lunedì 17 febbraio 2014

Numero 194 - La rivista on line si arricchisce di vignette e molto altro:-) - 17 Febbraio 2014



Dietro la porta di Stefi
Rivista settimanale on line
n° 3 del 17 Febbraio 2014

In questo numero:
- Vi presento la redazione virtuale;-) di Stefania Convalle
- La vignetta della settimana
- Andy Warhol di Cinzia (in arte Fidanzacinzia)
- L'aforisma del giorno
- "In nome di Dio, dimmi chi sei!" di Francesco Meccariello
- L'angolo di Nonna Papera - Ricetta proposta da Giusi Inzirillo


Cari Lettori:-) Vi presento la redazione virtuale di Dietro la porta di Stefi: qui dentro ci siamo noi che, ogni settimana, diamo corpo a questa neo-rivista on line, solo per il piacere di farlo:-))
Mi piace pensare che in quella simpatica casetta della foto, Le Happy, ci si ritrovi per parlare insieme del numero successivo, proposte ed articoli. Al momento siamo in pochi, ma siamo talmente entusiasti che sembriamo almeno il doppio! Cinzia, poi, vale per tre!;-) 
Questa settimana il  numero si arricchisce di qualche elemento in più: una vignetta e un aforisma; ne ho scelti due che credo susciteranno una discussione, specialmente l'aforisma di Wilde: è una provocazione?
Fidanzacinzia ci regala un altro servizio fantastico su un artista geniale quale Warhol; un grazie particolare a lei che sta facendo davvero il lavoro della "giornalista", creando articoli per noi fatti di ricerca. Immagino il tempo che dedicherà loro e quindi voglio ringraziarla pubblicamente e farle i complimenti perché sta facendo cose davvero interessanti!
Oggi, poi, per gli amanti della letteratura, vi propongo un simpatico racconto di Francesco Meccariello, autore schivo, ma dalla penna fantastica! Non perdetevelo!
Infine, la ricetta della settimana è stata suggerita da Giusi Inzirillo, simpatica signora palermitana che ci ha voluto proporre un dolcetto davvero veloce e gustosissimo!

Insomma, una rivista che sta prendendo corpo sempre di più e che spero si arricchirà di nuovi collaboratori. Chiunque abbia qualcosa da dire o da raccontare, può partecipare ai prossimi numeri, basta contattarmi all'indirizzo email: steficonvalle@gmail.com.

Nel frattempo, buona lettura a tutti!!


La vignetta della settimana

 (Direi... molto in linea coi tempi che stiamo vivendo;-)...)

...

ANDY WARHOL (1928 – 1987)
di
Cinzia 


Andrew Warhola, in arte Andy Warhol, alla fine degli anni Cinquanta scopre una pittura fredda, ripensata sull’immagine trasmessa dalla pubblicità, ripensando a se stesso come artista-macchina che non inventa ma riproduce, che non interpreta ma ripete all’infinito.

Nel 1961, realizza le prime bottiglie di Coca-Cola, poi le scatolette di minestra Campbell: l’artista vuole emulare il comportamento ripetitivo di una macchina.




Warhol riproduce quello che ama: i personaggi dei cartoons, i “miti” americani, i biglietti da un dollaro, tutte cose “molto americane” per usare una sua ricorrente espressione.

In seguito, adotta la serigrafia per moltiplicare all’infinito un’immagine di partenza, disegnata a mano, prevalentemente con colori vivaci e forti, ed il passo successivo è la foto serigrafia, in cui un’immagine fotografica in bianco e nero, fortemente contrastata, viene trasferita su di un telaio di seta per poterla stampare su qualsiasi superficie piana.



La struttura ripetitiva di Warhol conduce a fissare la tristezza della ripetitività, la distruzione dell’espressione mediante l’informazione eccessiva e la distruzione del gusto ad opera del consumo.



Alcuni ritratti di star come Marilyn, Liz Taylor, Mao Tse-Tung e Che Guevara, rappresentano le “maschere” proposte dagli stessi personaggi; Warhol le ripropone rivitalizzandole con un potentissimo technicolor o reiterate all’infinito all’interno di tele enormi.




In questo modo, Warhol fa il suo ingresso trionfale nell’ambito della Pop Art e si trova a gestire la trasformazione del suo studio in una “Factory”, una catena di montaggio dedicata alla produzione di dipinti.

Dal 1964 sperimenta anche la scultura con materiali diversi, compensato, cartone, ecc. assemblandoli insieme costruisce scatole e scatoloni in modo da riprodurre fedelmente confezioni esistenti per prodotti di largo consumo.

Le sue mostre sono spettacolari, l’allestimento è fondamentale e curato da lui personalmente, le pareti sono tappezzate da ripetizioni modulari di una sua stessa opera, agisce per “occupazione” dello spazio espositivo, ma la sensazione visiva non è di riduzione dello spazio, bensì di ampliamento.

Per esempio, alla mostra di ritratti di Elvis, in cui il divo, in posa da pistolero, mette in atto un accerchiamento dello spettatore, che si sente perduto in una scenografica galleria degli specchi.


Oppure, ad un’altra mostra, Warhol tappezza una delle stanze con carta da parati che riproduce all’infinito l’immagine di una mucca.


Quindi, ecco il senso della Factory, la consistenza quantitativa della sua produzione necessita di assistenti, una piccola industria, che ben presto diventa punto di ritrovo culturale  delle persone più diverse: mercanti, critici d’arte, drag queens ed artisti di ogni tipo.

Il 3 giugno 1968 subisce un attentato, a sparargli è Valerie Solanas, una femminista fondatrice dello S.C.U.M., la “società per fare a pezzi gli uomini”; in Warhol, Valerie vedeva un abile manipolatore e sfruttatore del lavoro altrui.

Warhol rimane in coma ed in ospedale per un mese e mezzo, poi si riprende, ma rimane molto scosso dall’accaduto ed in seguito rifugge qualsiasi tipo di contatto fisico, prende le distanze dalle persone e dalla vita.

Si rende anche conto che durante il ricovero, lo staff della Factory ha continuato a lavorare e conclude che il business dinamico è la migliore forma d’arte.
La Business Art è il gradino subito dopo l’Arte, dice.

Si dedica al montaggio di film, ma, volutamente, senza alcuna regia, ad interviste, sperimentazioni, come quella di gestire un nuovo tipo di discoteca, cioè, un gruppo di suoni, in un ambiente multimediale con luci stroboscopiche, coreografie e spezzoni dei film di Warhol.

E registra, registra continuamente, il microfono viene puntato contro chiunque si avvicini, trasformando ogni situazione in un pezzo di teatro.

Colleziona ed accumula fotografie, registrazioni, disegni, che conserva nelle sue TIME CAPSULES, una serie di scatoloni tutti uguali, ognuno con un’etichetta riportante mese ed anno, trasformando la sua casa (un lussuoso palazzo in stile georgiano) in un magazzino debordante, in cui quasi nessuno è ammesso.

Nel 1987, viene operato per dolori addominali che ormai lo tormentavano da molto tempo, ma muore il mattino seguente all’intervento.

Nel 1989, il MoMA di New York gli dedica una retrospettiva che viaggerà per il mondo fino ad arrivare in Italia, a Venezia a Palazzo Grassi: Andy Warhol vi partecipa nelle vesti del sosia da lui stesso assoldato verso la fine degli anni Sessanta, Alan Midgette.

Warhol, che voleva che sulla sua lapide comparisse semplicemente la parola “ finzione “, avrebbe indubbiamente apprezzato.

La sua più celebre opera d’arte è stato certamente se stesso.

...

Aforisma del giorno


"Il genio non è delle donne."
(Oscar Wilde)

...


In nome di Dio, dimmi chi sei!
di
Francesco Meccariello


Premessa: per incredibile che possa sembrare, la vicenda narrata è una storia vera e le parole che danno il titolo al racconto sono state realmente pronunciate. Alla fantasia sono affidati i nomi e tutta una serie di dettagli che naturalmente non sarebbe più possibile ricostruire.



Staccandosi dal fianco occidentale del monte Taburno, il pennuto, volando in picchiata, vedrebbe distendersi sotto di sé un’ampia valle, spanciata come una macchia d’olio verso mezzogiorno e frastagliata al contorno dalle sporgenze delle colline. Infilandosi tra due file di queste colline, si troverà in una gola, nella quale gli comparirà il paese di L.
Qui, nell’insenatura tra i rilievi, un folto agglomerato di case va stringendosi a imbuto fino a scomparire tra i boschi. A metà dell’imbuto, scorgerà la chiesa principale, al centro di una piazza pavimentata in porfido e in asfalto.
All’epoca in cui avvennero i fatti che narriamo, avrebbe trovato un numero molto inferiore di case, concentrate a ridosso delle colline. La chiesa, ora intonacata e tinteggiata color paglierino, appariva in tufo a faccia vista. Poche erano le strade, nessuna asfaltata.
Ma lasciamo ora il volatile al percorso che preferisce, e andiamo a vedere cosa accadde in quella certa notte di molti decenni fa.

Giuseppe Tirone aveva la casa in un vicoletto fatto a scale al quale si accedeva proprio dalla piazza. Là si dirigeva quella sera di fine novembre. Era una serata piuttosto fredda e si era pure fatto tardi. La moglie, un donnone energumeno la cui già poca dolcezza si era prosciugata da tempo, non avrebbe approvato il ritardo. Il buon Giuseppe, però, si era rassegnato ad essere considerato sempre e comunque in difetto, per cui colpa più, colpa meno…
Il nostro uomo, al contrario della moglie, era di presenza piuttosto modesta: oltre che basso, appariva magro e dinoccolato. Non per niente, lo chiamavano Peppe ‘o tappo. Si era trattenuto più del solito all’osteria e strada facendo almanaccava la bugia con cui avrebbe opposto una parvenza di giustificazione all’ira della consorte.

Lo stretto sentiero che doveva percorrere era in terra battuta, rifinita in superficie con pietrisco sciolto. Le chiome degli alberi che costeggiavano il viottolo ne invadevano parzialmente la sede.
All’epoca non c’era l’illuminazione pubblica, ma la notte era serena e la luna quasi a palla garantiva luce a sufficienza.
Peppe osservava le figure degli alberi che affondavano nell’oscurità, i rami nodosi che emergevano dal nero della notte. Il lettore che sia sempre vissuto in città, a questo punto, difficilmente può comprendere cosa provava Peppe in quel momento. Già, perché la notte di città non è come la notte di paese. In città, di notte, semplicemente fa buio. Le strade si fanno deserte, le automobili vanno a dormire, e tutto qua.
In mezzo ai campi, la notte è un’altra cosa.

Alla luce del sole la campagna obbedisce alla griglia rigida della logica, si sottomette al dominio degli uomini e alle regole della loro ragione: ogni pezzo sta al suo posto, è docile, misurabile, privo di volontà.
Di notte, invece, quando il sole si ritira dietro le montagne, essa si anima e prende il sopravvento, la natura, forza irrazionale, più antica e con più futuro della nostra ragione, conquista il campo. Quanta differenza tra il canto diurno dell’usignolo e il grido lugubre dalla civetta, tra il volo lineare della rondine e il volteggio inquieto del pipistrello. Chi è stato da solo, di notte, in campagna, chi ne ha udito la voce, conosce quel brivido che ci coglie senza un motivo apparente, quell’istinto che ci spinge a scappare non si dove né perché.

Era questo il brivido che Peppe avvertiva percorrendo il sentiero. In mezzo alle piante, tra i fruscii improvvisi delle frasche, temeva di imbattersi in quelle creature della notte di cui gli raccontavano da bambino: storie di spiriti, che sortiscono dalle latebre oscure dei boschi, si acquattano negli anfratti…
Peppe allungò decisamente il passo, finché finalmente si trovò in piazza. Ancora avvolto dall’inquietudine, osservò sulla sinistra la facciata della chiesa, che si levava imponente e silenziosa. Il portone in legno giganteggiava solido e maestoso. Improvvisamente, due colpi sordi risuonarono dall’interno.

Peppe emise un grido soffocato e cominciò a scappare. Corse verso casa, salì i gradoni del vicolo e, dimenticando di avere le chiavi, prese a bussare con violenza alla porta. Dopo poco si affacciò alla finestra del primo piano una sagoma voluminosa, con l’aria assonnata.
“Chi è?”
“Carmè, apri, presto!”
“Ma che è?”
“Apri, Carmè!”

Tempo di scendere e la porta si aprì.

Peppe, senza neanche entrare,
“Carmè, ci stanno gli spiriti nella chiesa!”

Carmela, a denti stretti, afferrando la manica del marito con un moto d’impazienza,
“Ma trasi, ‘sto ‘mbriacone!”

Mentre i due litigavano accorse Gennaro Montella, che aveva la camera da letto che dava proprio sulla piazza:
“Pè, Carmè, arrivano rumori dalla chiesa, deve essere un demonio!”

Carmela allentò la presa, sconcertata. Peppe non se l’era inventato.

“Bisogna chiamà a don Pasquale”, continuò Gennaro.

Peppe si incaricò di correre ad avvisarlo. Si precipitò lungo la ripida scalinata che portava all’uscio di don Pasquale. Mentre saliva affannato, fu preso da un dubbio: “il parroco, si sa, dorme solo. E se invece…”. In effetti, qualche voce discorde, pronunciata a mezza bocca dai soliti bene informati… ma si sa, nei paesi il venticello della calunnia trova sempre i suoi varchi. L’esitazione lo trattenne solo per un attimo, sicché si ritrovò in brevissimo tempo a bussare con colpi forti al portone del curato.

Don Pasquale, che effettivamente dormiva solo, continuò per un pezzo a russare con violenza, coprendo con il ruggito del suo naso i rimbombi delle percosse che il buon Peppe si accaniva ad abbattere sul portone.
Dopo aver cambiato fianco un paio di volte, il parroco aprì mezzo occhio. Si rese conto che qualcuno bussava. Si alzò lentamente, sempre gli occhi socchiusi, e si avviò alla porta nel pigiama di lana. Don Pasquale, bisogna dirlo, era un autentico pezzo d’uomo, alto, asciutto, con le spalle larghe, i capelli folti e un vocione da predicatore che quando diceva la messa si sentiva fino al paese vicino.

Aprì il portone e trovò di fronte a sé l’esigua figura di Peppe ‘o tappo, con il cappello in mano e l’aria angosciata.
“Don Pasquà, ci stanno gli spiriti nella chiesa!”

Il curato, senza dire niente, richiuse la porta, lasciando Peppe all’esterno, e si riavviò a letto con gli occhi aperti il minimo indispensabile, cercando di non perdere il filo sottile della dormita interrotta.
Come fu sotto i panni e riassaggiava il teporino dolce del sonno che lo riavvolgeva senza sforzo, fu di nuovo disturbato, stavolta in maniera irrimediabile, da altri colpi al portone. Ormai l’incanto del sonno era compromesso, gli occhi si erano aperti entrambi e per interi.
Si riavviò sconsolato alla porta, la riaprì.

“Don Pasquà, veramente, ci stanno gli spiriti nella chiesa!”

“T’ha sonnato?”

Mentre Peppe si sforzava di farsi credere, arrivò trafelato Vincenzo Dantoni, detto ‘o massizzo:
“Don Pasquale, in chiesa, certi rumori, dei lamenti… forse un’anima purgante…”

Il parroco rimase un attimo in meditazione. Vincenzo Dantoni era notoriamente astemio e di comprovata affidabilità. Capì che doveva effettivamente esserci qualcosa d’insolito.
“Avviatevi giù, mi vesto e vi raggiungo”.

Detto questo, chiuse la porta e si avviò perplesso in camera da letto.
Don Pasquale, come tutti i preti di paese, era uomo razionale, eppure un leggero turbamento gli increspò una ruga in mezzo alla fronte. Volse lo sguardo al grande crocifisso appeso alle spalle del letto, poi vestì i paramenti, prese l’acquasantiera, indossò la collana con la croce di legno e si avviò per i gradini del vico. All’imbocco della piazza trovò assiepato un folto gruppo di persone, tutte con lo sguardo rivolto verso di lui. Nessuno parlò. Lo lasciarono andare avanti e lo seguirono quasi in fila indiana, come se volessero proteggersi dietro la sua figura imponente. Il serpentone capeggiato dal parroco si mosse con passo svelto fin sopra il sagrato della chiesa. Giunto a una decina di metri dal portone d’ingresso, don Pasquale rallentò. In realtà, non era ben chiaro cosa dovesse fare; la chiesa appariva come sempre, tutto era al suo posto, non udiva rumori né lamenti.

All’improvviso, un forte tonfo vibrò dal portone. La folla trasalì, don Pasquale fece un rapido passo indietro e con lui tutto il serpentone di gente arretrò e si contrasse.
Afferrò rapido l’acquasantiera e, dominando un lieve tremore delle mani, irrorò con forza acqua benedetta. Poi, consegnata l’ampolla a Peppe, che trovava ricovero al disotto della sua spalla, impugnò con due mani il crocifisso di legno che portava appeso al collo e lo sollevò più in alto che poté.

In questa posizione trovò forza e coraggio. Più alto di tutti gli altri, compreso del ruolo che la vicenda gli assegnava, tuonò con una voce così forte come mai aveva gridato. Sembrava che dovessero tramare i vetri, che qualunque spirito, anima o demonio non potesse che sottomettersi a quella voce sovrumana, a quel tono perentorio sigillato da una sacralità soprannaturale: risuonò scandito lentamente, con una solennità e una potenza che le orecchie locali mai avevano udito:

In nome di Dio, Dimmi chi sei!”

Dopo un istante di silenzio, dall’interno squillò una voce:

“Sono Annetella ‘a fornara, don Pasquà!”

Don Pasquale abbassò il crocifisso e corrugò le sopracciglia, mentre un brusio si sollevava alle sue spalle. Estrasse dalla tasca le chiavi della chiesa e si affrettò ad aprire il portone.
Già, era successo che, durante la funzione della sera, Annetella si era addormentata. Era un fatto abbastanza frequente, complici un po’ la penombra in cui era avvolto l’uditorio, un po’ la stanchezza dovuta al lavoro dei campi e non poco il fatto che, all’epoca, il celebrante rivolgeva le spalle ai fedeli. In verità, per quanto ormai la chiesa sia dotata di un efficiente impianto di illuminazione, per quanto ormai pochi ancora si macerino nel faticoso lavoro dei campi e nonostante adesso il prete non dia più le spalle al pubblico, l’usanza di dormire durante la messa serale dura ancora oggi.
Ora, però, il parroco, prima di chiudere la chiesa, controlla che tutti siano usciti. In quell’occasione, invece, don Pasquale aveva chiuso senza accorgersi di Annetella che dormiva.
La giovane signora, svegliatasi nel buio, aveva cercato di attirare l’attenzione picchiando contro la porta.

E così, senza colpo ferire, alcune ore dopo giunse finalmente l’alba. I raggi del sole dissiparono i resti della notte, misero a dormire le bestie notturne, spazzarono tutti i rimasugli dell’irrazionale e restituirono il campo al regno della ragione.
La gente prese ad affollare le vie e tutto ricominciò come prima.
Qualcuno, quella mattina, aveva delle ore di sonno in meno sulle spalle.
Ma anche qualcosa in più da raccontare.


Per la cronaca, Annetella, allora piuttosto giovane, è ormai molto anziana e si è trasferita in Toscana. Don Pasquale, alcuni anni dopo l’episodio del racconto, abbandonò l’abito talare e prese moglie. Ora riposa in pace.

...

L'angolo di Nonna Papera;-)




L'angolo di Nonna Papera, quest'oggi ospita una ricetta di una nostra amica di Palermo, Giusi Inzirillo, che ci spiega una ricetta molto dolce;-) : LA PIGNOCCATA.
Ogni 100 grammi di farina di grano duro si aggiunge un uovo; si impastano i due ingredienti e quando il composto è pronto si creano dei bastoncini che si tagliano a tocchetti. Si friggono in olio bollente e si fanno raffreddare. Intanto in una padella (senza olio), si scalda il miele e quando si è sciolto si amalgamano i tocchetti raffreddati e le mandorle tostate, si versano su un vassoio a mucchietti e si fanno raffreddare.
Variante: mentre i tocchetti fritti si raffreddano, in una padella senza olio si scalda acqua, cacao q.b. e zucchero; si amalgamano a questo composto i tocchetti raffreddati precedentemente, si mettono in una scodella e si aggiunge lo zucchero.
La pignoccata è servita (e un chiletto in più di ciccia, anche;-)))...)

Alla prossima settimana!

lunedì 10 febbraio 2014

Numero 193 - Appuntamento settimanale con la nuova rivista! - 10 Febbraio 2014


Dietro la porta di Stefi
Rivista  settimanale on line
n° 2 del 10 Febbraio 2014

In questo numero:

- Impariamo a chiedere (Curato da Stefania Convalle)
- Nuovo nato (di Stefania Convalle)
- Rimpianti e rimorsi (di Lupo70)
- L'angolo di Nonna Papera (oggi la proposta è di Cinzia)


IMPARIAMO A CHIEDERE
Quando si vuole una cosa, l'Universo intero trama a favore. Il guerriero della luce lo sa. Per questa ragione, presta grande attenzione ai propri pensieri. Nascosti sotto tante buone intenzioni ci sono sentimenti che nessuno osa confessare a se stesso: la vendetta, l'autodistruzione, la colpa, la paura della vittoria, la gioia macabra dinanzi alla tragedia altrui.
L'Universo non giudica: cospira a favore di ciò che desideriamo. Perciò il guerriero della luce ha il coraggio di guardare le ombre della propria anima, e si domanda se non stia chiedendo qualcosa di sbagliato per se stesso.
E presta sempre grande attenzione a ciò che pensa.

- da "Il Guerriero della Luce" di Paulo Coelho


NUOVO NATO!


Vi presento il nuovo nato in casa Convalle;-): "Storie in verticale".
Un piccolo volumetto di poesie che forse poesie non sono, ma solo piccole storie narrate, appunto, in verticale. Potremmo definirla una prosa poetica. Sono contenta che sia uscito a pochi mesi da "Dentro l'amore" perché, in effetti, sono assai collegati; sia i racconti che le poesie sono state scritte in un periodo che va dal 2007 e termina nel 2013; si trovano quindi parecchi collegamenti tra i due libri e leggerli diventa quindi una curiosa questione di parallelismi.
Devo dire che sono rimasta sorpresa dall'entusiasmo col quale è stato accolto "Storie in verticale"; solitamente le poesie rappresentano lo zoccolo duro, sembra quasi che la parola "poesia" faccia paura o sia qualcosa di necessariamente incomprensibile; forse il mio modo di fare poesia non è così ermetico e quindi è di facile approccio per chiunque vi si voglia accostare. In tutti i casi, sono contenta della risposta del pubblico:-)

RIMPIANTI O RIMORSI

Rimpianti o rimorsi.
Bronnie Ware, infermiera australiana che si occupa delle Cure Palliative per i malati terminali, assisteva i moribondi durante i loro ultimi giorni.
Ha riportato le loro ultime parole e desideri in un blog intitolato "Inspiration and Chai"
http://www.inspirationandchai.com/Regrets-of-the-Dying.html

Visto il seguito che ha avuto tale blog decise di scrivere un libro: “I 5 più grandi rimpianti dei morenti”.

Di seguito riporto la traduzione di ciò che è scritto sul sito
riguardo  questi 5 "rimpianti" con l'invito a riflettere sulle priorità che ogni giorno ci diamo .
Lupo_70


 5. Vorrei essere stato capace di rendermi più felice.

"Questo è un sorprendentemente comune a tutti. Molti non si rendono conto, finché non è tardi, che la felicità è una scelta. Sono rimasti bloccati nelle loro abitudini e nella routine.
Il cosiddetto 'comfort' di familiarità si è espanso anche alle loro emozioni, perfino ad un livello fisico.
La paura del cambiamento li fa fingere con gli  altri e mentire a se stessi, convincendosi di essere contenti, quando nel profondo,  non desideravano che ridere a crepapelle e un po’ di infantilità nella loro vita. "

4. Vorrei esser rimasto in contatto con i miei amici.

"Spesso non sono riusciti ad apprezzare quale privilegio magnifico fosse avere dei vecchi amici se non nelle loro ultime settimane e non sempre era stato possibile rintracciarli. Molti erano così concentrati sulle proprie vite che hanno perso per strada delle amicizie d'oro nel corso degli anni. Molti rimpiangevano profondamente di non aver dato alle amicizie il tempo e lo sforzo che si meritavano. Ognuno sente la mancanza dei propri amici quando sta morendo."

3. Vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti.

"Molte persone sopprimono i loro sentimenti in modo da mantenere il quieto vivere con gli altri. Di conseguenza, si accontentano di un’esistenza mediocre e non diventano mai chi erano realmente in grado di divenire. Come risultato, amarezza e risentimento diventano delle malattie che si sviluppano dentro. "

2. Vorrei non aver lavorato così duramente.

"Questo è venuto fuori da ogni paziente di sesso maschile che ho assistito.
Si sono persi l’infanzia dei loro figli e la compagnia dei propri partner.
Anche alcune donne hanno menzionato questo rimpianto, ma come se fossero di una vecchia generazione, molti dei pazienti di sesso femminile non erano stati capifamiglia. Tutti gli uomini che ho curato hanno rimpianto profondamente l’aver trascorso così tanto della loro esistenza a dedicarsi sfrenatamente al lavoro. "

1. Vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita come volevo io, non quella che gli altri si aspettavano da me.

“Questo il rammarico più comune per tutti. Quando le persone si rendono conto che la loro vita è quasi finita e
ripensano ad essa tirando le somme, è facile rendersi conto di quanti sogni sono rimasti insoddisfatti.
La maggior parte delle persone non aveva realizzato nemmeno la metà dei loro sogni e doveva morire con la
consapevolezza che era a causa di scelte che aveva compiuto. La salute offre una libertà di cui in pochi si rendono
conto, fino a quando non la perdono.”


L'ANGOLO DI NONNA PAPERA;-)




Il risotto con il sole

Ingredienti:
-       350 gr di riso
-       300 gr di zucca
-        1 cipolla
-        1 spicchio d’aglio
-        ½ bicchiere di vino bianco
-        brodo vegetale
-        Prezzemolo tritato
-        rosmarino tritato
-        una noce di burro
-        olio extra vergine di oliva
-        formaggio grattugiato
-        sale


Imbiondire la cipolla tagliata sottile insieme all’aglio con tre cucchiai di olio extravergine di oliva.

Aggiungere la zucca privata dei semi e della buccia, tagliata a pezzi, e lasciare insaporire per qualche minuto.

Aggiungere un po’ di brodo vegetale e cucinare a fuoco lento finchè la zucca diventa morbida.

Ora, togliere il tegame dal fuoco e frullare la zucca, aggiungere un pizzico di sale, rimetterla sul fuoco, aggiungere il riso e sfumare con ½ bicchiere di vino bianco.

Aggiungere il prezzemolo tritato e cucinare per 15-20 minuti, aggiungendo il brodo un poco alla volta.

A fine cottura mantecare il riso con il burro, aggiungere un po’ di formaggio grattugiato ed il rosmarino tritato.

(ricetta by Cinzia alias Fidanzacinzia;-)...)

lunedì 3 febbraio 2014

Numero 192 - Parte la rivista on line! - 3 Febbraio 2014




Parte oggi la nuova versione del Blog che diventa Rivista on line:-) Uscirà una volta alla settimana, il Lunedì, e sarà un contenitore di argomenti vari.

Quest'oggi partiamo con una mia proposta; a seguire un interessante articolo della nostra Cinzia che ci parlerà di un artista fuori dagli schemi, non banale; d'altronde, conoscendola, sapevo che ci avrebbe stupito! A concludere questo numero sarà... L'angolo di Nonna Papera;-) con ricette facili e buone! La prima è proposta dalla nostra Emma che ci insegna un ricettina facile facile e buonissima, ve lo posso assicurare io che l'ho assaggiata più volte: GNAM - SLURP:-)))

Spero che tutto il "pacchetto" sarà di vostro gradimento e apro la collaborazione a tutti: chiunque voglia collaborare ai prossimi numeri con idee-articoli su qualsivoglia argomento, mi può scrivere a steficonvalle@gmail.com  per valutare insieme le proposte fatte:-)))

E allora si parte!



"PRENDI IL LIBRO PIU' VICINO. APRI A PG 33. LA TERZA FRASE RAPPRESENTA IL TUO STATO ATTUALE."

Lo sapete, sono curiosa e ci provo subito.

Il libro che ho più vicino è:" Attrarre la prosperità. Come ottenere tutto ciò che serve al momento giusto" di Swami Kriyananda (Ananda Edizioni). 
Pag. 33, terza frase: "Se chiediamo una specifica opportunità, rischiamo inavvertitamente di non notarne un'altra."
Ci rifletto su... Ok, in questo periodo sono molto concentrata sulle opportunità che mi conducano dove sono diretta ed è vero che lo sguardo è puntato lì, ma non esclusivamente; effettivamente la frase in questione mi spinge a non escludere tutto il resto e a continuare a prestare attenzione a 360° al mondo che mi circonda perché, chissà, qualcosa di inaspettato e forse una nuova strada, potrebbe palesarsi in qualsiasi momento. Quindi, ATTENZIONE e OCCHI APERTI.

E voi? Qual è la vostra frase?

...........................................................................



Marcel Duchamp (1887 -1968)
di Cinzia (in arte Fidanzacinzia)

Pittore, scultore e scrittore di origine francese, si formò nella cultura post-impressionista, ma si allontanò molto presto dalle tradizionali tecniche pittoriche per sperimentare nuovi materiali e nuovi procedimenti artistici.

Unico nel suo genere, sfugge a qualsiasi schema, ama il gusto della provocazione tanto che fu l'inventore dei "ready-mades", oggetti usuali riproposti come opere d'arte.

Di questi, un esempio strordinario è rappresentato da questa fodera per una macchina da scrivere di marca Underwood:


Come in altri suoi ready-mades, il titolo e la collocazione sono utili per ripresentare l'oggetto in modo diveso e proiettarlo in una dimensione artistica.

Intitola la sua creazione "Pieghevole da viaggio" (1916) giocando con il nonsense, perché non ha senso piegare la custodia di una macchina da scrivere per portarla in viaggio.

In particolare, la fodera Underwood sembra una gonna: Duchamp si immagina l'osservatore curioso piegarsi per sbirciare cosa vi sia sotto a custodia.

Inoltre, l'opera sembra un gioco scherzoso col cognome di una giovane artista Beatrice Wood:  è come se Duchamp invitasse lo spettatore a spiare sotto la gonna della sua amica.

Un altro suo celebre ready-made è "Fontana" (1917), un orinatoio maschile in porcellana capovolto ed appoggiato sul lato piatto per poterlo fissare stabilmente ad un piedistallo:





Con questo oggetto Duchamp tocca il culmine dell'ironia e della dissacrazione.
L'invenzione del nome del presunto autore "Richard Mutt", scritto alla base della scultura, si ispira al nome della fabbrica produttrice (la Mott Works) ma anche ad un personaggio popolare, il Mutt della coppia di comici Jeff & Mutt.

La sua ricerca, nella pittura, è assolutamente personale, molto "mentale", quasi un tentativo di visualizzare la quarta dimensione; ne è un esempio perfetto la sua tela "Nudo che scende le scale, n:2" (1912):






L'artista dipinge un nudo in movimento, trasfigurato, stilizzato, androgino, senza alcuna connotazione organica od erotica, assimilando piuttosto il nudo a qualcosa di meccanico, addirittura robotico.

Infatti, Duchamp lo interpreta in chiave moderna, visualizzando la ricerca sul movimento, dipinge il susseguirsi di una ventina di diverse posizioni statiche e la scansione ritmica di questi movimenti dà luogo alla moltiplicazione della figura ed alla sua conseguente deformazione.

Nel 1915,  a New York, Duchamp comincia a lavorare al "Grande vetro": 






Nel 1923 lo dichiarerà definitivamente incompiuto, finché il "caso" (ovvero, l'accidentale rottura del vetro) non interverrà a completare il disegno dell'artista.

L'opera consiste in due grandi pannelli di vetro, disposti uno sull'altro; su di essi Duchamp riproduce pezzi precedentemente studiati e realizzati, separatamente.

Il Grande Vetro è un'opera erotica, metafisica ed ironica, nella quale si fonde perfettamente forma e linguaggio.

Duchamp rifiutò di sviluppare uno stile riconoscibile e di esporre regolarmente le sue opere, infine, negli ultimi anni si rinchiuse in un ritiro silenzioso, dedicandosi in modo esclusivo, apparentemente, al gioco degli scacchi: le sue opere, così come le sue idee, rivelano la volontà di un approccio concettuale dell'arte, fece addirittura dei suoi comportamenti un fatto d'arte.

In assoluta segretezza dal 1946 al 1966, l'artista si dedica alla sua ultima opera "Etant donnés: 1°.l la chute de l'eau, 2°. Le gaz d'éclairage".


L'opera, enigmatica già dal titolo, consiste in una porta di legno consumata, dalla quale sbirciando attraverso una fessura si apre un paesaggio luminoso e sereno che ricorda quello dipinto da Leonardo nella Gioconda.

In primo piano, su rami e foglie, è distesa una donna nuda, la testa non si vede, ha un braccio alzato che sostiene una lampada a gas, accesa.

Di questa opera si è venuti a conoscenza solo dopo la sua morte, chiudendo il percorso di un artista che ha continuamente stupito, contribuendo a definire un nuovo concetto di arte che sarà colta, soprattutto, dai diversi movimenti di ispirazione concettuale sorti nel secondo dopoguerra.

Un artista costantemente immerso nella ricerca della libertà: libertà dell'arte e libertà della vita.

La sospensione del giudizio estetico (nei ready-mades) è un'espressione di libertà, così come lo è l'invenzione di un nuovo linguaggio artistico, alchemico, alla persistente ricerca della pietra filosofale.

 E PER CONCLUDERE QUESTO PRIMO NUMERO DELLA RIVISTA...



Oggi una ricetta proposta da Emma Barberis:-)


semolini dolci

ingredienti: 

 
100 grammi di semola
mezzo litro di latte
80 grammi di zucchero
scorza di limone grattuggiata
 
in un piatto versare la semola, mischiarla con lo zucchero 
 
quindi fare scaldare il latte in un pentolino, aggiungere la scorza di limone grattuggiato
quando il latte è tiepido, versare pian pianino la semola mescolando con un cucchiaio di legno 
far bollire il latte e nel momento in cui il composto è piuttosto denso, toglierlo dal fuoco e versarlo in un contenitore unto prima con un goccio di olio 
 
far sfreddare la semola, poi metterla in frigo per almeno 2/3 ore
tagliarla in forme secondo il proprio gusto, quindi impanarla con uovo e passare nel pan pesto
 
friggere per pochi minuti e servire i semolini aggiungendo un po' di zucchero sopra  - questo è facoltativo
 
Buon appetito !