.  
«Hai una figlia... Beh, avrei dovuto immaginare che ti saresti rifatta una vita altrove. Io, invece, sono rimasto qui a vivere nell’illusione di un amore passato. Sono uno stupido.»
Per un istante rivivo la sensazione di calore che solo lui sa trasmettermi e vorrei abbandonarmi tra le sue braccia, ma la rabbia prende il sopravvento e la mia voce si spezza mentre gli urlo in faccia la verità.
Lascio andare il fardello emotivo che per anni mi ha consumata.
«No, Jerome, abbiamo una figlia. Si chiama Vittoria, ha otto anni. Ero incinta quando me ne sono andata. Te lo avrei rivelato appena ce ne fossimo andati da qui, ma tu eri troppo testardo e orgoglioso e non sei voluto partire.»
Jerome si prende il volto tra le mani, incredulo e distrutto dal dolore.
«Come hai potuto lasciarmi all’oscuro? Perché non mi hai detto niente? Anna, rispondi! Voglio sapere, voglio vederla! Dov’è?»
Cerco di fuggire, ancora una volta, verso la casa di Olga. Ma questa volta Jerome mi segue come una furia. Non l’ho mai visto incendiarsi così.
Il vaso di pandora è stato scoperchiato.

Capitolo tre

OLGA

Alla fine, è venuta e ha portato con lei la bambina. È proprio nera. Ha la pelle di ebano; eppure, non posso dire che sia brutta, anzi, non lo è per niente. Ha uno sguardo mite e curioso.
Sono nonna. Che assurdità.
Nonna di una bambina color cioccolato. Franco si starà rivoltando nella tomba. Beh, che si rivolti quanto vuole, con tutte quello che ci ha fatto passare.
Chissà cosa avrebbe pensato se avesse saputo della gravidanza di Anna? Di sicuro si sarebbe ubriacato e se ne sarebbe dimenticato nel giro di pochi giorni.
Ci stiamo studiando, io e la piccola; mi osserva, come se cercasse di capire se davvero apparteniamo allo stesso mondo.
La faccio sedere, le do del latte. Non so cos’altro potrei offrirle, non ho saputo offrire nulla a sua madre, sangue del mio sangue, figuriamoci a lei.
Anna è uscita, è scappata, come sempre quando deve affrontare un problema, ma che colpa ne ha? Non ho mai saputo proteggerla, nemmeno da un padre violento che beveva troppo. Non le ho mai insegnato niente, però è cresciuta forte, determinata e indipendente, devo ammetterlo. Ma non è merito mio. Tutta farina del suo sacco. Lei e la bambina sono vestite bene. Deve avere buon lavoro. È sempre stata intelligente e ambiziosa.
Chissà da chi avrà preso? Non di certo dal padre, che quel poco cervello che aveva se lo è bruciato nel vino.
«Ti ho portato un regalino di Natale, nonna, anche se in anticipo.»
Le labbra di Vittoria si muovono appena e il sussurro che ne esce è talmente impercettibile, che quasi penso di essermelo immaginato.
La bambina abbassa lo sguardo e mi porge un pezzo di carta spiegazzato.
Non so cosa dire. È una lettera che raffigura un grande albero e sotto quella che, credo, dovrei essere io.
Cara nonna, sono così emozionata! Presto ti conoscerò. Non ho mai avuto una nonna e non so bene cosa dire, non ci siamo mai viste ma un pochino mi sembra di conoscerti da quello che mi racconta la mamma. Le chiedo spesso di te, anche se capisco che non le va molto di parlarmi di quando era bambina, però cerca sempre di accontentarmi. Mi ha detto che il nonno è volato in cielo, ma di lui non vuole dirmi niente. Di te, mi ha detto che le hai insegnato l’educazione, che eri molto severa e lavoravi tantissimo. Forse non avevi molto tempo per stare con lei, però la mia mamma è la migliore del mondo e sicuramente è merito tuo che l’hai fatta così buona e perfetta e quindi ti ringrazio per aver fatto una mamma speciale come la mia.
Ti ho fatto solo un disegno come regalo perché i soldi li metto nel salvadanaio e li spendo solo per le cose importanti. Non pensare che il tuo regalo non sia importante, ma la mamma ha detto che bisogna tenere i soldi per i periodi di magra, anche se non so cosa vuol dire. Spero di andarti bene come nipote, sai, a volte la gente mi guarda in modo strano perché la mia pelle è così scura.  A scuola però ho conosciuto un altro bambino come me. Credo di aver preso questo colore dal mio papà, ma non ne sono sicura, non l’ho mai visto. È un argomento vietato e alla mamma non chiedo niente di lui. L’unica volta che l’ho fatto è diventata triste e non mi piace vederla così.
Sono una chiacchierona, nonna, spero di non averti annoiata e di piacerti, anche solo un pochino.
Ti saluto, ci vediamo presto.
La tua nuova nipote Vittoria.

In un attimo le mie certezze crollano, si sciolgono, come il nodo che da anni mi stringe il petto e appesantisce le spalle. Sono stata così stupida. Una vecchia ignorante, proprio come mi ha detto Anna l’ultima volta che ci siamo viste. Aveva ragione. Questa bambina è un dono di Dio e io volevo costringerla a disfarsene. Grazie al cielo, non mi ha dato ascolto.
«Perché piangi? Non ti piace il mio disegno?»
«No, Vittoria, piango perché non ho mai ricevuto un regalo in tutta la mia vita e questo, beh, questo è davvero un grande regalo.»
«Non hai mai ricevuto un regalo? Sai, a scuola, la maestra ci ha spiegato che fare dei regali serve a far capire alle persone che per noi sono importanti e che non servono occasioni speciali per regalare qualcosa.»
Mi tremano le mani e ho la bocca asciutta. Mi sento così piccola davanti a questa bambina. Mia nipote, che ho rinnegato con tutte le mie forze solo perché ha la pelle di un colore diverso dalla mia. Ora, forse, è troppo tardi perché io possa fare parte della sua vita.
«Sono stata una sciocca e devo scusarmi con te, con la tua mamma, e anche con il tuo papà.»
Ho parlato senza riflettere e ora la bambina mi guarda implorante.
«Conosci il mio papà?»
«Sì… Magari ne riparleremo…»
La mia voce è poco più di un soffio.
«Ora perché non cerchiamo qualche addobbo? Ti va di aiutarmi mentre aspettiamo la mamma?»
Leggo la delusione nei suoi occhi, un lampo di speranza che si spegne subito. Non posso dirle la verità. Non ora.
«Certo, nonna. Non ti dà fastidio se ti chiamo così, vero?››
Arrossisco, incapace di trovare le parole. Per la prima volta la bambina mi chiama nonna, e io lascio che accada.
«Forza, aiutami a prendere il vecchio albero di Natale. Sai, alla mia età le giornate sono lente e silenziose e il Natale invece dovrebbe essere un carosello di luci e colori. Una volta era così…››
Per un attimo mi perdo nell’immagine di Anna che mi chiede di mettere la stella cometa sulla cima dell’albero.
Lascio morire i ricordi, incapace di sostenerli.
La porta si spalanca, Anna appare sulla soglia, con Jerome al suo fianco. Per un istante, tutto è uguale a otto anni fa, come se il tempo non fosse mai passato. Ma non è così. Nulla è uguale. Il suo sguardo è una lama che mi trafigge. Non c’è rabbia, solo il peso di tutte le cose non dette. E io capisco che certe ferite non si rimarginano.
Vorrei poter riscrivere la nostra storia, ma indietro non si torna.
Perdonami, figlia mia, per tutto il male che ti ho fatto e per tutto il male che non ho saputo evitarti. Per la prima volta dalla morte di mio marito mi lascio andare alle lacrime. Allora erano lacrime di sollievo per essermi liberata di lui.
Oggi sono lacrime che chiedono perdono.
 
 
JEROME

Questa volta sono pronto ad affrontare Olga. Ho accumulato otto anni di rancore e frustrazione. Ma oggi siamo alla resa dei conti.
Entro come una furia.
Poi la vedo.
Piccola, luminosa, perfetta.
Tutta la rabbia che mi ha portato fin qui si dissolve, come neve al sole. Non sono più l’uomo in cerca di vendetta. Sono un padre che scopre sua figlia per la prima volta. E niente ha più importanza, se non lei.
Mi guarda con quegli occhi da cerbiatto che in un istante hanno già capito tutto. Ha gli occhi chiari di sua madre, ma senza dubbio è mia figlia.
Una bambina di colore in questo piccolo paese, forse Anna ha fatto la scelta migliore andandosene.
Mi sono perso otto anni di lei, otto anni di vita e di amore, solo per la mia testardaggine. Avrei potuto seguire Anna in città, come mi aveva chiesto, ma il mio orgoglio mi ha trattenuto qui solo per dimostrare che potevo integrarmi, che potevo piacere agli ottusi abitanti di questo villaggio. Sono riuscito nel mio intento, ma a quale prezzo? Non sapevo, allora, che Anna portasse con lei un dolcissimo segreto.
È sempre stata così risoluta nelle sue decisioni, voleva studiare e dimenticare le sue origini.
E io cosa ho fatto? Niente. Ha ragione ad accusarmi di essere come Olga.
È una donna straordinaria e non intendo perderla un’altra volta. Olga non l’ha mai protetta dal padre, non ha mai fatto niente quando lei era solo una bambina indifesa e aveva bisogno di sua madre e io, io ho fatto la stessa cosa. Sono rimasto accecato dal mio orgoglio e non l’ho saputa proteggere. L’ho abbandonata. Proprio quando era più vulnerabile.
«Sei il mio papà?»
La voce intimorita di Vittoria mi riporta al presente.
Sono padre? Davvero? Un misto di gioia e trepidazione si fa strada nel mio petto.
Con lo sguardo cerco l’approvazione di Anna prima di rispondere, ma lei mi precede.
«Sì, Vittoria, lui è il tuo papà. Mi dispiace che tu lo conosca solo dopo tanto tempo, ma magari potremo recuperare…»
Nella voce rotta di Anna riesco a leggere qualcosa che mi dà una piccola speranza.
Voglio abbracciare la mia bambina e darle tutto l’amore che merita, quello che a sua madre è stato negato. Ma il percorso è tutto in salita.
 

ANNA
 
Entro in casa come un uragano, ma la rabbia evapora in un secondo e lascia posto allo stupore quando vedo mia madre che sta addobbando il nostro vecchio albero di Natale insieme a Vittoria.
Ridono e si guardano complici. Non è possibile, voleva a tutti i costi cancellare la prova della vergogna, voleva che mi sbarazzassi di lei appena ha saputo che ero incinta e ora la guarda incantata. Assurdo.
Jerome mi segue, incapace di aprire bocca.
Vittoria si volta e lo vede, lo riconosce al volo. I loro sguardi si incrociano e rimangono così, incatenatati e sospesi.
Per un attimo restiamo tutti in silenzio, ci sarebbe così tanto da dire, ma nessuno sembra avere il coraggio di fare il primo passo.
Poi tutto succede così in fretta che non capisco più nulla.
Olga mi abbraccia, come non aveva mai fatto. Mi stringe forte, ma io resto immobile, incapace di rispondere al suo slancio.
«Anna, non sono mai stata brava con le parole. Anzi, non sono mai stata brava in niente. Ho sbagliato tutto con te. Sono colpevole. Ti ho lasciata sola quando avevi bisogno di me, ho finto di non vedere molte cose, ho lasciato che tuo padre ti facesse del male e non ti ho protetta perché… Non lo so nemmeno io perché...»
«Credi che anni di vuoto e dolore si possano cancellare così? Solo perché ora sei in fin di vita?»
«No, non posso cancellare niente e nemmeno pretendere.»
«Mi hai spezzata, mamma. Mi hai insegnato a non fidarmi di nessuno e non mi hai dato alternative.»
«Lo so, questa è la mia colpa più grande. Non so come hai fatto, ma sei diventata una donna e una madre straordinaria. Al contrario di me, hai dato tutto a questa bambina. Perdonatemi, perdonatemi per aver rovinato le vostre vite. Perdonami, Jerome, per averti negato la gioia di sapere di essere padre. Perdonami piccola, perché ho allontanato la tua mamma dal tuo papà. Mi dispiace, per tutto. So che non c’è rimedio alle mie mancanze, che ho fallito come donna, come moglie, come madre.»
Le sue parole mi lasciano interdetta; vorrei tanto crederle, ma la paura mi impedisce di accettarle davvero.
«Anch’io ho una confessione da farti e qualcosa da farmi perdonare: ho rubato i tuoi risparmi quando sono partita. So che erano quelli che mettevi da parte di nascosto, per evitare che Franco li spendesse per comprarsi da bere. Ti ho privata di quella poca indipendenza su cui avresti potuto contare, ma io dovevo farlo per mia figlia. Spero che tu capisca.»
Olga sembra titubante, fragile.
«Anna, quei risparmi li avevo messi da parte per te. Sapevo che sarebbe arrivato il giorno in cui te ne saresti andata e ne avresti avuto bisogno. Non sono riuscita a fare di più perché sono stata una vigliacca. So che se te li avessi offerti non li avresti mai accettati.››
Questa rivelazione mi travolge, lasciando intravedere un passato diverso da quello che conosco. Ho sempre pensato di essere sola, invece lei ha fatto qualcosa per me, per darmi una possibilità.
«Mamma…»
Dopo otto lunghissimi anni, riesco di nuovo a pronunciare quella parola. Mi abbandono tra le sue braccia e la perdono. Le perdono tutto. Tutte le volte che non mi ha difesa da mio padre, tutte le volte che mi ha lasciata sola, tutte le volte che non mi ha capita e mi ha voltato le spalle. È valsa la pena arrivare fin qui solo per vedere con quanta dolcezza, ora, guarda la mia bambina.
Mentre stringo mia madre, sento Jerome muoversi accanto a noi. Per anni siamo stati frammenti sparsi di una storia mai scritta. Ma ora siamo di nuovo qui, insieme, pronti a ricominciare.
Lui mi guarda, e nei suoi occhi non c’è rabbia, non c’è rimprovero. Solo amore. Quello che non abbiamo avuto il coraggio di vivere, quello che forse potremo provare a ricostruire.
Vittoria si avvicina, incerta, ma quando Jerome le tende la mano, lei la afferra, senza esitazione. È così semplice, così naturale.
A un tratto questa casa fredda e spoglia mi appare come un rifugio. Forse, possiamo ripartire da qui, forse esiste ancora un noi.
Sorrido, mentre i frammenti di una vita complicata si ricompongono come un puzzle che finalmente ha trovato il suo ultimo pezzo.
Sono esausta, frastornata, ma ho una voglia improvvisa di addobbi, torrone e della torta di mele e cannella che preparo ogni Vigilia.
Il mio Jerome aveva ragione fin dall’inizio. 
L’amore può fare miracoli.

§§§

Non ci resta che fare tanti complimenti a Valentina Ciocca, seconda classificata al Masterbook, seconda edizione-2025, il torneo da me ideato, on line, a eliminazione diretta.
Un torneo molto difficile e per autori coraggiosi. 
Brava, Valentina!


Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle





 


 





venerdì 23 maggio 2025

Numero 472 - Il racconto vincitore della seconda edizione del Masterbook - 23 Maggio 2025


Si è conclusa la seconda edizione del Masterbook, il torneo di scrittura on line a eliminazione diretta, che ci ha intrattenuto per diversi mesi.
Attraverso le varie fasi del torneo, si è giunti alla rosa dei finalisti. Ricordiamo i loro nomi:

(in ordine alfabetico)

Valentina Ciocca
Antonella Malvestiti
Giovanna Agata Lucenti
Sandra Morara
Linda Silvia Scarpenti
Laura Scartabelli
Emanuela Tomiato

Chi è salito sul podio?

Al 1° posto si è classificato il racconto "Affinché nulla sia dimenticato" di Linda Silvia Scarpenti

Al 2° posto si è classificato il racconto "Vittoria segreta" di Valentina Ciocca

Al 3° posto si è classificato "Le ferite del cuore" di Giovanna Agata Lucenti

Questi racconti saranno postati nel Blog, a partire da oggi con il vincitore, scritto da Linda Silvia Scarpenti, a cui rivolgiamo i nostri complimenti per la delicatezza, il garbo, la profondità, e - molto importante - la correttezza del testo, la fluidità, l'eleganza.


Linda Silvia Scarpenti e il suo racconto vincitore: BRAVA!

 AFFINCHÈ NULLA SIA DIMENTICATO

 
Capitolo uno
La Stanza nr. 10

La sveglia della stanza nr. 10 non suonava mai. Adele non ne aveva bisogno.
Si svegliava prima dell’alba, ogni giorno alla stessa ora: un rituale cui era abituata ormai da anni.
A quell’ora, il silenzio – quasi assoluto – nella Residenza Villa Anna di Fornovo, un paesino adagiato sull’appennino tosco-emiliano nella provincia parmense, veniva interrotto solo dai lievi cigolii delle porte antiche, e dal lamento ovattato del vento che si insinuava tra le fessure delle finestre.
Adele rimaneva qualche minuto immobile, le mani incrociate sul petto, gli occhi aperti. E mentre aspettava di sentire i passi di Marta nel corridoio, godeva di quel silenzio in cui i ricordi facevano rumore e si affacciavano alla mente più che durante il giorno.
Non è sempre stato così, del resto... pensò Adele, lasciando correre la mente a tantissimi anni prima, a quando, giovane moglie e madre, ogni mattina era una corsa, un caffè al volo, un bacio sulla fronte di sua figlia, i registri scolastici sotto braccio.
Ma senza andare troppo in là nel tempo, anche quando era andata in pensione, seppure vedova da qualche anno, aveva mantenuto una vita attiva, con amiche, letture e viaggi.
Poi, gli anni passano, ahimè…  E il tempo è come se si dilatasse, e ogni giorno è simile al precedente: pasti caldi, pillole colorate, chiacchiere leggere con altri ospiti. Sono ormai quasi sette anni che vivo qui, dopo quella volta in cui…
I pensieri di Adele s’interruppero, quando sentì la voce di Marta.
«Buongiorno, signora Adele. Sempre sveglia prima di tutti, eh? Le ho portato un po’ di miele, al posto dello zucchero, come piace a lei» disse la giovane donna, che prestava servizio come infermiera nella struttura, entrando nella stanza con un sorriso aperto, e il vassoio della colazione in mano.
Adele si tirò su a sedere lentamente, le mani affusolate e sottili sembravano rami d’inverno. Aveva occhi chiari, vividi, che parevano osservare oltre le cose.
«Sei tu che piaci a me, Marta. Il miele è solo una scusa.»
Marta rise. Anche a lei piaceva Adele. Era una delle poche ospiti con cui si poteva parlare davvero. C’era qualcosa in lei che l’affascinava: un insieme d’ironia e malinconia, che legavano tra di loro con eleganza.
«Ha voglia di fare una passeggiata in giardino, questa mattina?»
«Più tardi, forse. Prima, vorrei scrivere un po’.»
«Scrivere?»
Adele annuì, indicando un quaderno dalla copertina blu, appoggiato sul comodino.
«Ho deciso di raccontare la mia vita, prima che svanisca come fumo
Marta si avvicinò curiosa.
«È un diario, quindi…»
«È una promessa a me stessa, che quello che ho vissuto non sia dimenticato.»
Marta prese il quaderno tra le mani, lo aprì lentamente. Le prime pagine erano già scritte con una calligrafia ordinata, elegante, di un’altra epoca.
«Posso leggerne un pezzo?»
«No, Marta. Tu lo leggerai quando non ci sarò più. Ma posso raccontartelo io, se vuoi. Tu sei un’ottima ascoltatrice.»
Marta si sedette accanto a lei.
Adele fece un respiro profondo e iniziò.
«Avevo poco più di nove anni, quando il mondo si fece buio: era il 1944. Vivevamo in campagna, in una cascina tra le colline. Mio padre era stato richiamato al fronte; mia madre si alzava ogni giorno prima del sole per occuparsi dei campi e di noi tre figli, di cui io ero la più grande.
Se chiudo gli occhi, avverto ancora l’odore della terra bagnata. A tavola, c’era poco e niente, oltre al pane raffermo. Ma quello che più ricordo erano le risate: sì, ridevamo, nonostante tutto.»
Marta ascoltava come rapita, quasi trattenendo il fiato.
«La sera, si sentivano in lontananza colpi di fucile; mia madre, per distrarci, era solita raccontarci storie inventate, di fate che giocavano a nascondino nei cieli alla ricerca di una bellissima signora di nome Pace, che presto si sarebbe presentata a ogni porta, portando con sé tante cose belle a tutti. E noi bambini le credevamo. 
Credevamo alle fiabe, noi bimbi... Invece, arrivarono i tedeschi» continuò Adele con il tono di voce strozzata.
«Adele, tranquilla. Facciamo una pausa.»
«No, cara, sto bene, grazie… Dov’ero rimasta? Ah, sì… Ecco, i tedeschi! Un giorno, vennero a cercare mio zio. Si era nascosto nella stalla, era un partigiano. Mia madre era riuscita a prendermi per mano in tempo, dicendomi di correre nel bosco fino alla casa della nonna, senza guardarmi indietro. E io corsi, e corsi, fino a non sentire più il dolore fisico che mi procuravano le scarpe strette. Fino a quando, raggiunte le prime case del paese vicino al nostro, mi accasciai a terra svenuta. Quando mi ripresi, il primo volto che vidi fu quello di mia nonna, che abbracciai piangendo, raccontandole quello che era accaduto. Il giorno dopo, dei vicini di casa ci dissero che la cascina non c’era più, e che tutto era stato bruciato.»
Per un momento, la stanza rimase in silenzio, come se il tempo si fosse fermato, e anche i mobili stessero ascoltando.
«Mi dispiace…» disse Marta quasi sussurrando.
«Non dispiacerti, Marta. Quella notte ho imparato cosa vuol dire avere coraggio e, soprattutto, quanto può costare. Il coraggio, vedi, non è qualcosa che si possiede. È qualcosa che si impara a riconoscere, ogni giorno; dopodiché, sta a noi decidere se farlo nostro o meno. Anche qui, in questo posto.»
Adele richiuse il quaderno e sorrise. Un sorriso sincero, ma stanco.
Marta annuì, colpita dalla lucidità di quella donna che aveva vissuto tanto e ancora conservava la voglia di capire, di dire, di lasciare una traccia.
«Vuole che le porti qualcosa per scrivere meglio? Una penna nuova?»
«Portami una matita e una gomma. Mi rassicura sapere che potrei cancellare qualcosa, anche se poi non lo faccio. Il passato non si cancella: si ricorda e si racconta.»
Il giorno, alla Residenza Villa Anna, proseguì lento, tra il pranzo e il riposo pomeridiano.
Adele, però, non dormì. Rimase seduta davanti alla finestra, guardando il giardino dove alcuni ospiti passeggiavano aiutati dai bastoni o dalle braccia degli infermieri.
Ogni tanto chiudeva gli occhi, e il giardino diventava un campo d’erba alta, la casa della nonna, le risate di bambini con le ginocchia sbucciate.
Il tempo non guariva. Ma raccontare, sì.
E Adele, nella stanza nr. 10, aveva appena cominciato.
 
 
Capitolo due
 Il tempo delle scelte
 
Qualche giorno dopo, in uno dei soliti pomeriggi assolati, quando la luce calda filtrava dalle tende, sulle pareti della stanza nr. 10, Marta sedeva accanto a Adele, con il quaderno blu sulle ginocchia. Era diventato un piccolo rito, quel momento: qualche minuto insieme, ogni giorno, per ascoltare la voce del passato.
«Oggi voglio parlarti di Bruno. Non ti ho mai raccontato di lui» disse Adele, accarezzandosi i capelli ormai candidi.
«Era suo marito?» le chiese Marta sollevando lo sguardo dal quaderno, incuriosita.
«No. Non lo è mai stato. Ma per un po’ ho creduto che lo sarebbe diventato.»
Si fece silenzio. Adele sembrava lontana, ma i suoi occhi – vivi – era come se stessero guardando qualcosa che solo lei poteva vedere.
«Avevo ventitré anni. Era estate, insegnavo da poco in un paesino dell’entroterra. Bruno venne a sistemare il tetto della scuola dopo un temporale. Non era bello nel senso classico, ma aveva mani forti, voce calma, e occhi che ti guardavano come se fossi importante. Mi chiese se poteva bere alla fontana, e poi... Cominciammo a parlare.»
Marta, silenziosa, osservava Adele con una curiosità mista a tenerezza. Non riusciva a immaginare la giovane donna che Adele doveva essere stata, con quegli occhi ora sognanti e le mani che, senza rendersene conto, si erano strette attorno alla tazza.
«Mi ricordo ancora com’era l’aria di quella giornata» continuò Adele, come se le parole fossero uscite da sole, senza bisogno di pensare.
Marta, sempre più interessata, non interruppe.
«Il sole era ancora alto, l’odore del fieno si mescolava al profumo della terra bagnata dal temporale. Bruno si sedette accanto a me sulla panchina, e mi parlò di cose che non avevano nulla a che fare con il tetto. Abbiamo parlato di tutto, ma allo stesso tempo non dicevamo niente. Non mi sentivo come quando parli con qualcuno per fare conversazione, mi sentivo come se stessi scoprendo qualcosa d’importante senza rendermene conto. Una sensazione strana. Ogni giorno, alla stessa ora, passava vicino alla scuola. Fingeva di sistemare qualcosa, ma cercava solo un pretesto per vedermi. E io lo aspettavo. Un giorno, mi prese la mano. Sorrise, e abbassando lo sguardo, mi baciò sotto il glicine. Ricordo ancora che avevo i capelli sciolti e indossavo il vestito buono» proseguì Adele nel raccontare con un tono di voce basso, come se il ricordo stesse diventando più delicato, quasi fragile.
Marta ascoltava, sempre immobile.
«Il giorno dopo, l’ho rivisto. E il giorno dopo ancora. Lui veniva a fare piccole riparazioni qua e là, sempre con quella calma, quella sicurezza che ti dava l'impressione che il tempo per lui non fosse mai urgente. Ma non era solo il tempo a sembrargli indifferente. Erano le parole, gli sguardi... Tutto sembrava in qualche modo sospeso tra noi. Ho cominciato a cercarlo, ogni mattina. A sperare che ci fosse qualcosa di più, anche se non avevo il coraggio di dirlo. Mi sentivo confusa, ma mi piaceva.»
Si fermò un attimo, come se stesse riflettendo, e aggiunse: «A volte, il cuore ti porta in posti in cui non pensavi di poter andare. E, quando ti accorgi che ci sei arrivata, non sai nemmeno come ci sei finita. Eppure, sei lì.»
«E che cosa accadde, alla fine?» chiese Marta, con un’espressione sorpresa e curiosa allo stesso tempo, incapace di trattenere la domanda.
«Purtroppo, nulla. O meglio, successe tutto e niente allo stesso tempo» le sorrise Adele, con un velo di malinconia negli occhi.
Si fece di nuovo silenzio, e Marta non osò più parlare.
Quel racconto, pur incompleto, sembrava aver scavato un piccolo varco nel cuore di Adele, e Marta sapeva che avrebbe potuto aspettare ancora per la risposta a quella domanda.
«Era innamorata?»
«Sì, follemente. Ma la vita, Marta, è fatta di strade che, quando meno te lo aspetti, si chiudono all’improvviso. Senza preavvisi né segni a indicarti il momento giusto per fermarti.»
Adele smise un istante di parlare, come per decidere se continuare o no.
Poi, proseguì, dicendo: «La verità era che Bruno era promesso a un’altra. Lo sapevo e la conoscevo: era una ragazza del paese, figlia del fornaio. Le famiglie avevano già parlato, già deciso tutto. Ma lui diceva che mi avrebbe scelta comunque. Che avrebbe trovato il modo per sistemare le cose.»
«E non lo fece, vero?»
«No, non trovò il coraggio. Quel coraggio di cui ti ho già parlato… Quello che si impara a riconoscere, giorno dopo giorno, fino a farlo diventare parte di noi.»
Marta avvertì un nodo alla gola.
«Mi scrisse una lettera, una sola. Perdonami… Poi sparì. Mi sentii vuota per mesi. Ma continuai a insegnare ai bambini, per poter rispondere alle loro domande. Sono convinta che furono loro a salvarmi in quel periodo.»
Adele si alzò a fatica, appoggiandosi al bastone. Si avvicinò al comodino, aprì il secondo cassetto, e ne estrasse una busta ingiallita.
«È questa» disse, porgendola a Marta. «Non l’ho mai riletta.»
«Vuole che la legga io?»
Adele annuì piano.
Marta aprì la busta con delicatezza e lesse quelle poche righe, dalla scrittura decisa, maschile, quasi impaziente.
Adele,
Non sono l’uomo che pensavi. Ho paura, non di te, ma del dolore che potrei infliggere. Ho scelto la strada più semplice, anche se so non essere quella giusta. Spero che un giorno tu possa amare di nuovo… E dimenticarmi.
Perdonami.
Bruno.
Ci fu un lungo silenzio.
«L’ha mai più visto?» chiese Marta.
«Una volta, a un funerale. Anni dopo. Aveva tre figli, ormai ragazzini. Io avevo appena partorito la mia.»
«Si era sposata anche lei, quindi?»
«Sì. Con un uomo buono e onesto. Non era Bruno, no, ma era giusto per me. L’ho conosciuto a scuola, quattro o cinque anni dopo, quando arrivò per ricoprire il ruolo di Direttore. Era un po’ più vecchio di me. Aveva un modo di parlare gentile, e uno sguardo calmo che sembrava vedere oltre le apparenze. Con il tempo, ho imparato ad amarlo, anche se in modo diverso… Più quieto, più duraturo. E, così, scoprimmo di aver gettato insieme le basi di un amore che non bruciava, ma scaldava. Un legame che non aveva l’urgenza delle passioni giovanili, ma la solidità delle cose vere, costruite nel tempo, giorno dopo giorno. Con lui ho avuto Laura.»
«La sua bambina…» le sorrise Marta.
Adele sorrise a sua volta, ma con uno sguardo pieno di malinconia.
«Ci sentiamo pochissimo» disse l’anziana donna quasi sussurrando.
«Posso chiederle perché?»
«Perché a volte essere madre significa scegliere. E non sempre scegli bene. Quando Laura, finita l’università, si trasferì in Canada per conseguire un master in giornalismo, decise di continuare a vivere lì. Un giorno, quando aveva poco più di trent’anni, mi disse di essersi innamorata di un uomo sposato, e più vecchio di una quindicina d’anni. Cominciai a temere per lei e l’affrontai a muso duro: ero terrorizzata al pensiero che la vita potesse travolgerla. Le dissi cose dure, e ci allontanammo. Seppi poi che quell’uomo, dopo un paio d’anni di progetti e promesse di vita insieme, ero tornato dalla moglie. Ho sperato, allora, che ritornasse a casa, ma lei ha continuato a vivere lì, dove ha sempre fatto la giornalista.»
«E i vostri rapporti si sono sempre più raffreddati?»
«Abbiamo lo stesso carattere… E in aggiunta l’orgoglio è un muro difficile d’abbattere. Ho passato notti a chiedermi cosa avrei potuto fare per evitarlo. Ho scritto lettere che non ho mai spedito; ho continuato a vivere nel rimpianto, con la convinzione che le cose sarebbero cambiate con il tempo. Ma nulla è cambiato, Marta… Più il tempo passava, più diventava difficile tornare indietro. Così, abbiamo cominciato a sentirci meno. Sì, certo, in tutti questi anni, qualche volta è tornata a casa. Ma poi ha cominciato a diradare. L’ho rivista per il funerale di suo padre, e un altro paio di volte, quando è venuta a trovarmi qui, alla Residenza Villa Anna: una, durante la riabilitazione dopo l’intervento cui fui sottoposta per la frattura al femore… Ti ho raccontato, vero, della caduta per cui mi ruppi il femore? E di come Angela, spaventata a morte, proprio perché non ero andata ad aprirle la porta di casa come sempre, abbia chiamato un’ambulanza vedendomi a terra in bagno?»
«Sì. Mi ha raccontato di essere scivolata in bagno, uscendo dalla doccia, e che l’ha soccorsa la donna delle pulizie che, per fortuna, arrivò di lì a poco, essendo uno dei giorni in cui sarebbe dovuta venire a casa sua, giusto?»
«Esatto! Che cosa stavo dicendo… Ah, sì! E l’altra volta in cui vidi mia figlia – l’ultima volta – fu quando decisi di voler rimanere qui a vivere, perché il solo pensiero di tornare a casa sola mi spaventava. Il resto è storia.»
Marta si fece seria. Si chinò leggermente in avanti verso l’anziana per chiederle: «Adele, se potesse dirle una sola cosa – una sola – quale sarebbe?»
«Che l’ho sempre amata. Anche quando ho avuto paura per lei. Anche quando non l’ho capita» rispose Adele, senza pensarci su.
«Allora, forse, dovrebbe farglielo sapere» le sussurrò la giovane infermiera, prendendole la mano.
«Arriverà il giorno in cui lo verrà a sapere, di sicuro» mormorò Adele, chiudendo di nuovo gli occhi.
Quella notte, Marta rimase a pensare, rileggendo mentalmente le parole di Adele, i frammenti di una vita fatta di scelte, rinunce e silenzi.
Aveva imparato qualcosa da quella donna. Che ogni amore è un rischio. Che ogni decisione lascia una traccia. E che – a volte – il perdono non arriva dall’esterno, ma da dentro.
Nel silenzio della casa di riposo, nella stanza nr. 10, una donna anziana prendeva in mano una nuova pagina bianca, per non smettere di scrivere: non solo per sé, ma anche per chi si era allontanato.
 
 Capitolo tre
Ultima luce
 
L’autunno arrivò senza rumore.
Le foglie del giardino di Villa Anna si tinsero di rosso e di giallo, e l’aria si fece più rarefatta. Era come se il tempo stesso avesse rallentato il passo.
Adele si svegliava ancora presto, ma le sue mani erano più tremanti e il respiro più corto: anche Marta l’aveva notato.
Era un pomeriggio grigio quando Adele le chiese di prenderle il quaderno blu e sedersi vicino a lei.
«Oggi voglio che tu legga tutto quello che ho scritto finora. Non ho più la forza di raccontare ad alta voce.»
Marta aprì il quaderno, lentamente. La grafia si faceva via via più incerta, le righe meno ordinate, ma le parole erano sempre intense, lucide. Parlavano di amore e di guerra, di speranza e delusioni, di maternità, di sogni e ferite. Parlavano di una donna che non aveva vissuto una vita straordinaria, ma l’aveva amata fino in fondo. Pagina dopo pagina, Marta sentiva crescere qualcosa dentro. Un rispetto profondo. Un legame che andava oltre i ruoli di infermiera e paziente.
«È bellissimo, Adele…» le disse la giovane donna alla fine della lettura, con gli occhi lucidi.
«Non è letteratura. È vita.»
«Ma è proprio per questo che è bello, che vale.»
Adele le sorrise, stanca ma felice. Poi, con un filo di voce, aggiunse: «Marta, ho bisogno di un favore.»
«Qualsiasi cosa, mi dica.»
«Voglio scrivere un’ultima lettera a Laura. Ma non riesco più a tenere in mano la penna. Potresti scriverla tu per me?»
Marta annuì subito, commossa.
Adele dettò lentamente, scegliendo con cura ogni parola.
Cara Laura,
non so se leggerai mai questa lettera, come tutte quelle che ti ho scritto in questi anni, ma anche per questa sento il bisogno irrefrenabile di farlo. Ho sbagliato tante cose con te. 
Ho avuto paura, ho cercato di proteggerti, ma ho finito per allontanarti. Poi, la distanza, le incomprensioni e il tempo ci hanno messo del loro.
Sei stata il mio orgoglio, la mia luce, anche quando non sapevo dirtelo.
Se la vita ti porterà mai a leggere queste parole, sappi che ti amo.
Mamma
Quando Marta finì di scrivere, le mani le tremavano.
«Vuole che la spediamo?»
«La consegnerai tu, quando sarà il momento, con tutte le altre che non le ho mai spedito. Guarda per cortesia nel mio armadio, in fondo, in quella scatola di latta…» le rispose Adele, guardandola negli occhi.
Nelle settimane successive, Adele parlava meno, ma ascoltava sempre.
Marta la curava con una delicatezza; l’affetto reciproco che si era creato tra loro era come un filo invisibile che le teneva legate.
Un giorno, mentre fuori cadeva una pioggerellina leggera e il cielo sembrava fatto di fumo, Adele la prese per mano e sussurrò: «Non ho più paura, Marta, promettimi una cosa.»
«Qualsiasi.»
«Quando incontrerai mia figlia, dille di non smettere mai di raccontare le storie degli altri. Le parole salvano, anche quando arrivano tardi.»
Marta annuì, con un nodo alla gola.
Adele se ne andò in silenzio, alle 11:30 di una mattina di novembre. Aveva il viso sereno, e tra le mani il suo quaderno blu.
Marta pianse, ma non a lungo. Aveva promesso qualcosa, e intendeva mantenere la parola.
Il medico di turno, una volta constatata la morte, cominciò a disbrigare alcune pratiche, cercando il contatto della figlia, che risultava essere l’unica parente diretta della donna. Marta si offrì, così, di chiamare Laura.
La figlia di Adele non aveva dormito bene, quella notte: uno strano senso d’ansia l’aveva accompagnata fino alle prime ore dell’alba, quando, alle 05:30 del mattino, aveva deciso che sarebbe stato meglio alzarsi.
Seduta in cucina a sorseggiare un caffè, e ascoltando le news alla radio, ricevette una telefonata – quasi – inaspettata: erano quasi le 08:00 del mattino.
«Pronto…» rispose titubante.
«Signora Spagnoli? Laura Spagnoli… È lei?»
«Sì, ma chi parla?»
«Buonasera, anzi, buongiorno… Mi scusi dell’orario, chiamo dall’Italia, dalla Residenza Villa Anna, qui a Fornovo… Mi chiamo Marta Becci, sono un’infermiera della struttura dove risiede sua madre. È venuta a mancare questa mattina, mi spiace…» le disse sempre quella voce gentile dall’altra parte del telefono.
Il mondo, per un attimo, sembrò fermarsi, e quel senso di colpa latente, che ormai accompagnava la figlia di Adele da anni come un’ombra invisibile, si presentò con prepotenza per reclamare il posto dovuto.
«Capisco, mi organizzo e arrivo» riuscì a dire Laura, prima di riattaccare.
Prese il primo volo per l’Italia. Tornare a casa, per giunta per quel motivo, le sembrò quasi irreale.
Il giorno dopo, una volta atterrata, chiamò Marta e, ritirata l’auto a noleggio, si diresse verso Villa Anna.
Fu proprio Marta ad accogliere Laura nella sala d’aspetto.
La donna dai capelli grigi che si trovò davanti aveva occhi chiari, proprio come quelli di sua madre. 
Era stupita, diffidente. Ma l’infermiera le parlò con pacatezza, raccontandole di Adele, e di come un importante legame si fosse instaurato tra di loro. Poi, le porse il quaderno e una serie di lettere.
Laura li prese tra le mani senza dire nulla. E pianse per la prima volta da anni.
«Ho avuto paura. Più il tempo passava e più avevo paura, e il divario tra di noi sembrava sempre più incolmabile… Non è passato un solo giorno in cui non abbia pensato a lei, senza però mai immaginare che anche lei soffrisse: sono stato presuntuosa.»
«Anche sua madre non ha mai smesso di farlo» le disse Marta, accompagnandola nella camera mortuaria allestita, dove la salma di Adele era ancora esposta.
Le porse un piccolo mazzo di fiori secchi, aggiungendo: «Li teneva sempre sul comodino, accanto al letto. Diceva che glieli aveva portati sua figlia, tanti anni prima.»
Laura non ricordava, ma la commozione le chiuse la gola.
Marta le lasciò sole e uscì dalla camera.
Dopo il funerale, Laura si fermò ancora qualche giorno.
Marta fu più presente di quanto la donna non si aspettasse. L’aiutò con le pratiche, con la casa di Parma, dove era cresciuta e che Adele non aveva mai voluto vendere prima di morire, ma soprattutto con i ricordi.
Le raccontò aspetti della madre che lei non ricordava o mai aveva conosciuto: di come ogni giorno chiedesse che le venisse letta una poesia; di come parlasse spesso di Montréal, e di quella volta in cui era andata a trovare sua figlia; e di come si arrabbiasse quando le portavano il tè troppo zuccherato.
E tra di loro sembrò nascere un’intesa silenziosa fatta di sguardi e pause.
Laura si accorse che parlava con Marta come non parlava da anni. E Marta, che si era sempre presa cura delle vite degli altri con discrezione, trovò in Laura uno spazio in cui lasciare andare anche le sue stanchezze.
«Non so come ringraziarti» le disse Laura, una sera, al tramonto.
«È stata tua madre a farci incontrare. Forse, è stato il suo modo di farsi perdonare il silenzio.»
Quando ripartì per il Canada, Laura abbracciò Marta, come si abbraccia un vecchio amico: due generazioni e due vite diverse, unite da un filo di parole scritte.
Ma non fu un addio. Con la promessa che ogni anno a novembre Laura sarebbe tornata a Parma per portare fiori freschi a sua madre, all’inizio cominciarono a scriversi e, poi, a sentirsi ogni settimana.
Una sera, durante una di quelle telefonate, Laura disse a Marta di aver cominciato a scrivere un libro, che avrebbe voluto intitolare Affinché nulla sia dimenticato.
«Sono a buon punto. Ti leggo la dedica… A mia madre Adele, che, attraverso Marta, mi ha insegnato che, solo se lo si racconta, il passare del tempo può anche guarire.»
«Allora, dovrò mettermi all’opera per la presentazione ufficiale: ho degli amici che hanno una libreria qui in città, e che saranno lieti di ospitarti» le disse Marta con euforia.
La libreria nel centro di Parma era piena di gente. Tutte le sedie erano occupate, e alcuni ascoltatori incuriositi, che come altri non erano riusciti a sistemarsi in piedi davanti agli scaffali, stavano davanti alle due vetrine aspettando di poter entrare. La bella giornata primaverile sembrava non essere d’ostacolo alla loro attesa.
Laura sedeva al tavolo degli autori, un microfono davanti, il suo primo libro tra le mani. Accanto a lei, una giovane donna dallo sguardo vivace osservava il pubblico con calma: Marta, l’infermiera che aveva conosciuto sua madre.
«Quando ho incontrato Marta, circa un anno e mezzo fa» cominciò Laura, con voce sicura ma commossa, «non sapevo ancora che mi avrebbe cambiato la vita. Aveva conosciuto mia madre nella struttura in cui ha passato gli ultimi anni della sua esistenza. Mi ha raccontato che, ormai prossima ai suoi novant’anni, scriveva per non dimenticare, e non aveva ancora perso la voglia di andare avanti. Io, purtroppo, non la vedevo da anni, non solo perché vivo in Canada, ma perché uno stupido orgoglio aveva creato una ferita che entrambe avevamo creduto di non poter rimarginare. E, sempre attraverso Marta, ho saputo che mia madre era convinta che scrivere non serve a trattenere il passato, bensì a renderlo vivo per chi viene dopo.»
Fece una pausa, guardando il pubblico, e proseguì. «Questo mio libro è nato da lì. Dalle sue parole. E dalle lettere che mi aveva sempre scritto, senza mai spedirle. Mia madre aveva una storia, ma non l’ho mai voluta ascoltare.»
Smise di parlare e si girò verso Marta, che annuì con un sorriso.
«La memoria è un’eredità. E noi, a volte, abbiamo solo bisogno di qualcuno che ce la consegni con delicatezza» concluse.
Dopo l’applauso, durante il firmacopie, si avvicinò a Laura una ragazzina adolescente, con gli occhi grandi e una copia del libro, chiedendole l’autografo.
«Mi piacerebbe tanto poter scrivere, un giorno, come lei. Ma ho paura che nessuno voglia ascoltarmi e leggermi» le disse la ragazza.
L’autrice le prese il libro e le chiese come si chiamasse.
«Adele.»
Laura la guardò e sorrise. Alzò gli occhi al cielo per un attimo, prima di scriverle la dedica.
Le storie che valgono sono quelle vere, quelle che nascono da dentro. Anche se fanno male o se sembrano insignificanti. Scrivile, un giorno qualcuno ti ringrazierà.

§§§

Complimenti ancora alla vincitrice!
Nei prossimi giorni posterò anche gli altri due racconti del podio.
Concludo questo numero del Blog ringraziando il pubblico che ci h seguito in questa lunga avventura! Grazie anche alla giuria  che ha letto e, insieme a me all'ultimo giro ;-), ha messo tanto impegno e tempo per giungere a una decisione, la più giusta possibile!
Ricordiamo chi sono:
Silvana Da Roit
Marta Martello
Tiziana Mazza
Tania Mignani
Gianluca Nespoli
Maria Rita Sanna



Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle

 


venerdì 4 aprile 2025

Numero 468 - Masterbook seconda edizione - FASE 2 - Trattatelli sulla cucina italiana - 4 Aprile 2025


Siamo entrati nella FASE 2: la semifinale della seconda edizione del Masterbook!

14 Concorrenti ancora in gara, vediamo chi sono (in ordine alfabetico):

Buzzi Stefano
Ciocca Valentina
Conti Maria Grazia
Desogus Arianna
Hary Maura
Lucenti Giovanna Agata
Malvestiti Antonella
Morara Sandra
Nobile Alessandra
Scarpenti Linda Silvia
Scartabelli Laura
Scavello Carmine
Tomiato Emanuela
Vanini Tatiana

I concorrenti dovevano scrivere un trattatello sulla cucina italiana in 600 parole. Impresa non facile. 
Vediamo come se la sono cavata!

Ricordo che i testi vengono da me postati in questo Blog senza che io intervenga in nessun modo, anche se dovessi aver visto degli errori. 
Inoltre li posto in ordine di arrivo alla mia casella di posta.

I testi verranno giudicati senza conoscere il nome di chi li ha scritti, in modo che il giudizio non sia condizionato da niente.
La giuria tecnica valuterà la forma, la correttezza della lingua italiana, l'idea, l'originalità, lo stile.

Giovedì 10 aprile, nella diretta che si terrà nella Pagina di Edizioni Convalle su Facebook, sapremo e saprete i 7 concorrenti che passeranno alla Finale.

Ma voi, caro pubblico che mi seguite, potrete esprimere in un commento FIRMATO, le vostre tre preferenze che daranno vita al voto popolare da cui uscirà un preferito assoluto di questa prova. 
Questo non influirà sul voto ufficiale espresso dalla giuria tecnica che determinerà l'uscita dal gioco di 7 concorrenti.

Potrete votare fino a Mercoledì 9 aprile, ore 20.
Potrete votare anche scrivendo a steficonvalle@gmail.com

E ora, non ci resta che gustarci i trattatelli che - sono sicura - ci faranno anche sorridere.


TRATTATELLO UNO
IL TRATTATORTELLINO DELLO CHEF CACCIANNAVUOLO: 
LA CUCINA ITALIANA E GLI ORRORI STRANIERI


L'Italia è famosa nel mondo per la moda, la storia, ma soprattutto per il cibo. La nostra cucina è fatta di passione, amore, piatti goduriosi che negli anni tanti hanno provato a imitare, riuscendo a mettere in tavola degli strafalcioni terribili. È il momento di fare chiarezza.
Noi, solo noi, abbiamo la dieta mediterranea, chiamata così per la straordinaria varietà che l'Italia, da nord a sud, mette in campo grazie all'abbraccio del Mar Mediterraneo, non perché sta nei buffet dei Club Méditerranée!
Partiamo delle basi: la pasta.
Quanti tipi di pasta abbiamo, e su tutti i più famosi sono gli spaghetti. Chi ha inventato gli spaghetti? Adesso se mi rispondete che li hanno inventati i cinesi, vi tiro una scoppola. Sono nostri, inventati da noi, a Vico Equense. Ricordatevi che ogni volta che nomino Vico Equense vi dovete inchinare.
E come si condiscono gli spaghetti? Col pomodoro, buono, rosso, succoso e una foglia di basilico. Perfetto, da farci la scarpetta per raccogliere il sugo che resta. Potete mettere pure il ragù che, dai, lo concedo, è quello bolognese, ma pure noi a Vico Equense (inchino), facciamo una salsa che mamma mia!, mai, come a New York metterci la marmellata di albicocche o le polpette!
E la Carbonara? Vogliamo parlare della Carbonara e dei danni che fanno gli stranieri? La Sora Lella, che sempre ci protegga l'appetito, diceva:
Si parte dalla cacio e pepe; se aggiungi il guanciale fai la Gricia; dalla Gricia hai due strade: metti l'uovo e ottieni la Carbonara, non vuoi l'uovo? Metti il pomodoro e hai l'Amatriciana.
Basta, stop, fine, punto. Eppure in Inghilterra la Carbonara la fanno con l'uovo, e vorrei vedè, la panna (aiuto), la pancetta (terrore) e, tenetevi forte perché sto per dirvi qualcosa che vi farà venire gli incubi: i piselli! Arrestateli, dico io.
E poi i risotti, che vanno mantecati col burro fuori dal fuoco, le lasagne rigorosamente a sette strati, i cannelloni di magro o di carne, i tortellini, piccoli e chiusi a regola d'arte, vuoti, ripieni, da sbizzarrirsi.
La pizza, un capitolo a parte. Creata a Vico Equense (inchino), metteteci tutto, ma l'ananas no: per la regina Margherita, no!
I secondi, vogliamo parlare della varietà di secondi che abbiamo noi? Di carne, di pesce, accompagnati dalla polenta, dalle verdure, dalla mostarda. Ma non il riso! Ripetete con me:
Col riso il risotto,
mantecato e giusto cotto,
se lo metto nel secondo
venga Satana e finisca il mondo.

Se gli indiani ci vogliono accompagnare il pollo, fatti loro. Noi no. Se i giapponesi ci fanno le palle per il sushi, pazienza. Noi no. Se i cinesi lo usano al posto del pane, li compatisco, ma noi no!
I formaggi. Nessuno ha la nostra varietà di formaggi, nemmeno i francesi, che poi, buoni quelli a farsi belli con le cose nostre.
Non ci credete? Adesso vedete.
Il più grande condottiero francese? Napoleone. Bravi, sì, perché era italiano come la Corsica.
Il più famoso quadro francese? La Gioconda. Ottimo, perché è nostra, del buon Da Vinci.
Il più famoso formaggio francese? Il Gorgonzola. Oh, ma dico! Lo sanno tutti che è italiano, fatto a Vico Equense (inchino). No? Non è di (inchino) Vico Equense? Vabbuò gauagliò è della provincia milanese, ma tanto siamo  lo stesso paese.
Lo capite il succo di questo trattato? L'Italia crea, il resto del mondo distrugge.
Ora vi saluto con una perla da chef: nei vostri piatti aggiungete sempre un pizzico di limone, perché il limone sgrassa!
(Tatiana Vanini)

 

 TRATTATELLO DUE
PANCOTTO E OMOGENEIZZATI

Le persone della mia generazione sono state svezzate col pancotto – ricetta antica diffusa tra Nord e sud Italia, che ha come ingrediente base il pane raffermo a cui si aggiungevano acqua, olio extravergine di oliva, verdure, aromi e legumi. Ma era indicato anche per le persone anziane per via della sua alta digeribilità e la disponibilità degli ingredienti a km zero. 
I loro figli sono stati slattati con gli omogenizzati prodotti dalle industrie a base di carne, pesce, verdure e frutta. La fantasia non mancava alle mamme di allora: avevano inventato il ciucciotto fatto in casa per non far piangere il bebè. Consisteva in un centrino di cotone al cui centro veniva posto dello zucchero; si chiudevano i lembi attorno allo zucchero con un filo da cucito ed era pronto per essere usato come calmante.
Il pane non mancava mai sulla tavola del povero e del ricco ed era l’alimento principe dell’alimentazione. Era prodotto in autonomia col grano di famiglia e il lievito madre, che si passava di mano in mano. Guai a buttare il pane nella spazzatura: era un peccato mortale e un’offesa al genere umano.
Il pane raffermo con la muffa era ambito dalle ragazze in quanto le mamme avevano fatto passare il messaggio che facesse crescere i capelli lunghi e lucenti. I ragazzi, naturalmente, non le ostacolavano e nemmeno le prendevano in giro per non metterle in cattiva luce.
Mia madre era una maestra a recitare questa messinscena senza dare ombra di dubbio sulla sua efficacia alle mie sorelle. Anzi, diceva che aveva appreso questo consiglio dalla nonna materna.
Col Regno di Italia si è formata la Nazione, ma non gli Italiani. Gli spostamenti interni erano molto ridotti per cui la cucina regionale non aveva avuto influenza dalle altre. A vent’anni venni a lavorare in un’industria per telecomunicazioni nel milanese. Nel mio reparto eravamo in sedici colleghi provenienti da quindici regioni italiane diverse. Se avessimo voluto parlare ognuno nel proprio dialetto ci sarebbe stata una seconda Torre di Babele. Stessa cosa sarebbe successo con la cucina.
Un giorno facemmo un esperimento in occasione di uno sciopero della mensa aziendale. Anziché portare panini imbottiti o pasti frugali, decidemmo che ognuno di noi portasse una porzione di una ricetta tipica regionale. Restammo meravigliati davanti tanta ricchezza di piatti tipici e avemmo la possibilità di conoscere e di fare piccoli assaggi di quelle prelibatezze fino ad allora sconosciute.
L’Italia è apprezzata all’estero per le sue bellezze naturali, storiche e artistiche e per il cibo. Io e gli altri connazionali siamo orgogliosi che alcuni cibi italiani siano considerati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità; cito quelli che mi vengono in mente: la dieta mediterranea, il pesto genovese, il pane di Altamura, la pizza napoletana, … il Parmigiano Reggiano.
Ogni cucina regionale era in grado di produrre le proprie conserve per l’inverno, perché non si doveva buttare via nessun prodotto alimentare in surplus. Sottaceti, conserve e marmellate erano lavorate con le più affidabili e sofisticate tecniche di lavorazione: i conservanti naturali tipo sale, zucchero, salamoia e il vuoto ottenuto, facendo bollire i vasetti, assicurava un’ottima tenuta nel tempo.
Oggigiorno in una famiglia di quattro persone ci sono almeno tre tegami sui fornelli: non tutti i componenti familiari hanno gli stessi gusti alimentari. Le mamme, per accontentare tutti, si lasciano intenerire e si sacrificano. Ma c’è un altro fatto: oggi allergie e intolleranze alimentari sono in aumento. Mia madre e le sue coetanee usavano una pentola per tutta la famiglia e nessuno borbottava. L’alternativa era il detto: O ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra. Nessuno si è mai buttato dalla finestra.
(Carmine Scavello)


TRATTATELLO TRE   
CON LA PENNA TRA LE PENNE

Arduo compito scrivere un trattatello sulla cucina italiana.
In prima battuta mi viene la rima con tortello, casoncello, friariello, a seguire però mi tocca asciugare l’acquolina in bocca.
La nostra è una delle cucine più conosciute e diffuse, tanto che ben si presta a spiegare il concetto di globalizzazione.
Sì, perché una pizza la puoi trovare in ogni angolo del pianeta: dalle Svalbard alla punta estrema del Cile, certo non tutte saranno come quelle sfornate da Sorbillo, i puristi poi storceranno il naso e pure la bocca nel caso in cui ci trovino adagiata sopra una fetta di ananas o altre nefandezze.
La cucina italiana non ha limiti spaziali grazie anche alla diaspora dei cuochi italiani nel mondo e pure alle valigie degli emigranti cariche di nostalgia e bottiglie di pummarola, ma non conosce nemmeno limiti orari: li avete visti tutti quei turisti stranieri che, forchetta alla mano, a merenda affrontano con disinvoltura montagne di spaghetti o, sprezzanti del pericolo, a metà mattina abbinano lasagne e cappuccino?
Non sono altro che la conferma dell’attrazione irresistibile che i piatti della nostra cucina esercitano sugli esseri umani di qualsiasi latitudine; per non parlare poi degli innumerevoli tentativi di imitazione dei nostri prodotti che vanno dall’orrido parmesan fino alla innominabile zottarella.
Difendiamo allora con orgoglio le nostre eccellenze: siamo un popolo di navigatori, eroi, poeti e santi, ma anche di chef e di foodblogger.
Chi può resistere alla seduzione che esercitano le trenette al pesto, la pasta alla Norma, il Tiramisù, la bagna cauda o il caciucco?
Impresa impossibile.
A Dante toccherà allargare il sesto cerchio dell’Inferno perché in tanti, tra maritozzi, bonet, cassate, babà, seadas e cartellate, ci ritroveremo in dolce compagnia di Ciacco, che lì è confinato per la dannosa colpa della gola.
“L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani” pare disse D’Azeglio esaminando i ricettari regionali e forse considerando, con un po’ di preoccupazione, il campanilismo che contrappone i sostenitori degli arancini siciliani a quelli dei supplì romani, chi rivendica il primato degli anolini e chi quello dei cappelletti.
Ma quindi quale segreto si nasconde dietro al grande successo della cucina italiana?
Non è solo il decantato modello nutrizionale della dieta mediterranea, contano anche la storia dei piatti, la tradizione contadina come per la ribollita, la poesia che fa derivare il tortellino dall’ombelico di Venere, l’arte che le donne baresi esprimono creando le orecchiette per strada, il racconto delle tradizioni casalinghe tramandate da generazioni, la convivialità e i pranzi della domenica.
“Però come li fa mamma…”
Che si tratti di carbonara o caponata, di sarde in saor o al beccafico sicuramente è l’affermazione che spesso esce dalle bocche degli Italiani nel momento in cui fa ingresso il primo boccone.
Riassumendo, per ottenere la ricetta della cucina italiana:
- occorrono varietà di prodotti stagionali del territorio
- bisogna aggiungere tradizioni regionali qb
- mescolare preferibilmente con mano di nonna
- condire con una spolverata di creatività
servire in una allegra tavolata e annaffiare con abbondante vino locale.
Buon appetito!
(Maura Hary)

 

 TRATTATELLO QUATTRO
IL PRANZO DELLE FESTE

La mia infanzia è trascorsa tra pranzi affollati e vocianti.
Tre famiglie nella stessa palazzina, con un grande salone a disposizione per le feste.
Le donne erano il matriarcato culinario.
La cucina italiana passava da loro, ognuna aveva un piatto forte.
Fu idea di mia madre appendere in cucina un glossario che aggiornavano periodicamente. Per gioco, lo usavano per la ricetta da eseguire. Quando non si mettevano d'accordo su cosa preparare, puntavano il dito su una parola e ...si creava la magia.
Parole come affogare, ammollare, brasare, gratinare, imbiondire, caramellare...diventavano lo spunto per il menù.
Da caramellare, nasceva la Caramellata di cipolle.
Con impanare, si scatenavano l'acquolina e la fantasia più sfrenata: olive all'ascolana, fettine fritte, cremini fritti...
Alla julienne, era il tocco esotico! Parola sconosciuta soprattutto da mia nonna, la pronunciava marcando la "e" finale come il dialetto voleva. - E vavè! Ma non se potria di' ...tagliate fine?
Per non parlare poi del bagnomaria!
Lei che si chiamava Ida Maria, era convinta che quel termine fosse stato coniato per rendere omaggio al suo nome.
Nell'ottica del risparmio, non accendeva il fornello per far scaldare l'acqua. Metteva un pentolino sopra il bordo del camino, il più vicino possibile al fuoco, e aspettava che si scaldasse. Risparmio sì, ma cenere anche...!
Lei era addetta al pane e alla pizza, mia zia alla galantina e ai fritti e mia madre ai vincisgrassi e ai dolci.
In quale Regione ci troviamo? Nelle Marche!
I vincisgrassi, uno dei piatti tradizionali, erano un trionfo di sfoglia fatta in casa, ragù e besciamella a volontà.
L'origine del termine è avvolta nella leggenda: sembrerebbe che sia una storpiatura del nome di un generale austriaco, Alfred von Windish- Graets che, dopo un'estenuante battaglia nelle Marche, festeggiò la vittoria gustando questo piatto.
 
La concertazione dell'equipe culinaria raggiungeva il clou dell'anno, per il pranzo di Natale.
Le tre matriarche si sedevano intorno al tavolo delle trattative almeno quindici giorni prima e si dividevano i compiti, dopo aver fatto decantare le idee, proprio come un buon vino.
Al vino non rinunciavano! Il tavolo era onorato dalla presenza di un buon rosso delle nostre colline. Alla fine delle trattative, chissà se invece di decantare...cantavano allegramente?
Era un momento avvincente!
Mia nonna aveva diritto di veto: decideva lei e stilava il menù.
ANTIPASTI: pizza di pane, crostini con spuma di prosciutto, affettati misti, verdure sott'olio fatte in casa
PRIMO PIATTO: vincisgrassi o cannelloni
SECONDO e CONTORNI : galantina, insalata russa, frittura mista
DESSERT: tronchetto di Natale, assaggi di torrone e panettone, Frustingu 
Il primo e il dessert erano piatti tipici della tradizione marchigiana.
Per lu Frustingu tutti si mettevano a lavoro, tanto la ricetta era complessa.
Grandi e piccoli della famiglia erano chiamati all'appello: si triturava, sminuzzava, impastava, cuoceva, decorava.
L'assaggio finale prima della cottura, era affidato a mio padre.
Lui decideva se tutti i sapori erano equilibrati prima di infornare: diceva di essere il detentore della ricetta ereditata da sua madre e non si discuteva.
Lu frustingu non rispettava la dieta mediterranea tanto era calorico, ma non mancava mai sulla tavola imbandita per il pranzo di Natale.
Le Marche, patria di Giacomo Leopardi e di Gioacchino Rossini, musicista e grande amante della cucina!
Durante i preparativi dei vincisgrassi, Il Barbiere di Siviglia faceva da colonna sonora di sottofondo. Mio padre era convinto che desse la giusta ispirazione e la dovuta verve.
E noi tutti vivevamo l'atmosfera da Sabato del villaggio: la festa iniziava giorni prima. Pregustavamo la bontà dei piatti con la compagnia e una sana competizione. L'essere insieme per raggiungere il successo finale, significava vivere la famiglia, portare in tavola il nostro amore e la nostra unione.
(Antonella Malvestiti)


TRATTATELLO CINQUE
 
TRATTATELLO, MATTARELLO, COLTELLO
 
Oggi, al raduno dei suoi pensieri selvaggi, all’Estimatora sboccia in testa la brillante idea della cucina italiana e del “trattatello” – dice lei –. “un affilato coltello per dimezzarci e farci cadere come mosche” – dico io.
E mentre frugo dentro al caos del consono e dei giusti pensieri, pure a me sboccia in testa un’idea. Sicuramente balzana, ma pur sempre un’idea.
Trattatello, mattarello, coltello… – che qualcosa mi devo pur inventare, e non dico per farmi brillare, ma almeno mascherare, e magari con la rima ci posso provare a presentare, illuminare, se non confondere e rintronare. Perché diciamolo, sul cibo ormai tutto è stato detto e ripetuto, e io mica voglio fare la figura dello sprovveduto, che passa il trito e ritrito come fosse un travaso di vino dentro la bottiglia, con l’imbuto.
Ecco, appunto, balzana, e per carità, ci mancherebbe – che già vi sento – non bastassero i chilometri, perché non solo una regione, ma per poterne parlare e giudicare, devi girare e assaggiare le specialità di tutta la nazione; e sai il tempo, lo stress, l’ingozzo, se poi ci aggiungiamo pure la rima, qui va a finire che non se ne viene più fuori.
E allora, vorrà dire che me ne farò una ragione; tralasciamo la faccenda della rima, e magari sarà pure alla meno peggio, e con scarsi risultati, ma non sia mai che mollo, e ci provo, ce la metto tutta per arrivare a una, se non felice, almeno passabile conclusione.
Gentili Signore e pure lor Signori, mi voglio presentare, sono quella povera crista che per guadagnarsi qualche punto al Masterbook – e ti prego, santa Padella, pensaci tu – deve portare a casa i risultati. E per fortuna lasagne, tagliatelle, tortellini e non supposte, sciroppi e altre castronerie deleterie.
Ma cerchiamo di essere professionali e ritorniamo nei ranghi del richiesto e la pianto con il dilungo e le castronerie, altrimenti tolgo spazio al trattatello – e non sia mai detto.
La pasta, il pane, la pizza, la carne, il pesce, le verdure, i dolci, il caffè, l’ammazza caffè e il doppio caffè.
Che noi italiani, nord, sud, est, ovest, abbiamo la fortuna dalla nostra e non ci facciamo mancare proprio niente.
Ogni regione, ogni città, ogni paese, ogni casa, e dove vai e dove ti giri, ci trovi una specialità, un suo perché, una sua goduria. E come una mamma affettuosa, tutto e tutti so’ pezzi e core.
Prendi a esempio, e così a caso partiamo dall’Emilia Romagna: le lasagne, le tagliatelle, i tortellini tipo l’ombelico di venere, quelli con la sfoglia fina e il ripieno di grana, prosciutto e mortadella; quelli che in brodo, ma pure all’asciutto sono sempre una botta di vita. E la parmigiana, la piadina, le anguille, la frittura di pesce.
Poi la Lombardia, la Valle d’Aosta: il risotto, la cotoletta, il panettone, la polenta, i canederli, il vin brulé.
Poi verso in giù, tipo Firenze: la ribollita, la fiorentina, la pappa col pomodoro.
La bella Napoli – e qui di sicuro ci troviamo la scelta dolce-salato: i babà, la pastiera, la pizza e lo spaghetto.
La Puglia: le orecchiette, i cavatelli e l’olio d’oliva.
E la Sicilia: la caponata, la pasta con le sarde, i cannoli, la cassata.
E naturalmente la Sardegna: la bottarga, la fregola, il pecorino, il pane carasau.
E altroché trattatello, qui non basta il tomo di un’enciclopedia.
E allora mi fermo qui.
Ti fermi qui? E il trattatello?
Macché trattatello, fatica sprecata, che ormai basta accendere lo schermo e ti ritrovi sommersa.
Meglio se vi lascio un saluto e vado a tocciare il cucchiaio nel ragù. E forse, pure nella Nutella.
(Sandra Morara)

 


TRATTATELLO SEI
NELLE TUE MANI


All’apparenza risulto fredda, ma poi…
Mi usano per arrotolare gli spaghetti allo scoglio, punzecchio pezzetti di pesce, gamberetti e qualche cozza; spesso collaboro a una minuziosa “scarpetta” di pane, giusto per raccogliere il sughetto insaporito di aglio, peperoncino e pomodoro che resta nella fondina, in molti ristoranti in riva al mare, sulle coste italiane.
Punto i denti con forza per favorire il taglio della pasta di pane mentre il mio collega coltello affonda nella mozzarella che profuma di basilico in una rotonda pizza Margherita, tipica di Napoli.
I più eleganti mi adoperano anche per punzecchiare le calde olive all’ascolana, ripiene e appena fritte, buone se mangiate anche con le dita.
Non serve il coltello, perché i miei fianchi riescono a tagliare il brasato piemontese, marinato per lunghe ore nel vino rosso (ndr, meglio se Barolo), carne succulenta, morbida, che regala al palato un’armonia di sapori; io servo anche per accoppiare la sua salsa densa con la polenta.
Una circonferenza dorata e fumante: raccolgo piccoli chicchi gialli che sprigionano l’aroma dello zafferano e faccio gustare il risotto alla milanese, un incanto per gli occhi e per le papille.
Sembrano piccoli cerchietti che nuotano nel ragù e nel sugo di pomodoro: prendo gli anelletti rossicci, una pasta cotta al forno, tipica delle case della Sicilia nei giorni di festa.
Ecco ora che, ancora calda, viene servita un’abbondante porzione nel piatto: che cos’è? Subito mi tuffo a porzionare generosi bocconi di melanzana, fritta e condita in una parmigiana che, nata al Sud, si è diffusa in tutta Italia, amata anche dagli amici vegetariani.
Dentro una sfoglia rotonda e calda c’è un morbido cuore di formaggio, all’esterno un velo di miele o di zucchero a velo: sfioro un pezzetto di seadas ancora tiepide e lo rigiro nel miele. Si mangia con gli occhi questo dolce sardo, la gola trova il suo giusto apprezzamento godurioso nei sapori che si sprigionano all’assaggio.
Che dire infine delle verdure alla piastra, delle insalate colorate, dei salumi e dei formaggi dalle tante forme… Sento la forza dei pomodori, delle mille primizie dell’orto, delle vigne e di tutti i prodotti che il territorio italiano, dal Sud al Nord, offre in ogni stagione dell’anno.
Ho narrato con una veloce pennellata una piccola parte della cucina italiana, un arcobaleno di ricette, qualità, profumi e materie prime di eccellenza; di certo avrei potuto dirvi molte più cose. La scelta è molto ampia. Si sa: l’Italia offre molto.
Forza, assaggiate, provate e gustate!
Ascoltate me, che sono una buona forchetta.
(Emanuela Tomiato)

 

 TRATTATELLO SETTE
IL PARADISO DEI SAPORI

Il mio breve trattato sulla Cucina Italiana, amata e celebrata in tutto il mondo, intende farvi conoscere un patrimonio culturale che affonda le sue radici in secoli di storia e tradizioni. Ciò che la rende unica è la sua straordinaria varietà, frutto della diversità geografica e climatica della penisola, che ha generato innumerevoli piatti e sapori regionali.
Ben più di una semplice tradizione culinaria, essa è un viaggio attraverso la storia e la mitologia, le cui radici affondano in tempi antichi, quando la penisola era conosciuta come Enotria, terra del vino, e la Sicilia, con i suoi fertili campi di grano, era celebrata come il granaio di Roma.
I miti greci raccontano come Demetra, dea dell’agricoltura, abbia scelto proprio queste terre per insegnare agli uomini l’arte della coltivazione, donando loro il grano e le messi e questo spiega perché quasi tutte le regioni abbiano delle specialità di pasta, dai nomi diversi. Questa eredità millenaria si riflette nella straordinaria varietà di piatti a base di farina, dalla pasta fresca emiliana alla pizza napoletana, fino ai dolci siciliani, testimonianza di tradizioni secolari, trasmesse di generazione in generazione e arrivate oggi fino a noi.
Chiamerò quest’esperienza Paradiso dei Sapori, un itinerario tra le regione italiane, ognuna delle quali è un giardino di delizie, dalle caratteristiche specialità.
Sebbene la cucina italiana sia un mosaico di sapori, i piatti forti sono i primi.
Nella Valle d’Aosta, la polenta concia ci avvolge in un abbraccio, caldo come un tramonto sulle Alpi; Il Piemonte ci incanta con gli agnolotti al tartufo bianco e la bagna càuda, dove aglio e acciughe si fondono in un’intensa esplosione di sapori. In Liguria troviamo le trofie al pesto, avvolte da un manto di verde basilico e pinoli. La Lombardia delizia con il risotto alla milanese, incantevole nell’esplosione di zafferano, e il panettone, soffice come una nuvola. L'Emilia-Romagna, patria dei tortellini in brodo e delle lasagne, ci accoglie con una tradizione di salumi e formaggi di altissima qualità, tra cui il Parmigiano Reggiano. Tra i primi memorabili, troviamo in Lazio la carbonara, un tripudio d’intensi sapori. Il tartufo regna sovrano negli strangozzi dell’Umbria, mentre l’Abruzzo vanta i maccheroni alla chitarra, una sinfonia di ricchi ragù; i cavatiei del Molise raccontano la semplice genuinità della tradizione; la Campania è l’apoteosi di pizza e profumi agrumati, mentre le orecchiette alle cime di rapa della Puglia sprigionano il loro semplice, inconfondibile gusto; la Basilicata regala lagane con ceci, un tuffo nella tradizione contadina; in Sicilia la pasta alla Norma è un’opera lirica da gustare.
Sebbene la fama dei primi piatti sia indiscussa, sono celebri anche i secondi, quali la bistecca alla fiorentina, il porceddu sardo e i piatti di pesce che abbondano nelle regioni affacciate sul mare.I sapori aromatici si mescolano al piccante, in Calabria, nella famosa 'nduja.
Anche se ogni regione sforna ottimi dolci, ricorderò soprattutto cassate e cannoli siciliani.
Un viaggio nella cucina italiana non sarebbe completo senza menzionare l’olio profumato d’oliva, ligure, toscano e meridionale, vero nettare di verde smeraldo, e i vini pregiati, compagni inseparabili di ogni piatto, capaci di esaltarne i saporiti gusti.
Ma la Cucina Italiana non è una semplice somma di ricette regionali: è soprattutto un'esperienza di condivisione e ospitalità, un’arte che celebra il gusto, la salute e la gioia dello stare insieme. Il cibo è un pretesto per riunirsi, celebrare la vita e rafforzare i legami; ogni piatto è un invito a sedersi insieme a condividere storie e risate, a sentirsi parte di una comunità.
Se questo breve excursus vi ha stimolato a esplorare e conoscerne i tesori, non mi resta ora che augurarvi Buon appetito!
(Maria Grazia Conti)


TRATTATELLO OTTO
L'ETERNA LOTTA TRA ARANCINO E SUPPLì

Togliere dignità a una pietanza chiamandola col nome di un’altra: un problema comune in una tradizione culinaria ricca come la nostra, e se state leggendo questo articolo scommettiamo che siete reduci da una delle più classiche brutte figure, quella arancino/supplì. Non preoccupatevi, non solo non siete gli unici, ma siete anche giustificati: entrambe crocchette fritte con ripieno a base di riso, entrambe dorate in superficie, entrambe croccanti all’esterno e morbide all’interno… Insomma, a prima vista chi direbbe che esiste una differenza?
Eppure esiste, esiste eccome, e se continuate a leggere avrete la chiave per evitare l’ira di orgogliosi siciliani e orgogliosi romani, detentori rispettivamente dell’una e dell’altra tradizione gastronomica.
Ma bando alle ciance, partiamo dai tratti estetici.
La forma originale rotonda dell’arancino e il suo colore dorato ricordano proprio un’arancia. Facile, no? Lo dice il nome stesso! Per amor di completezza, però, sappiate che nella Sicilia orientale l’arancino è tipicamente conico (un richiamo all’Etna, sostengono gli orgogliosi catanesi, e chi potrebbe biasimarli?!) Nessuna di queste forme, comunque, può essere scambiata con quella del supplì: dai, adesso non ditemi che non riuscite a distinguere un preparato dalla forma rotonda o conica da una sì tondeggiante, ma allungata e leggermente schiacciata! Quest’ultima, infatti, è l’unica, sola e inimitabile forma del supplì.
Tolti di mezzo i convenevoli estetici, vi tocca sorbirvi qualche informazione sulla preparazione. Tranquilli, saremo buoni! Niente ricette nel dettaglio, solo due panoramiche semplici e veloci.
Partiamo dall’arancino: cuocere il riso al dente e farlo raffreddare; formare dei dischi, inserirci la farcitura – un classico ragù, che si prepara a parte, unito a dadini di mozzarella – e chiuderli; passare i preparati in una pastella di farina, sale e acqua e poi nel pangrattato; friggerli in olio, scolarli e farli riposare qualche minuto.
Per il supplì il procedimento è completamente diverso: il punto di partenza, infatti, è un vero e proprio risotto con ragù! Cucinatelo (e se vi va, perché no, mangiatene un po’!), lasciatelo in frigo due orette e poi lavoratelo formando piccole conche e inserendovi al centro i cubetti di mozzarella. Altra differenza con l’arancino: qui non serve alcuna pastella. I supplì si impanano passandoli prima nell’uovo – e attenzione, si friggono esclusivamente in olio di semi.
Questo è anche il momento migliore per spiegarvi il nome supplì. Vi sareste immaginati che si tratta dell’italianizzazione del sostantivo francese surprise? E sì, avete indovinato, surprise vuol dire proprio “sorpresa”! Ma perché, vi chiederete? Anzitutto, per essere precisi, il nome completo di questo piatto è “supplì al telefono”, perché quando lo si mangia caldo – il che è auspicabile – e si apre in due, la mozzarella fila tra le due parti di riso, ricordando appunto un telefono. E proprio a questa mozzarella filante, immancabile nel supplì, si riferisce il termine “sorpresa”.
Ma un’altra sorpresa ve la diamo noi adesso: la destinazione dei due prodotti è completamente diversa! I supplì sono concepiti come antipasto, ad esempio nelle pizzerie, oppure come moderno street food; gli arancini, invece, nascono come portata completa e non possono essere considerati né antipasti né spuntini. Ecco perché gli arancini sono più grandi e corposi (no, non lasciatevi ingannare dalle versioni mini servite alle fiere!).
A questo punto potremmo continuare parlandovi delle varianti – vi sarete accorti che sono piatti piuttosto versatili, e infatti ne esistono versioni fantasiose, dai ripieni a base di funghi e salsiccia a quelli coi frutti di mare – ma meglio rimandare a un’altra volta: lo sappiamo che vi stavate appassionando, ma lo scopo qui era garantirvi una figura quanto meno dignitosa davanti a orgogliosi siciliani e a orgogliosi romani. Che dite, ci siamo riusciti?!
(Arianna Desogus)

TRATTATELLO NOVE
SE È VERO CHE VIVERE È AL DI SOPRA DI TUTTO…

A volerla fare breve, per dipingere un quadro generale della cucina italiana, si potrebbe chiedere aiuto a quella formula matematica per cui cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Basterebbe rileggerla in questa maniera: cambiando la regione da cui proviene una ricetta, il piacere per il palato rimane immutato. Credo che chi di forchette se ne intende non avrebbe nulla da obiettare, dopotutto questa è una sacrosanta verità. Eppure, volendo andare più a fondo, avverto una sensazione per cui tutto questo non è sufficiente per esprimere un concetto che fatico a catturare con il pensiero.
Proverò allora a farvi immaginare l’Italia come un’avvenente donna, o un bellissimo uomo, a seconda di quelli che sono i vostri gusti. Dopotutto siamo persone come ce ne sono tante: dateci un buon piatto da mangiare e una bellezza da ammirare che non lesineremo il nostro sorriso.
Vi invito quindi a deliziare la fantasia partendo dagli arti inferiori. Li vedo svilupparsi tra piatti di orecchiette con cime di rapa pugliesi e sapori piccanti che richiamano alla tradizione calabra. Aggiungendo una nota di gusto personale, raffiguro nella mia testa una bella cartellata gigante che cinge la gamba del tavoliere come se fosse un reggicalze da strappare via a colpi di morsi: tradizione matrimoniale che si sposa con la tradizione culinaria.
Prima di risalire verso il centro del nostro paese, ringrazieremo a dovere le acque salate che, insieme al clima mediterraneo che contraddistingue il Sud, fungono da centro benessere naturale per la coltivazione delle arance e degli agrumi. È un gioco divertente immaginare piedi massaggiati con soluzioni al mirto e creme di pistacchio per fare in modo che le caviglie non diventino grosse come due arancini: le famose caviglie da mordere.
A questo punto, sempre con la missione di dare sostanza a quel pensiero latente che lievita dentro di me, vi esorto a perdere gli occhi – e il palato – su quel fondoschiena perfetto e pieno come un’oliva ascolana che si muove a ritmo di danza fino a raggiungere le terre degli arrosticini. Poi, a portare gli occhi in avanti, alla ricerca di un seno prosperoso o di un petto scolpito. Li sogno tanto perfetti da potermi lasciare a bocca spalancata come un abbacchio o un caciucco, decidete voi.
Tra inebrianti profumi di amatriciane, carbonare e fiorentine al sangue, punterei, poi, dritto verso il cuore. Non è un caso, penso, che volendo trasformare la nostra nazione in un essere umano, il cuore coincida con l’Emilia. A parer mio, ma è solo un'altra debolezza personale, sarebbe davvero un bene se tutti avessimo l’anima di questa gente. Un cuore grande come un tortellino, ma che dico, come una piadina, un crescione, anzi, come una lasagna al ragù intera. Un cuore impossibile da non amare.
E poi su verso il cervello, verso la parte razionale del sogno che profuma di fegato, baccalà, risotti, cotolette, panettoni e bolliti. Una testa senza dubbio intrigante, che, se vista al femminile, farebbe fede a quella vecchia canzone che ostenta un’altra grande verità: oltre le gambe c’è di più.
Proprio la visione al femminile potrebbe essere la chiave per aprire quel pensiero che cerco dall’inizio del viaggio tra i sapori nazionali. Perché soltanto una donna è in grado di portare in grembo una vita da mettere al mondo. Grembo che coinciderebbe con la Campania.
Se è vero che vivere è al di sopra di tutto, è altrettanto vero che in una scala dei cibi italiani la vetta spetterebbe alla pizza.
Perché la pizza è vita.
Perché bastava menzionarla in principio per riuscire a farla breve.
Ma a quel punto non ci sarebbe stato più gusto.
(Stefano Buzzi)


TRATTATELLO DIECI
PROFUMI E SAPORI DI APRILE

Aprile è il mese del risveglio. È come uscire da un inverno freddo che coinvolge non solo il fisico, ma, certe volte, anche l’anima. Ha una bella responsabilità, quindi, ma gode del fatto che le giornate iniziano a essere più lunghe, perché per curare l’anima delle persone serve tempo e dedizione.
Qualcuno si domanderà: ma non dovevamo parlare di cucina? Infatti il cibo parla d’amore e, in quanto tale, è in grado di nutrire e cicatrizzare anche le ferite dell’anima. È un ottimo antidoto, in qualsiasi mese dell’anno, per ogni tipo di tristezza e riesce a restituire equilibrio a quei momenti difficili e inaspettati che, qualche volta, la vita ci riserva.  
È il mese del risveglio anche perché profuma di una primavera ancora in boccio, alla quale piace fare l’occhiolino all’estate. Ci sono ortaggi che, da questo mese, iniziano a sgomitare su tavole ancora calde di brodo e tortellini.
Nessuna rimostranza al piatto caldo fumante e ai suoi golosi ospiti galleggianti, ma la primavera ha bisogno anche di altro. La rucola, per esempio, è una fresca pennellata verde già preludio d’estate e abbinata al tonno con sesamo ha un tocco intrigante e sensuale. Del resto gli antichi romani la coltivavano nei terreni che accoglievano le statue falliche erette in onore del dio Priapo, re della virilità, e in virtù di questo la usavano per preparare i filtri d’amore.
Altri ortaggi primaverili sono gli agretti. Chiamati anche barba di frate per la loro forma allungata, hanno una consistenza croccante e un gusto acidulo e piccante, che conferisce sapore anche alle pietanze più insipide dando, quindi, la certezza che ogni situazione si può migliorare. È come dare all’anima la conferma che non si perderà mai ma, anzi, godrà sempre di un respiro più ampio e profondo.
È un mese che risveglia i gusti, dunque, anticipando i sapori estivi. Pertanto, pensando all’estate, possiamo non andare con il pensiero alle fragole? La fragola è un frutto gustoso ma, forse, non tutti sanno che ha anche un significato esoterico: è considerata la pianta del Paradiso. Si dice che mangiare fragole conferisca uno stato di estasi, quasi di beatitudine e che, quindi, liberi le emozioni. Chi ha visto il film “Inside out 2” sa che la pazienza – una dei protagonisti del film – prepara la marmellata di fragole a tutti gli amici, per poi ammirare, dopo l’assaggio, la loro espressione beata. Come dire che c’è sempre, insomma, altra vita da godere se lasciamo andare, senza l’ostinazione di trattenere, ciò che ormai è lontano da noi.
Aprile non è dolce dormire, come diceva un detto popolare, ma è piuttosto scoprire. Fa sempre rima ma ha una prospettiva del tutto diversa. Invita a guardare fuori, a respirare aria nuova, a trovare una connessione più profonda e autentica con noi stessi, anche attraverso i sensi. L’olfatto non ha le stesse sollecitazioni in ogni mese dell’anno. Il profumo del pesce fresco sulle banchine dei porticcioli è un’altra apertura verso l’estate e, mai come in questo mese, riscalda il cuore e solletica le papille gustative.
In primavera non c’è mai la ressa fra i banchi del pescato fresco e si può scegliere con calma: acciughe, sgombri e sardine, tanto per fare alcuni esempi, sono piccoli pesci che danno il buonumore soltanto a vederli e la semplicità nel cucinarli è il loro punto di forza. Le acciughe con aglio e prezzemolo, così come gli sgombri e le sardine fritte, raccontano la bellezza dell’umiltà di un pesce povero ma con un potenziale enorme.
Come tutto ciò che non ha pretese se non quelle di arrivare al cuore e, lì, restare per sempre.
(Laura Scartabelli)


TRATTATELLO UNDICI
LA CUCINA ITALIANA - UN VIAGGIO NEL TEMPO TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE

 

Mi sono chiesta tante volte come un piatto, anche il più semplice, possa raccontare l’intera storia di un popolo. 
L’Italia, con la sua molteplice varietà di paesaggi e tradizioni culinarie, è una terra dove regioni e città hanno una loro storia gastronomica, che affonda le radici nei secoli che si sono succeduti.  
E della cucina italiana mi affascina proprio la capacità di rimanere legata alla tradizione, sebbene aperta alle influenze moderne, riuscendo così a unire il passato al presente. 
Seppure le sue origini risalgono all’Antica Roma, influenzata dalle tradizioni greche, etrusche e arabe, è con il Medioevo che inizia a delinearsi l’Italia gastronomica che conosciamo oggi.  
Nel tempo, ogni regione ha perfezionato le sue ricette, migliorando i piatti con ingredienti locali che, poco alla volta, sono diventati simboli identitari per le diverse interpretazioni del cibo. 
Mi piace pensare alla cucina italiana come a un paesaggio che si trasforma da Nord a Sud, riflettendo le diverse caratteristiche regionali, ma rimanendo simile per la qualità degli ingredienti e la semplicità della preparazione. 
Prendiamo la pasta: è l’emblema della cucina italiana, ma ciò che rende ogni piatto una piccola opera d’arte non è solo la varietà delle forme, che cambiano a seconda delle regioni, bensì la tradizione che si intreccia con l’arte culinaria. 
Pensate a un piatto come la Pasta alla Carbonara, una delle ricette simbolo di Roma: ci racconta le trasformazioni della cucina povera romana, dove pochi ingredienti – guanciale, uova, pecorino e pepe – si combinano alla perfezione, creando un bilanciamento perfetto. 
Per non parlare della pizza, che ha raggiunto una fama degna di nota, capace di sposare semplicità e straordinarietà. La pizza Margherita, rivendicata dalla città di Napoli come propria, è diventata il simbolo di un’Italia unita.  
Interessanti le regioni del Sud, come la Sicilia, dove la cucina è il risultato di secoli di contaminazioni greche, arabe e normanne.  
Cous cous di pesce… Caponata… Cannoli dalla dolcezza irrefrenabile: tutti piatti che raccontano una storia di incontro e fusione culturale, che ancora oggi si riflette nella loro vitalità e ricchezza. 
E che dire del Nord, dove la tradizione culinaria si differenzia nettamente da quella meridionale? Dove le risorse della montagna – quali il burro, il formaggio e i funghi – dominano in piatti come il Risotto alla Milanese, re della tradizione lombarda, fatta non solo di comfort food ma anche di raffinatezza? 
E dei dolci? Quanto tempo mi occorrerebbe per parlarne? Dico solo che ogni regione ha le proprie specialità, spesso legate a festività religiose e tradizioni locali. 
Tradizione, sempre lei… Sebbene aperta alle influenze moderne. 
E sì, il fenomeno della cucina italiana contemporanea riesce a riscrivere la tradizione con tocchi moderni, senza rinnegarla: va alla ricerca dell’essenza di un piatto, evitando di perderne l’anima.  
I grandi chef italiani sono gli interpreti di una cucina che si evolve, si reinventa, pur non dimenticando mai da dove proviene.  
Ed è qui che entra in scena la cosiddetta cucina molecolare, quell’approccio innovativo alla gastronomia che utilizza principi scientifici per trasformare gli ingredienti e creare nuove esperienze culinarie.  
Ma per quanto si parli di passato e presente, di tradizioni e modernità, sono convinta che la cucina italiana e i suoi ingredienti raccontano storie. La pasta fatta in casa della nonna, l’olio extravergine di oliva del piccolo produttore, il vino di quella cantina… Storie di amore per la terra e di rispetto per la tradizione. 
E, allora, forza, a tavola! Chiudete gli occhi, assaporate e gustate… E tenetevi forte, perché si parte per un viaggio nel tempo tra tradizione e innovazione.  
(Linda Silvia Scarpenti)


TRATTATELLO DODICI
LA RIVINCITA DELLE FORCHETTE

In un’epoca in cui la forma pare prevalere sulla sostanza e canoni estetici irraggiungibili dominano la scena, è lecito domandarsi se la tradizione culinaria italiana sia ancora rappresentata dagli antichi sapori o sia ormai in balia delle nuove tendenze gastronomiche. Tendenze che rischiano di trasformare la nostra cara dieta mediterranea in una forma d’arte da ammirare, piuttosto che da assaporare.
Chi non ama la cucina italiana? Arma di seduzione di massa, filosofia di vita, fiero baluardo che resiste agli attacchi di chef improvvisati che postano improbabili ricette su TikTok, e grandi cuochi che si sfidano a colpi di riduzioni di essenza di carote ed esplosioni gourmet di sapori campagnoli. Tutto, in porzioni così striminzite che non sfamerebbero neanche un gatto.
In questa vetrina virtuale, dove i sommelier spuntano come funghi dopo la pioggia di settembre e sniffano calici come cani da tartufo, noi italiani, alla fine, optiamo per un bel bicchiere di vino della casa, perché – diciamolo – casa è sempre casa. Un autentico balsamo per l’anima che fa bene anche al cuore.
Cosa c’è di meglio di un corposo Barbera d’Alba per innaffiare con generosità un piatto di polenta e cinghiale in umido? E come resistere al connubio maialino sardo e Cannonau? Addentare la cotenna croccante e assaporare la carne morbida e succosa trasforma il pasto in un’esperienza sensoriale che racchiude il sole, la terra e il vento della Sardegna.
Immagina di trovarti in una piccola osteria in collina, dove l’aria è intrisa del profumo dei vigneti e del rosmarino selvatico e il tuo piatto, una ribollita capace di scaldare anche l’anima più nera, ti viene servita nel classico coccio di ceramica. Chi mai si sognerebbe di barattare un tale piacere con un pasto in piedi al fast food?
Questa è la dieta mediterranea, signori.
Un paradiso per il palato, un santuario di benessere venerato in tutto il mondo capace di celare con eleganza le più grandi abbuffate. Un’ affascinante contraddizione tra rigorosi principi nutrizionali e puro piacere. Ma se scienziati e medici prescrivono la dieta mediterranea come elisir di lunga vita, chi siamo noi per rifiutare un piatto di parmigiana di melanzane?
Mentre in Italia impazza la diatriba tra spaghetti da non spezzare e pizze con o senza cornicione, all’estero la nostra arte culinaria prevede esperimenti ai limiti della realtà.
In ogni angolo del mondo scoviamo qualche chef che, con entusiasmo, cerca di reinventare i patti della tradizione con risvolti degni di un film di Tarantino. Eppure, ogni volta che al ristorante vietnamita il cameriere ci offre, con accento stentato, la propria versione di spaghetti bolognese, ci sentiamo un po' a casa.
La cucina italiana rimane un linguaggio d’amore universale e poco importa se a New York o in qualche sobborgo di Soho cercheranno di propinarci un piatto di pasta condito col ketchup, significherà pur qualcosa se cercano di imitarci.
Ma passiamo ai peccati di gola che non possono mai mancare a fine pasto. Da nord a sud, la penisola ci regala emozioni di zucchero, burro e creme che non temono rivali. I nostri dolci sono così "semplici" e "leggeri" che un solo morso rischia di spedirti dal cardiologo.
I dolci italiani non sono solo cibo: sono cultura, tradizione e, soprattutto, una deliziosa scusa per rimandare la dieta.
Anche se la spettacolarizzazione della gastronomia oggi gioca un ruolo predominante, la nostra preziosa tradizione culinaria, fatta di piatti genuini e gesti tramandati di generazione in generazione, rimane un patrimonio inestimabile.
In questo equilibrio precario tra tradizione e innovazione, diciamocelo: per noi, la lasagna vince sempre.
(Valentina Ciocca)


TRATTATELLO TREDICI
MINESTRINE ALLA RISCOSSA

Ai venticinque lettori del mio Blog, oggi, voglio parlare di un piatto spesso ingiustamente bistrattato, snobbato, a volte, addirittura, schifato. Un piatto che non ha voce nei menù ricercati dei matrimoni e dei battesimi o, se ce l’ha, compare di striscio, stilato a caratteri piccoli, quasi dovesse andare a nascondersi dalla vergogna. Ma non c’è alcuna vergogna nell’essere umili, nell’essere semplici ed essenziali, come lui è. 
Perché la storia della cucina italiana non è fatta solo da arrosti di vitello e lepri in salmì, per quanto se ne senta parlare molto di più, su certi libri di cucina. La storia della cucina italiana è fatta, da nord a sud, soprattutto da placide e pazienti minestrine in brodo.
Pensate a quanta gente sarebbe morta se non fosse esistito questo piatto! Un piatto che in silenzio, con naturalezza, ha riempito la pancia a milioni di persone, quando c’era ben poco con cui riempire la pancia. Non dareste un soldo di cacio alle erbe dei campi, vero? E cosa pensate dei cespugli d’ortica, specialmente quando, in estate, ci finite in mezzo, con le gonne o i pantaloni corti? Provate invece a bollirla, l’ortica, e aggiungere un pizzico di sale! Ma poco sale, mi raccomando, che un tempo il sale era oro e oggi rischia di farvi salire troppo la pressione. Quella è una delizia, una delizia per stomaci affamati, e non. 
Quante medaglie al valore, ingiustamente negate, avrebbe di certo meritato, la minestrina! Ma in questa vita chi viene ricordato e rispettato è il più potente e, spesso, il più gradasso, non certo il più umile.
E poi questo straordinario e bistrattato piatto non ha solo salvato tante vite dalla fame. Le ha salvate, almeno per quanto mi riguarda, anche dalla malinconia. 
Vi è mai capitato di percorrere, la sera, certe strade di paese, dove, a ogni incrocio, trovate le edicole con i santi? Io parlo del mio, di paese, ma potrei citarne milioni e milioni di altri.  Mettiamo che sia estate. Perché chi lo ha detto che le minestrine si mangiano solo d’inverno? Sono deliziose, se lasciate raffreddare, anche in estate! Dicevo che state camminando soli, in una sera d’estate, e vi viene da piangere. L’ennesima sera in cui piangere vi pare l’unica soluzione al martirio di questa vita, o ameno della vostra, di vita. State quasi pensando di farla finita, quando, all’improvviso, un profumino di brodo vi solletica il naso. Viene da quella casa, laggiù, quella con le tende bianche in lino e la luce gialla alla finestra. Un salto nel passato e ci siete voi, dentro quella finestra illuminata. Siete piccoli; la vostra mamma, armata di un cucchiaio lucido e strapieno di midolline in brodo, le sta pazientemente dirigendo nel vostro piccolo becco da passerotto.  Voi caricate le guance a più non posso, fino a farle assomigliare a due bombe a mano, infine bombardate. Si spiaccica tutto sul vestito nero a fiori rossi della mamma che, così, con piccole aggiunte di vomito biancastro, pare pure più alla moda!
Ricordando tutto ciò, cominciate a ridere. E i pensieri di morte sono rimandati, rimandati a settembre. Almeno, per me, è sempre stato così.
È vero che dicono:” O mangi questa minestra o salti dalla finestra”. È un’ingiustizia, però. Se sapessero da quante finestre ho evitato di saltare giù, io, grazie al profumo delle minestrine! 
Voglio svelarvi un segreto. Mia nonna era un’ottima cuoca di minestrine. Quando è morta non ho messo fiori sulla tomba, ma un grande vaso, pieno di ortaggi, che curo di persona. Ogni tanto, con la complicità del guardiano, le colgo e la sera preparo, ancora, la sua minestrina.
(Alessandra Nobile) 


TRATTATELLO QUATTORDICI
ARTE E CREATIVITÀ NELLA CUCINA ITALIANA

Italia: popolo di santi, poeti e navigatori e, aggiungo io, di grandi maestri cucinieri, sì proprio così, non chef, ma Maestri cucinieri! Non per niente, la cucina italiana è rinomata in tutto il mondo per la ricchezza dei suoi sapori e la genuinità dei suoi ingredienti.
Saper cucinare era, a tutti gli effetti, un’Arte; non per niente il primo libro di cucina, risalente al II sec. d.C., fu opera di Apicio, cuoco e scrittore famoso; si deve a lui la ricetta delle lasagne, all’epoca conosciute con il nome di “lagane”, un piatto di sottili sfoglie di pasta condite con un saporito ripieno a base di carne o pesce.
Molti piatti simbolo della cucina italiana hanno origini storiche ben precise e confermano, ancora una volta, la creatività del nostro popolo, che ha saputo trarre il meglio dalle diverse culture che l’hanno influenzato.
La polenta, per esempio, trova origine fra i Sumeri, ma solo in Italia s’iniziò a prepararla utilizzando del farro macinato e cotto, trasformandola in un alimento nutriente ed economico.
E che dire della famosa Amatriciana, un semplice piatto per pastori dediti alla transumanza, ma che in seguito, con l’aggiunta del pomodoro e del guanciale, ha dato origine all’inimitabile piatto di pasta che tutto il mondo c’invidia. 
Senza parlare della pizza che, prendendo origine da un’antica focaccia preparata dai Greci, la pitta, è stata reinventata fino a raggiungere “l’apoteosi”, con la ricetta della pizza Margherita, in onore dell’omonima regina d’Italia con i classici ingredienti a formare il tricolore.
Ma si deve all’antica città di Siracusa, in Sicilia, se la cucina italiana e quella siciliana in particolare, sono divenute famose in tutto il mondo occidentale. Oggi, nomi come Miteco, Labdaco, Terpsione, ci dicono poco ma verso il III sec. A.C. erano delle vere e proprie celebrità, non solo cuochi ma anche artisti colti e raffinati, insomma gli “chef stellati” di oggi li farebbero rivoltare nella tomba…
Soffermandomi sulla cucina siciliana poi, si può non parlare dei dolci famosi in tutto il mondo, quali sua maestà la Cassata siciliana e i Cannoli? Solo a nominarli si ha il risveglio di tutti sensi!
L’origine della famosa cassata si fa risalire a un pastore arabo che, una notte, decise di mischiare la ricotta con lo zucchero e per farlo si servì di una bacinella, quas’at appunto in arabo. Questo semplice dolce arrivò all’Emiro di Palermo che, conquistato dal sapore, ordinò ai suoi cuochi di ricrearlo e questi aggiunsero un guscio di pasta frolla; in seguito però, furono i siciliani che, con Pan di Spagna, frutta candita, scaglie di cioccolato e pasta reale di mandorle a ricoprire il tutto, fecero nascere la deliziosa e coloratissima Cassata.
Del Cannolo invece, parla addirittura Cicerone, che nel 70 a.C., durante un viaggio in Sicilia, rimane ammaliato da un tubo di farina ripieno di morbida crema di latte, perfetta descrizione del dolce che oggi si presenta anche ripieno di ricotta o cioccolato.
Se invece, per concludere in “bontà”, dico “Pasta alla Norma”, è il famoso primo piatto con melenzane fritte, pomodori e ricotta salata che si para davanti agli occhi dell’immaginazione. Questo semplice ma gustosissimo piatto si associa alla stupenda musica del celebre compositore catanese Vincenzo Bellini e alla sua famosa opera lirica, infatti fu il commediografo siciliano Nino Martoglio che dopo averla assaggiata esordì dicendo: «E’ una Norma!» come per affermare che fosse perfetta come la musica di Bellini.
Per concludere, se è vero il famoso detto “l’uomo è ciò che mangia”, non c’è da meravigliarsi che il nostro paese sia il più famoso nel mondo per arte e cultura!
(Giovanna Agata Lucenti)

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Alla prossima
dalla vostra  
Stefania Convalle