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mercoledì 25 marzo 2026

Numero 499 - "Nel sangue di Garlasco" e "Il ragionevole dubbio di Garlasco" - Recensioni - 25 Marzo 2026


Cominciamo da qui, dal libro di Gianluca Zanella.
Ma prima una piccola introduzione.

Il giallo di Garlasco è seguito da tante persone da un anno a questa parte. Io stessa mi sono "appassionata" al caso per lo spettro di un terribile errore giudiziario che potrebbe essersi verificato, ma non è del mio pensiero che voglio parlare, in quanto sono una semplice spettatrice di quanto avviene.

Mi sono però interessata ad alcune pubblicazioni in merito.

Ho letto "Nel sangue di Garlasco" di Gianluca Zanella perché lo seguo e lo ritengo un giornalista preparato, posato e serio, mai sopra le righe. Il suo canale su You Tube, Dark Side - Storia Segreta d'Italia - offre sempre spunti di riflessioni interessanti.

Nel suo libro propone al lettore una sorta di "riassunto" su quanto avvenuto in questi anni in merito alla triste vicenda. Il giornalista espone il tutto in modo molto chiaro e lineare, senza lasciarsi andare a opinioni personali, e quindi molto obiettivo. Ho trovato il suo modo di scrivere fluido e schematico, dato l'argomento, approfondendo parti della storia - o a esse collegate - senza eccessi, ma solo con l'intenzione di fornire al lettore un'esposizione di fatti, e lasciando a noi lettori lo spazio per personali riflessioni.

Una lettura che consiglio a chi è interessato all'argomento e desidera mettere ordine tra le tante notizie o suggestioni circolate in questi mesi/anni.



Ma non è l'unica opera che ho letto in merito.

Quando ho avuto modo di vedere e ascoltare un altro protagonista - il Giudice Vitelli - di questa storia, sono rimasta molto colpita dal suo ruolo e dall'uomo che ha dimostrato di essere.
Lui è stato il primo Giudice che assolse Alberto Stasi e il libro che ha pubblicato recentemente ha suscitato la mia curiosità.


In questa opera la cosa che mi ha colpito di più è stato lo "spogliarsi" del Giudice, che ha mostrato il lato umano della vicenda e ha condiviso con il lettore i dubbi, le riflessioni, la ricerca della verità e la responsabilità di essere colui che ha nelle proprie mani il destino dell'imputato. 
Nel fare questo, ha generosamente intrecciato le riflessioni nell'ambito della vita privata, come se la responsabilità della decisione da prendere entrasse nella vita di tutti i giorni e andasse ben oltre il lavoro stesso, ma diventasse un qualcosa che non molla mai la presa.
Il concetto sui cui si basa è quello sacrosanto di una eventuale condanna oltre ogni ragionevole dubbio, perché sbagliare potrebbe significare il togliere la libertà a un individuo.
Oltre ogni ragionevole dubbio, il Giudice lo ha ben presente e ne è quasi tormentato, al fine di non commettere errori.
Nelle interviste che ho potuto ascoltare, mi ha sempre favorevolmente impressionato l'atteggiamento umano, ma allo stesso tempo solido ed equilibrato, come quello che ogni Giudice - secondo me - dovrebbe avere, per ridurre al massimo i possibili errori giudiziari che possono rovinare una vita.
Il libro racchiude aneddoti - a tratti commoventi - come quelli legati alla madre e a un caro amico, che fanno venire voglia, con tutto il rispetto, di abbracciare l'uomo-giudice. 

Un libro che consiglio per entrare ancora di più nei meandri di questo crimine che ha toccato il cuore di tanti di noi.

Una citazione dall'opera:
"Il dubbio ragionevole non vuole distruggere, vuole anzi costruire, favorendo soluzioni solide, ponderate. Poco importa se occorre più tempo, più fatica. Poca importa se alla fine l'esito non è bianco o nero: sarà meno spettacolare, ma più giusto."



Mentre scrivo questo numero del Blog, ancora non si sa come andrà a finire tutto questo, ma tutti si augurano che la povera Chiara trovi presto la pace e che se c'è stato un errore giudiziario si ponga rimedio al più presto.

Nel frattempo, leggete queste due opere che recano anche osservazioni sulla vita e sul mondo che ci circonda.

Grazie a Gianluca Zanella e al Giudice Vitelli per averle scritte.



Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle
 

lunedì 19 gennaio 2026

Numero 487 - 4 3 2 1 di Paul Auster, secondo me - 19 Gennaio 2026


Ce l'ho fatta. Sette mesi, ma sono riuscita ad arrivare alla parola Fine.
Premetto che amo Paul Auster col quale c'è stato un colpo di fulmine quando avevo letto "Follie di Brooklyn" qualche anno fa e l'avevo anche recensito in questo Blog.

https://st62co.blogspot.com/2021/08/numero-386-follie-di-brooklyn-paul.html

Dopo quel romanzo ho acquistato tutto di lui e dopo mesi durante i quali non riuscivo a leggere per il mio piacere personale, ma solo per lavoro, ho deciso di tuffarmi nel suo romanzo più corposo: 4321.
Quasi mille pagine, e per me che amo i romanzi brevi è stato come fare il Cammino di Santiago senza allenamento. 

Questo romanzo ha mosso in me sentimenti di amore e odio. Vi spiego.
Amo la scrittura di Paul Auster davanti alla quale m'inchino. Ho "fatto le orecchie" a un sacco di pagine perché taluni passi sono un capolavoro e non volevo rischiare di non trovarli più in quella miriade di pagine, appunto.
Però - c'è un però - seguire tutta la storia è stato un impegno mentale non indifferente. 
Secondo me Paul si è divertito scrivendo questo romanzo, senza pensare che il povero lettore avrebbe dovuto prendere appunti per non perdersi nel labirinto della narrazione.
All'inizio, tutto okay. 
C'è Archie - il protagonista - e i suoi genitori. Si racconta di come loro si sono conosciuti, la storia d'amore, la nascita di Archie e tutto fila liscio. Il problema nasce quando si capisce che il titolo, 4321, rappresenta le quattro opzioni di vita di Archie dopo un certo evento che coinvolge il padre. Da lì, quattro direzioni, una per ogni se fosse andata così...
E va beh, possiamo restare sul pezzo, ma quando il susseguirsi dei capitol-oni e il passare da una vita all'altra con - più o meno - gli stessi personaggi che girano in ogni vita ma con vicissitudini diverse, eh... Lì è cominciato l'incubo.
Dovevo prendere appunti! :-D
A un certo punto ho deciso di non leggere seguendo le quattro storie di vita facendo uno sforzo mnemonico non indifferente, ma ho letto per il piacere di leggere come scrive lui: Paul Auster.
E ci sono dei pezzi memorabili, che ti spaccano il cuore in quattro. O passi sulla scrittura che ogni persona che ambisce a scrivere dovrebbe leggere.
L'ideale sarebbe leggere questo romanzo due volte. Se lo rileggessi ora che so, non mi perderei nella domanda ricorrente: ma questa che vita è? 
Inoltre, Paul Auster ha riempito la narrazione di eventi di cronaca e storici americani, come anche ampie pagine dedicate al football/baseball/basketball a seconda dello sport praticato dell'Archie di cui si racconta. Ecco, lì mi sono un po' annoiata, troppe pagine piene di nomi e fatti per me non interessanti. Invece ho apprezzato i numerosi riferimenti letterari, cinematografici, musicali che mi hanno incuriosito e anche aperto nuovi orizzonti. 
Insomma, secondo me è un romanzo che - qualora decidiate di leggerlo - va letto senza fretta, ma senza interruzioni, gustando soprattutto lo stile da battitore libero di Paul Auster.
Paul Auster resta uno dei miei scrittori preferiti, ma perdinrindina, meno male che gli altri romanzi sono brevi!

Se l'avete letto, mi piacerebbe conoscere la vostra opinione.

Comunque, viva Paul Auster!



Alla prossima
dalla vostra 



mercoledì 16 aprile 2025

Numero 469 - Colazione da Tiffany - Truman Capote - La mia recensione - 16 Aprile 2025

 


Che dire...
Cinema e Letteratura possono fondersi, ma il risultato è spesso, per non dire sempre, una formula che zoppica. 
Se si legge prima il romanzo, per esempio, e poi si guarda il film tratto dal libro, la delusione è dietro l'angolo, tranne rari casi.
Se si vede prima il film, come nel caso del famoso "Colazione da Tiffany" con Audrey Hepburn e George Peppard - e che film, oltretutto! - il libro ti sembra uno sconosciuto, nel senso che riconosci la storia ma quasi disturbano le differenze dal film.
Comunque, quando l'ho cominciato e ho letto la splendida prefazione di Paolo Cognetti che lo definisce un capolavoro, mi sono predisposta bene alla lettura!
Però, nelle prime pagine non ritrovavo niente del film e la Holly-Audrey che è rimasta nel cuore di ogni spettatore, con l'immagine di lei che canta Moon River, mentre strimpella la chitarra, o il sentimento che nasce tra lei e il protagonista maschile, l'aspirante scrittore, per poi ricordare la scena finale - come dimenticarla - del loro bacio sotto la pioggia, del gatto ritrovato, e come si dice: vissero tutti felici e contenti.
Ecco, il romanzo non è così.
I punti cardine ci sono, certo. Ma Holly non ha il carisma che le ha regalato Audrey, per esempio.
La parte del romanzo che ho in qualche modo ritrovato è la parte relativa all'anziano marito di Holly che la cerca nella New York di Truman, e mosso da un sincero sentimento, una volta ritrovata la vuole riportare a casa, nelle sue montagne.
Ecco, lì Holly è di nuovo la mia Holly; il romanzo in quei passaggi non è stato mangiato da un copione, e il film ha reso la tenerezza e la dolcezza che scorre tra le righe di quanto scritto da Truman.
Insomma, come sempre si dice: se si vuole andare a vedere il film tratto da un romanzo, è meglio leggere prima il romanzo stesso e poi guardare il film. Magari si resterà delusi dalla trasposizione cinematografica, ma l'opera che avrà dato origine al film, sarà in questo modo salva.
Concludo con una riflessione sulle opere fin qui lette di Truman Capote: "L'arpa d'erba", "Preghiere esaudite"  e infine "Colazione da Tiffany".
Per me, il suo capolavoro resta senza se e senza ma "L'arpa d'erba". Se non l'avete letto, fatelo.



Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle



domenica 23 marzo 2025

Numero 467 - Parliamo di libri: tra opere della letteratura e opere di Edizioni Convalle - Anne Tyler e Tania Mignani - 23 Marzo 2025


 

Amo ricevere libri come regalo, quando c'è qualche ricorrenza. Mi piace anche perché mi fa piacere osservare quale opera è l'oggetto del regalo, se è frutto di un pensiero relativo a ciò che potrebbe piacermi. 
In questo caso, qualche mese fa, un'amica cara, nonché autrice della mia casa editrice, mi ha fatto arrivare un romanzo che è tra i suoi preferiti: "Per puro caso" di Anne Tyler. Me ne aveva parlato e mi aveva incuriosito la storia. E dopo qualche giorno è arrivata la sorpresa!
Naturalmente l'ho iniziato subito.
Intanto, per chi non sapesse chi è Anne Tyler, vi dico che è una scrittrice americana, ha scritto una miriade di romanzi, alcuni sono diventati anche film famosi. Ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa  nel 1989.
Oggi ha più di ottant'anni e vive a Baltimora. Sono andata, per curiosità, a cercare una sua foto e ho trovato un bel sorriso e simpatico. Un po' come ho trovato il suo romanzo: con un bel sorriso e simpatico.
"Per puro caso" è un romanzo corposo, ma pur non amando i romanzi di questa mole, la lettura è stata una pillola quotidiana di piacevolezza. Qualche pagina al giorno e sono arrivata alla fine oggi.
Ma vi chiederete: cosa c'entra la foto scelta per questo numero, perché il romanzo della Tyler fotografato accanto a quello di Tania Mignani?
Ve lo spiego subito!
Quando ho iniziato a leggere il romanzo, dopo qualche pagina ho detto a Tania che mi sembrava di leggere una sua opera: due stili che viaggiano sulla stessa lunghezza d'onda, come anche la modalità di raccontare storie normali (o quasi), stando dentro la quotidianità. Una sorta di cronaca familiare con tutte le dinamiche di coppia, o tra genitori e figli.
Quindi ho detto a Tania: ma sembri tu!
Lei mi ha risposto: seeeeeeeeeeeeeeeeeee (e ha riso).
Insomma, il romanzo di Tania, "In perfetto disordine" potrebbe essere stato scritto da Anne Tyler e il romanzo di Anne Tyler potrebbe essere stato scritto da Tania Mignani.
Ma torniamo al romanzo in questione.
La storia si potrebbe riassumere in poche parole: casalinga e madre di tre figli, dentro una comune famiglia americana degli anni novanta, sentendosi poco valorizzata e quasi invisibile davanti ai figli adolescenti e al marito concentrato sul suo lavoro di veterinario, decide all'improvviso di andarsene. Non lo fa con un programma organizzato, ma durante una passeggiata lungo il mare, nel bel mezzo di una vacanza, cammina cammina cammina, fino ad allontanarsi concretamente e mentalmente dalla vecchia vita. 
Fino al finale che non vi svelo.
Ma non è che tra evento scatenante e finale, succedano miriadi di fatti, direi proprio di no. C'è il piacere di raccontare, come davanti a un caffè in compagnia di un'amica, la propria vita, attraverso aneddoti, emozioni, pensieri.
Insomma, la protagonista - Delia - diventa quasi un'amica e il lettore vuole essere partecipe di ciò che le succede ogni giorno nel suo quotidiano.
Devo dire anche che Delia è un personaggio che procura sentimenti ambivalenti nel lettore, almeno nel mio caso.
Da una parte si appoggia la sua decisione di andarsene e si comprende lo stato d'animo che scatena tutto ciò perché da donna posso dire che il sentire di Delia è comune a tante di noi. Nello stesso tempo, a volte ci si chiede come faccia, una madre di famiglia, ad andarsene così, d'un tratto, facendo perdere le tracce di sé al marito, figli e tutto il parentado.
Una storia che si legge con la piacevolezza di un tè caldo in un pomeriggio freddo d'inverno, con la curiosità di sapere come andrà a finire: cosa farà, alla fine, Delia? Un romanzo che lascia una scia piacevole, anche perché tutta la narrazione è condita da una buona dose di ironia.
E "In perfetto disordine"? 
Mi sorprende pensare che la B è qualcosa che le due scrittrici hanno in comune.
"Per puro caso" è ambientato tra Baltimora e Bay Borough; "In perfetto disordine", tra Bologna e una puntatina a Berlino.
Ma a parte questo particolare curioso, riporto una parte della prefazione che scrissi all'epoca per il suo romanzo:
Leggere le opere di Tania Mignani è come ritrovarsi seduti insieme a lei in un bel giardino, in una sera di fine estate, quando l’aria è più fresca, le luci si avvicinano all’autunno e davanti a un tramonto si sente la sua voce morbida e accogliente parlare d’amore, l’amore che tutti conosciamo, quello tra un uomo e una donna, quello che è attraversato da una miriade di emozioni.
Si resta affascinati dalla sua penna con la quale, ancora una volta, riesce a porgere al lettore storie di vita dove ognuno può ritrovare un pezzetto di sé.
Una mano, quella di Tania, autentica e sincera. Una penna che non si atteggia, ma che asseconda la sensibilità dell’autrice regalando pagine e pagine di profondità e conoscenza dell’animo umano.
Un cammino tra momenti di felicità dei protagonisti, ma anche di disperazione descritta alla perfezione, dove fa capolino l’ironia pungente di colei che narra, un’ironia amara che arriva a essere dissacrante proprio perché inserita in passaggi dove sarebbe così facile calcare la mano e virare verso il melodramma… Ma lei non lo fa. 

In conclusione mi chiedo: ma non è che Tania Mignani è Ann Tyler in incognito? :-D 
In tutti i casi, la sintesi è che la penna di Tania è di un alto livello e le auguriamo di vincere il Pulitzer per la Narrativa. Chissà... 

E poi, aggiungo, osservando la foto della copertina di questo numero, che ritrae le due opere a fianco: non si direbbe che si tratta di due copertine di case editrici di dimensioni così diverse! Che ne dite? 
Io dico che Edizioni Convalle è un gioiellino, eh lo so, sono l'editrice, cos'altro potrei dire... Però chi mi conosce sa che sono obiettiva e autocritica, non me la canto e me la suono, per intenderci... E sono più che orgogliosa di quello che è Edizioni Convalle, dentro e fuori. E non è cosa da poco.
A questo punto non mi resta che salutarvi, invitandovi a lasciare un commento a questo numero del blog, per dire la vostra. E se non avete letto i romanzi di cui vi ho parlato, fatelo! Leggete entrambi e poi ditemi se avrete avuto la mia stessa impressione.



Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle


martedì 3 dicembre 2024

Numero 458 - "Giorni da cane" e "Le lettere di Esther", le mie impressioni - 3 dicembre 2024


Ci sono dei romanzi che ti sorprendono, inaspettatamente, perché - chissà perché - di fronte alla narrativa contemporanea a volte siamo un po' snob. Ci avete fatto caso? 
Ho incrociato questo libro nella Libreria di Alice di Rimini, in occasione di una mia presentazione. Gironzolavo tra gli scaffali e "Giorni da cane" mi ha incuriosito, sia per la copertina, sia per il titolo, essendo io cane-dipendente.
Quando l'ho iniziato, il breve prologo mi ha lasciata perplessa. Praticamente c'era tutto quello che non mi piace: troppe descrizioni, troppi nomi, insomma, ho pensato che fosse un buco nell'acqua.
Però sono andata avanti.
E... wow...
Anzi: wow-issimo.
Stile, dieci e lode. Brillante, bel ritmo, moderno ma nel senso giusto del termine, perché alle volte si pensa che moderno sia uguale a una scrittura senza cura, banale, piena di luoghi comuni, sincopata ed elementare; forse perché ci sono tante persone che pubblicano ma non sanno scrivere (sono cattiva, lo so) e quindi si diventa diffidenti rispetto ad autori che non conosciamo. 
Ma torniamo al romanzo in questione. 
Erica Waller scrive benissimo, è ha uno stile tutto suo quando descrive macro e micro, che siano paesaggi o caratteri dei personaggi, emozioni o sentimenti, gioie e dolori.
Tre personaggi principali: George, un vecchio rimasto vedovo da poco; Lizzie, una giovane donna che vive in un rifugio per donne maltrattate; Dan, un counselor con un disturbo ossessivo compulsivo. Tutti hanno a che fare con un cane, ma ogni cagnolino in questione rimane laterale, una silenziosa presenza anche per il lettore. 
La storia procede tramite brevi capitoli (adoro i capitoli brevi!) e in una deliziosa alternanza conosciamo la storia dei tre personaggi. All'inizio non c'è alcun collegamento tra loro, ma piano piano ci sarà qualcosa che metterà l'uno sulla strada degli altri.
Non voglio raccontarvi la trama, ma vi invito a leggerlo perché è una grande storia che parla di sentimenti, di perdita, di assenza, di amore, di rinascita.
C'è humor, c'è commozione: c'è la vita.
Insomma, mi è piaciuto tantissimo. Si è capito?

Ma passiamo al secondo romanzo che ho appena terminato.


Questo è stato un regalo da parte di una mia cara lettrice, non solo delle mie personali opere, ma anche di quelle della mia casa editrice: Edizioni Convalle. Laura Beretta, sapendo che conduco da tanti anni un laboratorio di scrittura, è rimasta incuriosita dalla storia di questo romanzo e me l'ha regalato. 
La protagonista, una libraia francese, decide di fare un laboratorio di scrittura anomalo: gli iscritti dovranno scriversi delle lettere, alla vecchia maniera, con carta e penna per poi spedirsele con la posta. L'idea è interessante e si basa su questa conversazione epistolare. All'inizio si fa un po' fatica a seguire questo incrocio di lettere, botta e risposta, perché ognuno di loro deve scrivere ad almeno due dei compagni di laboratorio, e alcuni di loro hanno nomi simili, i conseguenza il povero lettore è quasi costretto a farsi uno specchietto :-D 
Però, quando si entra nelle dinamiche, si rimane coinvolti dalle storie di ognuno e alcune pagine sono davvero coinvolgenti, talmente coinvolgenti che, una volta concluso il laboratorio, quando la parola torna alla libraia, perde molto brio, ma si tratta solo delle ultime pagine per definire come proseguiranno i rapporti nati tra i vari personaggi. Insomma, mi è piaciuto, anche se "Giorni da cane" trovo sia più romanzo come passo narrativo. 

Ora ho iniziato "Diario d'inverno" di Paul Auster, un libro ancora diverso, bello tosto a livello di profondità, ma di questo vi parlerò quando l'avrò terminato.

Naturalmente vi consiglio sempre e PRIMA DI TUTTO ;-) le opere di Edizioni Convalle che, come sapete, sono solobelleopere! 
C'è davvero l'imbarazzo della scelta e leggendo anche narrativa contemporanea, come i romanzi di cui vi ho parlato in questo numero del Blog, devo dire con grande orgoglio che i nostri non sono da meno, anzi, a volte sono anche superiori come scrittura e intensità.
Magari potete dare un'occhiata: www.edizioniconvalle.com





Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle

venerdì 27 settembre 2024

Numero 454 - Violeta, Isabel Allende - 27 settembre 2024



Isabel Allende è tra le scrittrici contemporanee da me preferite. Ho sempre amato quel suo narrare tra reale e spirituale, e a lei mi sono ispirata nei primi anni della mia stessa scrittura, amando le stesse tematiche.
Ricordo ancora la prima volta, tanti anni fa, quando la scoprii. Ero in macchina, in coda nel traffico milanese, e ascoltavo la radio. Nel programma, a un certo punto, una voce mi fece arrivare un passo estrapolato dal famoso romanzo "Paula". Fu colpo di fulmine e da quel momento ho letto (quasi) tutto di lei.
Leggendo "Violeta" l'aspettativa era come sempre alta. Un romanzo che racconta una vita, cento anni, in un periodo storico incastonato tra due pandemie: la Spagnola e il Covid. Violeta racconta al nipote Camilo, attraverso una lunga lettera, la storia della sua famiglia. Un saga familiare, dunque. Un romanzo storico, perché, soprattutto nella seconda parte, la parte politica e sociale diventa predominante.
Devo dire che, pur apprezzando senza se e senza ma i romanzi della Allende, all'inizio della lettura, per numerose pagine, non ritrovavo quella parte che di lei amo, quel confine tra la vita e la morte dove si srotolano tanti dei suoi romanzi. Leggevo e mi sembrava che raccontasse - magnificamente, neh - le vicende, ma non sentivo quell'emozione che ho sempre avvertito tra le sue pagine.
Poi l'ho ritrovata, la sua penna da incantatrice, proprio quando i fatti narrati entravano nel passaggio dalla vita alla morte di alcuni personaggi importanti e lì c'era lei, c'era tutta con quel suo modo di parlare del trapasso da una dimensione all'altra come solo lei sa fare. 
Era lì tutta la sua magia.
Lei.
Isabel Allende.
Comunque sempre grandissima.


Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle


martedì 23 maggio 2023

Numero 443 - Sono mancato all'affetto dei miei cari di Andrea Vitali - 23 Maggio 2023


 

Non avevo mai letto niente di Andrea Vitali, anche se l'ho conosciuto qualche anno fa e l'avevo trovato parecchio simpatico: uomo ironico e intelligente. 

Mi ero fatta, però, un'idea diversa da quello che ho trovato leggendo "Sono mancato all'affetto dei miei cari" (Einaudi).

All'inizio sono rimasta un po' disorientata dal tipo di scrittura, molto disinvolta. Da un lato mi spingeva a proseguire, dall'altro mi affaticava, ma credo che dipendesse solo dalla mancata suddivisione in capitoli che, almeno a me, crea un po' di fastidio.

Un lungo monologo.

Parla lui, il protagonista, padre di famiglia nella provincia lombarda, nel periodo che si può collocare negli anni sessanta/settanta. Titolare di una Ferramenta che spera di lasciare ai figli maschi, l'Alberto e l'Ercolino, i quali, per una ragione o per l'altra gli procureranno delle belle gatte da pelare. Non è da meno la figlia femmina, l'Alice, e anche la moglie fa la sua parte per rendergli la vita difficile. Il quadro di una famiglia perfettamente descritto, dove il tema principale è dettato dal rapporto coi figli, difficili da comprendere a lui, lavoratore instancabile, senza sogni se non quello di vedere quello che ha creato con sacrifici proseguire dopo la sua dipartita.

Uno stile brillante, ironico, ma molto molto molto amaro. 

Impossibile non affezionarsi a questo eroe della vita quotidiana, viene voglia di dargli una pacca sulla spalla man mano che deve subire le conseguenze dei vari colpi di testa e decisioni dei suoi ragazzi. 

E la conclusione, l'ultima frase che si ricongiunge col titolo, strappa un momento di commozione al lettore, anche se Andrea Vitali non indugia sul momento drammatico.

Uno stile che è un'arrampicata su una parete, senza appigli, direi innovativo. Si sorride parecchio, si corre lungo le pagine assecondando il modo di raccontare i fatti del protagonista, ma alla fine, anche se si arriva all'ultima pagina col respiro affannato, si chiude il libro con il desiderio di rivolgere un complimento allo scrittore. 

Una lettura che consiglio.



Alla prossima 
dalla vostra
Stefania Convalle




mercoledì 25 gennaio 2023

Numero 429 - Un cane è meglio del Prozac, Bruce Goldstein - 25 gennaio 2023


 

Lo ammetto, leggendo le ultime righe di questo romanzo ho trattenuto a stento una lacrima. E sono andata a cercare sul web notizie di questo autore, volevo vedere Ozzy, un cane speciale che con la sua presenza riesce a tirare fuori dall'Inferno il suo papà umano. 
Una storia vera, quella che si narra. Un uomo di successo che cade nel pozzo nero della depressione, degli attacchi di panico con annessi e connessi. Ma la situazione è anche più grave perché emergono disturbi della personalità che portano l'uomo alle porte del suicidio. 
Fino a quando gli viene consigliato di prendere un cucciolo. 
E lui dopo mille ripensamenti - come potrei occuparmi di lui se non riesco a prendermi cura di me? - un giorno che avvolge New York nella tormenta più tormenta che ci possa essere, decide di fare chilometri per andare a prendere quel cucciolo di labrador. 
Il romanzo si apre così, con questo viaggio.
Ma la narrazione fa un passo indietro e nella prima parte dell'opera il lettore conosce il protagonista, lo stesso Bruce Goldestein, nel suo personale incubo dovuto a suoi problemi. 
Nella seconda parte si riprende il filo da quel viaggio e del suo ritorno a casa con il piccolo cagnolino (ancora) senza nome. 
I primi periodi col cucciolo da accudire sono un vero disastro che quasi lo fa desistere, ma tiene duro perché un passo alla volta Bruce si rende conto che avere la responsabilità di un essere vivente che dipende solo ed esclusivamente da lui lo porta a spostare l'attenzione dai suoi problemi. 
Se fino all'arrivo di Ozzy, per Bruce era quasi impossibile alzarsi alla mattina, o mettere il naso fuori dal suo palazzo se non per le strette necessità, ecco che improvvisamente scopre una ragione di vita. 
Giorno dopo giorno s'impone di essere il migliore "padroncino" del mondo: quello di Ozzy. 
Ozzy riesce a portare fuori Bruce dalla sua tana, ogni giorno, per ore e ore, e durante le lunghe passeggiate lo sguardo verso il mondo e gli altri essere umani cambia. Il cucciolo diventa il tramite con quello che c'è fuori, le persone si fermano ammirate da quel cagnolino così bello. 
S'innamora di Ozzy, lo cura come meglio può, lo accudisce come un papà verso il proprio figlio, si preoccupa se non sta bene e arriva a prendere un taxi in piena notte per correre disperato verso una clinica veterinaria quando Ozzy si mangia una scatoletta che contiene veleno per insetti. Piange e si dispera perché ha paura di perderlo.
E non lo perde.
Scopre l'amore e ritrova sé stesso.
Anche quando ha una ricaduta e in una notte terribile rivede i suoi fantasmi. Acciambellato per terra, chiede aiuto a lui, al suo cane che capisce - perché gli animali capiscono - e grazie alla sua vicinanza, il battito del suo cuore e qualche leccatina, riprende contatto con la realtà.
Ozzy diventa il suo angelo custode, il suo amico, colui che lo capisce, non lo giudica e lo ama per quello che è, con tutti i suoi problemi e fragilità di essere umano.
Grazie a un ritrovato mondo non solo nero, Bruce ritroverà anche l'amore e riuscirà a farsi una vita nuova, pur sapendo che dovrà sempre convivere con questo squilibrio chimico che dovrà sempre monitorare.

Un passo del romanzo, quello che mi ha fatto commuovere.

Da allora sono passati due anni e io sono sempre stato bene. Ma se il mostro mi assale di nuovo, e potrebbe farlo, sono fortunato ad avere Brooke e Ozzy nel mio angolo del ring.
Ma quello che mi spaventa in questi giorni è quando Ozzy e io usciamo per una passeggiata e lui cammina lentissimo. Le persone guardano ancora Ozzy e sorridono. Però spesso mi chiedono: «Quanti anni ha?» E io sussulto. Mi uccide ogni volta perché, a differenza di me, chiunque abbia mai amato un cane sa che non vivono per sempre. E a essere sincero, è difficile scrivere queste parole con le lacrime che mi colano sulle guance. Non riesco a pensare di poter vivere senza di lui. Ma una cosa la so. Quando Ozzy se ne andrà, rimarrà sempre con me, nel mio cuore. 
Per ora, chi se ne importa se cammina piano? Ha settantasette anni, per l'amore del cielo. E sapete una cosa? Ha ancora giornate magnifiche. Adora ancora nuotare. E se si innamora e vede un cane che vuole scoparsi... ragazzi, non riesco mica a tenerlo. Per assurdo, a volte, quando le persone mi chiedono quanti anni ha e io rispondo undici, non mi credono. Dicono: «Ooooh, ma guardalo, è solo un cucciolo.»
E io sorrido. E penso, già, è solo un cucciolo.
Fino a oggi, una delle cose che preferisco fare quando sono alzato fino a tardi a scrivere è portare fuori Ozzy alle tre del mattino, con il mondo addormentato; è un momento solo nostro. Solo io e il mio ragazzo. A volte gli tolgo il guinzaglio per farlo sentire libero, ma lui si gira per controllare che io sia solo a pochi metri dietro di lui. La cosa migliore di tutte, voglio dire la sensazione più meravigliosa del mondo è quando guardo Ozzy e lui mi guarda con quegli splendidi occhi da cucciolo e sorride. Sorride.



Eccoli qui, Ozzy e Bruce. Sono proprio loro.

Un romanzo per chi sa cosa significhi amare un cane, ma anche per chi non lo sa. 
Un cane può salvarti la vita.
Adottate un cane, conoscerete il vero amore incondizionato.



Io e Pepe 

p.s. Grazie all'amica Daniela Perego che mi ha fatto dono di questo libro. Mi ha fatto conoscere una bella storia che non dimenticherò.

Alla prossima 
dalla vostra 
Stefania Convalle


mercoledì 28 dicembre 2022

Numero 424 - The Fabelmans, la magia del Cinema - 28 Dicembre 2022


Le poche volte che vado al cinema, scelgo con cura il film e rimango immersa in quell’atmosfera per giorni.
Anche questa volta è successo. Anche perché, mentre guardavo lo scorrere delle immagini, pensavo a come sarà il film che sarà tratto dal mio romanzo “Il manoscritto” che, nel 2023, diventerà un film anch’esso. Grande emozione, ma di questo parleremo più avanti.
“The Fabelmans”, l’ultimo film di Steven Spielberg – nonostante fossi scettica – mi ha letteralmente conquistato per svariati motivi.
Un lungometraggio diverso da ciò che siamo abituati a vedere di questo celebre regista. Una storia intima, personale – la sua storia di come si è avvicinato al cinema, di quando e come si è innamorato di quest’arte – raccontando di sé bambino, e poi adolescente, fino al giovane uomo che inizia per davvero la sua strada che lo avrebbe portato ad essere ciò che è.
La scena finale è memorabile, il suo incontro con un grande regista ormai vecchio, che con poche parole gli dà un consiglio di vita, direi, che coinvolge anche lo sguardo di chi gira un film.
Lo sguardo. Ecco.
In “The Fabelmans”, Spielberg è bravissimo a farci capire lo sguardo di chi sta al di là della macchina da presa, che mostra quello che può sfuggire nella vita di tutti i giorni, che può anche dare una visione della realtà differente… 
Una lezione sul Cinema che ho molto apprezzato.
Ma quello che mi ha colpito di più è stata la sua storia, quella della sua famiglia dove è nato e cresciuto.
Scorrevano le immagini e vivevo una sorta di transfert: sua madre, suo padre. Mi sembrava di vedere i miei genitori. La protagonista, Michelle Williams – magnifica – assomigliava tanto a mia madre; anche lei pianista che ha dovuto sacrificare il suo talento alla famiglia, per esempio. Nelle scene dove suona il pianoforte ho rivisto proprio lei, con la sua gioia quando suonava per noi, e si vedeva il trasporto che la portava in un’altra dimensione. 
È lei, nel film, la mamma di Spielberg bambino, che lo spinge a percorrere la strada del cinema, incoraggiandolo sempre, spingendolo a sognare.
Di contro, un padre pragmatico – un po’ come lo era il mio – che invita il figlio più volte alla concretezza, che definisce un hobby quello del cinema, che non crede possa diventare la sua strada.
Un famiglia che si sposta di città in città negli immensi Stati Uniti, fino ad approdare in California; un viaggio che diventa un cammino verso un destino segnato, sia per Steven, sia per le sorti della famiglia stessa.
Nonostante l’intero cast sia eccezionale, l’interpretazione di Michelle Williams è davvero memorabile; arriva dritta l’inquietudine del personaggio che interpreta, il suo entusiasmo per la vita, ma anche la malinconia che l’afferra per la gola per determinate circostanze che però non vi svelo per non spoilerare.
Un film che incanta, commuove, ma fa anche sorridere. E soprattutto fa sognare e insegna che bisogna lottare e credere in quello che capiamo essere il nostro destino.
Bella anche la piccola parte dedicata a uno zio che passa una sola notte in casa Fibelmans, ma saprà lasciare il segno in Sammy (che sarebbe il personaggio di Spielberg ragazzo) che capirà da un monologo dello zio quanto costi essere preda dell’Arte, ma gli spiega che quando il talento è dentro di noi, bisogna arrendersi ad esso, costi quel che costi.
E una battuta della madre, a un certo punto del film, è il messaggio più importante per il giovane: “Non devi la tua vita a nessuno, nemmeno a me.”
Un invito a seguire il proprio destino, il talento, ciò che ci chiama e capiamo essere la nostra strada.
E per fortuna Steven Spielberg ha seguito il consiglio di questa mamma che sembra fragile, a tratti, ma che invece è fortissima e coraggiosa, anche per una decisione che prenderà verso la fine del film.
Due ore e trenta che corrono via senza che lo spettatore provi nemmeno un minuto di noia.
Un film che consiglio a tutti.
Non aspettatevi effetti speciali alla Spielberg, non li troverete.
Troverete molto di più: gli effetti speciali della Vita.


Buona visione!


Alla prossima 
dalla vostra
Stefania Convalle



sabato 22 ottobre 2022

Numero 415 - Destinazioni - Lapo Ferrarese


 

"Destinazioni" di Lapo Ferrarese (Phasar edizioni)

Destinazioni, un titolo che racchiude il senso della vita: qual è il nostro destino? Una serie di coincidenze?
Lapo Ferrarese è un amico e collega, perché entrambi editori ed entrambi scrittori.
Con grande curiosità e piacere ho letto il suo ultimo romanzo, uscito nel 2020.

Credo che l'età che si ha quando ci s'immerge nella pagine di questo romanzo sia un dato importante. Se si è giovani, ventenni, come i protagonisti della vicenda narrata, ci si avvicina ai protagonisti con una mentalità di chi - ancora giovane - vive la vita come se la morte fosse qualcosa di molto distante. Chi non si è sentito immortale a quell'età, invincibile, come se qualsiasi avventura o il premere sull'acceleratore non potesse mettere a rischio la propria vita? Oppure, più semplicemente, si pensa che niente possa metterci in pericolo, perché la morte non è proprio cosa contemplata.

Diverso è leggerlo alla mia età, sessant'anni suonati, quando si è camminato per un tempo considerevole per le strade dell'esistenza, e si conosce un po' la vita con i suoi colpi bassi e la consapevolezza acquisita che siamo tutti appesi a un filo invisibile.
Leggendo il romanzo, ho provato un senso di nostalgia per la giovinezza che è ormai un ricordo e la morte ha fatto già visita nella mia vita, toccando alcune delle persone a me più care. E soprattutto ho capito che la morte non guarda in faccia l'età di nessuno. 

Le pagine andavano via scorrevoli, dato lo stile fluido di Lapo, e m'immergevano in quell'incoscienza tipica dei ventenni, quando finite le scuole superiori, si regalano spesso e volentieri un girovagare per l'Europa, zaino in spalla, all'avventura, arricchendo quell'album dei ricordi da sfogliare insieme ai futuri nipoti o a ripercorrere con nostalgia quel modo di viaggiare che da grandi non ci attrae più: zero comodità, zero soldi, tante incognite. 
Si sorride di un sorriso malinconico, voltandosi indietro e ricordando come eravamo noi, all'età di quei giovani ragazzi che si perdono tra le tappe più gettonate dagli studenti che dormono negli ostelli o in un prato - non fa molta differenza - mangiano montagne di panini e pensano solo a godersi la vita.

Un romanzo che lascia il lettore, durante il dipanarsi degli eventi, in attesa di qualcosa che deve succedere, lo si sa fin dalle prime pagine. Il dramma è nell'aria, tra le pagine, e sappiamo che qualcosa di grave è accaduto. 
L'autore ci accompagna in questo diario del protagonista che rivive un arco di tempo breve, precedente alla tragedia finale. 
Viviamo nei suoi pensieri, lo ascoltiamo come un vecchio amico saggio che osserva chi ancora deve fare esperienza e cogliamo il messaggio finale che ci insegna - ancora una volta - che la vita va avanti. 

Lapo Ferrarese ci fa entrare nella mente del protagonista, nei suoi pensieri da giovane uomo, ma anche nelle riflessioni e nella consapevolezza che alla fine, se non è la nostra ora, la vita ci porta lungo quella che è la destinazione di ognuno.
Destino già scritto?
Chissà.
A voi lettori la risposta a questa domanda.
A Lapo i miei complimenti per aver scritto una bella storia che fa riflettere e che, anche attraverso a vari rimandi cinematografici e musicali, ci trasporta indietro nel tempo.



Alla prossima 
dalla vostra
Stefania Convalle


mercoledì 20 luglio 2022

Numero 408 - "La sovrana lettrice", Alan Bennet, recensione - 20 Luglio 2022


 

"La sovrana lettrice" mi aveva incuriosito dal primo sguardo: titolo, copertina, sinossi.

Un colpo di fulmine che non ha deluso. 
Un romanzo breve, brevissimo, ma come dico sempre nei miei laboratori di scrittura, né una parola di troppo, né una parola di meno. Perfetto.

La storia è geniale (ma The Queen lo sa? :-O ).

Ci sono tanti aspetti di questo gioiellino che mi hanno conquistato.
In primis, la storia in sé della Regina che, per caso, sembra scoprire l'esistenza dei libri e della lettura. Lo scrittore ci porta negli appartamenti reali, nella vita di Elizabeth fatta di doveri, educata fin da sempre a pensare, comportarsi, tenere a bada emozioni, come una Regina.
Ho sempre pensato che non sia una bella vita, l'etichetta fatta di protocolli, regole e sotto-regole... Insomma, una gabbia dorata, come si dice. E in questo romanzo si assiste a una sorta di risveglio della Regina che, pur mantenendo sempre il suo savoir faire e la compostezza che il ruolo le impone, comincia a fare alcune riflessioni sulla sua vita, sulle cose di cui è stata privata, per esempio...
Il messaggio che arriva forte dalle pagine è quanto dirompente possa essere il potere dei libri, della parola scritta, delle storie narrate che aprono porte, una dietro l'altra.

Al buio, la regina rifletté che una volta morta sarebbe esistita solo nei ricordi della gente. Lei, che non era mai stata sotto di nessuno, sarebbe diventata pari a chiunque altro. Leggere non avrebbe cambiato le cose... Scrivere magari sì.
Dovendo rispondere alla domanda se la lettura le avesse arricchito la vita, avrebbe risposto di sì, salvo aggiungere con altrettanta certezza che l'aveva anche vuotata di qualsiasi scopo. In passato era stata una donna risoluta che conosceva i suoi doveri e intendeva compierli fin quando possibile. Adesso si sentiva troppo spesso scissa in due. Leggere non era agire, quello era il problema. Anche a ottant'anni, lei era una donna d'azione.
Riaccese la luce. prese il taccuino e annotò: "Non si mette la vita nei libri. La si trova."
Poi si addormentò. 

Un processo di consapevolezza attraverso il mondo dei libri, della lettura. Questo il percorso della Regina in questo romanzo. Un percorso non privo di ostacoli, a partire da tutto l'entourage che si allarma di fronte a una regina che sembra voler dedicare - finalmente - tempo a sé stessa e - pericolo pericolo - con la lettura! Ma la Regina non è certo una donna che si lascia intimorire e sa mettere al suo posto chiunque le rompa le scatole e le faccia anche degli sgambetti. 
Insomma, una Regina che sa fatto il suo. 
Una donna dalla forza di carattere e dalla saggezza invidiabile.

Il romanzo non dà solo spazio alla riflessione, ma fa sorridere più di una volta per lo sconcerto che il nuovo interesse della Regina crea in coloro che la circondano, mentre lei cerca di coinvolgerli in questa passione. Le citazioni letterarie piovono tra le pagine mentre Queen Elizabeth chiede agli uni e agli altri se conoscono Proust, per esempio. 

Un romanzo che mi ha divertito, mi ha fatto amare ancora di più la Regina più famosa al mondo, con un colpo di scena finale che le auguriamo tutti.

Voglio chiudere questa recensione con un breve passo del libro, in uno dei suoi incontri con scrittori. 

Uno scrittore scozzese si rivelò particolarmente temibile. Alla domanda su come venga l'ispirazione rispose con ferocia: «Non viene. Maestà. Bisogna andarsela a prendere.» 

Scelgo questa citazione perché si sposa col mio pensiero di scrittrice e coach, lo dico sempre a coloro che seguono i miei laboratori di scrittura che il vero scrittore non aspetta l'ispirazione, ma sa come - appunto - andarsela a prendere. E a tale scopo facciamo un grande lavoro insieme. (Ma questo è un altro discorso).

Tornando al romanzo "La sovrana lettrice": promosso ;-) da leggere, poi mi direte la vostra opinione.

Viva la Regina!


Alla prossima
dalla vostra
Stefania Convalle