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martedì 3 ottobre 2017

numero 293 - i sogni - 4 ottobre 2017



Tenere in piedi gli altrui sogni.
E con essi, i miei.

C'è qualcosa di bello, di profondamente motivante, nell'aiutare gli altri a realizzare i propri sogni, dare corpo e spinta a ciò che sognano gli altri che, in fondo, 
hanno i miei stessi sogni.

I sogni delle parole, di far volare alto concetti e pensieri.

C'è qualcosa di magico nel sognare insieme, la forma più pura di condivisione per chi ha dentro di sé la voglia di comunicare quella parte più intima di noi che vorrebbe arrivare 
dall'altra parte del mondo.

Una responsabilità, una bella responsabilità, "bella" nel vero senso della parola, perché dentro  vite difficili da vivere è bello sapere di essere "il mezzo".

Niente di più appagante.

Delirio di onnipotenza? No.
Piacere nel dare piacere.

In fondo, come si dice... il piacere è tutto mio.

Ed è vero.

Il piacere è tutto mio.

Percepire le emozioni, un cuore che batte più forte, condividere quei sogni così privati da non essere svelati mai, quell'impressione di dare forza a chi vuole tentare di uscire dal proprio guscio... 
Niente di più bello.

E stasera vado a dormire contenta.

Una bella giornata, per me. Piccole grandi soddisfazioni. 
Ma non solo mie.
Anche di altri.

Condivisione?

Quale parola più calda e appagante...

Condividere un  bicchiere di vino, un piatto di cose buone.
Ma anche condividere un progetto, 
il tentativo di un futuro diverso.

Sognare il tappeto rosso.

Insieme.

Insieme: che bella parola.

Buonanotte, stanotte dormirò tranquilla e felice.

E vi sognerò felici.


mercoledì 15 marzo 2017

Numero 271 - Posso prendere un po' di tempo per me? - 15 Marzo 2017


Posso prendere un po' di tempo per me? 
Stasera vi racconto una storia, la scrivo io perché a volte mi dimentico che il foglio bianco mi aspetta e tante, troppe volte lo sacrifico per dare spazio ad altre cose, tutte belle e appaganti come condividere con altri scrittori gioie e dolori di questa passione, ma la voglia di stare  con me stessa e le parole che bussano ad un cuore a volte stanco stasera vuole vincere.

Vi racconto una storia di condivisione.

Un giorno di qualche tempo fa mi venne in mente un'idea, un progetto particolare che nasceva dalla mia voglia di giocare con le parole, sfidando me, le mie presunte capacità, ma soprattutto la spinta a raccontare. 
Pensai che sarebbe stato bello iniziare un romanzo che sondasse tutte le lettere dell'alfabeto narrando le memorie di una vecchia signora, una anziana scrittrice, forse come io mi vedo proiettata nel futuro.

Il progetto era ambizioso - Dalla A alla Zeta, riflessioni romanzate. 

Ma a volte i progetti rimangono fermi per tanto tempo per modificarsi, superati dalla vita stessa che ti porta verso altre storie che mi hanno chiamata, i romanzi che ho scritto nel frattempo.

E così, quel progetto si è modificato, dentro un concetto che io amo: condivisione.
E' ripartito, da quell'idea originale, un percorso diverso insieme ad altri tre autori. L'impronta è cambiata e quel primo capitolo è rimasto lì a sonnecchiare tra i file di un vecchio computer.

Ma stasera, tra un bicchiere di vino e una sigaretta, ve lo voglio regalare.
Quell'inizio che ha anche una sua fine, tutto sommato.
Una piccola storia che può vivere di vita propria.
Eccolo.


UNA SEMPLICE  "A"
di 
Stefania Convalle

Dalla A alla Zeta, mi racconto. Così mi chiedono di fare e così faccio.
Mi hanno detto – prova a scrivere quello che ti viene in mente per ogni lettera dell’alfabeto – Fosse facile!

La lettera A evoca in me tante di quelle parole che sceglierne una è quasi impossibile; e allora penso che posso attraversarle tutte come se fossero un fiume da guadare.
Ne ho guadati di fiumi nei miei settant’anni di vita! 
Sono un’anziana signora piena di acciacchi, a volte le mani mi fanno così male per l’artrosi che fatico a scrivere, ma vado avanti lo stesso perché mettere le parole su un foglio è stata la mia vita e non potrei mai rinunciare a questa magia che mi porta in lungo e in largo per le strade della mia anima.

Anima, che parola importante. Ricordo un caro amico che è al mio fianco da tanti di quegli anni che non mi ricordo più,  che un giorno mi confidò, ricordandosi del nostro primo incontro che cominciò con un abbraccio, che per lui era stato come stringersi alla sua stessa anima;  aveva capito in quel  preciso istante come la nostra amicizia fosse una perfetta fusione  che andava al di là dello stesso amore.
Amici così ce ne sono pochi e devo dire che nella mia lunga vita sono stata fortunata perché ne ho avuti di importanti che mi hanno accompagnata fino a qui, a questo settantesimo compleanno che festeggio nella casa dove ho scelto di vivere i miei ultimi anni.

La casa sul mare.

La festa è iniziata, e tra torte e candeline, mare e amache legate ad alberi alti e rassicuranti dove ci dondoliamo ricordando la giovinezza che ci rendeva forti e leggiadri, ridiamo di noi e di quello che non riusciamo più a fare perché, diciamolo, diventare vecchi è faticoso, anche se devo ammetterlo: uno spettacolo imperdibile.

Dentro l’avvenimento di un’alba che  con i suoi rosa e arancio ci rallegra gli occhi e non ce la perdiamo più per niente al mondo – anche perché dormiamo meno – ascoltiamo le ansie e le angosce dei più giovani che non hanno ancora sciolto tutti i nodi e che noi, invece, per fortuna, ci siamo gettati dietro le spalle.
Un’amica di cinquant’anni mi chiede se vorrei tornare indietro a quell’età.
No, credo sia stato uno dei periodi peggiori della mia esistenza.
Lì, davvero, si chiude una porta, e a tratti non sappiamo darci pace,  ma ancora non capiamo che si apre un portone, perché gli anni che sopraggiungono dopo, seppur zoppicanti, sono quelli che assapori di più. Sono quelli che vivi apprezzando davvero ogni minuto presente, perché il futuro è un concetto che ti appartiene sempre meno.
Impari a godere della bontà di un fico colto dall’albero. Ti sorprendi a canticchiare mentre prepari il sugo per la pasta e lo fai senza fretta perché le corse sono finite.

E poi ti regali le cose che hai sempre sognato.
Questa casa, per esempio.
Una casa col patio, colorata dei colori caraibici, perché l’allegria sia sempre con me.
Non ho più bisogno di molte cose, le ambizioni per le cose materiali sono volate via, ma forse perché ho ottenuto quello che volevo. Il successo, per esempio, l’agiatezza. Sono stata fortunata, lo ammetto.

Però  quando si è aperta quella porta, ho avuto paura.

Ora lo posso dire, la fama mi ha spaventata da morire e ne sono quasi fuggita, ma è difficile uscire da un ingranaggio che viaggia come un frullatore al massimo della potenza.
Ho avuto quello che avevo cercato per tanti anni, si erano accorti di me, dei miei libri, delle mie storie. L’euforia iniziale lasciò  presto il posto a nuove ansie, le ansie di non avere più niente da dire, di non essere più capace di accontentare un pubblico composto di lettori in attesa. Ma tutto arriva per insegnarci qualcosa e quello che dovevo imparare era che essere famosi conta poco, ma importava riuscire a scrivere qualcosa di buono che arrivasse al cuore di qualcuno.
Sono scappata dal clamore, mi sono rifugiata qui. Mi sono scrollata di dosso le lusinghe, i piccoli giochi di potere, sono scesa da un piedistallo dove mi avevano messa, era scomodo e mi toglieva la libertà.
Ho preso poche cose, la mia macchina da scrivere, dei fogli bianchi, la matita e una gomma.
Ho lasciato le “a” scomode – le ansie, le angosce, le ambizioni, le  aspettative – e mi sono portata dietro le “a” che contano – l’amore, gli amici.
Ho attraversato il fiume con le mani piene di voglia di appartenere a giornate serene e senza allungare troppo lo sguardo su ciò che sarebbe arrivato dopo.
Con me c’è una “a” importante: il mio angelo custode. C’è da tutta una vita, ma lo sento solo da qualche anno e da quando l’ho cercato, chiamato, invocato, ecco che l’ho sentito, o si è fatto sentire, non lo so. A volte mi pare persino di vederlo, tra le ombre della sera, nel fruscio degli alberi, e mi sento più sicura perché avverto il suo sorriso e so che va tutto bene.

Le mie “a” sono finite. Un piccolo vocabolario che spero abbia creato una bella atmosfera dentro la quale perdersi e viaggiare ancora insieme.

È il momento di soffiare sulle candeline.

Siete con me?

https://youtu.be/7nXu0tGYqx8

mercoledì 7 dicembre 2016

Numero 257 - TRECENTOSESSANTAPAROLE - 7 Dicembre 2016


LA LISTA DELLA SPESA
di
Stefania Convalle

Un chilo di arance, per la vitamina c, siamo in inverno, fa freddo, non voglio ammalarmi e quindi giù le rosse nel carrello.
Anche i kiwi fanno bene, ma sì, vitamina C a gogo, così mi proteggo da tutte le influenze da qui all’eternità.
Certo che, rosso-arancia di Sicilia, verde-kiwi, sembra quasi la bandiera italiana, metto insieme una bella mela dal cuore bianco e il gioco è fatto: Viva l’Italia! (L’ho già sentita questa frase.) Eh, povera Italia, diceva mio nonno! Ma questo non c’entra con la spesa. Il carrello langue di rimando al mio frigorifero a casa. Meglio continuare.
Verdura? Mah, al prossimo giro, non mi sento tanto salutista, questa sera.
Latte, sì, quello occorre, ma quale? Latte vaccino, scremato, intero, senza lattosio, di soya, di farro, di riso, di canapa. Di canapa???
Rinuncio: tè.
Quando ero più giovane, fare la spesa era molto diverso. Figuriamoci ai tempi dei miei nonni, meno scelta, ma prima scelta, questo potrebbe anche essere uno slogan pubblicitario, beh, potrei lanciarmi in questa carriera, perché, diciamolo, questa sera mi sembra che l’universo sia contro di me.
Datemi della carne, voglio diventare un lupo, almeno mostro i denti, i canini per l’esattezza. Una bella fiorentina. Ecco. Al sangue o media cottura, ancora devo capire come devo ordinarla quando vado al ristorante, non arriva mai come la voglio io. Male minore.
Ma quanta roba c’è in questo supermercato? Pure la pasta di farro, spaghetti di riso, allora non è un difetto solo del latte!
Tofu, seitan, no.
Uova, ventiquattro. Mi piacciono. In tutti i modi, sode, strapazzate, frittata di cipolle, come quella che faceva mia nonna la domenica, come antipasto. Altri tempi. Bei tempi. Ancora bambina, zero preoccupazioni.
Pane. No. Gonfia.
Pizza. No. Gonfia.
Formaggi: vade retro Satana!
Cioccolata. Resisto.
Scaffale dei vini and me. Ma quanto sono belli, arte pura, dalle etichette ai colori, alle descrizioni, fruttati, ambrati, mossi, fermi.
Cannonau. Rosso rubino, tendente al granato, profumo fruttato maturo di prugne e more, speziato, pieno, caldo, morbido. Sì.
Poltrona, calice di vino, penombra, musica. Magari riesco a vedere riflessi più rosei. Chissà.
E magari mi passa pure questa grande.immensa. incommensurabile tristezza.


TRECENTOSESSANTAPAROLE

mercoledì 30 novembre 2016

Numero 255 - Chat,mica chat - 30 Novembre 2016


TORNIAMO AL PICCIONE VIAGGIATORE.
di
Stefania Convalle


Questa sera mi va di giocare, forse perché mi sono tolta il peso di un esame al cuore che mi preoccupava (sono più sana del dottore, non vi libererete ancora di me !) e non so perché mi sia venuto in mente il lato ironico dei miei periodi bui, quando ero da sola col mio cagnolone Rocky, alla ricerca dell’amore.
Una sera,  un’amica mi convinse a iscrivermi a una chat, dove, secondo lei, gli uomini cercavano l’amore vero!
Esattamente come Alice nel Paese delle Meraviglie, le credetti.
Le successive ventiquattro ore mi lasciarono sospesa a metà tra il divertimento e lo sconcerto: ma esistevano davvero maschi (e non dico uomini perché gli uomini sono assolutamente un altro pianeta) del genere?

Una sera come tante. Computer. Amaro. Cane ai miei piedi. Musica.
Curiosiamo un po’ in questa chat, va là!

Lui Toc toc, disturbo? (Frase classica. E fin qui, okay, tutto normale.)

Io No, certo! Ciao.

Lui Ciao, Bella! (Ciao, Bella? Ossignur, cominciamo bene.)   
Cometichiami,quantiannihai,quantoseialta,quantopesi,chemisuraportidireggiseno?

Io Scusa, ma non cerco avventure. Cerco l’amore.

Lui Ah…

MISSING.

Va beh, magari era solo un donnaiolo. Voglio avere fiducia.

Lui Ciao! (Beh, questo saluta normale.)

Io Ciao! Sai, prima ho chattato con un tipo che sembrava cercasse solo un’avventura!

Lui Ah sì? Ma pensa! Dai, non ti preoccupare, non siamo tutti così! Io non cerco un’avventura, cerco una storia seria.

Io Davvero?!

Lui Sì, credo all’amore.

Io Sono contenta! Raccontami di te…

Lui Vediamo, ho 33 anni, mi piace passeggiare nella Natura, amo il mare, il cinema e il teatro, mi piace leggere e… Scusa, una domanda: ma tu le indossi le autoreggenti?

MISSING. Io.

Mi sa che non c’è niente da fare.

Lui Toc toc, ci sei? (Ci risiamo. Vediamo un po’ questo qui che dice.) Sei carina… Posso mandarti la foto del mio... (avete capito, no?)

Io Ehhhhhh???? No che non puoi!!!

Lui Ah… (Ci resta male)

Io Guarda, probabilmente tu cerchi un altro genere di donna, io non cerco avventure…

Lui Mmmmmh, ho capito… Mah, senti, se ti mando la foto, così, senza impegno, tu guardi e decidi, magari cambi idea e ci vediamo!

La situazione è talmente assurda che rido.

Io Accidenti, che autostima! Sei davvero convinto che io possa decidere di uscire con te in base al tuo simpatico amichetto che abita laggiù???

Lui Mai dire mai. (Oh, ‘sto qui è proprio convinto!)

MISSING. Io.

Va beh, adesso mi cancello.

Lui Ehi,ci sei? (E adesso chi è questo qui?) Ciao, hai voglia di parlare con me? (Se non fai il cretino può darsi!)

Io Due chiacchiere, così, tra amici, va bene?

Lui Va bene. La mia ragazza mi ha lasciato…

Io Oh, mi dispiace…

Lui Dice che è troppo corto…

Io Cosa???

Lui ...

 (Ossignur, ci risiamo!)

Io Senti…

Lui No, aspetta! Tu sei più grande e hai esperienza (Uè, calmino, ancora non mi cedono il posto sul tram!)

Io Senti, ragazzo, se lei ti ha lasciato per questo, significa che è una cretina, mollala anche tu che è meglio.

Lui Sì, va beh, ma mi puoi aiutare? Puoi dirmi se è davvero piccolo? Misura tot centimetri.

O.S.S.I.G.N.U.R.

Io Senti, non lo so!

Lui Ma come, non lo sai! Avrai pur avuto qualche uomo!

Io Beh, certo, ma mica andavo a letto col righello!!!

Lui Va beh, ma dimmi a occhio!

(A occhio??)

Io Senti, mi sembra normale.

Lui Davvero? Grazie!! Sei un’amica!!

Io Sì va beh, buonanotte!

Lui Buonanotte, ci risentiamo!

Io Eh sì, come no…

ME NE VADO.

 Lui è permesso?

Io Veramente sto andando via.

Lui No, dai, aspetta, chi sei? (Mia nonna.) 

Io Guarda, ti dico subito che non cerco avventure, così non perdiamo tempo.

Lui Non ti preoccupare, nemmeno io.

Io Ah, bene. (Sì, come no, ci credo eccome!)

Lui Amo la poesia… (Caspita, vuoi vedere che questo non è come gli altri?)

Io Veramente? Io scrivo poesie! Sono una scrittrice.

Lui Perfetto, mia Musa…

Io Ehhhh?

Lui Ho un sogno, l’unico sogno è che tu venga da me e che io possa recitare ai tuoi piedi le mie poesie, sarai la mia regina…

MISSING FOREVER.

Il giorno successivo lo staff della suggestiva chat mi contatta per chiedermi come mai me ne fossi andata. :-D

Meno male che poi mi sono iscritta a Tango Argentino e ho incontrato Giuseppe, in carne e ossa!

Morale della favola: viva la vita vera!






lunedì 28 novembre 2016

Numero 254 - I sogni - 28 Novembre 2016



I SOGNI
di
Stefania Convalle

C'era una volta una bambina timida, schiva, sempre attaccata alle gonne della mamma.
Una mamma molto particolare, una donna che la bambina ha imparato a conoscere davvero dopo averla persa. Una mamma che amava la musica e che trovava pace e  armonia interiore solo davanti al suo pianoforte. Una mamma-artista che poteva avere il mondo ai suoi piedi per come suonava, ma che aveva chiuso il suo sogno in un cassetto per amore della famiglia e delle figlie. Però quella mamma/donna aveva un mondo dentro di sé pieno di amore, generosità verso l'essere umano, che non aveva confini. Una mamma che aveva insegnato alla bambina ad amare l'arte e, a modo suo, i suoi sogni accantonati. 
Altri tempi, altre realtà, altre responsabilità. Ma la bambina aveva imparato la lezione che attraverso un semino era entrato dentro di lei.

E quella bambina aveva anche un padre che con l'arte c'entrava poco, molto pratico, concreto, ma che allo stesso modo della donna che aveva sposato, possedeva determinazione e voglia di realizzare quello che per la propria famiglia sarebbe stato il meglio.

Quella bambina è cresciuta, ha fatto la sua vita all'insegna della rottura di qualsiasi schema, coltivando dentro di sé quello che sentiva appartenerle: un mondo artistico, un mondo fatto di muri da scavalcare, di scelte scomode.

Okay, sono io quella bambina. La mia vita è stata una continua ricerca: dell'amore, di una famiglia da creare, di una realizzazione personale. Non sempre le cose sono andate come volevo, diciamo quasi mai.
Sulla mia strada ho trovato muri altissimi, persone che mi hanno guardata come se fossi un'aliena perché sognavo, sognavo in grande, sognavo "l'impossibile".
Fallimenti? Tanti.
Sogni infranti? Parecchi.
Momenti bui? Ho perso il conto.

Credere in me stessa è stata, a volte, impresa titanica. E ci sono stati giorni, lo confesso, nei quali guardandomi allo specchio, mi sentivo una fallita.

Però è vero che il colpo di reni esiste. Ed è vero che non bisogna mai mollare. Mai. Perché la Vita è una scuola, frase scontata? Sì, ma niente di più rispondente al vero. 
Siamo nati per giocare una partita e anche se ci capita, nell'arco degli anni, più di una "mano" sbagliata, c'è sempre la possibilità di cambiare le carte. Il banco non vince sempre, no.

Oggi, cinquantaquattro anni, il giro di boa è fatto, i bilanci...chi li conta più... 
Non sono più giovane, e mai come oggi lo so. Nel pomeriggio ero con Rebecca, la piccola/grande Rebecca che oggi ha quasi otto anni, e guardando un film insieme a lei, dove due ragazzi correvano su una spiaggia e giocavano agli innamorati con tutta la vita davanti, ho pensato che lei non ha ancora conosciuto l'amore di un uomo, né le delusioni, tutto è ancora sul piatto, mentre io ho già sperimentato gli scherzi del Destino... 
Ma i sogni non mollano, e mi sento forte come un leone! 

Oggi ho un amore maturo e forte accanto a me. Ho la forza e anche l'incoscienza di puntare tutto sul tavolo da gioco, la consapevolezza che non è mai finita finché abbiamo voglia di realizzare qualsiasi cosa sia nel nostro cuore.
Perché ciò che conta è che i nostri sogni abbiano battiti forti e decisi, qualche extrasistole ce la possiamo anche concedere, ma la corsa non finisce finché non ci arrendiamo noi.

La legge della Vita.

Ho vissuto più di metà della mia vita, ma so che è ORA che la quadratura del cerchio è possibile.

Alla fine, non più bambina, porto ancora con me i sogni e le aspirazioni, insieme agli insegnamenti, dei miei genitori. E grazie a loro, grazie ai loro sacrifici dei quali io godo i frutti e i mezzi per realizzare ambiziosi progetti; grazie alle persone che ho saputo richiamare intorno a me; grazie al concetto di Amore e Ricerca della Via giusta; grazie a tutto questo so che posso farcela.

La vita è sempre pronta a mostrarti che... è possibile. E non importa quanti anni si abbia. 
Fino all'ultimo secondo, è possibile.

Credeteci. E provateci.
Non mollate mai.
Mai.





domenica 27 novembre 2016

Numero 253 - Il treno che passa - 27 Novembre 2016


IL TRENO CHE PASSA
di
Stefania Convalle

Quanti treni, quanti. Non me lo ricordo nemmeno più. 
I treni della mia vita, quelli che ho preso, quelli ho perso per un soffio dopo una corsa a perdifiato sulla banchina e ho  visto allontanarsi senza di me, quelli che ho lasciato andare per paura o mancanza di coraggio.
Coraggio, paura, coraggio, paura: una bella lotta.

E adesso sono qui, davanti a quel vagone che ammicca e mi sussurra di salire. Paura di perdere, il grosso punto di domanda che ci viaggia accanto, sempre. 
Intorno a me un fiume di persone che sale, scende, indifferente persino a se stesse. L’umanità che si muove e decide in un attimo, istanti che non dimenticherà più.
L’orologio scandisce i minuti che mancano alla partenza, decisioni che corrono insieme alla lancetta dei secondi. Il tempo passa e mica torna, eh no, questo l’ho imparato! Sono di nuovo bambina con tutta la vita davanti, quasi avessi quel cappottino grigio, calze al ginocchio e stivali con le stringhe. Bambina che stringe il manico di una valigia piena di sogni e fiducia.
Assenza di suoni, silenzio, nonostante il rumore della stazione, voci mute, sorrisi e visi seri che guardo come in un film. Sono dentro o sono fuori? Dentro o fuori. Alla fine si riassume qui tutto il senso di un’esistenza.

Il capotreno, cantastorie di frammenti su rotaie sempre uguali, ha occhi attenti e forse persino lui si sta chiedendo  se stare dentro o fuori, e forse i secondi fuggono anche per lui, dietro quell’aria così composta e sicura. Sarà quella la vita che sognava? Sarà quella la poesia che il destino aveva scritto per quell’uomo nella sua divisa?
Lo guardo. Mi guarda. Che strano, sembra che i nostri pensieri si siano messi a conversare, li sento sorridere tra loro e accendersi una sigaretta dopo tanto tempo che non si fuma più.

Ecco, guarda l’orologio, controlla che tutti i passeggeri siano saliti, chiude le porte; ne manca solo una, la sua. Sale sul primo gradino, si ferma, si volta verso di me che sono ancora lì.
Mi porge una mano. 
Sali. Dai, sali e non ci pensare.

La vita è un’avventura: salgo.

mercoledì 16 novembre 2016

Numero 252 - La stanza senza porte (I racconti della buonanotte) - 16 Novembre 2016


La stanza senza porte
di
Stefania Convalle
(I racconti della buonanotte - 2)

Mi accade ogni notte. Stessa ora, stesso sogno.
Una stanza senza porte, mi trovo lì, non so come ci sono entrata, e non so come ne uscirò. Solo finestre da dove vedo i panorami più svariati. La stanza senza porte è strana, diroccata, abbandonata, trascurata, ma ha un bel pavimento sul quale cammino a passi incerti e curiosi.
E'  una sensazione che mi prende alla gola. I miei pensieri sembrano falene che  sbattono contro le pareti e più si scontrano con i muri scrostati e più diventano cupi, quasi si sentissero chiusi dentro una prigione perché pensieri… sbagliati. Prendono forma, li posso addirittura vedere per come diventano affamati mentre divorano loro stessi, perché in quella stanza non c’è altro se non loro.
Pensieri carnivori che cercano la via, l’uscita nascosta tra i mattoni. Non ce la fanno mai, mai prima del mio risveglio. Mai.
Ma stanotte, prima di addormentarmi, ho letto un vecchio libro che ho trovato su una mensola in alto della mia libreria, polveroso e quasi rassegnato a non essere più toccato dalle mani di qualcuno; sembravano massime, consigli per vivere meglio, forse solo per pensare nel modo giusto.

Ma c’è il giusto modo di pensare?

Caro amico, ricordati che la tua mente è come una stanza senza porte. I pensieri nascono e muoiono lì. Presta attenzione a come li partorirai, perché il loro essere determinerà il panorama che vedrai dalle finestre di quella stanza. Non è facile, ma se ogni sera, quando chiuderai gli occhi prima di dormire, t’immaginerai  sulla montagna più verde e maestosa, con le vette davanti a te, i tuoi pensieri si coloreranno e diventeranno leggeri e accoglienti.
Perché un bel pensiero trova sempre la via: ricordatelo.

Ci provo. 

domenica 6 novembre 2016

Numero 250 - Il racconto più breve della storia: 78 parole - 6 Novembre 2016


DJ NELLA NOTTE
di
Stefania Convalle

Un piccolo studio dalle pareti verdi, il mio vestito di questa notte. Lo indosso volentieri, amo questo lavoro fatto di parole sussurrate a un microfono, radioascoltatori nottambuli che chiedono attenzione.

Notte stellata a tutti, cari amici che mi seguite, chi c'è in linea?

La telefonata arriva e rimbalza sulle pareti. La voce roca e impastata di alcol trascina parole di solitudine e disperazione.

Come ti chiami?

No - risponde lento - chiedimi come mi chiamavo.

Off line.

mercoledì 2 novembre 2016

Numero 248 - I racconti della Buonanotte - 2 Novembre 2016


I RACCONTI DELLA BUONANOTTE
1
di Stefania Convalle

Finalmente. 
Finalmente si poteva infilare sotto le coperte per prendersi una vacanza dalla realtà. Dalla vita dura al sogno in cui ricaricarsi, durante la notte, otto ore tonde tonde per dimenticare tutto e rifugiarsi nel sonno.
Tutto il rituale era compiuto. Gas chiuso. Rubinetti chiusi. Porta di casa, chiusa. Piccole manie che diventavano, ogni sera, alle undici esatte, il cerimoniale che doveva accompagnarla nella valle dell’immaginario.
Amelia aveva fatto un corso sui viaggi astrali e aveva imparato che poteva partire ogni volta che andava a dormire. Beh, non era così semplice, uscire da sé, ma restare vigile, non  cedere al sonno, far addormentare muscoli e tutto l’armamentario, insomma, fare una ninna nanna al proprio corpo recitando una parolina che sembrava magica – FA-RA-ON – come un mantra.
Ci aveva provato diverse volte, le avevano spiegato che doveva cogliere quel preciso istante in cui ci sta per addormentare, e allora, solo allora, alzarsi dallo stesso suo corpo e distaccarsi dalla materia. 
All’inizio aveva paura: e se non fosse riuscita a rientrare nelle sue membra che rimanevano a rigenerarsi sul letto, mentre lei girovagava attraverso la sua coscienza? Al pensiero di vagare per sempre chissà dove, cedeva al sonno e pensava che vi avrebbe riprovato la sera successiva.
Ma quella notte… Fa-ra-on Fa-ra-on Fa-ra-on… Capì che la parte fisica di lei  era addormentata profondamente, mentre la coscienza era bella sveglia come dopo aver bevuto dieci caffè.
Si mise a sedere sul letto, leggera come dopo una dieta ferrea, si alzò e si accorse che si poteva guardare dormire: che strana sensazione!
Ora sapeva di poter andare ovunque, dal Sud al Nord, Est o Ovest, sulla Luna o su Venere, viaggiando oltre il tempo, prima e dopo.
Poteva anche decidere di dare un’occhiatina in qualche altra dimensione. Non c’erano cartelli per indicargli la strada e a dare suggerimenti. Chiuse gli occhi e le sembrò di levarsi in volo, in un volo senza ostacoli, nessun muro, niente di materiale  che non potesse attraversare con la sua energia. La paura di allontanarsi troppo dal suo corpo, però, la bloccò poco lontano. E se avesse perso la bussola?
Quella notte si limitò a fare una passeggiata astrale nei paraggi della sua casa, curiosando sopra i tetti delle case, quasi vicino alle nuvole dalle quali spuntava uno spicchio di Luna.
Che meraviglia! Pensò. Osservare senza che nessuno ci scorga, poter sostare tra i rami di un albero, proprio quello dove suo marito, quando erano ragazzi, l’aspettava per uscire insieme.
Quanti anni erano passati e quanti i sogni svaniti, lui era cambiato, ma forse anche lei non era più la stessa ragazza che lo  guardava come se fosse l’unico uomo sulla Terra.
Pensò al proprio corpo profondamente addormentato in quel letto matrimoniale, quasi un manichino senza coscienza. E accanto, immaginò quello ormai appesantito di Matteo. Un’ondata di tenerezza, un sentimento accecante come la luce di quel lampione sotto casa, la investì e la fece precipitare di nuovo nel corpo che aveva abbandonato pochi minuti, ore, prima… Chissà.
Il calore di Matteo la fece sentire al sicuro. Si girò verso di lui che dormiva su un fianco, come ogni sera. S’incastrò contro di lui, abbracciandolo.
E nessun viaggio astrale le sembrò più appagante di quel contatto umano.

Buonanotte.