Lo specchio macchiato dal tempo

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mercoledì 10 marzo 2021

Numero 368 - Le spose della Luna - 10 Marzo 2021


 

Scrivo questa recensione col cuore in mano, la mente rivolta a Franzisca. Il primo personaggio che si ama, di questo splendido romanzo. Giovane donna che desidera solo realizzare il suo sogno d’amore, dall’animo forte e delicato che sorride davanti al pane.

Quando era pronto, il pane “cantava” per quanto era croccante; produceva note come facevano tutti in paese, gente di suoni più che di parole. Allora, con la carta ’e musica riposta in cesti di asfodelo, anche Franzisca si sentiva felice di creare la vita nelle fattezze di un cerchio bianco che sfama, che nutre, che consola.

Accusata ingiustamente da Mallena di essere un’assassina, scappa tra le montagne della sua Sardegna e diventa una bandita, insieme al suo amato Istivani.

Io ti perdono, bambinetta. Neppure tu sai quello che hai visto, quel giorno maledetto. Sai solo quello che ti hanno detto di vedere. Io lo so, invece, quello che ho visto. Troppo bene lo so. La verità ho detto e della verità la Giustizia non sa che farsene. Mi sembra di sentire i campanacci e le grida, in lontananza. E io sono la pecora bianca, quella nata per soccombere, quella contro cui hai puntato il dito, proferendo la frase: «Lei è stata.» Da quell’istante io non sono più stata donna, ma bandita. Ti perdono, Mallena, perché a tredici anni sei vittima pure tu, agnellino mio.

Inizia così “Le spose della Luna” di Emma Fenu.

Inizia così un romanzo dove Emma diventa la voce della Luna, sotto la quale si svolgono le tristi e dannate vite dei protagonisti. Una Luna che si colora di giallo zafferano, piena e luminosa; di rosso sangue e diventa falce, mentre silente assiste all’amore dei due giovani.

E la Luna, con indosso il lionzu color zafferano, le baciava tutte sulla bocca quelle spose bianche, senza un marito, stendendo su di esse un velo d’argento e perle.

Una Luna, femmina come le donne di questo romanzo: forti…

È un nuraghe, mia madre: non si sa se prega o combatte, se è ventre di litanie o di inni di guerra, se brucia incenso alla Madonna o impasta bacche per far abortire. Non lo sa nessuno. Lo sanno solo lei e Dio, e sono pure in troppi.


Così Franzisca descrive sua madre, Tzia Michela.

E quante donne,  portano dentro l’anima il bene e il male, come Tzia Jolza...

Sconto le pene che ho inflitto. Ma credetemi, spiriti e vivi: non avevo scelta. Il male mi cercava fin da fanciulla innocente, mi blandiva con promesse, mi seduceva mentre mi specchiavo, mi teneva sveglia la notte. Quando sollevavo lo sguardo, voi, donne del paese, mi avevate già condannata; ero la bambina dai grandi occhi di ossidiana, nata nel giorno nefasto indicato dalle antiche profezie. Solo “Mannai” scorgeva in me la purezza e il candore, ma non mancava di ammonirmi: «Hai il dono, fanne buon uso.»

Mannai… La bisnonna, la vecchia saggia, che benedice la cecità della vecchiaia per non vedere il male. La bisnonna che narra storie e lo fa perdendosi in atmosfere di magiche leggende e tradizioni.

Mannai… che lascia un buon ricordo alla nipote Jolza, un ricordo che fa intravedere nella strega predestinata uno spiraglio di buoni sentimenti.

Si sedette accanto alle gambe della morta che erano spostate da un lato, come a far posto a qualcuno, e sentì affiorare il ricordo di una susina di luglio che Mannai, ancora giovane, le offriva, dopo averla pulita sul grembiule. Ne assaporò la polpa dolce e succosa. Questo le aveva lasciato sua nonna in eredità: un buon sapore.

Quanti sapori, Emma Fenu, ci regala in questo romanzo. Quelli dei cibi poveri, quelli delle erbe magiche che combattono il malocchio o curano i malanni, quelli del sangue delle ferite del corpo e dell’anima, quelli dell’amore spezzato ma non piegato.

Risero appena, ricordando il giorno in cui si erano fidanzati e un candido uccello era stato unico testimone della loro promessa. E piansero, perché alla colomba non era spettato un velo da sposa, ma una camicia insanguinata da un rivolo che la tosse aveva fatto zampillare dalla bocca, per poi riposare all’altezza del cuore come un sinistro monile.

«Chiamala Annedda la tua primogenita.»

«La nostra» la corresse Istevani. Ma Franzisca già dormiva.

Una commovente storia d’amore. Ma il nodo in gola è lì, anche per le altre donne, giovani e vecchie, che con loro storie, il loro essere le spose della Luna, portano ognuna il proprio dolore, condito da rabbia e sete di vendetta in una terra di Sardegna dura e Madre allo stesso tempo.

Eppure Emma riuscirà a lasciare, sul futuro di queste donne – di alcune – una luce di speranza. La luce della Luna?

Un romanzo che dà voce alle donne, ma anche agli uomini capaci di amare, come Istevani.

Oggi ci lasci, 1911. Sei l’anno che mi doveva vedere sposa, a casa mia, padrona di ubbidire a mio marito facendogli credere di comandare. Istevani lo sa che sono intelligente e saggia, ma i pantaloni li vuole portare lui. A noi donne basta la gonna; le mille pieghe scure, che dalla vita scendono fino ad accarezzare le caviglie, serbano memorie, nascondono banditi ed eroi. Sono il rifugio dei maschi. Siamo come la montagna di notte, noi donne. Abbiamo sempre posto per un altro segreto, dentro: serriamo lo scialle sul cuore e nessuno saprà mai.

Leggendo questo romanzo ho sottolineato decine e decine di frasi. Non è stato facile scegliere quelle da proporvi e tante rimangono qui, tra i miei appunti.  La scrittura di Emma Fenu mi ha incantata: poetica, ricercata, raffinata. Potente.

Mi ha catturata e ipnotizzata, in una storia ispirata a una storia vera, quella di Paska Devaddis.

Lo ammetto: mi sono commossa.

E voglio aggiungere che un romanzo di questo spessore merita l’Olimpo.

Da scrittrice dico: vorrei averlo scritto io.

Da editrice dico: vorrei averlo pubblicato io.

Da blogger dico: leggetelo. Punto.


Alla prossima

dalla vostra

Stefania Convalle




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


2 commenti:

  1. Grazie Stefania, la tua recensione a "Le spose della luna" è stato così coinvolgente che con un click sono corsa su Amazon e l'ho scaricato sul mio kindle...ti saprò dire, un abbraccio Emy

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