venerdì 6 febbraio 2026

Numero 490 - 800 Metri di Parole - sesta tappa - 6 Febbraio 2026


Manca ormai poco alla fine di questo torneo di scrittura: 800 Metri di parole.
La sesta prova consisteva nello scrivere un racconto (di massimo 500 parole) che si doveva svolgere all'interno dell'immagina proposta.

Allora cominciamo a leggere!

Ma prima vi ricordo che i testi saranno anonimi, non saprete chi ha scritto cosa. Perché? Come ho già spiegato, lo scopo è quello di creare maggiore suspense nella seconda parte della sfida e perché siano solo i testi a parlare e non i nomi degli autori che, in qualche modo, condizionano sempre chi deve votare (è umano).
Gli autori dei testi dovranno mantenere il segreto e sono certa che lo faranno. 
E voi, cari lettori e fan, non cercate di corromperli per farvelo dire perché i concorrenti sono incorruttibili!
Saprete i nomi degli autori di ogni pezzo a votazione conclusa.

Come si vota?
Dovrete scrivere a steficonvalle@gmail.com esprimendo TRE  preferenze e dando una motivazione per ogni testo (facciamo le cose per bene). 

Avrete tempo di votare fino a mercoledì 11 Febbraio ore 20:00.
 
Potranno votare anche i concorrenti perché il voto è segreto.


RACCONTO UNO
MA LE ROSE NO

È il giorno del mio matrimonio. Il vestito e il velo sono appesi vicino alla finestra, pronti per essere indossati. Sono gli stessi che hanno messo mia madre, mia nonna e una prozia morta giovane. Sul comò, la coroncina di perle che ho voluto al posto del diadema di famiglia, troppo pacchiano e pesante, e il bouquet di rose color cipria e bianche che detesto. Il loro profumo dolciastro mi dà la nausea, odorano di zucchero e rassegnazione. Io amo i narcisi e i mughetti, fiori che sanno di primavera e di semplicità. Ma nessuno ha chiesto il mio parere.
Madame Patricia mi gira intorno senza darmi tregua. È la parrucchiera più in voga del paese, arrivata di prima mattina con le sue preziose forcine e le mani sempre in movimento. Mi tira i capelli, li arrotola, li solleva in un'elaborata acconciatura. Mi sembra di avere una gabbia per uccelli in testa.
«Così sembri una vera sposa» dice soddisfatta. Io sorrido appena.
Non voglio sembrare una sposa.
Non voglio esserlo.
Ernesto mi aspetta in chiesa. Ernesto, bravo ragazzo, educato, con un lavoro sicuro e nessuna idea che non gli sia stata messa in testa da altri. Insulso da morire.
Dovrei essere felice, mi ripetono tutti. Invece non lo sono per niente. Vorrei essere altrove, in una grande città dove nessuno sa chi sono. Vorrei fare l’insegnante, guadagnare il mio stipendio, vivere da sola.
Ma, anche se il ventesimo secolo è appena iniziato con la sua ambizione di modernità, una donna perbene non lavora, sta in casa e non può scegliere come vivere.
Madame Patricia mi fissa dallo specchio.
«Sei pallida, ragazza mia, hai paura o non vuoi sposarti?»
La guardo e per un attimo penso di negare, come ho sempre fatto. Invece annuisco con le lacrime che mi pungono gli occhi.
«Forse me ne pentirò ma ti voglio aiutare. Fuori c'è mio fratello che mi aspetta per riportarmi a casa. Sali sul suo carretto e fatti portare alla stazione. Prendi questi soldi e parti. Al resto penserai dopo. E se ti stai chiedendo perché faccio questo per te è che anch’io ho dovuto lottare per avere una vita mia e quindi ti capisco. E adesso vai.»
Più tardi, quando mia madre entra per aiutarmi a indossare l'abito, il velo è sparito. Nessuno lo trova. Si crea confusione e con la scusa di un capogiro dovuto all'agitazione, chiedo di stendermi un attimo.
Esco dalla portafinestra, attraverso l'orto senza voltarmi. Il carretto è lì. Il fratello di Madame Patricia mi aiuta a salire e partiamo. Non fa domande, di sicuro sa già tutto.
Sono sicura che non rimpiangerò mai questa mia decisione. Farò l'insegnante in una grande città e, ogni primavera, metterò un mazzo di narcisi e mughetti sulla mia scrivania.
Ma le rose no.

§§§


RACCONTO DUE
DI MADRE IN FIGLIA


La stanza trattiene il respiro come una fotografia. La luce entra obliqua dalla finestra, addolcita dalle tende leggere, e scivola sul tavolo dove il cuscino delle fedi riposa come un segreto custodito. Accanto, il bouquet di rose pallide e foglie verdi profuma l'aria di giardini mattutini e promesse appena colte. La madre passa la mano sul pizzo, lo raddrizza con un gesto che conosce da sempre: è lo stesso con cui, anni prima, sistemava i colletti delle camicie per il primo giorno di scuola.
La figlia è seduta davanti allo specchio. Nel riflesso, la stanza sembra più grande, come se l'emozione avesse bisogno di spazio. La madre le sta alle spalle, le dita attente che scorrono tra i capelli, li raccolgono, li liberano di nuovo. Ogni spilla che entra è una parola non detta; ogni nodo sciolto, un ricordo che trova pace. Sul manichino, l'abito aspetta, silenzioso, come una seconda pelle che ha imparato il corpo senza ancora indossarlo.
«Respira» dice la madre, e non è un ordine ma un invito. La figlia sorride appena. Nel sorriso c'è l’infanzia che si affaccia e l'età adulta che risponde. La madre riconosce quel confine: l'ha attraversato anche lei, una volta, in una stanza simile, con una donna che le teneva le mani ferme mentre il cuore correva avanti.
Sul tavolo, il cuscino delle fedi brilla di piccoli punti di luce. La madre lo prende, lo solleva, lo rimette a posto, come per assicurarsi che sia reale. Le fedi le legherà il testimone, più tardi. Per ora, su quel bianco e morbido altare, può riposare la coroncina alla quale il velo sarà attaccato e un nastro, con tre ciondoli d'argento, il qualcosa di prestato che arriva dal cuore di una sorella minore.
La figlia si alza. La madre le sistema l'abito, tira piano, liscia le pieghe. Il pizzo racconta una storia antica, fatta di attese e di mani che cuciono. Nello specchio, per un attimo, le due figure si sovrappongono: la madre vede sé stessa giovane, la figlia vede ciò che diventerà.
Dalla stanza accanto arriva un suono lontano, come un pianoforte che prova un accordo. Il tempo si rimette in moto. La madre appoggia la fronte a quella della figlia. 
«Vai» sussurra. 
Non è un addio. È un passaggio. La luce, allora, sembra più chiara, e la stanza, finalmente, lascia andare il respiro.

§§§

RACCONTO TRE
IL MATRIMONIO DI TITINA

Oggi la zia Titina si sposa. Abbiamo dormito insieme, non volevo lasciarla sola nella sua ultima notte da nubile. In famiglia sono tutti euforici per questo matrimonio, ormai si erano arresi all'idea che Titina non se la prendesse nessuno, che sarebbe rimasta a casa, ora di uno ora dell’altro fratello, per l’eternità. E va bene che qualche soldo lo guadagnava a ricamare le lenzuola delle altre spose, ma rimaneva una presenza sempre più impegnativa per gente che non se la passava proprio bene. Quando l’altro Natale è venuto il Cecco a cercare moglie per un parente, emigrato in Australia, e ha chiesto se la Titina fosse disposta, tutti sono balzati dalle sedie lasciando il baccalà nel piatto, dicendo che sì, la loro Titina era più che disponibile. Solo lei è rimasta seduta, con gli occhi bassi.
«Forse la signorina non è d’accordo» aveva detto il Cecco.
«Sì, che vuole, diglielo Titina che vuoi» suggerivano tutti.
Lei era arrossita e alzandosi aveva sollevato la gamba con il piede inguainato da una vecchia scarpa ortopedica.
«Il mio futuro sposo sa di questo?»
«Certo, che lo sa. Ha detto che nessuno è perfetto.»
E così la zia Titina aveva acconsentito. Erano seguiti scambi di lettere, qualche ritratto e si era designata la data del matrimonio per procura. Un'unione insperata per la famiglia, e oltretutto si risparmiava sul pranzo, perché non sarebbe stato educato mangiare senza lo sposo.
 
Questa notte, il futuro marito ci guardava dal comodino dove la zia aveva appoggiato una sua fotografia.
«Proprio bello non è» le ho detto. «E quel riporto sulla fronte è ridicolo.»
La zia ha sospirato, persa in un mondo tutto suo.
«Ha scelto me, ha scelto proprio me, ti rendi conto?»
Me ne sono stata zitta, non le ho detto che quella richiesta di matrimonio era stata rifiutata da diverse donne. Ho fatto bene, perché da quando si è svegliata cinguetta come un cardellino innamorato e il suo andare da un angolo all'altro della casa, a controllare questo e quello, sembra seguire una melodia tutta sua, fuori tempo. Il sole di maggio intesse di luce le tende sottili, le trapassa e va a illuminarle l'incarnato roseo, mentre una cugina le sta arricciando la chioma con i ferri caldi. Le sue labbra hanno la pienezza delle rose del suo bouquet mentre sorride alla sua immagine riflessa. Lo stesso sorriso di quando ha provato l'abito cucito dalle sue dita gentili, quello che indosserà prima di sbarcare e che ora è ancora in posa sul manichino, ché in valigia si sgualcisce. Le porto il cuscinetto impreziosito dal tulle ricamato su cui ha posato il regalo dello sposo, una coroncina con gemme in zircone per ornare l'acconciatura.
«È ora di andare, zia. Ti aspettano in chiesa.»
Da seduta guarda dondolare la gamba più smilza, più corta. Calza la scarpa ben lucidata, quella che l'aiuta a tenere il passo tutti i giorni, e oggi quando attraverserà la navata gremita di parenti e curiosi sembrerà danzare.

§§§

 

RACCONTO QUATTRO

UN SAN VALENTINO DA RICORDARE


Appena arrivata Franchina, la Colf, Nora cercò nello specchio i suoi occhi per sincerarsi che non fossero arrossati; poi sistemandosi con le bianche mani i capelli disordinati, rimirò nello specchio uno sguardo compiacente al suo viso pallido e severo. Dopo questo le parve di sentirsi più tranquilla. 
Il riscaldamento aveva diffuso un piacevole tepore nelle stanze. Sul tavolo del salottino, accanto a un cuscino beige ricamato, era posata in bella vista un'armoniosa composizione floreale.
L'Endocrinologo Dottor Beretta, appena entrato si guardò intorno e posò il cappotto e i guanti su una sedia.
«Ti hanno fatto abbastanza la corte, oggi?» rivolto alla moglie, ancora alla console. Lei si alzò repentina e lo fissò con lo sguardo acceso. Si sedette davanti alla finestra, la luce del tramonto filtrava dal chiaro e ampio drappeggio a illuminare il delizioso vaso di fiori.
«È forse una scena? Hai intenzione di farmi dei rimproveri?»
«Ma no, dico soltanto che quell'Avvocato Bernardis è quasi sfacciato con te.»
«Caro, quando ho saputo che tu avevi un'amante non ti preoccupavi se c'era qualcuno a farmi la corte…»
«Nora, lo sai che non è vero, sono calunnie di persone maligne. La mia era solo passione e zelo professionale per una paziente con una patologia grave.»
«Una graziosa e dolce paziente di vent'anni; tu andavi a farle visita ogni giorno, fino a quando è miracolosamente guarita!»
«Le cure innovative e assidue hanno funzionato sul suo organismo non ancora compromesso. Nora, malgrado ciò che tu pensi, io non ti ho mai tradita.»
Nora cominciò con lo stizzirsi di essersi umiliata con quel Bernardis, uomo verso il quale non sentiva nessuna attrattiva, aveva accettato l'omaggio botanico per fare un dispetto a suo marito; ora invece quel tributo, per quanto gradito, non era sufficiente a calmare il suo stato d'animo.
E se Andrea dicesse il vero? Se fossero voci infondate, maldicenze, invidie per il nostro rapporto sereno?
Intanto si erano seduti, stanchi e nervosi, sul piccolo divano. Andrea prese fra le sue le bianchissime mani della moglie, come per riscaldarle.
Quel contatto diffondeva in loro ondate di desiderio, erano ancora entrambi giovani. Andrea le parlava teneramente e Nora, che poco prima era fremente di gelosia, ora con le carezze di quelle parole ritrovava il fuoco puro dentro il suo cuore. Avvicinò il suo viso al volto di Andrea fin dove le loro labbra si unirono.
Nora si alzò, afferrò senza delicatezza il vaso di fiori, regalo dell’Avvocato e disse con piglio sicuro alla Colf: «Franchina, per favore, porta via queste erbacce!»
Quindi, tenendo nascosta una piccola lacrima, prese per mano il marito.
«Andrea, usciamo stasera, comprami una rosa, una sola come facevi una volta.»

§§§
 
RACCONTO CINQUE

LA PROMESSA

Il grande giorno è arrivato. Ti osservo dalla porta socchiusa, riflessa nello specchio, nel pieno dei preparativi.
Il tuo volto, nonostante un velo di apprensione, è già radioso e bellissimo ancora prima dell'acconciatura e del trucco che, sono sicuro,  lo renderanno incantevole. 
Pur non scorgendolo da qui, so che, appeso all'anta dell'armadio, il romantico ed elegante vestito bianco non aspetta altro che ricoprire al meglio le tue esili membra. 
L'abito, i cosmetici, la pettinatura elaborata sono solo ornamenti aggiunti alla bellezza che risplende sul tuo volto, alla luce piena di aspettative che brilla nei tuoi occhi. 
Devo essere sincero e ammettere che, sì, sono geloso di quella speranza che rimbalza dal tuo sguardo allo specchio, dei sogni che stanno per avverarsi e dei quali, purtroppo, non sarò io il co-protagonista, ma la persona che hai scelto per condividere la tua vita da oggi in poi.
E che non si azzardi a farti soffrire un solo istante! Dovrà vedersela con me, in quel caso.
I preparativi stanno ormai terminando, trattieni il respiro per l'emozione mentre indossi l'abito, i tuoi occhi si riempiono di lacrime e, istintivamente, il tuo sguardo incrocia il mio, al di là della porta socchiusa.
So a cosa stai pensando, a quella sera in cui davanti al televisore, mi guardasti seria.
«Anche tu mi accompagnerai all'altare, un giorno. Vero, papà?»
Allora, emozionato, ti assicurai che l'avrei fatto, a patto che fossero passati molti anni prima di quel giorno.
E oggi sono qua, a onorare la mia promessa.
Ti osservo dal rettangolo incorniciato, tredici per diciotto centimetri su carta lucida, che ci ritrae insieme, sorridenti. Ringrazio tua madre per aver scelto questa foto e per averla posta sul pianoforte che, ormai, nessuno suona più, in direzione della tua camera.
Hai deciso che da domani la nuova collocazione di questa immagine sarà nella tua casa.
Ma ora sbrighiamoci, è vero che la sposa deve far attendere, senza esagerare, però…
Esci dalla camera e ti avvicini, il tuo bacio si posa sulla fotografia, sfiorando il mio volto.
Andiamo ora, bambina mia, lo sai che la mia anima non è in questa immagine, ma  nel profondo del tuo cuore, dove rimarrà per sempre.
E, come promesso, oggi attraverserò al tuo braccio la navata della chiesa per condurti verso la tua nuova vita.

§§§

RACCONTO SEI
RISVEGLIO

Non ho dormito stanotte. Al di là del buio c'è una nuova alba che mi aspetta, pronta a cacciare le ombre. È l’alba dei cambiamenti e delle certezze.
Ed ecco farsi avanti il nuovo giorno.
Il battito del mio cuore, all'unisono con i rintocchi  delle ore nel campanile di fronte, segnalano lo scorrere del tempo. Sulla vecchia cassapanca della nonna, sopra un cuscino elegantemente  ricamato, ho deposto la coroncina, simbolo di spiritualità e forza interiore,  che oggi  adornerà la mia testa. In questa stanza lascio i miei sogni di giovane fanciulla per abbracciare il sommo bene. Poche ore, ormai, mi separano dal rito che mi unirà per sempre all'Eterno amore.
Porto la mano sul petto e in un intreccio di sentimenti profondi,  lentamente la dirigo sul cuore.
Sembra impazzito quell'organo vitale. Ascolto ogni singolo battito  e  accarezzo quei palpiti d'amore con dolcezza infinita, mentre giunge  la fantasia a riempire quella nuova promessa.
Poi...
Sento il risveglio farsi strada e portarmi via...
Chiudo gli occhi, giusto in tempo per udire quella voce mormorare: Ben arrivata Suor Maria.
Nessuno potrà mai proibire all'amore di raggiungere l'oasi del conforto. Lì, regna la pace. 

§§§

RACCONTO SETTE
PRIMA DEL SÌ 

La luce del mattino filtrava dalla finestra con una delicatezza quasi irritante. Non aveva il diritto di essere così calma. Sua madre aveva già finito di sistemarle l'acconciatura. Lei era lì, in piedi davanti allo specchio, con il vestito appena indossato e le mani ferme lungo i fianchi, come se muoversi potesse far crollare qualcosa. Il tessuto bianco aderiva al corpo in modo preciso, studiato, eppure le sembrava estraneo. Si osservò senza sorridere. Quella donna riflessa aveva il suo volto, ma non la sua sicurezza.
Ripensò alle notti insonni e ai silenzi che a volte si erano infilati tra lei e il futuro sposo come lame sottili. Ai messaggi rimasti senza risposta, alle frasi dette a metà, alle discussioni finite senza un vero vincitore. Si chiese, non per la prima volta, se l'amore dovesse davvero fare così male a tratti. Se fosse normale sentire, proprio quel giorno, una paura così netta. Non la paura di perdere lui, ma quella di restare, scegliendo consapevolmente una persona imperfetta.
Osservò la tiara d'oro bianco poggiata sul prezioso cuscino, poi abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Tremavano appena. Pensò a tutte le volte in cui lui non aveva capito, a quelle in cui aveva sbagliato tono, tempo, parole. E alle volte, altrettanto numerose, in cui era stata lei a ferire, a pretendere, a chiudersi.
Si avvicinò allo specchio, fino a distinguere ogni piccolo dettaglio del viso: una ruga leggera accanto agli occhi, il rossore sulle guance, la stanchezza che nessun trucco riusciva a cancellare del tutto. Non era l'immagine della sposa che aveva immaginato da ragazza. Era più vera. E forse per questo più difficile da accettare.
Si chiese se fosse quello il momento in cui si capisce davvero che le favole mentono, quando resti sola davanti a uno specchio. Pensò che avrebbe potuto andarsene. Poteva, nessuna porta era chiusa a chiave, nessun passo era ancora stato fatto.
Poi, senza sapere bene perché, sorrise appena. Le tornò in mente una sera d'estate, lui seduto vicino a lei, parlando di progetti per ore. Ripensò al modo in cui sapeva ascoltarla quando smetteva di difendersi. Nonostante tutto, tornavano sempre a scegliersi. Non perché fosse facile, ma perché era autentico.
Capì allora che non stava cercando la certezza: stava cercando il coraggio. L'amore che avevano non era perfetto, no. Era fatto di crepe, tentativi, aggiustamenti continui, ma era reale.
Inspirò profondamente e raddrizzò le spalle. Non per diventare qualcun'altra, ma per restare sé stessa. Guardò ancora una volta il riflesso e riconobbe quella donna: imperfetta, dubbiosa, pronta.
In quel momento seppe che, proprio così com'era, quell'amore era perfetto.

§§§

RACCONTO OTTO
LO SPOSO AMERICANO

Non ho mai pensato che mia cugina Giulia fosse migliore di me, eravamo solo diverse: lei bella e atletica, io studiosa e impacciata, lei timida, io disinvolta. Siamo coetanee e siamo cresciute assieme.
Oggi si sposa, sono felice per lei.
Questa stanza profuma di fiori d'arancio. Sono curiosa di conoscere lo sposo.
Tempo fa mi ha telefonato per invitarmi alle nozze. Non la sentivo dal giorno in cui è scoppiata la bomba affettiva.
Durante la chiamata abbiamo parlato a lungo del problema, concludendo che ci siamo salvate la vita a vicenda.
Come simbolo della pace ritrovata le ho portato in dono una collana di perle.
Attraverso una porta la osservo mentre si pettina. È ancora bella come fosse adolescente, come quando mi confidò di essersi innamorata di Marco, uno studente che molte ragazze del liceo desideravano. Ma lui aveva scelto lei. Quando uscivamo in gruppo, però, notavo in lui sguardi e gesti rivolti a me. A Giulia non avevo mai confidato nulla, nemmeno quando decisi di incontrarlo da sola. Beh, alla fine lui mi piaceva e dedussi che quei segnali erano il principio del mio innamoramento. La nostra storia durò poco, il tempo per togliermi il capriccio. Nel contempo finì anche la loro storia e Marco mantenne il segreto, sparendo dal nostro giro.
«Adriana, portami il velo!»
La felicità di Giulia è contagiosa. Mi avvicino a lei e sorrido mentre le porgo il velo.
«Quanto sono felice, Adriana. Quando conoscerai Johnny capirai come sono fortunata. Merito tuo!»
Annuisco, ma il sorriso mi si incrina. Ritorno in salotto, conto i fiori del bouquet: dodici. Che coincidenza! Sono gli anni trascorsi da quel giorno.
Eravamo giovani, Giulia lavorava e aveva una relazione con Simone. Quando lo conobbi e iniziammo a uscire tutti insieme, non esitai a riferire a Giulia alcuni dubbi su di lui: sguardi, mani, cenni… Pensavo di aver fatto la cosa giusta, ma in realtà mi resi conto di essermi infatuata di lui. Lo frequentai, il nostro rapporto divenne davvero intenso, ma quando Giulia lo scoprì non volle più parlarmi.
Ma le cose non sempre seguono strade segnate.
Simone si rivelò possessivo e violento. Fu proprio Giulia a salvarmi quando le rivelai il mio disagio, ospitandomi in casa sua per alcuni giorni.
Giulia continuò a non parlarmi, portava rancore. Decise di partire per l'America, di sparire per sempre dalla mia vita, raccomandandomi di non chiamarla più.
In dodici anni ho avuto modo di riflettere sulle mie azioni senza trovare veri sensi di colpa. È solo che le cose dovevano andare così. Non credo di innamorarmi delle persone sbagliate, sono loro a scegliere me.
Oh, ecco, la sposa è pronta. Lo sposo è giù in strada che aspetta, io romperò il piatto pieno di riso, petali, monetine. Esco e respiro la primavera americana: è inebriante. 
Ecco lo sposo, è bellissimo in smoking grigio perla. Lo guardo, i suoi occhi magnetici sono fissi su di me. Non mi conosce, ma mi saluta sorridendo. È affascinante. 
Avrò modo di conoscerlo, ne sono sicura.

§§§

Ora tocca a voi: leggere e votare!

 


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle


mercoledì 4 febbraio 2026

Numero 489 - Conosciamo meglio Graziella Braghiroli, concorrente di 800 Metri di Parole - 4 Febbraio 2026


 

Oggi chiacchieriamo con Graziella Braghiroli, autrice e concorrente della sfida letterario più "in" in circolazione.

Ecco a voi questa bella intervista. 💗

La nostra conoscenza risale a tanti anni fa, cara Graziella, quando – su invito di Claudio Gurra, artista che stimo tantissimo – venni a Idro per fare una lezione "prova" del mio Laboratorio di Scrittura, in presenza (che bello!). Vuoi raccontare, ai lettori del Blog, di quel pomeriggio?

Come dimenticare quel pomeriggio che è stato l'inizio della bella avventura che sto vivendo tuttora? (parlo della scrittura, naturalmente). Ero parecchio intimidita quel giorno e non sapevo cosa aspettarmi. La lezione verteva sui cinque sensi e di ognuno di questi dovevamo dire le sensazioni che provavamo. Non era facile parlare davanti a persone che si conoscono, ma piano piano, ce l’abbiamo fatta tutti ed è stato molto coinvolgente. Alla fine della lezione, Stefania ci ha suggerito di mettere su carta quello che avevamo espresso a voce e di inviarle quello che avevamo scritto. Io l’ho fatto… Ed eccomi qua.
 
Il tuo percorso nella scrittura è un viaggio che ti ha vista crescere e diventare sempre più sicura e con un tuo preciso stile che è diventato riconoscibile. 
Cos'è stato per te questo viaggio?
Di sicuro un bellissimo viaggio, anche se non del tutto riposante. Vissuto, a volte, nell'incertezza di non arrivare a destinazione, per poi scoprire che ogni tappa raggiunta e superata porta arricchimento e soddisfazione. E di questo devo ringraziare la nostra autista, Stefania Convalle, che con guida sicura ci conduce su questa stupenda strada che è la scrittura.
 
Dopo diversi riconoscimenti ricevuti nel Premio Letterario "Dentro l’amore", nel 2025 hai finalmente pubblicato la tua opera d’esordio "Quando fiorivano le ginestre". 
Ci vuoi raccontare com'è nata questa raccolta e quale legame hai con i luoghi dove sono ambientati?
Questa raccolta è quasi il riassunto dei tanti racconti sulla Seconda  Guerra Mondiale e le sue conseguenze che sentivo dai miei genitori e i loro amici. Ero una bambina ma già mi colpiva il dramma di quelle vite spezzate e della paura di non sapere come andare avanti. Ho voluto trasformare questi loro ricordi in racconti per rendere omaggio a delle persone che, pur avendo perso tutto, non hanno mai perso la voglia di vivere. E comunque, mia mamma è nata in Istria, a Pola, e forse per questo motivo amo così tanto quei luoghi. Fin dalla prima volta, quando ci vado, mi sembra di tornare a casa.
 
La copertina presenta un'immagine suggestiva, e – possiamo dirlo – è un tuo dipinto. 
Qual è stata l'emozione nel vederlo sul tuo libro? 
E cosa ci racconti di quel dipinto?
Vedere quell'immagine sulla copertina è stato davvero molto emozionante. Le due bambine sono mia figlia e la sua amica Victoria. Sono state amiche per la pelle, cresciute insieme hanno condiviso tante cose. Ho dipinto il quadro quando Victoria, che è argentina, è tornata nel suo paese con la famiglia. E ancora oggi, provo una tenerezza infinita per quelle due bambine piene di speranze che avrei tanto voluto vedere camminare insieme.
 
La tua raccolta di racconti ha già suscitato curiosità e apprezzamento nei lettori. Gli argomenti che tratti non sono così affrontati, si parla poco dei fatti storici citati nel libro. 
Cosa provi di fronte alle parole dei tuoi lettori, a volte anche commosse?
Ne sono molto contenta e lusingata. Parecchi, soprattutto i più giovani, non sapevano nulla di quel periodo storico e mi hanno ringraziata per averglielo fatto scoprire, e con i tempi che corrono mi sembra proprio una bella cosa.
 
Cosa bolle in pentola per questo 2026? Progetti, altre opere alle quali stai lavorando, dove porterai “Quando fiorivano le ginestre” per parlarne a futuri lettori? Confessa tutto ;-)
Qualcosina in pentola c'è. Ho già  scritto  parecchi capitoli di un romanzo che vorrei terminare entro l'anno. Dico solo che si ritroveranno alcuni dei protagonisti dei racconti anche se l'ambientazione sarà diversa.
Per quanto riguarda "Dove fiorivano le ginestre" spero di riuscire a presentarlo a Idro e dintorni, ci sto lavorando.
 
Fino a questo momento, cosa ti ha dato la scrittura? Cosa rappresenta per te?
La scrittura mi ha dato tanto, molto di più di quanto mi sarei aspettata quando ho iniziato.
Ho scoperto che scrivere mi è quasi indispensabile, mi piace proprio inventare storie, personaggi, situazioni, dare un senso a quello che sto scrivendo. E visto che sto diventando anziana, viaggiare con la fantasia mi mantiene giovane.

Grazie, Graziella, per le tue risposte puntuali e sincere.

Voglio ricordare due bei momenti, quando sei stata premiata in due occasioni, durante le serate finali del Premio Letterario "Dentro l'amore".

2019

2024

Ma prima di salutarci...

Biografia di Graziella Braghiroli

Nata e cresciuta a Parigi, ora abita a Brescia da molti anni. Si definisce una nonna e pensionata felice. Per amore dei nipoti si è trasferita sul lago d'Idro dove passa la maggiore parte dell’anno. Ha molti hobby: cucinare, leggere e, naturalmente, scrivere.
Ha scoperto la scrittura qualche anno fa e frequenta il Laboratorio di Scrittura creativa di Stefania Convalle con soddisfazione.
Ha partecipato a opere, firmate da Edizioni Convalle, a scopo benefico, insieme ad altri autori.
"Quando fiorivano le ginestre" è la sua prima pubblicazione (Edizioni Convalle).


https://edizioniconvalle.com/product/40392853/quando-fiorivano-le-ginestre


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle




 

 

 

 

 


venerdì 30 gennaio 2026

Numero 488 - 800 Metri di parole - Quinta tappa - 30 Gennaio 2026


AGGIORNAMENTO: 
A VOTAZIONE CONCLUSA TROVERETE NEI COMMENTI A QUESTO NUMERO LE MOTIVAZIONI - CHE RIMARRANNO ANONIME - DI CHI HA VOTATO. Troverete anche i nomi degli autori di ogni testo. 

Riprende il torneo 800 Metri di Parole che era andato in vacanza per Natale.
La quinta prova consisteva nello scrivere un racconto o un monologo (di massimo 500 parole) o una poesia.
Il titolo l'ho dato io: LA ZONA GRIGIA 
I testi che andrete a leggere dovranno quindi avere un collegamento col titolo da me proposto.
Sono proprio curiosa di sapere cosa si saranno inventati i concorrenti! E voi?
Allora cominciamo a leggere!

Prima però vi segnalo che questa volta i testi saranno anonimi, non saprete chi ha scritto cosa. Perché? Per creare maggiore suspense nella seconda parte della sfida e perché siano solo i testi a parlare e non i nomi degli autori che, in qualche modo, condizionano sempre chi deve votare (è umano).

Gli autori dei testi dovranno mantenere il segreto e sono certa che lo faranno. 
E voi, cari lettori e fan, non cercate di corromperli per farvelo dire perché i concorrenti sono incorruttibili!

Saprete i nomi degli autori di ogni pezzo a votazione conclusa.

Come si vota?
Dovrete scrivere a steficonvalle@gmail.com esprimendo TRE preferenze e dando una motivazione per ogni testo (facciamo le cose per bene). 
Avrete tempo di votare fino a 
mercoledì 4 Febbraio ore 20:00.

Potranno votare anche i concorrenti perché il voto è segreto.

I testi vengono postati a seconda dell'ordine di arrivo a me.


RACCONTO UNO

La chiamavano la zona grigia perché lì niente era davvero illegale, ma nemmeno pulito. Un quartiere incastrato tra il porto e la ferrovia, dove le luci al neon tremavano come coscienze stanche e l’aria sapeva di pioggia vecchia e promesse non mantenute. Ci vivevo dentro da anni, anche se l'indirizzo sul documento diceva altro. Certi posti non ti lasciano andare: si infilano sotto la pelle.
La sera in cui tutto cominciò, stavo aspettando un uomo che non voleva farsi trovare. Si chiamava, o almeno così diceva, Giulio Rami. Contabile di giorno, intermediario di notte. Uno di quelli che non si sporcano mai le mani ma conoscono tutti i lavandini dove il sangue sparisce. Mi aveva chiamato perché aveva paura. Quando uno come Rami si spaventa, vuol dire che la bilancia sta per rompersi.
Lo incontrai in un bar senza nome, dove il caffè sa di ruggine e il barista non fa domande. Rami sudava freddo, anche se era febbraio. Mi passò una chiavetta sotto il tavolo.
«Qui c'è tutto» disse. «Appalti, favori, firme. Nessuno è innocente.»
Nella zona grigia l'innocenza è una valuta che non circola.
Non feci in tempo a rispondergli. Due colpi secchi, silenziatore scadente. Rami crollò in avanti, gli occhi spalancati come se avesse appena capito qualcosa di importante. Nessuno urlò. Il barista abbassò lo sguardo. Io rimasi seduto. In certi posti, reagire è il modo più veloce per morire.
Scappai dal retro e la pioggia mi accolse come una vecchia amica. Sapevo già che la chiavetta mi avrebbe messo un bersaglio sulla schiena. La zona grigia non perdona chi prova a fare chiarezza: vive di ombre, di mezze verità, di silenzi ben pagati.
Quella notte lessi ogni file. Politici, imprenditori, poliziotti. Tutti dentro, tutti sporchi. Non c'era un cattivo da consegnare alla giustizia, solo un sistema che respirava grazie alla corruzione. Capii che il problema non era scegliere da che parte stare, ma accettare che non c'erano parti giuste.
All'alba presi una decisione che non mi avrebbe reso migliore, solo vivo. Feci una telefonata, vendetti i dati alla persona giusta, o sbagliata, dipende dai punti di vista, e cancellai le copie. Quando il sole sorse, la zona grigia era ancora lì, immobile, indifferente.
Me ne andai, ma so che, prima o poi, ci tornerò. Perché certe zone non sono luoghi. Sono scelte. Una volta che le fai, restano con te per sempre.

§§§

RACCONTO DUE

Ancora una volta se ne stava immobile dinanzi alla grande finestra e osservava il mare di nebbia lattiginosa al di là del vetro.
La zona grigia, così l'aveva rinominata il giorno in cui, dopo essere scesa lenta ma inesorabile, si era fermata poggiandosi impalpabile e fitta sul mondo.
Vi immergeva lo sguardo per ore, a volte per intere giornate, senza sapere cosa scrutare perché, in fondo, nulla poteva essere scorto attraverso il denso grigiore. Solo le sbarre alla grande finestra lo isolavano proteggendolo persino dalla spaventosa zona grigia.
Eppure, c'era stato un tempo in cui il mondo si riempiva di colori, di voci, di grida, risate e pianti. Un mondo in cui il grigio era solo una fugace variante dalle mille sfumature. Un mondo in cui si viveva senza sbarre alle finestre e ci si sentiva liberi di respirare.
Lo immaginava, a volte, quel mondo. O forse erano solo sogni che si succedevano alla triste, agghiacciante e grigia realtà?
Non aveva più riferimenti, ormai, né di tempo né di luogo; solo il lento dilatarsi di ore dinanzi all'estesa zona grigia.
C'erano volte in cui sognava di affrontarla, di aprire la grande finestra e abbatterne le sbarre, reali o immaginarie che fossero. Avrebbe trovato la forza per farlo, ma poi?
Cosa sarebbe stato di lui di fronte alla zona grigia?
Sarebbe riuscito a guadagnare un varco per attraversarla?
Cosa avrebbe trovato al di là? Sempre che ci fosse stato un di là...
E se invece di ritrovare i colori, i rumori, le voci, si fosse reso conto che il grigio si sarebbe trasformato in nero, gelido, buio, profondo?
No, anche quel giorno non ce l'avrebbe fatta, sarebbe rimasto fermo, immobile dinanzi alla grande finestra, protetto dalle sbarre che tenevano a bada la zona grigia.
Ad aspettare… Che cosa? Non sapeva, forse che il denso grigiore si diradasse o che uno dei tanti sogni a colori si palesasse di nuovo.
Aspettava e basta, chissà, prima o poi un suono o una voce avrebbe abbattuto quella grigia barriera.

§§§

RACCONTO TRE

Alfio lavorava da vent'anni nella ditta che commerciava agrumi. Arance, limoni, mandarini partivano ogni notte su camion refrigerati diretti al Nord. Conosceva tutti gli odori del magazzino, il succo appiccicoso sulle mani, il rumore dei muletti all'alba. Era uno che arrivava sempre in anticipo e se ne andava per ultimo, senza mai farlo pesare. Lo dicevano tutti: Alfio era affidabile.
A casa lo aspettava una vita ordinata. Una moglie discreta, due figli che studiavano e portavano a casa buoni voti. Niente eccessi, niente sorprese.
Peppe era il suo esatto contrario. Lavorava al porto, turni irregolari, linguaggio colorito e in bocca la sigaretta sempre accesa. Si conoscevano da ragazzi, cresciuti nello stesso quartiere. Peppe rideva di Alfio ma lo faceva con affetto.
«Tu sei uno che non si complica la vita» gli diceva.
Alfio sorrideva, senza replicare.
Peppe aveva un figlio, Ciro, che amava il guadagno facile. Cambiava spesso lavoro, parlava di affari senza mai spiegare bene quali fossero.
«Se sei furbo, fai soldi senza spaccarti la schiena» ripeteva spesso.
Alfio lo ascoltava con quel senso di fastidio che si prova per quello che non si capisce ma s'intuisce pericoloso.
Una mattina, mentre stava controllando i documenti di carico, Alfio notò Ciro vicino ai camion in partenza. Parlottava con uno degli autisti, voce bassa, gesti rapidi. L'uomo si guardava intorno, nervoso. Poi infilò qualcosa nella tasca del giubbotto.
Alfio non sentì le parole, solo il tono, che non gli piacque.
Continuò a guardare le carte. In fondo, Ciro non lavorava lì e gli autisti erano gli stessi da anni. Forse era solo una richiesta per un passaggio, di sicuro una sciocchezza. Alfio era bravo a dare nomi rassicuranti alle cose.
Quel giorno tornò a casa con un peso addosso e nei giorni successivi notò altri dettagli.
Camion che partivano con ritardi inspiegabili, un autista mai visto prima, Ciro che girava nei dintorni del magazzino. Alfio vedeva ma non agiva.
A Peppe non disse niente. Continuavano a bere il caffè insieme, parlando del caldo insopportabile e del lavoro che stancava. Pensava che se gli avesse confidato quei sospetti sarebbe stato come provocare un incendio. Peppe avrebbe di sicuro difeso il figlio e fatto domande. E le domande chiedono risposte e le risposte portano conseguenze.
Così Alfio scelse la terra di mezzo. Continuò a fare bene il suo lavoro. Quando poteva, cambiava gli autisti, spostava i turni, rendeva le cose più difficili. Piccoli ostacoli, niente di evidente. Un modo per dire a sé stesso che stava comunque facendo qualcosa.
Una notte un camion non arrivò a destinazione, sparì con il carico. Arrivarono i controlli, le domande, le facce tese.
Peppe lo chiamò qualche giorno dopo. Era scosso. Ciro era sparito.
«Deve avere fatto una cazzata.»
Alfio lo ascoltò in silenzio. Avrebbe potuto dire lo sapevo, ti volevo avvertire. Non disse nulla.
Quando chiuse la telefonata, rimase seduto al tavolo della cucina, convincendosi che spesso la verità non serve a rimettere a posto le cose, anzi, le distrugge. Aveva scelto di proteggere la sua normalità. Sapeva di non essere del tutto innocente ma nemmeno colpevole e preferiva stare lì, in quella zona grigia dove ci si barcamena senza sporcarsi troppo le mani e dove si impara a convivere con quello che non si vuole vedere.

§§§

RACCONTO QUATTRO

Stavo lì, seduta nell'angolo più nascosto, nella penombra di quella stanza con le pareti dipinte di grigio fumo metallizzato: un equilibrio tra il bianco e nero. Un'oasi di tranquillità dove meglio riflettere e trovare momenti di pace. Accanto alla finestra, per meglio sfruttare la luce naturale, avevo posizionato una piccola poltrona e la scrivania con sopra gli strumenti da lavoro: un computer, fogli e quaderni per appunti, oltre a un portapenne con all'interno un numero indefinito di pennarelli indelebili, adatti a scrivere sui muri. A completare il tutto una Kenzia, una palma sempreverde, utile a purificare l'aria, oltre che a donare un tocco di eleganza a quel luogo diventato il mio rifugio. Avevo pensato di vivacizzare quelle pareti dipinte di grigio con mie poesie e metafore, destinate a restare nel tempo come tracce di un ricco vissuto. 
Poi a un tratto è successo: un semplice messaggio che ha riportato il buio nella mia vita così faticosamente ricostruita dopo varie avversità.
«Ciao Tiziana, ti do una triste notizia, è morto Francesco.»
Te ne sei andato così, senza far rumore. Tu, che tra il chiasso dei tuoi pensieri hai vissuto. Mi piacerebbe conoscere le tue ultime riflessioni, prima che i tuoi occhi si chiudessero per sempre. Le avrà chiesto perdono?, mi domando,  rivolgendo il pensiero a "lei", la moglie, mentre una fitta mi trafigge il costato. Non lo saprò mai e forse è meglio così. Ma se c'è qualcuno a cui dovevi chiedere perdono, quella sono io: "l'altra."
Non ho dimenticato le tue parole, quando dubbiosa del tuo amore, mi tranquillizzavi dicendomi: «Ricordati, puoi anche non credermi, ma comunque andrà, il mio ultimo pensiero si chiamerà Tiziana.» 
Chissà se davvero è andata così. Non lo saprò mai.
La rabbia mi avvolge, mentre lentamente mi alzo e avvicinandomi alla scrivania sfilo dalla scatola dei pennarelli, quello dorato. Voglio che brilli la luce in ogni parola che andrò a scrivere per spogliarmi di quella rabbia che la tua morte mi lascia. Non più parole tra di noi, non più la possibilità di chiarimenti, ma solo un silenzio per sempre, un distacco dove nulla più può essere recuperato e ogni parola si estingue.
Ciao Francesco, resterai qui per sempre, nella stanza dei ricordi assopiti. La tua vita si è conclusa come hai sempre vissuto. Specchio della tua esistenza. Temporeggiare, attendere che qualcosa potesse accadere secondo i tuoi desideri, era il tuo motto. Hai sempre lasciato che fosse il tempo a lavorare per te. 
Un rapporto irrisolto, il nostro, ma forse meglio dire il tuo. Nonostante i tanti anni d'amore trascorsi nell'attesa del domani, oggi, pensando al tuo corpo avvolto dal gelo della morte,  riesco solo a provare frustrazione, una rabbia luttuosa che non mi permette di avere risposte, mai più.
La punta del pennarello scorre veloce sul muro, mentre le parole che pure d’amore parlano, fluiscono spinose. 

§§§

RACCONTO CINQUE

Viene a trovarmi ogni notte, si insinua nei miei sogni, sotto le coperte, nelle mani.
Da tre mesi faccio ogni notte lo stesso incubo: strangolo Sara.
Ci eravamo conosciuti sul ponte Carlo, a Praga. Ero arrivato da poco in città come ricercatore universitario e quando l'ho vista sporgersi dal parapetto non ho resistito a parlarle. Poche battute mi erano bastate per capire che era una ragazza vivace. I capelli lunghi biondi le si impigliavano spesso tra le labbra unite come un bacio, che a tratti apriva in un sorriso malizioso. Il mio primo pensiero era stato di baciarla ma non mi ero permesso di farlo anche perché lei spesso si voltava indietro come se cercasse qualcuno o qualcosa. Ma il desiderio mi si era appiccicato addosso come la neve di quei giorni.
Faceva la guida turistica, ci vedevamo ogni sera dopo le cinque sotto la statua di San Giovanni, sul ponte; poi, camminavamo entrando nei caffè e nei musei. Parlava molto, Sara, tanto da confondermi. E proprio l'ultima sera, prima che sparisse per sempre, mi aveva fatto un discorso singolare su come fare un furto epocale nel Museo Nazionale, in piazza San Venceslao. Mentre parlava vedevo brillare la neve sul parapetto del ponte, luccichii riflessi nei suoi capelli, tutto il viso era luminoso. La baciai. Avevo provato una forte emozione ma lo sguardo severo di un ragazzo piantato su di me mi aveva riportato alla realtà. D'un tratto sorrise e si presentò: era il fratello di Sara.
«Dove andate?» chiese incuriosito.
«Al Museo Nazionale» risposi guardando Sara con aria complice.
Senza dire una parola ci seguì tra le vie, indifferente al mio disappunto.
Ecco, a questo punto del ricordo inizia il mio incubo.
Tra queste mura grigie, e per tanto tempo, ho avuto modo di ricostruire ogni particolare dei miei giorni insieme a Sara, la sua camminata, le sue idee e quel modo di unire le labbra, sempre pronte a baciare. Domani lascerò questo edificio, un luogo tanto grigio e squallido da avere impregnato la mia anima.
Sarò di nuovo libero.
Quella ragazza, complice il fratello, è riuscita a incastrarmi, ha compiuto il furto di pietre preziose lasciandone qualcuna nelle mie tasche; non avevo capito che cosa stesse combinando, si muoveva da una teca all'altra sfiorandole con le dita, spariva e ricompariva. Mi sembrava una farfalla impazzita e bellissima, tanto ero infatuato.
Poi, è sparita. Per sempre.
Sono rimasto immobile, sono certo di avere avuto un sorriso ebete e incredulo, mi hanno circondato e infine portato via.
Il tempo e la durezza di questa prigione mi hanno fortificato. Ho osservato una dedizione maniacale alla pulizia e alla forma fisica, sono diventato insensibile alle luci e agli odori. In testa ho solo il volto di Sara, grigio come un cielo d'inverno, come quello che porto dentro.
Io sono pronto. Le mie mani non stringeranno più l'aria. E tu, Sara, sei pronta?
Preparati, perché vengo a cercarti. 

§§§

RACCONTO SEI

Tira sempre aria da queste parti. A mia madre ho detto che andavo a fare un giro con il cane, povero Gipo, sempre costretto in un appartamento angusto.
«Non hai neppure mangiato; la domenica ti alzi tardi e sparisci, vai pure avanti così…»
Il resto del discorso è rimasto dietro la porta. Si preoccupa delle interrogazioni, ché la media conta, di cosa mangio, e poi non vede i particolari. Tipo i segni sulla faccia, le nocche spellate, da quando ho ricominciato a uscire il sabato sera.
Nei pressi del fiume ho sguinzagliato Gipo. Se la gode, lui. Corre come un matto, raccoglie un ramo e me lo porta, poi saetta lontano e da dietro un arbusto rinsecchito abbaia festante. Sento la voce del Nero che gli parla, mi paralizzo.
«Il tuo cane è più coraggioso di te» dice.
Bella forza, lui non sa che le cose sono cambiate dalla scorsa estate, e il Nero lo conosce da una vita. Anch'io lo conoscevo, eravamo amici. Ieri sera ci è andato giù duro, con un pugno rabbioso mi ha quasi spaccato il labbro.
«Dai, vieni a sederti. Non ti faccio niente.»
«Hai detto che non devo avvicinarmi a te, neanche per sbaglio.»
«Qui non conta quello dico.»
Già, qui non conta, gli credo. Qui c'è ancora il respiro di Marco.
Spegne nel fango indurito l'ennesimo mozzicone e rimane in silenzio a guardare il letto del fiume, tutto sabbia e sassi, niente in comune con le acque gonfie dell'estate. È un silenzio spesso. Mentre mi siedo a terra Gipo gli si accuccia accanto, strofinando il muso contro il suo viso. Tra i capelli corvini che gli coprono la faccia, gli occhi si serrano prima di diventare acqua. Per pudore guardo oltre, con la gola serrata. Non ho mai visto il Nero piangere, neppure quando il corpo di Marco è stato trovato nel fondo di quell'ansa, dove stiamo guardando adesso.
«Può essere stato un incidente» dice.
«Sì, lo penso anch'io.»
Sappiamo entrambi di mentire, ma abbiamo bisogno di assolverci perché non avevamo capito che Marco non le sparava grosse tanto per dire, e se diceva di stare male, stava male davvero.
Se solo quel giorno fossimo andati anche noi al fiume, se non avessi convinto il Nero a passare da casa per provare il nuovo gioco della Play Station, se non avessimo dimenticato l'appuntamento.
Se, se...
«Dovresti ritornare a scuola, come sto facendo io» gli dico.
Si alza, pulisce i palmi sui jeans.
«Ecco perché devi starmi alla larga. Ogni volta che apri la bocca, finisci sempre col farmi imbestialire.»
Basta poco per farlo arrabbiare, è sufficiente essere vivi.
«Non ti mollo, capito?» gli urlo, mentre se ne va.
Lo vedo allargare le braccia come a dire fai tu, non m'importa. Ma lo so, lo so che domenica prossima ci troveremo ancora qui, nella nostra zona grigia.

§§§

RACCONTO SETTE

Il crepitio dell'asfalto ghiacciato sotto le scarpe trasmetteva in Alice un senso di solitudine e pace. Il buio iniziava a farsi strada tra le viette del paesino e lei sapeva bene che mamma la voleva rincasata prima dell'accensione dei lampioni.
Camminava ancora immersa negli accattivanti discorsi fatti con l'amica del cuore, ripensando alle risate e alle confidenze, quando alzò lo sguardo e lo vide: un piccolo uccellino marrone dentro a una minuscola gabbia di plastica verdastra. Il cuore le si strinse all'istante.
Si avvicinò con cautela, come se un movimento brusco potesse peggiorare la situazione. Quando si rese conto che quella prigione era talmente piccola… Troppo piccola. Una delle ali si era spezzata, probabilmente in un disperato tentativo di volare via.
Lo sguardo le si indurì. Non era solo tristezza: era impotenza, rabbia, ingiustizia.
Scomparve dietro l'angolo come un'ombra, trattenendo il fiato. Quei piccoli occhi neri le avevano chiesto aiuto; come avrebbe potuto far finta di nulla?
Corse a casa dove la madre e la sorella erano alle prese con le loro faccende quotidiane.
«Mamma, Erica, venite subito qua!»
«Che succede, tesoro?»
«C'era un uccellino con un'ala rotta dentro una gabbia grande così!» gridò mimando una minuscola scatola.
«Non possiamo lasciarlo lì!»
«Ferme un attimo, voi due, stiamo pur sempre parlando di commettere un furto…»
«Sì, ma pensa a quanto deve star male lì dentro!» ribatté con impeto la sorella maggiore.
La donna rimase in silenzio per qualche secondo. Poi annuì piano.
«Non posso che darti ragione, cara.»
Le due sorelle si vestirono di nero, presero un sacco della spazzatura vuoto e partirono per la loro missione segreta.
Alice faceva strada mentre Erica scrutava gli angoli bui che si alternavano alla luce calda dei lampioni.
Arrivarono e, per un istante, nessuna delle due si mosse. Alice teneva con le mani tremolanti il sacco aperto, Erica staccò con decisione la gabbia dalla recinzione e la infilò dentro al sacco nero, poi si dileguarono a passo rapido, scambiandosi sguardi complici. Missione compiuta.
Arrivarono a casa tutte sudate e ancora in preda all'eccitazione, dove la mamma aveva già riadattato la gabbia del porcellino d'india che avevano un tempo. Arredata cotanto di rami e foglie, praticamente un resort.
«Domani lo porterò dal veterinario e vedremo cosa ci dirà.»
Erica e Alice liberarono l'uccellino nella sua nuova casa, che rimase immobile per un momento, poi iniziò a cinguettare e saltellare da un rametto all'altro.
Alice si accorse che stava sorridendo senza rendersene conto.
«Abbiamo fatto bene a rubarlo! Lo chiamerò Chip» esclamò Erica tutta fiera.
La madre, commossa da quel cinguettio si rivolse alle sue figlie: «Non sempre al mondo è tutto bianco o nero. Esistono molte sfumature di grigio nel mezzo.»
Per la prima volta Alice comprese che fare la cosa giusta non significava sempre seguire una regola, ma assumersi il peso della scelta.


§§§

RACCONTO OTTO

I fatti che sto per raccontare, si riferiscono ad avvenimenti dei quali non ho mai saputo trovare una spiegazione ragionevole.
Mi chiamo Franco Villa. Per quindici anni sono stato Ispettore Capo delle forze di Polizia di Stato. In questo tempo, non ho mai pensato che Michele Rota non fosse normale. I nostri incontri erano sempre collegati allo Studio Legale dove Rota era impiegato come Praticante. Egli non mi ha mai fatto cenno, neppure vagamente, a qualche pericolo che lo minacciava, o a qualcosa di negativo nei propri riguardi. Neppure adesso, dopo tanto tempo, ho la minima idea di come possa essergli accaduto tutto ciò che lo ha portato alla sua fine, all'età di ventisette anni. Quello che è stato possibile sapere è rivelato in un manoscritto trovato nell'abitazione accanto al suo cadavere. Il corpo presentava alcuni ematomi, ma di lieve entità. La causa del decesso, dopo qualche indagine senza risultati, venne archiviata come morte naturale per infarto miocardico acuto.
 
Versione stampata del manoscritto originale di Michele Rota.
È da tanto tempo che non riesco a trovare la calma sufficiente per scrivere la mia storia. Ma in questi ultimi barlumi di lucidità che ancora mi restano, prima che le tenebre discendano per sempre, voglio rivivere quei giorni infernali nel mio piccolo cuore di polvere.
Sono stato sempre soggetto a sogni terribili fin dall'infanzia. Mi smarrivo in luoghi dalle mura colossali, statue aliene, simulacri di creature d'altri mondi. Questi incubi hanno sempre afflitto i miei sonni e hanno generato in me un'avversione profonda al dormire. Per questo, ogni sera vagavo per le strade semideserte, mi fermavo in qualche birreria, aspettando che la stanchezza e l’alcol mi spingessero a rincasare, sperando che il sonno mi chiudesse gli occhi e la mente.
Accadde in una di quelle sere, nei locali poco illuminati di un lontano bar di periferia che incontrai Lilith.
Come ogni persona solitaria ero piuttosto timido e poco disposto alle amicizie, mi avvicinavo agli altri con difficoltà, ma rimasi incantato da quella donna, la più bella fra quante mi era capitato d'incontrare. Era snella, dai movimenti leggeri e languidi, la carnagione bianchissima, i lineamenti minuti, gli occhi scuri e lucenti, i capelli soffici di un nero intenso e profondo.
Fu lei a prendere l'iniziativa e cominciammo a frequentarci. Io mi sentivo folgorato dalla sua risolutezza, era solita gettarmi le braccia al collo per attirarmi verso di sé, mentre mi sussurrava parole, un suono come una nenia inebriante.
«Il tuo cuore è ferito, io vivo della tua calda vita…»
Versi ignoti, ma così musicali che bevevo come un narcotico, mi sentivo precipitare in spazi sconosciuti. Avevo smesso di farle domande alle quali non rispondeva, non le chiedevo perché veniva da me solo di notte, per non vedere lo sguardo acceso dei suoi occhi, ormai temevo ciò che nascondevano, qualcosa di fondamentale, la soluzione di un mistero.
«Questa tua vita che ora mi appartiene, dovrai riviverla ancora innumerevoli volte. Ogni dolore e piacere dovrà fare ritorno a te. Io voglio che tu viva ancora per me. Il tuo ingenuo amore d'uomo sarà mio diletto fino a quando lo vorrà il Creatore di tutto.»
Con forza Lilith premerà la sua bocca sulla mia penetrando nella carne, un terrore abbagliante esploderà nel mio cervello, spalancando un abisso incomprensibile. 
E quell'abisso m'inghiottirà.

§§§

Ora tocca a voi, cari lettori!

Leggete, votate come spiegato all'inizio di questo numero del Blog e divertitevi!


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle


lunedì 19 gennaio 2026

Numero 487 - 4 3 2 1 di Paul Auster, secondo me - 19 Gennaio 2026


Ce l'ho fatta. Sette mesi, ma sono riuscita ad arrivare alla parola Fine.
Premetto che amo Paul Auster col quale c'è stato un colpo di fulmine quando avevo letto "Follie di Brooklyn" qualche anno fa e l'avevo anche recensito in questo Blog.

https://st62co.blogspot.com/2021/08/numero-386-follie-di-brooklyn-paul.html

Dopo quel romanzo ho acquistato tutto di lui e dopo mesi durante i quali non riuscivo a leggere per il mio piacere personale, ma solo per lavoro, ho deciso di tuffarmi nel suo romanzo più corposo: 4321.
Quasi mille pagine, e per me che amo i romanzi brevi è stato come fare il Cammino di Santiago senza allenamento. 

Questo romanzo ha mosso in me sentimenti di amore e odio. Vi spiego.
Amo la scrittura di Paul Auster davanti alla quale m'inchino. Ho "fatto le orecchie" a un sacco di pagine perché taluni passi sono un capolavoro e non volevo rischiare di non trovarli più in quella miriade di pagine, appunto.
Però - c'è un però - seguire tutta la storia è stato un impegno mentale non indifferente. 
Secondo me Paul si è divertito scrivendo questo romanzo, senza pensare che il povero lettore avrebbe dovuto prendere appunti per non perdersi nel labirinto della narrazione.
All'inizio, tutto okay. 
C'è Archie - il protagonista - e i suoi genitori. Si racconta di come loro si sono conosciuti, la storia d'amore, la nascita di Archie e tutto fila liscio. Il problema nasce quando si capisce che il titolo, 4321, rappresenta le quattro opzioni di vita di Archie dopo un certo evento che coinvolge il padre. Da lì, quattro direzioni, una per ogni se fosse andata così...
E va beh, possiamo restare sul pezzo, ma quando il susseguirsi dei capitol-oni e il passare da una vita all'altra con - più o meno - gli stessi personaggi che girano in ogni vita ma con vicissitudini diverse, eh... Lì è cominciato l'incubo.
Dovevo prendere appunti! :-D
A un certo punto ho deciso di non leggere seguendo le quattro storie di vita facendo uno sforzo mnemonico non indifferente, ma ho letto per il piacere di leggere come scrive lui: Paul Auster.
E ci sono dei pezzi memorabili, che ti spaccano il cuore in quattro. O passi sulla scrittura che ogni persona che ambisce a scrivere dovrebbe leggere.
L'ideale sarebbe leggere questo romanzo due volte. Se lo rileggessi ora che so, non mi perderei nella domanda ricorrente: ma questa che vita è? 
Inoltre, Paul Auster ha riempito la narrazione di eventi di cronaca e storici americani, come anche ampie pagine dedicate al football/baseball/basketball a seconda dello sport praticato dell'Archie di cui si racconta. Ecco, lì mi sono un po' annoiata, troppe pagine piene di nomi e fatti per me non interessanti. Invece ho apprezzato i numerosi riferimenti letterari, cinematografici, musicali che mi hanno incuriosito e anche aperto nuovi orizzonti. 
Insomma, secondo me è un romanzo che - qualora decidiate di leggerlo - va letto senza fretta, ma senza interruzioni, gustando soprattutto lo stile da battitore libero di Paul Auster.
Paul Auster resta uno dei miei scrittori preferiti, ma perdinrindina, meno male che gli altri romanzi sono brevi!

Se l'avete letto, mi piacerebbe conoscere la vostra opinione.

Comunque, viva Paul Auster!



Alla prossima
dalla vostra 



domenica 11 gennaio 2026

Numero 487 - Un ricordo di David Bowie (a cura di Tania Mignani) - 11 Gennaio 2026


Can you hear “us”, Major Tom? *

Dieci anni fa, il 10 gennaio 2016, David Bowie è tornato a risplendere, stella fra le stelle, e ci ha salutato proprio con una stella nera in campo bianco, la copertina del suo ultimo capolavoro “Blackstar”, uscito esattamente due giorni prima, l’8 gennaio 2016, giorno del suo compleanno.
L’uomo che ha fatto dell’arte la sua vita e ha reso la  sua vita arte sublime, con quest’ultimo atto ha concluso il suo passaggio sulla nostra terra. Dipartita annunciata nel video del brano “Lazarus” e scandita dalle parole:

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

Guarda quassù, sono in paradiso
Ho cicatrici che non possono essere viste
Vivo un dramma, non può essere rubato
Ora tutti mi conoscono

No, questa non sarà l’ennesima elegia dedicata a un artista che ho sempre amato; esistono innumerevoli e autorevoli biografie dedicate a Bowie, anche se basterebbe passeggiare nella sua immensa discografia per ripercorrere le tappe della sua vita.

Dieci anni fa, la mattina di lunedì 11 gennaio mi ero resa conto che il mondo, come l’avevo conosciuto, non sarebbe più stato lo stesso. 
Mi ero ritrovata con quella notizia fra le mani, incerta su cosa farne. Senza timore di esagerare, da grande appassionata di musica, posso affermare che avevo perso uno dei riferimenti più importanti.

Moltissimi anni prima sedevo nel soggiorno di casa mia insieme a mia cugina Donatella. Era un mercoledì sera e in televisione trasmettevano uno dei migliori programmi mai passati in RAI: “Odeon, tutto quanto fa spettacolo”. Quella sera andò in onda una lunga intervista a David Bowie, girata nei famosi Hansa Studio di Berlino. Avevo tredici anni e mia cugina quindici, condividevamo una grande passione per la musica, passione che si esternava nell’ascolto dei grandi gruppi rock con qualche concessione ai cantautori. Bowie, fino a quel momento, era stato, nel mio immaginario, una specie di alieno camaleontico, creatura al di là di ogni genere sia musicale che umano. Ma, soprattutto, un artista che aveva prodotto canzoni memorabili, brani che cercavo di registrare dalla radio con metodi rudimentali, melodie che mi facevano sognare di mondi lontani e ultraterreni: “Starman”, “Life on Mars”, “Space Oddity”…


A bocca aperta e occhi sgranati rimanemmo in silenzio a osservare le immagini di un uomo bellissimo, dal viso scavato e serio, capelli corti castani e  un giubbotto di cuoio nero che si aggirava nello studio spoglio e vuoto, fatta eccezione per un pianoforte a coda. Si raccontava con calma e serietà, e noi che lo avevamo conosciuto nei panni della multiforme rockstar Ziggy Stardust, dell’alieno con la famosa saetta disegnata in volto di Aladdin Sane o del decadente e mitteleuropeo Thin White Duke, eravamo al cospetto di un nuovo Bowie dalla bellezza disarmante. Incredule ascoltavamo ogni parola, cercando di assimilarne il contenuto. 
Poi, la musica è partita. Le note di quella che sarebbe diventata una delle colonne sonore della mia vita si diffondevano nello studio. Ed era una musica diversa; tutto era diverso perché tutto stava cambiando e lui, uno dei più grandi del nostro tempo, ne era l’artefice. Quelle note creavano la melodia di “Heroes” e, nonostante siano passati quarantanove anni, ogni volta che sento quel riff inconfondibile io sono ancora là, nel soggiorno di casa mia, davanti a un vecchio televisore in bianco e nero, seduta di fianco a mia cugina che, come me, fissa il video attonita.



Il giorno dopo io e Donatella unimmo i nostri risparmi e l’LP “Heroes” era nostro. La bellissima copertina del vinile, minimalista, in bianco e nero, così innovativa rispetto alla “moda” del momento, mostrava una nuova e iconica immagine di Bowie che non ci avrebbe mai più abbandonato.

Questa mattina, per rendermi meno antipatiche le pulizie di casa, ho scelto la playlist di Bowie e, mentre stonavo a squarciagola chiedendomi se ci fosse vita su Marte (cit.), mi sono resa conto della data odierna. E, no, non mi è bastato condividere l’ennesimo post sui social, ho sentito la necessità di raccontare il “mio” Bowie e spero che queste parole possano soddisfare chi, come me, ha sempre amato questo grande artista e incuriosire chi, per molteplici motivi, non è riuscito ad avvicinarlo.
Non aggiungo altro, vi saluto solo  con le parole  di “Sons of the silent age” (Figli dell’era silenziosa), dall’album Heroes:

They don’t walk,
they just glide in and out of life
They never die,
they just go to sleep one day

Non camminano, scivolano solamente
dentro e fuori la vita
Non muoiono mai,
un giorno si addormenteranno semplicemente

Arrivederci, Starman, continua ad aspettarci nel tuo cielo.


 
(*) citazione dalla canzone Space Oddity: can you hear me, Major Tom?


Grazie, Tania, per averci regalato questo sentito ritratto di David Bowie che tutti abbiamo amato.


Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle




sabato 10 gennaio 2026

Numero 486 - Conosciamo meglio Adelia Rossi, concorrente di 800 metri di parole - 10 Gennaio 2026



Buongiorno e buon anno, a voi che state leggendo questo primo numero del blog del 2026.
Oggi conosciamo meglio un'autrice di Edizioni Convalle che partecipa alla gara 800 Metri di Parole (che riprenderà a breve dopo la pausa natalizia): Adelia Rossi.
Ci siamo conosciute diversi anni fa, qualche tempo prima che nascesse la mia casa editrice e ricordo che mi aveva colpito la sua simpatia e la sua vivacità.
Ma leggiamo insieme cosa ha risposto alle mie domande.

Ci conosciamo, cara Adelia, da tanti anni, prima ancora che nascesse Edizioni Convalle. Tra l’altro – piccola curiosità – sei nata il 2 Febbraio, come la mia casa editrice: caso o destino?
Buongiorno Stefania. Innanzitutto grazie per questa intervista che mi permette di mettere in luce alcuni lati del mio carattere, ad alcuni ancora sconosciuti.
Davvero tanti anni che ci conosciamo, e di questo percorso ringrazio con gratitudine Edizioni Convalle, ma tornando alla prima domanda, eccomi.
Sono più propensa a credere nel destino, in qualcosa di guidato da forze esterne, più  che nella casualità. Sicché, sì, dico destino.
 
La prima opera che hai pubblicato con Edizioni Convalle è stata la silloge “Luci e Ombre”. Raccontaci quali sono le tue Luci e le tue Ombre.
"Luci e Ombre", che magico ricordo!
Ecco, se penso alla mia vita, la vedo attraversata da grandi fasce di luce, laddove le ombre trovano il giusto spazio che mi permette di fermarmi a riflettere.
Sono caratterialmente una persona positiva sempre propensa a credere in un nuovo giorno. Le ombre che più  mi fanno stare male non sono i dolori, che di certo non sono mancati, da quelli si esce più  forti, anche se provati.
L'ombra che più  mi ha messo duramente alla prova e continua a farlo è l'ignoranza umana che cerco di combattere ogni giorno mettendo sempre in discussione me stessa, per meglio poter essere un esempio.

Tu sei una donna che sperimenta vari spazi dell’arte: la poesia, il teatro, la prosa. Quale di questi ti rappresenta di più?
Senza dubbio alcuno, la poesia.
La sua immediatezza è per me una cura per anima e corpo. Una terapia non farmacologica, appunto.
 
In un mondo molto social, soprattutto negli ultimi anni, come vivi questa esposizione personale che questa pratica propone?
La vivo benissimo, perché ho ben chiara la mia posizione a tal riguardo. Non mi lascio influenzare se non per trarre beneficio dalle cose che possono aiutarmi a crescere. Chiaro che come in tutte le cose sei tu alla fine a scegliere e decidere. Nulla possono gli altri se hai ben presente ciò che vuoi.
È solo uno specchio dove riflettere, non rifletterti...
 
Tu hai vissuto a Milano tanti anni e poi sei tornata a Bordano, alle tue origini. Raccontaci com’è essere per metà lombarda e per metà friulana. È un elemento che troviamo nei tuoi scritti?
Questa è una domanda difficile che mette in bilico le mie emozioni.
Non tornerei a Milano, questo è  certo, ma non per il legame che mi unisce alla mia terra, che comunque è forte, ma per quella complessità  di fattori che sono: la bellezza di una natura incontaminata, ritmi lenti che rendono più  autentici i rapporti umani e tanto altro ancora che qui non c'è tempo e spazio per poterli elencare tutti. Chiaro che, come in ogni cosa, c'è anche un prezzo da pagare. Avere vissuto cinquanta e passa anni in Lombardia significa anche aver lasciato e portato dietro tracce indelebili. Le più  importanti le amicizie con cui ho condiviso momenti importanti della mia vita. Qui mi fermo perché mi viene da piangere. Gli anni mi hanno reso fragile dinanzi alle emozioni. Comunque, qui in Friuli possono venire a trovarmi quando vogliono. La mia porta è, non aperta, ma spalancata. Una finestra sul mondo, la definisco sempre.
E tu lo sai, cara Stefania.
(come dimenticare quella vacanza a Bordano, 
posti e luoghi magnifici, cara Adelia)

So che sei amante degli animali, soprattutto di gatti. Sono diventati personaggi che troviamo nelle tue poesie e nella tua prosa?
Sì, gli animali fanno parte della mia vita e li trovi spesso anche nelle mie opere. Per me sono pari alle persone e, anche se ho ben chiara la scala dei valori, non nego che a volte, e non di raro, occupano il primo posto.
Amo tutti gli animali e, come tu accenni, ho una predilezione per i gatti e felini in genere. Forse perché anch'io, come loro, sono uno spirito libero, allergica a ogni forma di ingabbiamento.

È appena cominciato il 2026, cosa ti auguri – per te stessa – per questo nuovo anno?
Ed eccoci arrivati alla fine di questa bella, ma soprattutto interessante intervista. Nel ringraziarti ancora, cara editrice, spero innanzitutto di poter continuare questo percorso che oramai ci lega da tantissimi anni, con gioia e continua crescita.
L'augurio che mi faccio in primis è quello di non perdere la mia morale. In parole più semplici, di restare me stessa e di non tradire mai i miei ideali. Tutto il resto viene da sé, consapevole di essere l'artefice di ogni scelta futura, ma poiché, come già  detto, credo nel destino, lascio a  lui  l'ultima carta. Spero solo che mi prenda a braccetto e mi sostenga in caso di cadute, ad attraversare questo percorso, che spero ancora lungo, chiamato VITA.

Grazie, Adelia, per questa bella intervista e per la saggezza delle tue parole.

Biografia Adelia Rossi
Adelia Rossi nasce a Gemona del Friuli il 2 febbraio 1949. Giovanissima, si trasferisce a Milano. La lotta per i diritti in genere e quelli della donna in particolare, la vedono sempre in prima linea. Partecipa a vari concorsi piazzandosi spesso tra i primi posti e ottenendo varie note di merito. Oltre alla poesia, ama confrontarsi con la narrativa. 
Sempre in fermento, alterna questa sua passione a quella del teatro e non disdegna nemmeno il cabaret che la vede spesso in scena da protagonista. 
Nutre un forte sentimento verso tutti gli animali, ma sono i felini che riempiono la sua esistenza. Da qualche anno è tornata a vivere a Bordano in Friuli, sua terra natia. 
Ha pubblicato con Edizioni Convalle due romanzi "Nonna, mi spazzoli i capelli?" e "Natalì", oltre a tre sillogi poetiche.
https://edizioniconvalle.com/product/25219778/luci-e-ombre978-88-85434-30-1


https://edizioniconvalle.com/product/25219823/nonna-mi-spazzoli-i-capelli-



https://edizioniconvalle.com/product/25219847/come-petali-di-un-fiore

 

https://edizioniconvalle.com/product/26259200/battito-dopo-battito



https://edizioniconvalle.com/product/31802004/natali


Non mi resta che salutarvi e darvi appuntamento al prossimo numero.



Alla prossima
dalla vostra 
Stefania Convalle