lunedì 28 aprile 2014

Numero 204 - Segui il tuo cuore - 28 Aprile 2014



Rispolvero un brano di un breve romanzo che anni fa ebbe molto successo; estrapolo il passo per me più bello e quello che è rimasto nel cuore di tanti lettori. Un passo sempre attuale perché momenti come quelli descritti li attraversiamo tutti, prima o poi, una o più volte nella vita.
Il consiglio è saggio, per come la penso io, e ve lo ripropongo.
E colgo l'occasione per farlo di nuovo mio, in questo momento nel quale mi sento di "ascoltare" e ascoltare ancora.



SEGUI IL TUO CUORE

Ogni volta in cui, crescendo, avrai voglia di cambiare le cose sbagliate in cose giuste, ricordati che la prima rivoluzione da fare è quella dentro se stessi, la prima e la più importante. Ogni volta che ti sentirai smarrita, confusa, pensa agli alberi, ricordati  del loro modo di crescere. Ricordati che un albero con molta chioma e poche radici viene sradicato al primo colpo di vento, mentre in un albero con molte radici e poca chioma la linfa scorre a stento.
Radici e chioma devono crescere in egual misura, devi stare nelle cose e starci sopra, solo così potrai offrire ombra e riparo, solo così alla stagione giusta potrai coprirti di fiori e frutti.
E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e và dove lui ti porta.

Tratto da
"Và dove ti porta il cuore" 
di 
Susanna Tamaro



martedì 22 aprile 2014

Numero 203 - Coltiva una pianta - 22 Aprile 2014



COLTIVA UNA PIANTA

A prima vista, può sembrarti un consiglio un po' stupido o per lo meno strano. A cosa diavolo può servire coltivare una pianta?

Uno degli scopi della vita spirituale e uno dei requisiti della pace interiore, è imparare ad amare incondizionatamente. Il fatto è che è molto difficile amare una persona, qualsiasi persona, incondizionatamente. La persona che cerchiamo di amare a un certo punto inevitabilmente dirà o farà qualcosa di sbagliato, in qualche modo non soddisferà le nostre aspettative. Così noi ci innervosiamo e mettiamo condizioni al nostro amore: "Ti amerò, ma tu devi cambiare. Devi comportarti come piace a me."

Certa gente sa amare meglio i suoi animaletti domestici che le persone. Ma anche amare un cucciolo incondizionatamente non è facile. Che succede quando il tuo cane ti sveglia nel cuore della notte abbaiando inutilmente?
O se ti rovina  il tappeto buono del salotto con qualche incidente? Lo ami sempre tanto? Le mie bambine hanno un coniglietto. E' stato davvero duro amare quel coniglietto, dopo che mi aveva fatto un bel buco nel cancello di legno pregiato!

Una pianta, invece, è facile da amare così com'è. Quindi coltivare una pianta ci offre l'occasione di esercitarci ad amare incondizionatamente.

Come mai praticamente ogni tradizione spirituale sostiene l'amore incondizionato? Perché l'amore ha un enorme potere di trasformazione. L'amore incondizionato 
genera sentimenti di serenità tanto in chi lo dà, che in chi lo riceve.
Scegliti una pianta, dentro casa o sul terrazzo, o in giardino: comunque una pianta che vedi tutti i giorni. Esercitati ad amare e curare questa pianta come se fosse il tuo bambino (tra l'altro è più facile curare una pianta piuttosto che un bambino: niente notti insonni, niente pannolini, niente pianti disperati). Parla con la tua pianta, dille che le vuoi bene. Ama la tua pianta sia che fiorisca, sia che non fiorisca, che viva o che muoia. Amala e basta. Osserva come ti senti quando offri a questa pianta il tuo amore incondizionato. Quando offri questo tipo di amore non sei mai agitato, nervoso o irritato. Sei semplicemente in uno spazio amoroso. Esercitati in questo tipo di amore ogni volta che vedi la tua pianta almeno una volta al giorno.
Dopo un po', sarai capace di estendere il tuo amore assoluto e incondizionato anche ad altri esseri. Nota com'è bello amare  e pensa un po' se puoi offrire un amore del genere anche alle persone che ti circondano. Prova ad amarle senza pretendere che cambino o che siano diverse, per poter ricevere il tuo amore. Amale così come sono. La tua pianta può essere un'ottima maestra e può insegnarti la forza dell'amore.

da "Non perderti in un bicchier d'acqua"  di Richard Carlson

lunedì 14 aprile 2014

Numero 202 - Nuova puntata del Magazine - 14 Aprile 2014


Mettetevi comodi: 
è arrivato il nuovo numero del Magazine:-)
Oggi vi serve ben caldo:
1) Un nuovo consiglio per vivere meglio;-)
2) La nuova intervista con Brianza tv (bilanci e progetti)
3) Torna, a grande richiesta, Cinzia con le sue pillole d'arte!



IMPARA AD ASCOLTARE LA GENTE
Sono convinto da sempre di essere uno che sa ascoltare la gente. Ma anche se oggi sono diventato più attento di quanto non fossi una decina di anni fa, ammetto di essere solo un mediocre ascoltatore.
Essere un buon ascoltatore non significa semplicemente non interrompere gli altri quando parlano o finire la frasi per loro. Significa anche essere disposti ad ascoltare fino in fondo l'intero pensiero di chi sta parlando con noi invece di ascoltarlo aspettando con impazienza il nostro turno di ribattere.
In un certo senso, il fatto di non ascoltare gli altri è indicativo del modo in cui viviamo. Spesso ci comportiamo come se la conversazione fosse una gara di corsa. Sembra quasi che il nostro unico scopo sia di non lasciare il minimo spazio tra la fine del discorso dell'altro e l'inizio del nostro. Recentemente, mia moglie ed io ci trovavamo seduti al tavolino di un Caffé, orecchiando quel che la gente diceva intorno a noi. Pareva che nessuno ascoltasse quello che l'altro gli diceva, semplicemente parlavano tutti a turno senza ascoltarsi l'un l'altro. Allora chiesi a mia moglie se anch'io mi comportavo a quel modo. Con un sorriso, lei mi rispose: "Solo a volte."
Rallentare le risposte e diventare un buon ascoltatore ti aiuta a diventare una persona più serena. Ti libera dalla pressione, dall'ansia. Se ci pensi, vedrai che ti occorre un'enorme quantità di energia e ti costa un sacco di stress stare seduto sul bordo della sedia cercando di capire quando la persona di fronte a te (o all'altro capo del filo del telefono) avrà finito di parlare, per poter interloquire a tua volta. Ma se mentre aspetti che le persone con cui stai comunicando finiscano di parlare, ascolti semplicemente con maggior attenzione quel che ti stanno dicendo, noterai che la pressione se ne va. Ti sentirai di colpo più rilassato, e così pure il tuo interlocutore. Ti risponderà con più calma e lentezza, perché non si sentirà più in competizione con te per il "tempo a disposizione". 
Diventare un buon ascoltatore non solo ti farà diventare una persona più paziente, ma migliorerà anche la qualità delle tue relazioni con gli altri. A tutti noi piace parlare con qualcuno che ascolti veramente quello che stiamo dicendo.

(tratto da "Non perderti in un bicchier d'acqua - cento regole per imparare a vivere meglio" di Richard Carlson) 
...
And now, 
su questi schermi :-D
la nuova intervista realizzata da Brianza Tv:-))


...

Edvard Munch
(1863 – 1944)
a cura di

CINZIA in arte FIDANZACINZIA

IL GRIDO



“Camminavo lungo la strada con due amici – quando il sole tramontò.
I cieli diventarono improvvisamente rosso sangue e percepii un brivido di tristezza.
Un dolore lancinante al petto.
Mi fermai – mi appoggiai al parapetto, in preda ad una stanchezza mortale.
Lingue di fiamma come sangue coprivano il fiordo neroblu e la città.
I miei amici continuarono a camminare – ed io fui lasciato tremante di paura.
E sentii un immenso urlo infinito attraversare la natura.”

In questo modo Munch spiega la nascita di uno dei dipinti più celebri della modernità.

E’ un’immagine che mirabilmente sintetizza, attraverso una potenza visiva stupefacente, il senso dell’irreparabile perdita dell’armonia tra uomo e cosmo, spinto fino ad un punto di non ritorno.

“il fiordo neroblu”, “rosso sangue”, le “lingue di fiamma”, i due amici che proseguono inconsapevoli la passeggiata, abbandonando il pittore alla paura: la natura ed i colori esistono in funzione della percezione interiore, diventando specchio dell’anima.

Non c’è più equilibrio, le linee ondeggiano pericolosamente, quasi risucchiate da un vortice, il ponte sembra scivolare verso l’osservatore.

La creatura che si volta in primo piano, sbarra gli occhi e porta le mani alle orecchie per non udire un urlo che, contemporaneamente, è suo e del mondo circostante; è l’immagine di ogni essere umano, senza sesso, senza razza,senza età, ridotto ai minimi termini, al punto da ondeggiare esso stesso.

E’ la rappresentazione del dolore universale.

_._._._._

Munch scopre che alcune sue tele, se sistemate una vicino all’altra, esprimono un’affinità di contenuto, come pervase da un’unica melodia, come trasformate completamente rispetto a quello che, singolarmente, rappresentano.
Il risultato gli sembra una sinfonia.

E’ il caso dell’insieme di dipinti battezzato, inizialmente, Studi per una sequenza di stati d’animo: “l’amore”, in cui sono riuniti “La Voce”, “Vampiro”, “Il Bacio”, “Madonna” ed “Il Grido”.














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Munch spiega in questo modo il legame tra le diverse tele:

“La lotta tra uomo e donna chiamato Amore.
A partire dagli inizi, in cui esso è quasi represso, fino al dipinto “Il Bacio”, dove la lotta vera e propria è cominciata.
La donna che si concede ed assume la bellezza addolorata di una “Madonna”.
Si riassume il mistero di un’intera evoluzione.
La donna nella sua diversità è per l’uomo un mistero.
La donna è allo stesso tempo una santa, una puttana ed un’amante infelice devota all’uomo.
Gelosia, un’immensa spiaggia desolata.
I capelli della donna si sono avvolti intorno a lui e hanno infiltrato il suo cuore (“Vampiro”).
L’uomo è distrutto dalla lotta.
Un’atmosfera malata nella natura è per lui un grande urlo – quelle nubi sanguigne come sangue che gocciola (“Il grido”). “

La pittura di Munch è una necessità vitale, un modo per approfondire e chiarire la sua vita, fonte principale d’ispirazione per le sue opere, lui stesso dice:

“In generale l’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro.
Io non credo in un’arte che non nasce da una forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore.
Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica, deve nascere nel sangue del nostro cuore.
L’arte è il sangue del nostro cuore.”



mercoledì 9 aprile 2014

Numero 201 - La gentilezza - 9 Aprile 2014


OGNI GIORNO PROVA A DIRE ALMENO A UNA PERSONA CHE IN LEI TROVI QUALCOSA CHE TI PIACE, AMMIRI O APPREZZI

Quante volte ti ricordi (o trovi il tempo) di dire agli altri che li ami, li ammiri o li stimi? Per molte persone, non è mai abbastanza. Quando infatti chiedo a qualche mio paziente quante volte gli capiti di ricevere da parte degli altri un complimento sincero, mi sento rispondere: "Non ricordo quando sia stata l'ultima volta che ho ricevuto un complimento." Oppure: "Quasi mai." O anche, un po' tristemente: "Non ne ricevo mai."

Sono molte le ragioni per cui in genere non esprimiamo verbalmente agli altri i sentimenti positivi che proviamo nei loro confronti. Ho sentito gente accampare scuse come: "Non hanno bisogno di sentirmi dire che li stimo - tanto già lo sanno." Oppure: "Ammiro molto quella donna, ma mi vergogno di dirglielo." Però se si prova a chiedere all'eventuale destinatario se sarebbe contento di ricevere qualche complimento sincero o comunque di suscitare negli altri una reazione positiva, nove volte su dieci la risposta è: "Ne sarei felice." Se il motivo per cui in genere non fai mai complimenti alla gente che ti circonda, è che non sai cosa dire, o che ti senti in imbarazzo o che hai la sensazione che gli altri già conoscano le proprie qualità, o ancora che semplicemente non hai l'abitudine a farlo, allora sappi che è il momento di cambiare rotta.

Dire agli altri che in loro apprezzi o ammiri qualcosa in particolare, è un "casuale atto di gentilezza". Non ti costa praticamente nulla (una volta che ci hai fatto l'abitudine) eppure ti ripaga con dei dividendi altissimi.

Molta gente passa tutta la vita a desiderare l'approvazione e la stima degli altri, specie dei genitori, mariti (o mogli), figli e amici. Tuttavia anche i complimenti che vengono dagli estranei possono essere molto graditi, se sono sinceri. Del resto a provare piacere non è solo la persona che riceve il complimento, ma anche la persona che lo fa. E' un gesto di affettuosa cortesia. Significa che i tuoi pensieri sono positivi nei confronti di qualcuno. E quando i tuoi pensieri sono ingranati in questa direzione, ti senti in pace con te stesso.

L'altro giorno ero dal droghiere e ho assistito a una incredibile dimostrazione di pazienza. La cassiera era appena stata aspramente redarguita senza alcun motivo da un cliente arrabbiato. Invece di reagire, la cassiera ha disinnescato la rabbia del cliente mantenendo la calma e la cortesia. Quando è arrivato il mio turno di pagare alla cassa, le ho detto: "Sa signora, sono rimasto molto impressionato da come ha saputo comportarsi con quel cliente." Lei allora mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: "Grazie, signore. Ma lo sa che qui dentro lei è la prima persona che mi abbia mai fatto un complimento?" 

Ci avevo messo meno di due secondi a dirle quella piccola frase gentile, eppure è stato il momento più gratificante della giornata non solo per lei, ma anche per me.



Tratto da "Non perderti in un bicchier d'acqua - Cento regole per vivere meglio" di Richard Carlson 


martedì 1 aprile 2014

Numero 200 - La dura vita dello scrittore;-) - 1° Aprile 2014


La dura vita dello scrittore;-)

Ammettiamolo: non ci siamo scelti la professione più facile. E con questa prima frase mi sono autodefinita scrittrice :-D.
In effetti è così che mi sento; faccio tante cose, è vero, ne parlavo proprio ieri con il mio astrologo Stefano Vighi (persona extra-ordinaria nella sua professionalità e umanità);-) e si consideravano i vari interessi che attraversano la mia esistenza.
Però la scrittura rimane la Number One, la passione per eccellenza, quel quid che mi accompagna da tutta una vita.

Stamattina ne parlavo al telefono con la mia amica Ippolita, la Regina del Web:-), e le spiegavo il momento che sto attraversando, fatto di bilanci e riflessioni relative a questo percorso.
Percorso ad ostacoli: diciamolo.

Prendiamo il mio caso. Persona sconosciuta, col pallino della scrittura e grandi sogni, un bella manciata di ambizione, tanta determinazione e la voglia di arrivare al grande pubblico. Okay, da dove si comincia?

Non avendo santi in Paradiso, comincio a bussare alla porta di qualche casa editrice. Inizio da qualche grande, ok, lo ammetto, sono partita in quarta e infatti non mi hanno filato di pezza:-))) Così mi ridimensiono e mi avventuro nella giungla delle piccole case editrici dove devi girare armato di mille occhi bene aperti perché la fregatura accompagnata dalla lusinga è sempre dietro l'angolo.

Il sentiero è davvero difficoltoso e districarsi tra le varie Maghe Circe non è affatto facile. L'unica mia abilità sta nello stare alla larga da editori che ti chiedono di pagare per pubblicare, qualcosa non quadra - scrivo e devo anche pagare? :-\ Ma non dovrebbe essere il contrario?!?

Aiuto, svegliatemi, è un incubo!

Va beh, il pericolo numero uno l'ho sfangato, meglio di niente;-)

Ma l'agguato è dietro l'angolo e m'imbatto in alcuni editori che si definiscono tali ma non lo sono, che ne combinano di tutti i colori oppure ti tagliano le gambe, e la questione grave è che i diritti del tuo lavoro sono nelle loro mani (come dire che abbiamo dato i nostri figli in adozione e scopriamo che quei "genitori" sono pessimi: che senso di impotenza!!). Oppure ci sono editori piccoli, ma volenterosi che però non riescono a entrare nei grandi ingranaggi...

Ma si va avanti, tra cadute ed inciampi, la testa per fortuna è dura, la convinzione anche, e l'esperienza insegna, dopo tutto.

E ti insegna, prima di tutto, che "meglio soli che male accompagnati":-))) e le difficoltà misurano anche quanto sia grande il proprio sogno e quanto si sia determinati per concretizzarlo.

Ippi, la Regina del Web, mi ha detto che alla fine, la cosa che conta è il lettore che ti dice quanto sia stato bello-interessante-coinvolgente leggere il tuo libro.

Ed è vero.

La mia esperienza più importante è stata il portare in giro il tour di "Dentro l'amore" e "Storie in verticale", dove ho "calcato le scene" insieme a ballerini e attori, ideando un modello di presentazione credo originale, coniugando parole e tango. Sono stati mesi davvero magici, momenti che porterò sempre con me e ringrazio i lettori che mi hanno seguita in questa impresa, assistendo ai miei "spettacoli" e mostrando in maniera pratica il loro coinvolgimento acquistando il libro, perché, diciamolo, è quello il modo migliore per gratificare chi scrive;-)

A tal proposito, voglio raccontare un aneddoto che ancora oggi non mi spiego: alla fine di una presentazione, una signora è venuta da me e mi ha letteralmente ricoperta di complimenti - sei straordinaria-bravissima-spettacolare - ok, ok, adesso atterro, ma... com'è che poi se ne va senza il mio libro??? Ossignur, qualcosa non quadra!!! E' come se io entrassi in pasticceria, guardassi le torte, elogiassi il pasticcere, dicessi - che profumo! Che meraviglia! Ma i tuoi dolci devono essere una bontà! - e poi girassi i tacchi e me ne andassi senza comprare niente! Non c'è qualcosa di stonato in tutto questo?
Oppure quelli che danno per scontato che il povero scrittore debba regalare il libro: ma perché?!? Forse queste persone sono abituate ad entrare in libreria, prendersi il libro e uscire senza pagare? Mah! 

Comunque, a parte queste poche note stonate, nel percorso fatto prevale la buona melodia! E come dice la Regina del Web, quando un lettore mostra entusiasmo per un mio scritto, beh, volo alto:-) e la spinta per andare avanti arriva potente.

Momento di riflessione, questo. Momento di pausa per capire quale strada prendere, per cercare l'editore dei sogni: ci riuscirò? 

Ma la cosa più importante è che sto scrivendo di nuovo, quarto libro in lavorazione e mi piace, mi soddisfa e mi cattura e non vedo l'ora di sottoporlo a coloro che mi hanno letta nei lavori precedenti.

Alla fine, pensandoci bene, ciò che conta per uno scrittore è proprio questo. E quindi, avanti tutta!!









lunedì 24 marzo 2014

Numero 199 - Magazine 7, Van Gogh in primo piano - 24 Marzo 2014


Magazine n° 7
24 Marzo 2014

Voglio dedicare l'intero numero del Magazine di questa settimana a Cinzia che da più di un mese ci regala servizi degni di una grande rivista, su pittori famosi!
Voglio dirle G.R.A.Z.I.E per il tempo che dedica alla costruzione di questo Blog che vuole mantenere un suo "STILE" che sia volto esclusivamente al positivo, trattando argomenti culturali e motivazionali, senza cadere mai nella "rissa" che fa tanto audience in altri luoghi;-)

Grazie, quindi, a Cinzia per l'impegno che mette ogni settimana nel proporci la vita di un pittore con le sue opere, arricchendo il nostro sapere. Grazie a chi ci segue con affetto, a chi dedica qualche minuto del suo tempo per lasciare un pensiero, un'opinione, un suggerimento.

Grazie a tutti e buona settimana!



Vincent Van Gogh
(1853 – 1890)
a cura di Cinzia


Vincent si dedica alla pittura per ribellarsi ad una società pragmatistica che lo ha sempre respinto, considerando il profitto come unico fine del lavoro; costantemente colmo d’angoscia, si è sempre interrogato sul significato dell’esistenza, del proprio essere nel mondo.

Quando si fece pastore e poi missionario tra i minatori del Borinage, in Belgio, viene espulso anche dalla Chiesa, solidale con i padroni.

Si può dire che diventi pittore per disperazione, non per vocazione; a trent’anni si rifugia tra colori e pennelli, pagando questa sua rivolta con il manicomio ed il suicidio.

Nel primo periodo, in Olanda, si concentra sulla miseria e sulla disperazione dei contadini, causata dall’industrialismo che prospera nelle città, portando carestia nelle campagne, privando oltre che la gioia di vivere, perfino la luce ed i colori.

Dipinge la loro condizione con toni cupi, bui, sono quadri monocromatici:

(I mangiatori di patate – 1885)

Questo è il dipinto più importante del periodo olandese, Vincent lo considera (anche in seguito) uno dei suoi capolavori, nel quale è impressa un’immagine di grande crudezza e realismo: Vincent esalta la grossolanità dei personaggi, usando colori scuri e sporchi.

In una lettera al fratello spiega di aver voluto sottolineare come “questa gente ha zappato la terra con le stesse mani nodose che ora protende nel piatto” ed aggiunge “parlo del lavoro manuale e di come essi si sono guadagnati onestamente il cibo.”

Le figure appaiono isolate, i loro sguardi non si incrociano e la ragazzina in ombra, di spalle, è un fattore di distanziamento che esclude dalla scena lo spettatore.

Questo quadro rimane un “manifesto” del suo credo artistico e sociale: il suo “quadro di storia” più significativo.

Nel 1886, si stabilisce a Parigi dal fratello Theo, conosce gli impressionisti e trasferisce questo suo cambiamento sulle tele, proponendo un cromatismo violento.

Abbandona i temi sociali perché capisce che l’arte non deve essere uno strumento, ma un agente di trasformazione della società e più precisamente, un’esperienza che l’uomo fa del mondo; l’arte deve inserirsi come una forza attiva nella società, una luminosa verità contro la crescente tendenza all’alienazione.

Anche la tecnica della pittura deve mutare, opporsi alla tecnica meccanica dell’industria, non si tratta più di rappresentare il mondo in modo superficiale o profondo: ogni segno di Vincent è un “gesto” con cui affronta la realtà per cogliere e far proprio il suo contenuto essenziale, la vita, quella vita che la società borghese, col suo lavoro alienante, estingue nell’uomo.

Vincent cerca in tutti i modi di dipingere la realtà nella sua espressione più vera, una percezione della realtà nella sua esistenza “qui ed ora”, una pittura vera fino all’esasperazione, all’assurdo, al delirio, al tragico, alla morte.

Si può osservare come fa il ritratto del postino Roulin, uno dei suoi migliori amici ed uno dei più fedeli della sua vita:

 ( Ritratto di Joseph Roulin – 1888)

Che sia un postino si vede dall’uniforme turchina e gallonata, dalla scritta cubitale sul berretto: la dominante coloristica del quadro è proprio lo spicco del giallo-oro sul blu della stoffa.

Non c’è alcun interesse sociale , Vincent non ritrae il signor Roulin perché sia un postino, né perché lo interessi come tipo umano.

E’ una realtà che non giudica né commenta: può solo subirla passivamente oppure rifarla con gli atti mestieranti del pittore.

Infatti, VIVE lo spessore del panno nella densità opaca del turchino, la ruvidezza spinosa della barba in un intreccio di secche pennellate, non divagando sull’ambiente.

Vincent sembra riflettere: la realtà è altro da me, ma senza l’altro io non avrei coscienza del mio essere, io, non sarei; quanto più l’altro è altro, diverso, incomunicante, tanto io sono io, tanto meglio scopro la mia identità, il senso-non-senso del mio essere nel mondo.

Il “tragico” nel ritratto del postino Roulin è vedere la realtà e vedersi nella realtà con lucida evidenza; è tragico riconoscere il nostro limite nel limite delle cose e non potersene liberare.

E’ tragico, di fronte alla realtà, non poterla contemplare, ma dover fare e fare con passione e furia: lottare per impedire che la sua esistenza distrugga la nostra.

L’arte diventa “mestiere di vivere”, Vincent contrappone questo, disperatamente, al lavoro meccanico dell’industria, che non è vita.

Certamente, a livello stilistico, non è facile farlo rientrare in una categoria, anche nel suo periodo, prolifero di movimenti, dall’Impressionismo al Simbolismo, dal Decadentismo al Futurismo.

Vincent porta a compimento la propria formazione tra un fermento di stili ed orientamenti, ma, nonostante il suo interesse ai movimenti più progressisti, non fa parte né dell’Impressionismo, né del Pointillisme, né può essere considerato un simbolista: Vincent si costruisce uno stile che rimane soltanto suo, personalissimo.

Sperimenta, senza sosta, l’espressività del colore e l’uso di pennellate diverse, allungate, puntinate, a virgola, per trasmettere sulla tela i suoi stati d’animo.

Vincent spiega a Gauguin che i colori assumono, per lui, il significato di “concetti poetici”, la loro intensificazione o distorsione, gli permettono di raggiungere la tanto cercata fusione tra percezione visiva e psichica.

Insieme alle esperienze parigine, giunge a maturazione lo studio delle stampe giapponesi che indirizza Vincent verso una semplificazione delle forme.

In questo periodo, Vincent si trasferisce in Provenza, ad Arles nella Casa Gialla con Gauguin: i loro caratteri e le propensioni artistiche si scontrano; nonostante questo, accade un avvicinamento stilistico nel quadro “ Ricordo del giardino di Etten – 1888”


Questo quadro è attraversato da un’atmosfera misteriosa, risentendo dell’ascendenza di Gauguin, del quale Vincent ha un’enorme ammirazione, lo considera la sua “guida”.

Tra i due amici esiste una differenza sostanziale: tanto Gauguin vuole allontanarsi dalla realtà, quanto Vincent vuole coglierne l’emozione.

Ma le tensioni tra i due amici aumentano, al punto che una notte Vincent (già preda di un forte esaurimento), vedendo uscire Gauguin di casa, si mutila l’orecchio destro con un rasoio e lo consegna ad una prostituta; ritorna a casa, dove il giorno seguente viene trovato, svenuto, dalla polizia.

Gauguin che ha dormito in albergo, scoperto l’esito della nottata, riparte per Parigi senza vedere l’amico, limitandosi ad avvertire Theo, il fratello di Vincent.

Dopo due settimane di ospedale, dipinge in più tele il proprio autoritratto con l’orecchio bendato:

 (Autoritratto con l’orecchio bendato – 1889)

In questo autoritratto, il suo sguardo sfugge quello dell’osservatore e la pennellata è spezzata in piccoli tratti verticali, accidentati.

La giacca abbottonata ed il cappello in testa contribuiscono a trasmettere un senso di chiusura; Vincent parla tranquillamente delle proprie condizioni, rendendosi conto di incutere paura alla gente.

In seguito, una seconda crisi nervosa costringe Vincent ad un nuovo ricovero, una volta dimesso riprende a lavorare, ma i cittadini di Arles firmano una petizione, chiedendone l’internamento.

Vincent non si oppone, ma, in una lettera al fratello scrive “Sogno di accettare con fermezza il mio mestiere di pazzo, ma ecco, non mi sento proprio la forza necessaria per assumere questo ruolo.”

Ma, Vincent decide di farsi ricoverare nel manicomio di Saint-Remy, non lontano da Arles, dicendo che non riesce più a vivere da solo.

In questa struttura, Vincent non riceve alcuna cura specifica, ha il permesso di dipingere anche fuori del ricovero.

Il luogo gli trasmette tranquillità, ma, l’atmosfera deprimente gli infonde uno stato di malinconia esistenziale, perdendo ogni speranza di guarigione.

Vive nel terrore di essere assalito da nuovi attacchi allucinatori, dei quali parla con orrore, riferendosi alla pittura come la salvezza dall’abulia totale.

In questo periodo dipinge molto, il suo stile è ancora in evoluzione, verso una sempre maggiore espressività; la sua fonte d’ispirazione è la natura, un esempio è “ Il giardino di Saint-Paul – 1889:


In questo quadro si nota il richiamo alle linee decorative dell’arte giapponese, evocate nell’andamento contorto di alcuni tronchi.

Anche il cielo diventa ornamento, attraverso l’uso della pennellata a virgola, differenziandolo solo nel colore rispetto alle chiome degli alberi, tanto che l’orizzonte sembra non esistere.

La superficie della tela sembra ondeggiare, dando l’impressione di una ripresa in movimento.

Pochi mesi dopo, Vincent è preda di una fortissima crisi che lo getta in una profonda depressione, ancora più aggravata dalla proibizione di dipingere, imposta dai medici, poiché nel corso dell’ultimo attacco ha tentato di ingerire dei colori.

Ad un anno dal suo ricovero, nel 1890, Vincent lascia la Provenza per andare a Parigi; gli ultimi mesi sono stati sereni, dieci dei suoi dipinti di Arles e Saint-Remy hanno ricevuto grandi apprezzamenti alla nuova esposizione degli Indépendants, soprattutto da parte dei colleghi, tra cui Monet, Pissarro, Bernard  e perfino Gauguin gli ha scritto una lettera colma di complimenti.

Qui, incontra l’eccentrico dottor Gachet (amico di Victor Hugo, Paul Cézanne, Camille Pissarro) che entra immediatamente in sintonia con Vincent, il quale incontra finalmente qualcuno con cui condividere i suoi interessi, le proprie vedute sull’arte.

Vincent trova in Gachet il tanto cercato modello e, dopo sole due settimane di conoscenza, si appresta a ritrarlo, lavorando molto intensamente:

 (Ritratto del dottor Gachet – 1890)

Il dipinto è estremamente innovativo, l’artista abbandona le pose statiche  e convenzionali dei ritratti eseguiti ad Arles, cogliendo l’amico in un gesto familiare.

Nell’espressione triste di Gachet, Vincent vede “l’espressione disillusa del nostro tempo.”

Ci sono diversi tipi di pennellata nell’opera: il piano del tavolo è steso in modo piatto, mentre la giacca ed una parte dello sfondo hanno tratti curvilinei; la parte superiore dell’opera, è riempita con incroci ortogonali che hanno caratterizzato i ritratti provenzali.

A turbare questo equilibrio tra Vincent e Gachet sono una serie di problemi capitati al fratello Theo (la moglie ed il figlio si ammalano gravemente), come sempre Vincent se ne sente in colpa e viene attanagliato dall’angoscia; ha un diverbio con Gachet e rompe ogni rapporto con lui.

Terrorizzato all’idea di subire nuovi attacchi depressivi, il 27 luglio 1890 si spara un colpo di pistola, nei campi.

Si ferisce soltanto, ma muore due giorni dopo, il 29 luglio 1890, avendo completamente perso la volontà di vivere.

***

Per Vincent, lo strumento principale per esprimere sentimenti trasmessi dalla natura è il colore, è convinto che la “cromia” sia il miglior modo per esprimere la propria soggettività e comunicarla agli altri.

Oltre al colore, usava la pennellata quale mezzo espressivo: personalissima, sempre in evoluzione con tratti, puntini, virgole, spirali.

Vincent ricercò, durante la sua vita artistica, l’autenticità della visione, un’interpretazione sincera di un modello realmente esistente.

Camille Pissarro disse di lui : “Costui o diventerà pazzo, o ci farà mangiare la polvere a tutti quanti.
Se poi farà l’uno e l’altro, non sono in grado di prevederlo.”

 (Campo di grano con corvi – 1890)


lunedì 17 marzo 2014

Numero 198 - Magazine n° 6 "Cosa c'è sotto?" - 17 Marzo 2014



Rivista on line 
numero 6
del 17 Marzo 2014

In questo numero:
- Cosa c'è sotto? Di Stefania Convalle
- Vecchi diari. Di Stefania Convalle
- Joan Mirò. Di Cinzia in arte Fidanzacinzia


Cosa c'è sotto?

La fotografia dell'iceberg mi ha suggerito alcune considerazioni: ma cosa c'è sotto?
La prima cosa che mi è venuta in mente, reduce da qualche mese da un corso di medicina cinese, è che l'iceberg ben rappresenta l'approccio alla medicina vista da Oriente e vista da Occidente. L'Occidente, tendenzialmente, cura il sintomo e quindi la parte "visibile" dell'iceberg, mentre l'Oriente va a cercare la causa e per far questo prende in considerazione la persona nel suo insieme di corpomentespirito.

Ma a parte questa piccola dissertazione, la fotografia mi sembra una bella metafora per chiederci, senza farne una domanda velata di diffidenza: cosa c'è sotto?

Cosa c'è sotto, per esempio, a certi comportamenti che abbiamo e che notiamo negli altri, durante la vita?
Siamo capaci di "guardare oltre", o per meglio dire, riferendosi sempre alla foto in questione, andare in profondità nei rapporti con gli altri? 

Ci chiediamo, quando conosciamo qualcuno, cosa ci sia dietro la maschera che si indossa ogni giorno?

(Foto di Gianluca Sgattoni - fotografo emozionale)

(Foto di Gianluca Sgattoni - fotografo emozionale)

Prendo in prestito queste due belle foto di Gianluca Sgattoni,il fotografo emozionale che ci sta accompagnando in questi ultimi numeri della rivista, dove ci mostra delle maschere. E ben si sposano col nostro quesito di oggi: ma sappiamo davvero chi abbiamo davanti? In questa vita frenetica, fatta di rapporti virtuali e, a volte, superficiali, ci prendiamo la briga di fermarci a parlare davvero con gli altri, per conoscere l'anima e il cuore delle persone, cosa si portano dentro, il loro bagaglio di vita?

Vale la pena di chiederselo.
Secondo me.

Vecchi diari

Qualche tempo fa, sistemando casa, ho ritrovato un piccolo quadernino che fu il primo diario di mia madre, quello che iniziò a scrivere più di 70 anni fa, nel 1943, quando era una bambina di 10 anni.
A parte l'emozione di me-figlia nel leggere quelle parole che mi hanno ricordato parte del  suo background, sono rimasta colpita da un paio di paginette che raccontano, dal punto di vista di una bambina, i momenti di un bombardamento durante la seconda guerra, la paura, la fuga, la prepotenza dei tedeschi, l'arrivo degli inglesi e con un distacco emotivo dettato dall'innocenza della bambina stessa, quella frase terribile finale in cui racconta che "molta gente non era così contenta perché aveva perso i parenti nei bombardamenti o i tedeschi li avevano portati via."

A ognuno, le proprie riflessioni.





Joan Mirò
(1893 – 1983)


E’ un artista dalla personalità introversa, poco espansiva anche se profondamente gentile; nel suo intimo, esuberante per una inesauribile proliferazione di idee, di forme, di sentimenti contrastanti.

Lui stesso afferma “Sono di indole tragica, taciturna, tutto mi disgusta: la vita mi sembra assurda.” Ha, dunque, un carattere meditativo, spesso afflitto, in lotta con se stesso.

In apparenza, la sua arte è lontana da qualsiasi schema, selvaggia, ma, in realtà, rigorosamente calibrata, come il suo stesso temperamento; non bisogna lasciarsi ingannare dai magheggi del suo processo creativo, né dall’illusoria infantilità di certe sue espressioni figurali.

Nell’arte di Mirò ci sono delle “costanti”; per esempio, la tendenza verso un genere di composizione decisamente asimmetrica con conseguente ricerca del vuoto come elemento principale dell’opera, pur nel garbuglio di figure e di segni ed una decisa presenza di un colore timbrico.

La ricerca di una nuova spazialità non più volumetrica, diversa sia da quelle naturalistica, surreale che cubista, la creazione di un “alfabetario” di segni e l’aspetto grafico-decorativo del “lettering” per raggiungere anche nell’opera grafica di tipo pubblicitario una dignità che si ritrova nelle opere di arte “pura”.

A partire dal dipinto fondamentale “La fattoria” (1921 – 1922)


l’artista assume definitivamente la sua personalità d’inventore autonomo.

Le immagini più ricorrenti nei dipinti e nelle opere grafiche e plastiche di Mirò sono astri, soli, lune, esseri all’apparenza umana ed animalesca, elementi di origine sessuale, segni a forma di virgole, di accenti, di asterischi.

I “titoli” delle opere di Mirò sono un complemento importante della sua complessa poetica: essi sono quasi sempre costanti, perché la maggior parte di essi elencano componenti iconografiche dell’opera, fiori, uccelli, astri, donne, ecc.

Ma, spesso, i titoli si complicano, comprendendo precisi particolari ‘narrativi’:
-“Il diamante sorride al crepuscolo”
-“Volo d’uccello alla prima scintilla dell’alba”
-“Libellula dalle elitre rosse all’inseguimento di un serpente che guizza a spirale verso la stella cometa”

Solitamente, Mirò attribuisce il titolo all’opera a posteriori, talvolta dopo mesi, quando la configurazione del dipinto è ormai organizzata; quindi, non c’è un’intenzione iniziale di creare un determinato racconto secondo uno schema narrativo preesistente.

La sua arte nasce dalle pieghe profonde dell’inconscio e del sogno e riesce a far vivere, con l’uso di linee e colori l’universo immaginifico che è presente in ognuno di noi.

Le opere realizzate tra il 1926 ed il 1927 propongono figure fantastiche, quasi creature fiabesche, che spiccano su fondi saturi di colore.

(Figura che lancia una pietra ad un uccello – 1926)

( Cane che abbaia alla luna – 1926)

 ( Nudo – 1926)

 ( Fondo blu – 1927)

In seguito ad un viaggio nei Paesi Bassi, nel 1928, è fortemente influenzato dalla pittura fiamminga ed olandese, ricche di elementi figurativi, che gli ispirano la creazione di due opere:

( Interno olandese I – 1928)

 (Interno olandese II – 1928)

Il risultato è un vortice dinamico di esseri che si muovono all’interno di uno spazio coloratissimo dove regna la fantasia.

Profondissimi blu ed accesissimi rossi possono comunicare la sensazione del mare, del cielo e dell’infinito, oppure ricondurre alla rabbia ed alla disperazione; per esempio, nell’opera del 1937 “Natura morta con scarpa vecchia”, eseguita durante la guerra civile spagnola:



Tra il 1933 ed il 1936 realizza disegni-collages: una serie di ritagli di giornale che mostrano parti meccaniche oppure oggetti quotidiani attaccati su cartoni che si trasformano in figure astratte:
(disegno – collage – 1933)

Ciò che spinge Mirò a creare un quadro è l’emozione, procurata da qualsiasi cosa: un filo, una goccia, un granello di sabbia, da qualcosa di insignificante nasce un mondo al quale l’artista dà un titolo.

Per questo, Mirò rifiuta di definire astratte le sue opere, perché egli ritiene siano sempre espressione di una realtà, non fosse altro che quella “spirituale” dell’artista.

Intorno agli anni Quaranta inizia la sua produzione in ceramica; esegue piatti, vasi, ma anche imponenti opere decorative per spazi pubblici.

Poi, negli anni Sessanta si dedica alla scultura vera e propria, talvolta colorata, partendo da materiale trovato e poi assemblato insieme, fuso nel bronzo: un esempio è “Ragazza che se ne fugge” del 1968, dove le gambe rosse di un manichino si trovano sotto un volto giallo sormontato da un rubinetto.

Insomma, il suo intento creativo, sia in campo grafico-pittorico che in quello scultoreo, è dar vita alle immagini latenti che si risvegliano in lui e che si incarnano nei personaggi, nei paesaggi e nelle forme scultoree fantastiche.

E’ interessante notare che quando Mirò s’impadronisce di una tecnica e ne coglie i segreti, non l’abbandona fino a quando non la considera “esaurita”.

Infaticabile, tenace e mai appagato sperimentatore, un artista eclettico, pronto a rivelare sempre nuove ed ulteriori sfaccettature della sua ricchissima ed indomabile personalità.