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mercoledì 2 agosto 2017

Numero 290 - Per non dimenticare - 2 Agosto 2017

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 VITE INTERROTTE
di
Tania Mignani


Anna rivolge un ultimo sguardo all’enorme tabellone nero che illustra i treni in partenza e in arrivo. Le piace guardare le lettere bianche che scorrono modificando le destinazioni e il numero dei binari.
Prova a concentrarsi sugli annunci pronunciati dalla voce all’altoparlante ma fatica a capire le frasi che rimbombano nell’affollato ingresso della stazione. Sa già che il treno con cui arriverà Marco è in ritardo, l’ha chiesto poco istanti prima al bigliettaio mentre le consegnava i due biglietti per Rimini. L’uomo non è stato molto preciso, innervosito probabilmente dalla lunga fila alle sue spalle.
Un rapido sguardo all’orologio: le 10:00 e l’altoparlante ha appena annunciato un ritardo di quaranta minuti. Con il dito appoggiato sul vetro della bacheca, cerca sul tabellone giallo gli orari di partenza per Rimini, forse riusciranno a prendere il treno delle 11:10 al binario cinque. Si guarda intorno un po’ smarrita, quaranta minuti di attesa prima che arrivi Marco, sperando che il suo treno non accumuli altro ritardo, cosa molto probabile. Il caldo e l’umidità che provengono dall’esterno le fanno scartare l’idea di ingannare il tempo tra i banchetti della vicina piazzola.
Lancia una rapida occhiata nel vetro della porta della sala d’aspetto mentre vi entra. E’ soddisfatta dei suoi capelli neri, con quel taglio un po’ bizzarro da folletto e il ciuffo decolorato che ricorda “Crudelia Demon”.  Attraversa la sala incrociando gli sguardi di disapprovazione di alcune persone. Vorrebbe far loro notare che siamo nel 1980 ed è ora che si diano una svegliata. Scrolla le spalle, in fondo, chissenefrega, è abituata ormai alle critiche da parte dei professori e dei parenti rivolte al suo abbigliamento. La mamma spesso difendendola risponde loro che “è la moda, l’importante è che faccia il suo dovere a scuola e che non si droghi”.
Anna trova una sedia libera e si siede, leggermente infastidita dalle urla stridule dei bambini che si rincorrono tra i bagagli abbandonati a terra e dal vociare ininterrotto degli adulti.  Il tempo sembra non passare mai, avrebbe voglia di chiacchierare con qualcuno. Riconosce una ragazza seduta all’angolo opposto al suo, frequenta la sua scuola, quarta C. Potrebbe andare da lei con la scusa di chiederle una sigaretta e fare due chiacchiere ma non trovandosi molto simpatiche continuano a ignorarsi reciprocamente.
Pensa a Marco, Anna e Marco…. Suona bene, talmente bene che anche Dalla ci ha scritto una canzone, certamente non è il genere musicale che amano, ma da quando stanno insieme ogni volta che passa in radio, lei non cambia più stazione. Le piace la musicalità dei loro nomi affiancati e ripete mentalmente la strofa finale, sorridendo al pensiero che fra poco meno di un’ora saliranno su un treno diretto al mare per trascorrere insieme il week end.
Anna apre la sua sacca di nylon nera, dentro un costume di 
ricambio, il sacco a pelo, il registratore portatile con alcune 
cassette e l’inseparabile agenda. Le sue poesie demenziali, i 
suoi disegni e pensieri sono rinchiusi tra quelle pagine. 
Marco piace sfogliarla, ciò che scrive lo diverte, dice che 
ricordano i testi degli Skiantos. Secondo lui Anna ha talento e dovrebbe coltivarlo, è stato l’unico finora che ha riconosciuto in lei una particolare attitudine. Sicuramente non i suoi 
genitori i quali non si aspettano da lei grandi cose: una media decente a scuola e una probabile laurea in lingue o in lettere 
perché l'insegnamento, dice la mamma, “è il lavoro più adatto a una donna con famiglia”, dando ovviamente per scontato 
che quella è la vita che desidera. Il futuro ora le pare così 
distante, ancora un anno di Liceo poi chissà...
Fra poco più di un mese Marco terminerà il servizio militare e potrà riprendere i suoi studi al DAMS ma nelle ultime lettere descriveva animatamente il suo desiderio di andarsene.  
Anna passerebbe ore ad ascoltarlo mentre Marco racconta i 
suoi sogni e progetti. Un futuro declinato al plurale che 
comprende anche lei. 
Questa è la ragione per cui lo ama tanto.

Una rapida occhiata all’orologio, questo tempo bastardo 
pare non passare, minuti interminabili la separano dal mare, dal suo week end finalmente libero, ma soprattutto da Marco. L’agenda fidata aperta sulle gambe e la mente che rincorre 
un’ispirazione che non arriva. Troppa confusione, troppo 
caldo e sono appena le 10:20. A pensarci bene il giro in 
piazzola non sarebbe stata una cattiva idea, ma ormai le 
conviene aspettare pazientemente.
Osserva la pagina bianca davanti a sé, cerca nell’astuccio il 
pennarello rosso e traccia un cuore grande quanto il foglio. 
Troppo banale forse come soggetto ma esprime al massimo 
ciò che Anna prova in quel breve momento di attesa.

Solo pochi istanti e non rimarrà traccia di una sacca di nylon nera e del suo contenuto, un costume di ricambio e un sacco a pelo, tanti sogni e un futuro interrotto, di un’agenda aperta 
con un cuore rosso, appena tracciato sulla data:  
2 agosto 1980.

(Nel rispetto di tutte le vittime reali e delle loro famiglie 
vorrei precisare che personaggi, nomi e situazioni sono 
completamente frutto di fantasia. 
Altrettanto non si può dire, purtroppo, degli avvenimenti)





martedì 27 giugno 2017

Numero 285 - Una vita sfigata - 27 Giugno 2017


VITA  SFIGATA
di
Daniela Perego

Venni al mondo, non so esattamente quando, ma anch’io nacqui ed ebbi, ovviamente, un padre e una madre naturale, dei quali non conosco l’esistenza. Anche la data di nascita è incerta, come il luogo in cui si udì il mio primo vagito.

Sfigato dalla nascita. 
Mi trovarono sui gradini di una chiesa. Abbandonato, come da copione, in una notte gelida; avvolto in una coperta logora, solo con una piccola salvietta al posto del  pannolino e una cuffietta lavorata all’uncinetto.
L’orfanotrofio è stato la mia casa fino a quando la madre superiora, in combutta con il parroco della Chiesa di St.Patrick, mi spedì in seminario. Inutile dire che tanto feci, che mi espulsero nel giro di due mesi: ma vi pare possibile studiare tutto il giorno, pregare in latino e farsi venire i calli alle ginocchia per le ore passate in chiesa a meditare o ascoltare la messa?

Fui affidato alla famiglia Carter all’età di 14 anni. Rose e Nick avevano un figlio di un anno più grande di me, un tipo dai modi effeminati, sempre con il naso nei libri; si isolava nella sua camera a scrivere, riempiendo quaderni di poesie o brevi racconti. Una volta riuscii a prendere dal suo scrittoio un foglio con l’inchiostro ancora fresco. Solo qualche pensiero o forse una traccia di poesia: «I nostri corpi abbandonati all’oblio dei sensi, attimi rubati al mondo crudele, che nega il nostro amore…» e altre parole che non feci in tempo a leggere. 

Mi restava l’ultimo anno di liceo; Nick si era premurato di trovarmi un posto da impiegato nella stessa azienda in cui lavorava come dirigente, dopo una lunga scalata partita dalla qualifica di commesso. Secondo lui dovevo ritenermi fortunato a cominciare come impiegato... E questo grazie agli studi: non sono mai stato un bravo alunno, le note e i richiami dei professori erano quasi all’ordine del giorno.
«Prendi esempio da tuo fratello!» mi ripeteva Rose, mentre Nick era sempre pronto con la cinghia per punirmi.
Decisi che sarei scappato: dal liceo, da Rose e Nick e da quella vita schifa che mi aspettava dietro una scrivania. 
Non mi serviva sapere. A me bastava conoscere posti e gente nuova, volevo vedere il mondo e lo avrei fatto pagandomi gli spostamenti con qualche lavoretto qua e là.
La mia vita era altrove.

Pensai di raggiungere mio fratello per avere la possibilità di vivere qualche mese a scrocco nella villa in cui  abitava con il Professore Parker, scrittore di fama mondiale; ufficialmente era il suo maestro nell’arte dello scrivere,  lo avrebbe portato alla fama... a sentire i miei genitori; secondo me, invece, era solamente una via di fuga e di facciata dalla realtà di una coppia di fidanzati, sorpresi più di una volta dal sottoscritto in atteggiamenti equivoci, a dir poco “strani”, con conseguente crisi di mal di testa da parte del signorino Paul, mio fratello.
Detto fra noi, ho sempre ritenuto mio fratello poco dotato. Molto riservato, si chiudeva sempre in bagno a chiave, socializzava poco e solo con i ragazzi; era  evasivo nei discorsi sul sesso. Insomma credo proprio che non si sia scopato nemmeno una ragazza.
No, non era proprio il caso di andare da Paul. Con tutto che, magari, mi sarei ritrovato a doverlo consolare nei momenti di crisi; non da meno in una casa di letterati mi sarebbe toccato leggere, o addirittura acculturarmi!. Libri, parole… Vade retro, Satana!
Volevo viverla, la vita, mica leggerla…

Basta, era ora di partire. Valigia pronta, notte fonda e liceo quasi deserto per le vacanze natalizie.
Non sapevo che l’avventura mi sarebbe stata servita su un piatto d’argento.
Ma lasciate che vi racconti i fatti.


Mi avviai con la piccola valigia alla fermata della corriera per Pittsburg. Stringevo il bavero del cappotto per ripararmi dall’aria gelida che sferzava Chicago in quel momento, pensando al calore del termosifone della mia stanzetta al College. Attraversai Lake Park, oltre il quale avrei raggiunto la stazione degli autobus: mi piaceva viaggiare su quei grandi pullman color argento dalle strisce laterali blu e rosse con la scritta American Line, sedili comodi e riscaldamento al massimo.  
Il caldo non fu l’unico piacere del quale ho goduto durante il viaggio in  questi vagoni su ruote, non so se mi spiego... Ricordo che aveva i capelli rossi come il fuoco e due seni prosperosi bianco latte con capezzoli turgidi sotto la maglietta bagnata dalla pioggia d’aprile. Passammo un’ora indimenticabile nel granaio della stazione di servizio in cui la corriera fece sosta.

Ma torniamo a  noi. Alla fermata fui avvicinato da una signora sulla quarantina, impellicciata, capelli biondo platino e mani curate con unghie laccate di rosso della stessa tonalità del rossetto; stringeva una piccola borsetta di coccodrillo nera e trasportava a fatica una pesante valigia di cuoio con cinghie in pelle e grandi fibbie lucide. Anche lei era diretta a Pittsburg. Sedemmo vicini e dopo qualche battuta di cortesia mi immersi nella lettura... Mica di un libro, solo di un volantino di propaganda elettorale, infatti passai in breve tempo a un sonno profondo. Fu l’ultima volta che riuscii a dormire così bene. 
Il risveglio fu tragico e violento: Miss Gloria Lee era morta. Un piccolo rivolo di sangue usciva dalla bocca, e gli occhi di un celeste acquoso erano spalancati, seppure impossibilitati a vedere.
Un cadavere proprio al mio fianco… Una bella sfiga. L’assurdo era che  non mi potevo muovere di un centimetro, nell’attesa che la Polizia, giunta nel giro di mezz’ora dalla città più vicina, espletasse tutte le formalità del caso: la fotografarono, esaminarono sommariamente il cadavere procedendo alla rimozione di quella che, poche ore prima, poteva essere un’altra esperienza da raccontare agli amici, a ricordo del viaggio. Non era messa male a carrozzeria e pareva una a cui piacevano i giovanotti.
Ovviamente fui interrogato ma, vista la difficoltà con cui venni svegliato, le indagini si diressero in un’altra direzione. Almeno per qualche ora.
Si fece buio presto e tutti i passeggeri, più l’autista, si stavano riposando e rifocillando nell’unico bar disponibile nel raggio di parecchi chilometri gestito dai  proprietari della pompa di benzina Gulf, una coppia oversize totalmente incapace e impreparata a ricevere una cinquantina di persone contemporaneamente.

Poco prima di mezzanotte avvenne la scoperta che mi avrebbe coinvolto nell’intera vicenda, portandomi poi a passare un pezzo della mia vita in questo buco di posto, in culo al mondo, dal quale, se sarò fortunato, me ne andrò il mese prossimo.
La valigia di Miss Gloria conteneva il corpo di un uomo, anch’egli sulla quarantina, ovviamente morto e completamente nudo. Nessun segno apparente di violenza, ma non vi erano dubbi che fosse stato assassinato.
Le mie impronte sulla valigia parlavano di complicità, più il fatto dell’essere seduto vicino alla “mia amante” (magari ne avessi approfittato, invece di dormire!), come più volte ribadito dal sergente Smith, non lasciavano dubbi: avevo ucciso il povero marito di Miss Gloria e poi assassinato lei sull’autobus. 
Il tempo, molto tempo, ha dato ragione al mio avvocato che, seppure d’ufficio, si è impegnato a dimostrare la mia innocenza e pare che l’epilogo si avrà tra circa un mese, alla prossima udienza.  
E' stato dimostrato che fu Gloria a uccidere il marito, con una dose massiccia di veleno per topi; poi con l’aiuto dell’amante vero, il portiere del suo palazzo, ha ficcato il corpo inanime nella valigia. L’intenzione era quella di riportare il marito a casa della madre, lasciando la valigia all’ingresso dell’abitazione come un pacco reso non essendo risultato idoneo alla richiesta. Lei ebbe la punizione divina per mezzo di un ictus che la colpì durante il viaggio. 
Proprio vicino a me doveva sedersi?

Se tutto questo finirà e mio fratello Paul  verrà a prendermi il giorno che uscirò di galera per accompagnarmi dai nostri vecchi, regalerò questa vicenda alla sua penna e non aiuterò mai più una donna a portare alcun bagaglio. 
Fosse solo una piccola sporta della spesa.





martedì 24 settembre 2013

Numero 137 - Dove ritorniamo - 24 Settembre 2013


DOVE RITORNIAMO
di 
IPPOLITA LUZZO

Nella circolarità della nostra vita ritorniamo sempre all'infanzia, all'adolescenza, tutto quel che succede dopo è un giro di giostra, una schermata e poi l'infanzia ci insegue e ci riporta indietro. A lei ritorniamo più o meno consapevoli, più o meno felici, più o meno soddisfatti. Le rondini di Maggio, i loro voli, circolari, rasenti il mio balcone e di fronte la Chiesa barocca, il suo bellissimo giardino che nessuno ricorda più. La nonna che fumava qualche sigaretta, di nascosto, come una ladra, dietro una finestra, lo zio lento, maldestro, che sicuramente avrebbe rotto qualche tazza, avrebbe versato il latte per le scale. La mia mamma che lavorava, con i capelli corti, un foulard in testa, scendeva in una botola, prendeva la carbonella, preparava un braciere per una serie di maschi ai quali era d'uopo riscaldarsi. Le donne di casa preparavano grandi ceste con cenere fumante e le lenzuola bianche sotto la cenere profumavano, di buono, di famiglia.

Ugo mi accompagnava a scuola, Palma veniva dalla nostra campagna, dormiva da noi il sabato poi ritornava alle sue galline, ai suoi cani, ai gatti.

La cucina in muratura, il forno a legna per fare il pane, i taralli per Pasqua, con l'anice nero, ed il baccalà con le patate del Venerdì.

Ero convinta mi volessero avvelenare bambina, chissà perché, leggevo troppe favole nere, ero convinta di essere di troppo, in quella famiglia numerosa, articolata, complessa. Ero sicuramente non capita.

Non c'era il tempo.

Mangiavo poco, ero magra, magrissima, debole, debolissima. Quanti Record B12 ho bevuto nelle primavere della mia infanzia e prima adolescenza!

Pensavo, leggevo e pensavo, studiavo, amavo la scuola, non conoscevo altro.

Amavo i diari scolastici, i quaderni, le penne, il banco dove io trovavo il mio posto. Non c'era posto per me in parrocchia, ero timida, ero poco intonata, nemmeno un coro.

Riuscii ad andare in bicicletta dopo e ricordo un grande pentolone di salsa contro cui andare a sbattere nel vico chiuso dietro casa.

Non imparai nemmeno l'alligalli, malgrado gli sforzi di mia cugina, non avevo ritmo!

Non parlavo, con chi avrei potuto parlare di personaggi letterari, leggere poesie che scrivevo, sceneggiature mai recitate! Avevo sempre il muso! Il mio papà, sempre molto carino, mi chiamava Cassandra, Capra maltese cioè ribelle, testarda. La zia Giuditta mi chiamava Sandrina, le ricordavo Sandra Mondaini, per tutti ero studiosa, capace, ma poi finiva lì.

Come se fossi ancora in quella casa dove peraltro non vivo più da tanti anni.

Ma non sono vissuta da nessuna parte, non ho ricordi delle altre case dove ho abitato, non ho ricordi di questa dove abito da più di quindici anni. Tutti non non andiamo da nessuna parte, ma è bello andare. Quel che non ho fatto allora lo faccio ora, so ballare l'alligalli, so parlare in pubblico, sono elegante e sono carina e saprei fare molte altre cose se sarà il mio destino poterle fare. Il tempo è circolare, nulla si perde e tutto è per sempre, ma la selezione annulla il superfluo, il banale, il quotidiano, annulla lo squallore di una vita falsa e ci ridà le immagini essenziali a dirci chi siamo.

venerdì 20 settembre 2013

Numero 135 - La vecchia cucina - 20 Settembre 2013


LA VECCHIA CUCINA
di
Marilena Mascarello

Sento ancora il profumo antico della stufa di ghisa e il tepore nella vecchia cucina.
Udivo il ciabattare della nonna e il rovistare tra i tegami, aspettavo di gustare il pollo cotto con cura, affogato nell'intingolo rossastro, dove avrei inzuppato il pane arrostito.
Finalmente veniva il momento, ci si sedeva stretti l'uno accanto all'altro, troppo vicini. Tutti mangiavano e chiacchieravano, mentre io reclamavo l'ultima coscetta e, afferrandola con le mani, la guardavo golosa prima di addentarla. Con il boccone ancora in gola mi alzavo dal tavolo e mi sedevo alla finestra, i gomiti appoggiati al piccolo davanzale. Fuori la vista era sempre quella, il viottolo sassoso e il roseto arrampicato tra i mattoni del vecchio pollaio. Con una vecchia matita trovata chissà dove e il foglio di un quaderno ingiallito disegnavo una bambina col fiocco, un gattino baffuto, un sole dietro a semplici montagne e naturalmente fantasticavo. Per alcuni attimi il mio mondo era un altro ed io ne ero la padrona. Dietro la curva, un paese di folletti, tra le rose, fate e regine, tra il cespuglio delle ortensie, streghe e draghi.

Ma la sera arrivava presto, il sole calava e imbruniva all'improvviso,
sparivano il viottolo, il roseto, il pollaio. Dall'unica lampadina proveniva una luce fioca e i miei disegni si facevano confusi, come le mie fantasie. Mi scuotevo dai miei misteri, abbandonavo i miei capolavori e cercavo posto intorno al tavolo tra gli adulti che parlavano con voci sommesse di cose che io non sentivo.
Era l'ora del caffè, improvvisamente il suo aroma si spandeva per la cucina. La vecchia caffettiera faceva da padrona al centro del tavolo e le tazze bianche un po' scrostate si riempivano della bevanda fumante. La nonna riempiva di caffè una piccola tazzina scolorita, rosa pallido, con donnine danzanti e cavalieri in ginocchio, me la porgeva con un sorriso convincente, due cucchiaini di zucchero e ne gustavo tutto il sapore, mescolavo e rimescolavo il fondo zuccherato. Al momento dei saluti un gran fermento di voci e abbracci e si tornava a casa. Il momento del rientro mi metteva una tristezza che ancora oggi avverto come fosse allora. Solo quando nell'atmosfera della mia cameretta affondavo nel letto al sicuro tra le coperte ritornava il mio mondo e tutto era di nuovo solo mio.

E così arriva sul Blog la nostra Marilena Mascarello in veste di narratrice. 
Arriveranno anche le sue poesie, ne ho lette di molto belle, ma ho voluto dare la precedenza a questo breve racconto che mi ha colpita per la sua delicatezza e per le immagini che, bene o male, si ricollegano all'infanzia di tutti noi: una nonna, il calore della famiglia, i disegni e la fantasia dei bambini...

E voi, volete raccontare un vostro ricordo di quando eravate bambini?

mercoledì 18 settembre 2013

Numero 134 - A Londra in Autunno - 18 Settembre 2013


A LONDRA IN AUTUNNO
di
Daniela Fontana

   E' l'alba. Fuori è ancora buio ma già si sente il brusio e il rombo delle auto di chi si appresta ad attraversare la città per raggiungere il posto di lavoro.
   Molti l'auto non la prendono, preferiscono la metro, più comoda, più rapida ed indicatissima ad evitare attacchi epilettici e improvvise crisi di nervi mentre si è intrappolati in file di macchine lunghe diversi chilometri.
   In verità qui a Londra il traffico, che certo rappresenta una nota dolente nella vita quotidiana di questa metropoli bella e dannata, non mi annoia né m'infastidisce. Soprattutto in Autunno.
  Sulle strade che collegano il Nord di Londra con il Sud, l'Est e l'Ovest, la natura, il verde, i viali alberati sono dappertutto e in Autunno, appunto, la città si veste di colori così affascinanti, intensi e caldi che rimanere bloccati su una noiosissima e normalissima strada, diventa un'esperienza unica, o almeno lo è per me.
   Ma se si vuol godere di emozioni ancor più forti, è necessario spostarsi nei meravigliosi  e numerosi parchi londinesi, dove non si può assolutamente rinunciare ad una lunga e salutare passeggiata.


  A Southgate, signorile quartiere a nord di Londra dove momentaneamente ho il privilegio di abitare, ce ne sono tre, ma quello che io preferisco è il Broomfield Park. Distese immense di prati, alberi secolari, laghetti che pullulano di germani reali e l'immancabile parco giochi luogo privilegiato da tutti i bambini, compresi i miei.
   Ad aver tempo bisognerebbe visitarli tutti, a cominciare dai più noti Hyde Park, Regent's Park, Green Park, St Jame's Park, etc... e assaporare  di volta in volta emozioni e attimi senza tralasciare nulla: il profumo di terra bagnata, un giro in barca su deliziosi laghi argentati, un timido raggio di sole che, affacciatosi furtivamente, rallegra e ravviva il verde circostante, osservare uno scoiattolo mentre sgranocchia noccioline dalle tue mani, il freddo intenso e pungente che, piacevolmente, porta a rinchiudersi in uno dei tanti caffè per scaldarsi con una buona cioccolata calda o con un english tea very very hot.
   Tutto è magia a Londra, in Autunno.
   Le strade per lo shopping già si illuminano a novembre, quando il Natale è ormai vicino e la gente, tanta, si riversa nelle vie per i primi acquisti: Oxford Street, Piccadilly Circus, Knightsbridge, affollatissime, accolgono centinaia di  negozi pronti a soddisfare qualunque tipo di richiesta, per non parlare dei mercati... da Covent Garden, dov'è possibile fermarsi a mangiare qualcosa mentre l'artista di strada di turno intrattiene piacevolmente i presenti, a Brick Lane, dove personaggi equivoci propongono, senza alcun pudore, orologi e gioielli e le bancarelle sono stracariche di vecchi mobili e cianfrusaglie d'ogni genere.
   Nel frattempo, però, è possibile che neri e minacciosi nuvoloni incombano e qualche goccia di pioggia cominci a cadere. Perché no? In tal caso si può pensare di fare una scappata a Trafalgar Square, rifugiarsi alla National Gallery e approfittare per respirare arte e per inebriare la vista con opere assolutamente imperdibili come il "Cartone" di Leonardo, da Vinci naturalmente, la "Venere allo specchio" di Velàzquez, "Gli ombrelli" di Renoir, il "Carro di fieno" di Constable. Solo alcuni dei 2200 dipinti custoditi in questa famigerata Galleria delle meraviglie.
   Amo questa città fatta di contraddizioni, così come sono anche i londinesi: di giorno impeccabili lavoratori in giacca e cravatta degni della City, in the night trasgressivi, turbolenti e imprevedibili, come le peccaminose notti di Soho.
   Ma in Autunno... in Autunno, si respira un'atmosfera particolare qui a Londra, difficile da dimenticare; anche il Tamigi assume colori, profumi e sfumature diverse da qualsiasi altra stagione e quando sul battello, da lontano, intravedo il Tower Bridge o il Westminster Abbey, sento sempre battere il cuore a cento all'ora e una incontrollabile emozione.
   Si è fatto tardi, è ora di tornare a casa, la mia casa, la nostra casa, calda e accogliente, come la maggior parte delle case inglesi, con il loro prato ben curato fuori, e il loro camino acceso dentro, con la moquette nuova di zecca e i muri freschi di carta da parati, con il bagno senza bidé (unico neo), ma per fortuna noi italiani un modo per superare il problema lo troviamo sempre, con i vicini un po' diffidenti, ma che quando hanno imparato a conoscerti e hanno capito che sei civile quanto loro, diventano i good friends più di noi italiani.
   Chiudiamo le tende e andiamo a dormire. Domattina sarà ancora una splendida giornata autunnale da vivere qui, a Londra.



Un bel racconto  della nostra poetessa-narratrice 
Daniela Fontana 
che introduce il tema Autunno...

E com'è il "vostro" Autunno?

venerdì 24 maggio 2013

Numero 88 - Old and New entry;-) - 24 Maggio 2013




In attesa che smetta di piovere,  vi propongo un piccolo racconto che ha scritto il nostro Lupo70. Un racconto  che trae spunto dalla poesia proposta nel Numero 84 del Blog e sarebbe interessante leggere prima la poesia e poi questo racconto;-)
Intanto gli dico: "Bravo!";-) 

- Questa è la volta buona, lo sento. - Pensava Beppe mentre camminava a testa bassa lungo il marciapiede. Lui non si accorgeva, ma prendeva dentro con le spalle quasi tutti i passanti che procedevano in senso contrario. Era troppo assorto nei suoi pensieri.

- Sì, sì, è la volta buona... Ed allora tutti si ricrederanno, dimostrerò le mie capacità... Anche ad Anna... Lei tornerà da me e finalmente potrò rivedere mio figlio Angelo. Mi manca il suo sorriso... Lo faccio anche per lui, sono sicuro che questa è la giornata giusta, le statistiche sono dalla mia parte, il numero è quello giusto. -
Voltò l'angolo ed entrò nel bar, un cenno veloce di saluto alla cassiera ed aprì la porta in fondo a destra. Davanti a lui un maxi schermo e una fila di cinque sedie con altrettanti spettatori. Le luci erano fioche, ma si vedeva l'ombra del robusto uomo che gli chiese:" Cosa fai ancora qui? Non ti è bastata l'ultima volta?"
"Voglio recuperare tutto, ho qui i soldi.... Questa è la serata giusta."
E gli diede una busta.
L'uomo aprì la busta e cominciò a contare i "pezzi" da 500...uno, due, tre...venti.
E disse:" Che numero?"
"83" rispose Beppe.
"Ancora?!?" disse l'uomo.
"83, sento che prima o poi uscirà, anzi, uscirà oggi, ne sono sicuro."
"Contento tu..."
La cesta sferica sullo schermo cominciò a girare e Beppe rimase in piedi a guardare quasi come incantato, i pensieri correvano lungo le sinapsi del cervello formando le immagini del viso di Anna con in braccio Angelo sulla soglia della loro casa.
Un sogno che poteva avverarsi solo se il numero 83 fosse uscito dal foro di quella cesta che il destino faceva girare. Un numero su novanta e tutto sarebbe tornato come prima, la casa, la moglie, il figlio, avrebbe persino ricomprato la sua auto. La cesta girava, girava e Beppe si avvicinava piano piano allo schermo, anche gli altri spettatori si alzarono e cominciarono ad accostarsi. Ora cominciava a rallentare, era quasi ferma e la pallina con il numero vincente rotolò fuori, fece un breve percorso e cadde in un contenitore, un uomo la prese e l'aprì per leggere il numero stampigliato sul foglietto che conteneva il...52...
Beppe si ripiegò su se stesso, dolente per il duro colpo che aveva preso, niente lo aveva toccato fisicamente, ma il dolore era immenso, tutto distrutto, non aveva più nulla. Lui pensava di saperne più degli altri, ma quel numero lo aveva fregato ed ora non sapeva più cosa fare, era nel buio più profondo e senza nemmeno una torcia che gli indicasse la strada.
(Lupo 70)

Aggiunge, Lupo, e si chiede: "Quante persone si trovano in  questa situazione? Al buio, senza una torcia, le motivazioni possono essere varie, ma secondo me tutti si sono trovati o si troveranno in un frangente simile e forse perché pensavano di saperne più degli altri."